Il Figlio dell’uomo è signore del sabato

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,1-5)

Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

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In questi ultimi anni siamo passati da una esasperazione dei precetti e delle leggi, quasi a farcene una gabbia da cui è difficile liberarsi, a una assoluta mancanza di regole che non ci permette nemmeno di avere dei riferimenti sicuri nelle occasioni più importanti della vita.

Così è per i comportamenti dovuti nel campo religioso, nella vita di famiglia, nella disciplina scolastica, per non dire delle leggi della strada, del traffico!

Per il popolo di Israele la legge non era solo una regola, ma era un dialogo con Dio: un ascolto attento di lui per impostare la vita secondo il suo piano di amore … solo che, da dialogo, la legge del sabato per esempio, era diventata una gabbia e la gabbia non permetteva più di vedere il grande amore di Dio! E’ come la legge della obbligatorietà della messa alla domenica: più nessuno ci pensa, né vale il promuoverla come precetto per portarla di nuovo in auge.

Ci si rifugia nella necessità di commerciare per vivere, si accampano tutte le … pur giuste esigenze di salute, di stare in casa a godersi la famiglia, di fare un pò di “cultura” del nostro corpo, dei nostri nervi, dei nostri muscoli …

Il riposo e la messa alla domenica è un precetto o è un dono? è un obbligo pesante o una necessità assoluta per la nostra vita? Lo trattiamo con il metro dell’interesse o con quello del dono? Chi è che decide la bellezza della domenica, noi o Gesù?

Gesù dice ai farisei troppo preoccupati del precetto che Lui è il Signore del sabato. Certo riposare il sabato non è un insieme di gesti da compiere, ma è una condizione nuova da vivere! Gesù è talmente il Signore del sabato che lo ha cambiato in domenica: lo ha fatto diventare ancora più bello di una memoria storica del passaggio del mar Rosso, lo ha fatto diventare il giorno in cui sempre risorge da morte per noi.

La domenica non è allora prima di tutto un obbligo, ma una finestra di eternità che si apre sulla vita dell’uomo: è la certezza del Signore risorto che deve dare nuova speranza alla vita di ogni persona.

Se all’uomo manca il riposo della domenica non è che manchi solo un necessario rifarsi le forze per vivere, ma gli manca una speranza per cui lavorare, una meta alta, un cielo non vuoto, ma abitato da Dio! Per questo Gesù si dichiarava Signore del sabato, non perché lo aboliva, ma perché lo portava a compimento con la domenica.

E’ sotto gli occhi di tutti invece che oggi la domenica ha cambiato radicalmente volto nelle nostre società secolarizzate: la pandemia ha perfino affossato l’idea che ci si possa trovare a celebrare assieme, a ridirci assieme che il centro della nostra comunione è il Risorto da morte! È il suo corpo e il suo sangue versato, è in quel pane spezzato che custodiamo con cura e che è l’Eucaristia.

Pur di non cancellarlo il nostro stare assieme è stato trasformato in un concentrarci e unirci attraverso i social, le fotografie, lo streaming, ma sentiamo tutti la nostalgia di una stretta di mano, di un abbraccio, di un canto che risuona dentro il nostro corpo, non dentro gli occhi o i suoni addomesticati e riprodotti dai media.

Gli occhi hanno imparato a dire di più sopra la mascherina, ma non è ancora il guardarsi per condividere pensieri, affetti, parole, progetti, cenni e piccoli movimenti delle labbra, della faccia, dei volti: questi li abbiamo riconquistati in casa e li vorremmo riconquistare nuovi nelle chiese, attorno all’Eucarestia.

4 Settembre 2021
+Domenico

Oggi, come sempre, cambiamento non vuol dire rattoppi, ma vita nuova

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5,33-39)

In quel tempo, i farisei e i loro scribi dissero a Gesù: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno». Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».

