Dio si lascia coinvolgere con te solo se sei in pace con tutti  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,20-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinèdrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!».

Audio della riflessione.

Sta sviluppandosi una tendenza abbastanza generalizzata che è quella che ciascuno si costruisce il suo Dio, ciascuno se lo fa bello, buono, grande, giusto come piace a lui. Se lo costruisce e distrugge come gli piace, lo fa esistere quando gli serve e come gli serve, lo dipinge cattivo o buono a seconda dei sentimenti che gli suggeriscono le fiction della TV, lo immagina fatto a suo uso e consumo. In questa arte dell’invenzione la cosa più interessante e pericolosa è che Dio è visto come uno da godere o incontrare in privato, da soli, in un rapporto creatore – creatura senza interferenza alcuna.  

Così c’è il devoto che va a pregare perché gli possa andar bene la prossima rapina, il mafioso che gli porta la decima delle estorsioni che è riuscito a esigere, la donna di strada che lo ringrazia del guadagno della sua giornata, il donnaiolo per averla fatta franca, il ricco possidente di aver una fabbrica con cui guadagna sulla pelle dei dipendenti. Cose strane, del secolo scorso, eppure i nostri santuari, le nostre chiese sono piene anche di questi fedeli e noi pure nel nostro piccolo usiamo Dio a nostro uso e consumo.  

C’è una frase nel vangelo chiarissima, che ribalta tutto questo modo comodo che abbiamo inventato di tenerci buono Dio: “se presenti il tuo dono a Dio e ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta lì accanto all’altare, va a riconciliarti prima con tuo fratello, poi vieni a presentare il tuo dono”. Il rapporto con Dio non puoi averlo se stai arrabbiato col prossimo, se non guardi in faccia il tuo vicino, se in casa semini continuamente odio, se hai cancellato dalla tua vita le persone. Forse fare quaresima è anche questo. È chiarissimo: non c’è rapporto con Dio nella verità, se non è collocato nella bontà di un rapporto con gli altri. Purtroppo, molti si nascondono dietro una religiosità di facciata; sempre maschera rimane, mai vita vera. La religione è forza e speranza di pace e concordia. 

Possiamo avere speranza di una comunione autentica con tutti e con Dio? Ma questa speranza chi me la dà?  La parola di Gesù, il vangelo. 

23 Febbraio
+Domenico

Del tuo amore Padre e di tuo Figlio ti chiediamo nello Spirito  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate.
Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,
ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

Audio della riflessione.

Molti di noi credono di potersi arrangiare da soli. Noi non abbiamo bisogno di nessuno. Era la risposta strafottente degli scribi a Gesù: noi siamo figli di Abramo e non abbiamo bisogno di nessuno. Io sono autosufficiente. È finito il tempo della dipendenza dalla religione. 

Io sono autonomo, me la cavo da solo, mi arrangio, faccio tutto io, stabilisco io quello che mi serve e quello che mi va bene. Nessuno ci deve dire niente, nemmeno Dio. La vita ce la regoliamo noi come vogliamo. Sono io il dio della mia vita, sono io che stabilisco quello che si può fare e non si può fare. Salvo poi a trovarci soli come un cane. 

Non è così invece per i discepoli di Gesù.  Lo vedono spesso ritirarsi sul monte a pregare. Fa invidia a questi dodici semplici credenti della legge vedere che Gesù, non va solamente al tempio a pregare, ma prega tante volte da solo. Li aveva abituati a chiamare Dio con il nome di Padre, perché voleva che cambiasse radicalmente il rapporto con Dio, che non fosse un rapporto di paura, di distanza, di pur giusta e doverosa adorazione, ma fosse un rapporto filiale. A un Padre si fanno tutte le domande più belle, a lui si confidano i sogni, i progetti, le visioni di mondo, le sofferenze. Con il papà qualche volta si ha il coraggio di aprire il cuore e di far giungere a lui anche le domande più semplici, quelle che determinano la vita di ogni giorno. 

E la prima cosa che Gesù ci insegna a chiedere al Padre, dopo aver guardato con immenso stupore al suo nome, dopo aver immaginato di poter vivere in un mondo diverso che è diventato suo regno e dichiarato di sentirci sicuri solo nei disegni grandi della sua volontà, è il pane di ogni giorno. 

Il pane ti ricorda la casa, la famiglia, la fame, la semplicità, la terra, la sporta cui ti attaccavi, quando eri bambino, il fuoco, il panettiere, quell’odore fragrante di forno, quelle ore dell’alba, la gente che l’addenta, il calore di un gesto di dono, la semplicità e la naturalezza di un nutrimento, il compagno quotidiano di ogni vita, l’elemento necessario di ogni tavola. 