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E’ esperienza di tutti i giorni quella di fare i conti con l’invecchiamento di tutto: ti pare di avere appena costruito la casa, che ti tocca mettere mano ai tetti … non ti sei accorto, ma gli anni sono passati; hai appena cambiato i mobili in casa e già devi pensare di cambiare la cucina o il frigorifero …

Il cambiamento è una parte normale della nostra vita, lo è ancora di più se si pensa al proprio mestiere: Se lavori in proprio devi pensarne una nuova tutti i giorni, devi specializzarti, devi rispondere con competenza a tutte le nuove esigenze … soprattutto oggi con le nuove tecnologie: il progetto nuovo appena allestito 2.0 è già arrivato al 4.0.

E’ così ancora di più nella vita spirituale: i nostri comportamenti subiscono una “usura” fortissima, perché è sempre presente la tendenza ad accomodarsi, a fermarsi, a vivere di ricordi, a continuare a guardare indietro … non per niente tutti gli adulti dicono “ai miei tempi”!

La pandemia poi ha accelerato ancora di più questa necessità di cambiare, di riformulare, di non tornare al mondo di prima che è stato letteralmente sorpassato in moltissimi aspetti.

Lo spirito ancora di più ha bisogno sempre di stare vigile, di rinnovarsi, di vincere l’inerzia dell’abitudine, che smorza ogni slancio e ogni generosità.

Il pericolo però è quello di fare sempre e solo ritocchi: il Vangelo dice che non si deve cucire una toppa di vestito nuovo su un abito vecchio o mettere vino nuovo in otri vecchi.

Il cambiamento, il rinnovamento deve essere sempre una operazione di conversione, non di aggiustamento: è il cuore che ha bisogno di rinnovamento e quando è il motore che cambia, allora tutto il corpo lo deve seguire!

Invece la nostra arte è quella dell’adattamento, del muro di gomma, del lasciar perdere che tanto non cambia niente, dello stare in una zona grigia, né calda né fredda … “ma non ti scomodare, lascia perdere, metti a posto solo la facciata, aspetta che il vento cambi, abbiamo sempre fatto così, non fare il fanatico, vediamo: se son rose fioriranno” … sono le frasi che uccidono ogni volontà di crescita, di proposte nuove, di necessario cambiamento, riprogettazione, prospettive.

Gesù era di un’altra idea: non si possono mescolare luce e tenebre, notte e giorno, vita e morte, amore e egoismo. Il cambiamento deve essere totale: Questo vino nuovo di cui parla Gesù è lui stesso, il vino della vita! Lui è il vino della festa; quando c’è Lui siamo in presenza della pienezza e bisogna fargli tutto il posto possibile: niente della nostra esistenza deve starsene fuori.

Lui cambia tutto e noi ci lasciamo trasformare da lui nei gesti, nel cuore, nelle abitudini, nei progetti, nei pensieri … quando c’è Lui si salta anche il digiuno, lo sforzo penitente su se stessi, che pure aiuta a crescere nella fede … salta ogni tristezza, ogni atteggiamento di resa.

Occorre concentrare tutto su di Gesù, sulla sua forza, sulla sua compagnia e sul Vangelo alla lettera: il Vangelo non è nessuna pezza, è il tessuto sempre nuovo dell’esistenza.

3 Settembre 2021
+Domenico

Sulla tua Parola, e con nel cuore una nuova luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 4-5) dal Vangelo del giorno (Lc 5, 1-11)

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

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Capita a tutti nella vita di averle tentate tutte per riuscire in una impresa … per ricucire un amore strappato, per richiamare alla saggezza un figlio, per rimettere in sesto l’azienda, per ristabilire rapporti di buon vicinato con gli inquilini, per ridare pace a una parrocchia o a un gruppo …

Capita anche a una nazione o a un continente di affrontare problemi più grossi e più complicati, come la pandemia, di approntare vaccini e percorsi di sanificazione, ancora di più a problemi più grossi come la fame nel mondo.

Alla fine non se ne può più: non riesce niente, fiato e fatica sprecati, delusione e sconforto … il passo successivo è rassegnazione, è consapevolezza di impotenza, è scoraggiamento e in casi più gravi, in cose che ti prendono l’anima, è disperazione.

Forse era questo lo stato d’animo degli apostoli alla fine dei quella giornata di pesca: erano provetti, conoscevano palmo palmo il fondo di quel lago, ne studiavano i venti, le basse pressioni, i movimenti delle onde capaci di riportare fuori dal letargo i pesci … ma quella notte niente! Era proprio notte anche nei loro umori: erano amici di Gesù, Pietro il padrone delle barche, era intimo di Gesù, lo ospitava spesso a casa, si sentiva sempre riempire il cuore di gioia quando lo ascoltava … avrebbe potuto portargli un po’ di fortuna anche nella pesca oltre che nella sua “religiosità”, nella sua voglia di essere uomo onesto … e invece … niente! La vita era sempre dura e la fede ne stava volentieri ai margini.

Ma Gesù è lì presente ad aiutare i suoi futuri pescatori di uomini a cambiare testa, a fidarsi di Lui, a vivere veramente di fede: “Prendete il largo, ritornate a pescare, resistete al fallimento, siate perseveranti, fidatevi di una Parola, non di una congettura o di qualche colpo di fortuna. Io non vi lascio, Io sono qui a darvi la forza necessaria per lavorare per il regno di Dio. I miei apostoli non potranno accontentarsi di essere dei calcolatori, ma dovranno fare un salto di qualità, essere credenti, fidarsi di Dio, abbandonarsi nelle  sue mani di Padre”.

E gettarono le reti: “Sulla tua parola”.

Quella Parola per Pietro era già il Vangelo, era la luce degli uomini, era la forza della vita, la potenza fatta carne, era Gesù stesso … e Pietro tutte le volte che si rivolgerà in seguito alla sua Chiesa si porterà dentro questa forte esperienza di fiducia, questo sguardo alto, questo prendere il largo in ogni senso, e come papa darà alla Chiesa gli orizzonti della contemplazione e della missione: quando sarà al timone e si vedrà debole e vecchio non temerà perché quella Parola è potente e noi i cristiani, i credenti in Dio sapremo che dovremo essere sempre non solo docili, ma assieme ricercatori, collaboratori, creatori di nuovi mondi. di relazione fraterna, inventori di nuovi modelli di convivenza e corresponsabilità con tutti  e verso tutto il creato: questo è essere cristiani!

2 Settembre 2021
+Domenico

Signore curvati sempre sulla nostra umanità ferita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,40-42) dal Vangelo del giorno (Lc 4,38-44)

Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano demòni gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo. Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne andasse via da loro.

Audio della riflessione

Possiamo spesso parlare e farci raccontare da chi vive nelle corsie degli ospedali, da chi abita i pronto soccorso, da chi in questi giorni ha intercettato troppo tardi gli spasimi di chi è stato divorato dai fuochi appiccati per cattiveria e cattiva coscienza da persone assurde e che fanno parte della nostra umanità malata … insomma avrà potuto rendersi conto di che cumulo di sofferenze abita la nostra vita quotidiana: abbiamo fatto esperienza tutti, e non è ancora finita, delle sofferenze, solitudini, dolori, affanni dovuti alla pandemia. Tutti prima o poi passiamo dalla sofferenza fisica, da una malattia, da una cura, da un intervento ospedaliero e i pensieri che ci assalgono quando siamo malati sono sempre di grande pessimismo, di paura, di tensione.

La malattia è una prova della vita, è un passaggio che ci riporta alla nostra debolezza, al nostro limite e spesso non lo sappiamo portare.

Gesù, nel suo continuo pellegrinare per le strade della Palestina, si curva su questa nostra umanità ferita e le offre un segno del Regno di Dio che sta per instaurare: non fa il “guaritore” per meravigliare, ma compie segni per indicare nuove prospettive cui è chiamato l’uomo.

Da quando il peccato è entrato nella vita umana, anche il corpo ne è stato colpito: la sofferenza ha iniziato a segnare le persone, le storie degli uomini … dentro questa storia di sofferenza si inscrive anche Gesù, ma per dire che non è definitiva, che c’è una vita futura bella, nuova, felice, come quella del suo Regno!

Lui guarisce, fa camminare, dona la vita, ridà una carne fresca al lebbroso, ricostruisce una possibilità di vita nuova: i suoi miracoli sono segni, sono donati per la fede, sono la  certezza che Dio ci vuole bene e che non ci sarà più niente che potrà impedire all’uomo di essere rinnovato dal suo amore.