E questo pane è prima di tutto Gesù, è Lui, è Gesù Cristo. Lui è il senso, la pienezza, l’intimità, la serenità, la gioia. Lui è la luce di ogni giorno, Lui il dono inestimabile e assolutamente necessario che chiediamo al Padre, ogni giorno, per ogni giorno. È una follia continuare a dire che non abbiamo bisogno di Gesù. Ho bisogno del suo amore, della sua luce, dell’intimità con Lui.

20 Febbraio
+Domenico

L’ esame da superare per la salvezza: ecco le domande decisive

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.
Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.
Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”.
E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Audio della riflessione.

Se ci fossero stati dubbi che il periodo della quaresima potesse sembrare una sorta di fiction in cui i cristiani possono giocare a mettersi la maschera del digiuno o della finta preghiera per dare l’idea che c’è ancora un po’ di attaccamento alle tradizioni (infatti le ceneri, il colore viola dei paramenti in chiesa, il digiuno, il mangiare di magro al venerdì e altre tradizioni ne potrebbero dare l’idea), il vangelo di Matteo che oggi si legge in tutte le chiese ce ne toglie ogni copertura. Alla fine del mondo, l’esame di licenza o di laurea per il paradiso sarà di tutt’altro tipo.  

Le domande risolutive saranno molto semplici. Che avete fatto al povero che petulante bussa alla vostra porta? all’handicappato che non può salire nessuna scala? al carcerato che aspetta che gli si venga data una pena certa e una possibilità di riabilitazione? all’immigrato che è venuto a chiederti alloggio o un lavoro? al demente che viene accollato solo sulle spalle dei suoi vecchi genitori? 

Abbiamo mandato assegni alla Caritas, abbiamo fatto petizioni in comune, abbiamo fatto manifestazioni in piazza, abbiamo dato quattro soldi per levarceli di torno, abbiamo fatto lavare i vetri ai semafori… 

Ero io in quel povero, in quel demente, in quell’immigrato, in quel carcerato…  Mi hai guardato negli occhi? mi hai degnato di un sentimento di amore o hai provato solo pietà e magari distacco? 

La quaresima è avere il coraggio di guardarsi in faccia e riconoscere in ciascuno il volto di Gesù. Fare la carità oggi, ma è sempre stato così, non è facile, occorre farsi carico della vita dell’altro, anche negando il denaro che non risolve nessun problema, offrendo la canna per imparare a pescare e non il pesce, aiutando a trovare lavoro perché ciascuno si costruisca il suo futuro, offrendo un microcredito che possa ridare fiato al momento sfavorevole. Molta povertà è solo frutto di inedia, di forze inoccupate e orientate all’ozio e quindi al vizio.  

Come fanno questi poveri a capire che Dio non li abbandona? Solo se troveranno persone che vedranno in loro il volto di suo figlio e lo metteranno al centro della loro vita. Avevo fame e mi avete dato da mangiare, facevo la fila alla Caritas, ma mi sono trovato accolto nel caldo di una famiglia. 

19 Febbraio
+Domenico

La vita cristiana è una vita beata e felice  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14-15)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».
E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Audio della riflessione.

Essere cristiani è sbilanciarsi dalla parte della severità della vita, della austerità dei comportamenti, della mortificazione delle espressività umane o è scegliere la gioia, la serenità, la letizia come stato normale di vita? Credere in Gesù che ci invita a prendere sulle spalle la nostra croce è vivere di lutti e digiuni oppure è essere capaci di fare festa, gioire anche con gli occhi velati di pianto, avere nel cuore una grande speranza che dà sollievo alle immancabili sofferenze dell’esistenza? È essere destinati alla mortificazione o è far esplodere la bellezza del vivere in una umanità aperta al futuro bello e beato di Dio?  

I discepoli di Giovanni, dopo le sfuriate e le invettive che si erano sentititi addosso nel deserto, alla sequela della sua austerità avevano cominciato a girare per la Palestina per richiamare a tutti la severità di una nuova impostazione di vita. Occorreva dare una svolta a una vita segnata dalla falsità e dalle abitudini mortificanti di una religione che rischiava di essere senza Dio. Gesù inizia da lì, ma il suo messaggio è di gioia e di felicità. Lui sa che cosa ha depositato Iddio nel cuore dell’uomo, lui conosce le potenzialità di una umanità riportata al disegno del Creatore e lancia i suoi discepoli sulla prospettiva di una vita nuova. Dirà sulla montagna per otto volte: beati, beati, felici. 