Gesù non gioca e non ha mai giocato con la sofferenza, ma se la carica tutta sulle sue spalle: quei malati, noi malati nel cuore siamo, e saremo  sempre, presi in carico da Lui inchiodato sulla croce.

Per vincere il male dell’uomo non basta la sola bontà cristallina: occorre una esagerazione d’amore, quella della croce! Lì le corsie dei nostri ospedali, i rantoli, le disperazioni, gli incerti segni della speranza nelle terapie intensive, i pianti di disperazione per le ingiustizie subite, le nostre cattiverie sono accolte nel suo cuore e noi abbiamo la certezza di avere Gesù sempre come compagno di ogni nostro dolore, come lo era per i malati che incontrava

Gesù accoglie tutti, guarisce tutti poi si ritira sul monte a pregare: dice a noi tutti che la forza che lo sostiene, il messaggio che vuol dare è la bontà infinita del suo e nostro Padre; vuole farci capire che abbiamo tutti un Papà che ci ama, che il cielo sopra di noi non è vuoto, ma abitato da un Dio che ci perdona e ha pronto per ciascuno un posto nel suo regno. 

1 Settembre 2021
+Domenico

Gesù parla con autorità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,31-37)

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Per capire la vita ci vuole molta intelligenza, molta ricerca, molta pazienza, ma soprattutto occorre avere fede: non è possibile capire l’esistenza se non abbiamo un punto di vista non nostro, ma regalato, che ci aiuta a guardare all’esistenza oltre le nostre forze.

L’esistenza umana viene da Dio e se viene da Lui è solo Lui che ce ne può dare la chiave! Abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato … se poi in questa ricerca, che è fatta di piccole domande, di crisi inaspettate, di momenti di applicazione dell’intelligenza, di momenti di buio … riusciamo a incontrare qualcuno che ha autorevolezza nell’indicarci la via della vita, allora possiamo sperare di trovare la serenità e la fiducia che ci sono necessarie per continuare a svolgere il nostro lavoro, ad accettare quello che la vita ci offre.

Gesù è colui che parla con autorità! La religione di quel tempo era arrivata a un punto di non ritorno: occorreva tornare a sperare e la speranza non poteva nascere dalla routine, dalla ripetitività, dal sentito dire … ormai quando parlavano gli scribi davano l’impressione di chi inizia un discorso con “mi dicono di dire”: avevano una regia che dovevano seguire, era la regia del riportare fedelmente i versetti della torah, di chiosarli con i pareri autorevoli della scuola rabbinica da cui provenivano, e ne riportavano le flessioni, i punti e le virgole, e portavano a conoscenza la sapienza concentrata nei commentari.

Veniva spesso il dubbio che ci credessero, che si battessero per qualcosa di nuovo, di importante, di inedito … l’elogio migliore che si poteva fare di uno di loro sapete qual’era? “non profferì mai una parola che non avesse imparato dal suo maestro”. Mai una volta “io vi dico che… è stato detto sempre che, ma io…” sicuramente molto fedeli, ma senza autorità!

Gesù invece è diverso: parla in prima persona, non ha una autorità di professione anche molto curata, ma sempre imparata: Lui è l’autorità, la sorgente del suo dire e del suo potere. Ha davanti a sé un indemoniato, ma non prende il libro degli esorcismi, non moltiplica preghiere formule e scongiuri, non si dilunga in formule interminabili misteriose, spesso di sapore magico, con cui si tentava ai suoi tempi di liberare gli ossessi. Al demonio non dice “per favore lascialo in pace” ma esprime un comando perentorio “taci, esci da quest’uomo!” Non ammette discussioni e Satana sopraffatto non osa resistere. Anzi i demoni hanno paura!

Gesù parlava con autorità, non vendeva speranze a buon mercato, era lui la speranza! Non cercava mediazioni, ma offriva soluzioni!

Per chi cerca ragioni di vita questa è l’unica strada possibile e noi con Gesù la possiamo percorrere.

Parlare con autorità è il parlare della Chiesa, perché parla a nome di Dio: è il parlare del presbitero, è il parlare di chi ha fede e crede al Vangelo.

Parlare con autorità significa parlare in modo che chi ti ascolta risponda ponendosi su un piano inedito di relazioni personali e che desideri non tanto argomentare, ma incontrare la persona del maestro, di cui noi parliamo, e affidarsi a Lui.

31 Agosto 2021
+Domenico

Non ci si deve mai abituare alla Messa: è sempre la novità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4, 16-30)

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La vita è fatta di tante liturgie “stanche”, di tanti gesti automatizzati che ogni giorno devi fare: può essere la levata del mattino – ahimè sempre troppo presto – il congedo da quelli di casa, l’arrivo sul posto di lavoro, il caffè e il giornale con gli amici, le pratiche dell’ufficio … oppure anche liturgie più solenni come quelle ufficiali della deposizione di una corona di fiori, di una dichiarazione alla televisione, o di una messa in chiesa … spesso le portiamo avanti “stancamente” come la vita, senza slancio, anche se ne vediamo la necessità: diventano penitenza quotidiana invece di essere caricate di significato vitale!

Così capita a Gesù, quando di sabato entra nelle sinagoghe dei paesi della Palestina: gente stanca che prende la Torah, il libro della bibbia, ne legge un pezzo lo fa commentare, poi tutti ritornano alla propria vita.

Non sono così anche le nostre liturgie domenicali? Spesso sono più un dovere che un atto di amore!

Ebbene un giorno Gesù entra in una di queste liturgie scontate e ribalta la vita di chi lo ascolta! Legge il libro di Isaia che prevede per il popolo un futuro diverso e dice perentoriamente “Questo futuro oggi è qui con voi, e sono Io. Io sono stato mandato a dare speranza ai poveri, a dirvi che sta scoppiando la potenza di Dio nel mondo, che Dio è un Padre, che è finito il tempo delle lagne, una nuova presenza di Dio comincia oggi, la speranza comincerà a colorare le vostre vite, i poveri trovano fiducia, i deboli si rinfrancano, i diseredati trovano casa e accoglienza. Io sono qui a garantirvi questo amore invincibile di Dio: mi credete?”

Lo stupore di chi lo ascolta è grande, erano andati a compiere il solito rito e si sono trovati davanti alla verità concreta che quel rito evocava e non ci hanno creduto! Se tu, tutti i giorni,  ti adatti alla vita senza entusiasmo, non t’accorgerai mai del senso che vi è nascosto, dell’amore che vi è inscritto e promesso … hanno dato per scontato questo loro concittadino: erano loro i primi a non stimarsi e a non stimare. Avevano chiuso Gesù nei loro schemi “paesani” e non poteva sicuramente essere la promessa di Dio.

“Non vorrai che Dio abiti proprio tra noi, in questo comunissimo giovane?”

Invece Dio abita tra noi, ha il volto del nostro vicino, ha i pensieri di bontà di chi ci dedica la vita, ha la forza di chi ci contrasta nel male … e questa diventa la speranza della nostra vita: poterlo scorgere, vedere, incontrare nella storia di ogni giorno.

30 Agosto 2021
+Domenico

Il sogno che Maria s’è portata in cielo … è ancora da realizzare

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-56)

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Ferragosto è pur sempre una festa popolare tra le più “praticate”: ci hanno tentato in tanti a dislocare in maniera intelligente in tempi diversificati le ferie … ma a Ferragosto bisogna fare festa … e possibilmente alla grande, possibilmente non nel posto in cui sempre si vive, possibilmente come cuore di una settimana di riposo.

Entro questa bella paralisi della vita normale, che riesce ancora a farci capire che la festa è una componente essenziale della vita umana, che non siamo delle macchine automatizzate sulla produzione, i cristiani mettono al centro la Madonna.