 Il segreto della fede cristiana sta nel sentirsi accolti da Dio come figli, nel sentirsi trattati come amici e fratelli di Gesù, nel toccare con mano il futuro di Dio. Quello che sarete non lo potete nemmeno immaginare; ora siete nella tristezza, ma verrà lo Spirito e vi darà la vera gioia. La vita cristiana è l’invito a una festa di nozze, per le quali lo stesso sposo anticipa la sua presenza nel mondo. Sono venuto perché abbiate vita in abbondanza, chi segue me non cammina nelle tenebre, voglio che la vostra gioia sia piena, oggi sarai con me in paradiso, io sono pane di vita che produce eternità, chi crede in me non avrà più fame…  

Si potrebbero moltiplicare tutte le frasi di Gesù, tutte le sue promesse e i suoi doni effettivi. Lui è il sole della vita, la gioia dell’esistenza. Soltanto quando lui non c’è abbiamo da soffrire, ma Lui non manca mai dall’orizzonte della nostra storia. Vivere da cristiani è avere questa certezza. Per questo i martiri attendevano con gioia la morte, passavano attraverso supplizi indicibili con il sorriso sulla bocca: andavano incontro allo sposo. 

Sappiamo tutti che nella vita la felicità non è messa in dubbio dalla fatica, ma dalla disperazione. Noi non siamo disperati perché Dio non ci abbandona mai. 

16 Febbraio
+Domenico

Il digiuno cristiano non è per la salute fisica, ma per la propria coscienza di figli di Dio e di fratelli  

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,1-6.16-18)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Audio della riflessione.

Disintossicarsi, mettersi a dieta, svelenire la vita, staccare la spina, fare un po’ di deserto, prendersi una pausa… sono tutte espressioni che dicono come nella vita di ogni uomo ci sia bisogno di un tempo che crea discontinuità con la routine quotidiana e che ci permette di guardare alla vita da un altro punto di vista.  

Siamo sempre noi in ogni momento capaci di dare senso al nostro vivere, non ci possiamo permettere apnee o stati comatosi, occorre però ogni tanto avere il coraggio di collocarsi da altri punti di vista perché nella vita interviene spesso l’abitudine ad abbassare la guardia, la comodità a dare forza all’inerzia, talvolta anche la passione ad annebbiarci la vista, la solitudine a incancrenire atteggiamenti che assolutizzano stati d’animo.  

La Quaresima è vista proprio come tempo di conversione, di cambiamento del cuore, di prova per riportare alla sua brillantezza il metallo prezioso che è la vita. Vieni nel silenzio e parlerò al tuo cuore… dice il libro di Osea (16). E Gesù parla di digiuno, di mettere il corpo in uno stato di attesa inevasa dell’istinto della fame, di controllo della sazietà per accorgersi di un’altra fame, di un’altra sete. È un esercizio che siamo invitati a fare su di noi non per ridurre la cellulite o il colesterolo che pure sarebbe cosa utile, ma per ridare allo Spirito il suo compito di guida della nostra vita.  

E questo va fatto nella gioia di una decisione non nella costrizione di una legge, nella certezza di aprire l’animo alla bontà, non nella infelicità di una privazione, nella prospettiva di fare verità nella propria coscienza non nella preoccupazione di dare una immagine severa di noi. Il digiuno è un atto di amore a Dio, non è un biglietto da visita per accreditarsi nel mondo dei pii. 

 Allora digiuno è privazione a vantaggio di altri, è condividere con i poveri quello che abbiamo perché ce ne priviamo per loro, è riportare la natura ad essere madre per tutti e non un possesso di qualcuno, è riportare il mondo alla sua destinazione per la felicità di tutti e non per la gioia di pochi. Soprattutto è mettere al centro Dio, lo Spirito, la preghiera, la contemplazione di Lui. E questa opera quaresimale la facciamo con gioia perché è un altro segno che scriviamo nella nostra vita col quale ci facciamo segno per tutti che Dio non ci abbandona mai.

14 Febbraio
+Domenico

Qual è la stella della nostra vita, della mia, della tua?

Riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 2,1-12)

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Audio della riflessione

Ieri sera prima di andare a dormire o questa notte abbiamo completato il presepio. Erano forse già collocati in vista questi tre personaggi stravaganti nei vestiti, nei regali, nel seguito, e oggi sono stati avvicinati alla capanna di Betlemme. Sono i famosi “Re Magi”; si conclude qui l’elenco degli invitati.