Il Vangelo oggi ci presenta Maria, la madre di Gesù che viene a conoscere la situazione – bella e delicata – di sua cugina Elisabetta, che in tarda età è al sesto mese di gravidanza e decide di mettersi a fianco di Elisabetta per aiutarla a vivere serenamente l’attesa, perché anche lei è in attesa, anche lei è stata tirata nel vortice incontenibile della vita divina. E l’incontro tra le due madri ed è tra le scene più belle della storia umana di tutti i tempi: la giovanissima e l’anziana, il nuovo e il vecchio testamento, il compimento delle promesse e gli ultimi sospiri dell’attesa, la vita di Dio e la vita dell’uomo, il Magnificat e l’Ave Maria, il sogno di Maria sul mondo e la nostra gratitudine a Dio di avercela data.

E’ la festa dell’Assunta: è la contemplazione di una creatura fatta di carne e ossa come noi che ha raggiunto la gloria di Dio, è la prima della fila degli uomini e delle donne di questo mondo, che si mettono dietro a lei in coda.

La testa della fila è già là, e ci arriveremo anche noi!

Maria però s’è portata lassù un sogno: il sogno di un mondo nuovo, di un regno che non solo bisogna sempre osare di immaginare per non perdere la speranza e per non abbassare mai la guardia della nostra vita, ma anche mettersi a disposizione per realizzarlo. E’ un sogno fatto di 7 verbi incalzanti: ha spiegato potenza, ha disperso superbi, ha rovesciato potenti, ha innalzato poveri, ha rimandato ricchi, ha ricolmato  affamati, ha soccorso Israele. E’ il sogno di Dio sull’uomo che in Lei è diventato visione di vita. E’ un mondo capovolto, che nella distrazione del ferragosto possiamo rischiare di dimenticare o di ritenere solo una fantasia.

Quel Dio cui Maria si è affidata le ha dimostrato che può cambiare la storia: ha cambiato la sua, ha fatto in Lei cose grandi, non ha distolto lo sguardo dalla sua povertà, anzi proprio quella ha scelto come leva per capovolgere il mondo.

Perché il mondo dovrebbe restare come prima, ancora pieno di ingiustizie, di soprusi, di inganni, di falsità? Il tempo di riposo che stiamo vivendo può giusto essere un tempo in cui ci mettiamo a sognare un mondo diverso per tutti, in buona compagnia … e preghiamo Dio che dal sogno possiamo passare alla realtà!

15 Agosto 2021
+Domenico

Se Gesù è sempre al centro … è azione e contemplazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

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La vita nostra è molto agitata, frenetica; l’agenda detta le leggi, gli impegni ti vedono tutta la giornata in corsa, se vuoi guadagnare quattro soldi non puoi addormentarti un momento, se vuoi educare i figli devi far loro l’autista per tutti i loro spostamenti. Quando torni a casa stanco del lavoro, ne devi riprendere un altro. Finalmente vado in chiesa per trovare un po’ di pace, per affidarmi a Dio e invece anche lì mi dicono che bisogna impegnarsi, che non si può stare con le mani in mano. Anche la chiesa è un altro impegno da segnare in agenda. 

Io, Lui, il Signore, quando lo incontro? quando mi posso sentire amato da Lui? quando gli posso affidare tutta la mia vita rubata dai vortici della competizione, della lotta per sopravvivere? E’ certo che tante nostre chiese devono offrire maggiormente spazio per la contemplazione e la preghiera, per l’incontro con Dio e per l’ascolto della sua Parola, ma è anche certo che la vita cristiana non può essere ridotta a celebrazione di riti, che ci accontentano e ci chiudono in noi stessi. Marta e Maria quando arriva Gesù a casa loro non capiscono più niente, tanta è l’amicizia che hanno con Lui, tanto è il bisogno di poterlo contemplare; solo che Marta lo fa lavorando e Maria ascoltando la sua Parola. Marta si lamenta, ma Gesù la rimprovera perché rischia di mettersi la centro lei del movimento dell’ospitalità, mentre l’ospite è Lui. Se mettiamo al centro Lui, sempre, l’azione e la contemplazione si compongono. Contempliamo il suo volto e vediamo in filigrana quello del povero;  serviamo il povero e vediamo sotto le sue sembianze Gesù. La nostra meta, la nostra scelta è di mettere sempre al centro Gesù, di aprirgli il cuore, di non sostituirci mai a Lui, di tenere fisso lo sguardo sul suo volto. E Lui ci chiamerà a dare il meglio di noi. Sta di fatto però che tenere fisso lo sguardo su lui non è rito sterile o affaccendarsi per non pensare, ma sempre risposta d’amore, a Lui che non ci abbandona mai.

 In un altro incontro con Gesù la posizione di Marta si fa più profonda: non è la donna che sta solo a fare pranzo, a  lavare piatti, a tenere curato l’ambiente, cosa del tutto nobile anche questa, ma essa per prima si accorge di Gesù e va a sollecitare Maria che invece è distrutta dal dolore e non riesce a contemplare Gesù. Lei ha il coraggio ancora di dettare a Gesù i tempi della sua presenza “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. E qui Gesù è grande: le dice e la aiuta a entrare nel suo mistero più grande che esige pura contemplazione “Io sono la risurrezione e la vita chi crede in me ha la vita eterna…”.

In una terza occasione si parla di Maria che spezza un vaso costosissimo di nardo prezioso e fa l’ultimo gesto di amore che l’umanità ha riservato a Gesù, prima di morire. E’ una contemplazione molto umana, molto azione, molto pratica e anche audace. Infatti Gesù dirà che con la sua unzione ha anticipato ciò che nessuno avrebbe fatto per la sua sepoltura. Direi è una contemplazione attiva, umana, globale di una vita che ha centro in Gesù. Qui non c’è più Marta, ma, purtroppo, Giuda che fra poco lo avrebbe venduto. Il pensiero si alza alla profondità del sacrificio che aspetta Gesù.

29 Luglio 2021
+Domenico

Convertirsi è mettere la dignità di ogni uomo al centro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-5)

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

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Il  male che c’è nel mondo ci meraviglia sempre, soprattutto ci stupiscono e ci lasciano senza parole le disgrazie, le morti sul lavoro, per esempio, gli incidenti stradali, le persecuzioni, le pazzie di uomini e donne che scaricano la loro demenzialità sui figli innocenti.

I giornali impietosamente ci mettono di fronte a pagine di cronaca nera che ci distruggono spesso la stessa fiducia nella vita … Il pensiero nostro allora spontaneamente va a Dio: lo mettiamo alla sbarra perché lo riteniamo l’autore di ogni disgrazia che capita, di ogni dolore innocente che ci affligge … “Ma perché Dio deve permettere questo? Dove è Dio quando un lavoratore che fa il suo dovere viene travolto da una frana, da un crollo, da un incidente mortale? Perché deve scoppiare una pazzia e andare ad abbattersi su figli innocenti?” 

Ai tempi di Gesù erano capitate disgrazie inspiegabili che avevano coinvolto persone estranee: il crollo di una torre, la violenza truce di Pilato che aveva mescolato innocenti e colpevoli in una strage … e la gente si domandava … perché?

Gesù dice perentorio “se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”: Che significa? Che Dio sta col fucile spianato ad aspettare la gente che sbaglia, che pecca, per castigare, per fare giustizia, percreare terrore, pervendicarsi?

Dio è infinitamente buono! non c’è alcun dubbio! Anche per tutto l’insegnamento della bibbia, non per nostre visioni di convenienza o di rispetto, che Dio non abbandona il suo popolo, che Dio ci ama tutti e ci porta sul palmo delle sue mani … ma Dio non può non farci prendere coscienza che al fondo di ogni male c’è un peccato.

Dentro ogni disgrazia c’è la mano dell’uomo che scatena il suo male sugli altri, dentro ogni disgrazia c’è una assurda faciloneria nell’esporre la vita delle persone al pericolo, magari per risparmiare soldi.

Ci sarà qualcuno che con … troppa faciloneria ha lavorato, o qualche altro che ha voluto rubare sulla qualità del materiale: dietro tanti incidenti c’è gente ubriaca e drogata.

Se non ci convertiamo tutti, periremo allo stesso modo: l’uomo è invitato, e lo siamo tutti, a guardare alla vita con impegno, a difenderla e a metterla al primo posto.

Se si abbandona la legge di Dio, non è che Dio si vendica, siamo noi che ci affossiamo con le nostre mani! Dio ha previsto un uso esigente della nostra intelligenza per il bene di tutti, e non la furbizia dello stolto che per egoismo mette sicuramente la vita degli altri in una inevitabile disgrazia.