La tradizione vuole che fossero tre anche se nessuno nella bibbia l’ha mai detto; ma quello che ci interessa è che cosa e chi cercano e perché sono tanto considerati nella nostra tradizione. Sono l’immagine della ricerca anche pensosa di Dio, della vocazione dell’umanità, che noi ancora ci incaponiamo a chiamare destino, del punto di arrivo di ogni ricerca umana.

Cercare è non sentirsi soddisfatto di quello che si ha e osare di volere la luna

Cercare è farsi domande profonde:  chi sono? dove vado? perché esisto? che senso ha la mia vita?

Cercare è lasciare la certezza per sperimentare la sorpresa,

Cercare è rispondere all’impulso interiore della libertà.

Cercare è non lasciarsi fasciare da nessuna comodità

Cercare è rincorrere Dio che non si lascia mai prendere

Cercare è lasciare alla speranza di essere il motore della vita.

Cercare è tendere l’orecchio a chi ti può chiamare

Cercare è ascoltare una parola che ti provoca a camminare

Cercare è togliersi le cuffie per lasciarsi destabilizzare dalle relazioni vere

Cercare non è fuggire nel virtuale, ma forare la realtà per seguirne le tracce

Cercare è lasciarsi incontrare

Cercare è spesso solo tenere aperti gli occhi sulla vita, sulle persone, sugli altri.

Cercare è inseguire l’orizzonte che s’allarga all’infinito

Cercare è vivere da innamorati, innamorati di Gesù e del suo mondo di pace.

L’Oriente è sempre stato visto come la terra degli scienziati, dei saggi, dei cercatori di ragioni per vivere, di mondi eterei, dedicati al sapere, alla ricerca della felicità non da quattro soldi. Loro scrutavano il cielo, ne leggevano continuamente i messaggi, non erano dediti alle guerre, non dedicavano la loro vita a costruire armi, a fare battaglia, a seminare terrore. Hanno visto una stella curiosa, strana, ne hanno letto l’indicazione: nasce il messia. Linguaggio figurato fin che vogliamo, ma capace di dirci che ci sono da cercare continuamente ragioni di vita e di speranza.

Cercare ragioni di vita, vuol dire che non ne abbiamo abbastanza di quelle che ci presentano  i talk show o le stars del rock o gli eroi dello sport: vogliamo qualcosa di più. Non ti riempiono la vita nemmeno le belle e buone amicizie, il successo nel lavoro, una buona vita di famiglia. L’uomo è fatto per qualcosa di più grande; c’è un inquietudine sempre che affiora e che non si deve seppellire.

E una volta trovatolo, dice il vangelo, lo adorarono.

Adorare Dio oggi è impegnativo: vuol dire che riconosci al di fuori di te le ragioni del tuo essere, mentre sei circondato da gente e da insegnamenti che ti dicono che sei autosufficiente, salvo poi a darti alla droga o all’alcol o ai maghi per trovare ragioni per una vita decente.

Adorare Dio significa che hai pure un corpo bello, lo puoi continuamente perfezionare, curare con ore di esposizione a tutti gli specchi possibili e a tutte le creme più sofisticate, ma alla fine c’hai un’anima da mettere al centro, hai un cuore da servire, un amore da sprigionare e un Dio che ti insegna la vera arte di amare.

In questa ricerca si collocano coloro che si donano a Dio, si sono collocati coloro che si sono fatti preti o suore. Hanno seguito una stella, si sono domandati tante volte dove sta la felicità. Hanno lasciato casa, amici, superficialità, i progetti di tutti. Hanno investito in una direzione come i cercatori d’oro, hanno setacciato il fiume della vita per cercare le famose pepite. In questa ricerca come tutti i giovani erano guidati da un istinto infallibile: l’amore. A chi darò la mia vita? Chi mi merita? Chi potrà sentirsi felice con me? A chi potrò dedicare la mia vita perché ne nasca felicità per me e per tutti.

Sono le domande che ogni giovane si fa nella sua esperienza d’amore. Non si domanda solo qual è la ragazza più bella? Che figurone faccio se riesco a scarrozzarla e a farla vedere a tutti nei luoghi della movida? Una ragazza non si accontenta di sentire qualche fischio quando passa o qualche complimento, sempre più pesante e volgare in questo nostro mondo materiale, ma vuole sapere con chi può costruire felicità per se e per tutti.