Il mondo deve tornare a convertirsi al bene, ad usare l’intelligenza e le risorse umane per la sicurezza, non per l’arricchimento di qualcuno: convertirsi, non vuol dire solo pregare, ma rimettere al centro la nostra dignità umana e mai i nostri interessi.

21 Luglio 2021
+Domenico

Giovanni annuncia la novità assoluta di Cristo

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Lc 1, 57-66.80)

Lettura del Vangelo secondo Luca

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Audio della riflessione

Zaccaria era rimasto muto per nove lunghi mesi e una settimana dopo la nascita del figlio. Non poter parlare ti obbliga a rientrare in te stesso, stacchi le cuffie, ti concentri sull’essenziale, ripensi di più al senso della tua vita. Il silenzio è sempre per tutti una necessità. Ricordo quando avevo a che fare con i giovani in servizio di leva nella mia città, che mi confidavano che sulle altane mentre facevano la guardia di notte scoprivano la bellezza del silenzio, ma ne avevano paura. Il silenzio di Zaccaria però erompe in un cantico di lode. E’ il benedictus che ogni mattino chiude l’ascolto della parola della bibbia nella preghiera di lode di ogni comunità cristiana. Quell’ormai della visione di vita che abitava Zaccaria nove mesi prima ai tempi della routine del tempio non c’è più. Dalla sua bocca si sprigionano alcune parole che richiamano un passato: ha visitato, ha redento, ha suscitato, si è ricordato…, ma sono tutte cariche obbligatoriamente di futuro. Sono l’evocazione dei gesti d’amore di Dio che non hanno mai fine.

“ Non credevo più a niente di nuovo, avevo sepolto le mie speranze nell’albero secco della mia vita, avevo ripetuto per troppi anni parole di tenacia, di ricordo, di tensione, ma erano diventate di maniera; dovevo dirle per il ruolo che ricoprivo, per registrare speranze spente. Tanti genitori di fronte alle difficoltà della vita, tanti di noi adulti diciamo per mestiere: coraggio, vedrai che…, non tutto il male viene per nuocere, stai fiducioso…, ma sono parole che non aprono nessun cuore, non ci costano nemmeno la compassione che si regala a tutti, servono da coperchi, da botole per chiudere voragini di attese. Ma il vecchio Zaccaria è stato visitato da Dio. Il suo parlare è ora  speranza convinta. Ho sperimentato la grandezza di Dio. E tu Giovanni non ti attardare a perdere tempo a crearti loculi consolatori: tu sei un profeta dell’Altissimo, tu hai da farti forte perché mi sei stato dato come regalo, Dio mi ti ha messo nella vita come vortice che trascina la storia verso la novità assoluta. Vedo però, perché l’ho sperimentato su di me, quanto sarà dura aprire i nostri vecchi cuori adattati al ribasso, imbarbariti nelle nostre vecchie abitudini. Ti dovrai preparare. Niente capita a caso nel mondo. Il popolo ha bisogno di cambiare testa e cuore. Vedi queste code di automobili che circolano indaffarati per ogni direzione a riprendere quel lavoro che da tempo non era così sicuro? Devono fare un salto di qualità per conoscere la salvezza che desiderano.

Ma non temere. Dio rischiara le tenebre, sovrasta anche le nostre belle luci. E’ una strada spesso chiusa dalla nostra superficialità e non porta da nessuna parte. Quanto ci sembra impossibile vivere in pace, ma quanto deve essere nuovamente disponibile la nostra vita, la nostra società a non perdere la speranza! C’è una bontà misericordiosa del nostro Dio, su cui dobbiamo contare. E lui che fa da sole alle nostre tragiche nebbie, non è un rifrangente che ci lascia nella tensione e nell’insicurezza, non è una banale banda rumorosa che ci può indicare che stiamo uscendo di strada, è il sole che viene dall’alto. Non è un prodotto delle nostre aspirazioni, ma la sorgente della nostra speranza. E sarà ancora lui a dirigere i nostri passi sulla via della pace.

24 Giugno 2021
+Domenico