La ricerca dei magi è arrivata a Dio e oggi ci dicono che lui, il Signore della vita e della storia è la loro felicità. Ed è una felicità vera, che non finisce mai. Oggi ci aiutano a togliere il vetro all’orologio e buttare via le lancette o resettano sul digitale il programma per far sparire i numeri e far comparire la parola “sempre”

 Vogliono dire anche a noi che è bello seguire Gesù, che essere poveri non è una condanna, ma una libertà, di fronte a tutte le ingessature dei soldi. Ci ricordano che la vita è bella se il centro è Gesù, che il nostro amore umano, l’amore di coppia, l’amore dei genitori, l’amore tra amici deve sempre avere come riferimento Gesù.

Ma torniamo al presepio.

Nei pressi, e in qualche presepio se ne fa vedere l’artiglio, sta appostato Erode, l’avvoltoio che cala sulle nostre ingenue aperture all’infinito. Ha molti volti: tutti i nostri quando non sanno apprezzare il bene che faticosamente altri, i nostri genitori, gli amici, i nonni hanno da donarci. Ha il volto dell’egoismo, il volto dell’indifferenza, della paranoia, della vergogna cui soccombiamo di fronte agli amici quando si tratta di essere cristiani convinti; ha il volto del vizio. Per mantenere la speranza intuita occorre passare sempre da un’altra strada per evitarlo. E tornarono da un’altra strada. Qualche strada bisogna cambiarla se vogliamo mantenerci puliti e belli dentro e fuori.

06 Gennaio – Epifania del Signore
+Domenico

Purtroppo, continua sempre la strage degli innocenti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2,13-18)

I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».
Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».
Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi.
Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa:
«Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele piange i suoi figli
e non vuole essere consolata,
perché non sono più».

Audio della riflessione

Innocenti sono i bambini che non fanno del male a nessuno, indifesi, bisognosi di tutto e di tutti. Ti si affidano ingenuamente, ti fanno sorrisi che conquistano anche i cuori più duri, ti parlano col pianto che devi interpretare, ti si attaccano al petto per poter vivere, ti succhiano col latte la vita, il tempo, il cuore. Ma sono deboli, mai come oggi devono sopportare gli attacchi degli adulti. Li ammazziamo ancora prima di nascere, perché sono scomodi, perché li abbiamo fatti venire al mondo senza pensarci, perché servono a pezzi, a cellule, a organi.  

A Betlemme nell’anno della nascita di Gesù, all’anagrafe sono andati tanti altri papà e mamme, la vita continuava a esplodere, il mondo di quella sperduta provincia romana si perpetuava nelle nuove generazioni, ma Erode non voleva farsi soppiantare. Il suo trono traballava e la colpa era di questo piccolo, innocente bambino, nato in una grotta, ma occorreva ucciderli tutti perché nessuno scampasse a insidiare il suo futuro.  

La storia oggi si ripete, nelle guerre tra etnie non solo di distruggono case e beni, ma anche vite innocenti, per estirpare un popolo. Come avviene delle nostre società occidentali; le chiamano interruzioni di gravidanza, ma sono la lenta inesorabile decadenza di un popolo. È la strage degli innocenti che si perpetua di nuovo. Gesù si è affidato nella sua potenza alla debolezza dell’amore di un uomo e di una donna. San Giuseppe entra in scena con grande dignità, coraggio e decisione. Chi ama la vita sa sempre leggerne i percorsi e le risorse. Fugge, prende una carretta del mare di sabbia che è il deserto e porta in salvo il figlio di Dio; già il suo popolo aveva fatto questa scelta per sopravvivere a carestie, guerre e fame.  

Durante la pandemia ci siamo pure permessi di dare indicazioni perché ogni donna si arrangi a farsi il suo aborto con due pastiglie, a casa sua, anche dopo due mesi dal concepimento, dopo tante battaglie per toglierlo dalle mammane che l’aborto lo facevano già in casa. 

Oggi il figlio di Dio è una icona delle storie di tutti i popoli che devono fuggire per vivere, di tutti i bambini indifesi e innocenti che non possono difendersi dagli adulti ingordi e dissennati. E’ l’immagine dei bambini di strada, dei bambini che non vengono fatti nascere, dei bambini che vengono usati come cavie, degli innocenti che vengono sfruttati commercialmente per saziare le voglie innominabili di tanti adulti, dei figli non amati e violentati in casa, dei bambini vittime della tratta dei migranti e del lasciarli morire in mare per difendere i nostri confini italiani ed europei, per non dire delle crescenti condanne che ci vengono dalle istituzioni internazionali, non dalle politiche di altri paesi Europa compresa per il non rispetto dei diritti dei minori. Occorre in ogni luogo un san Giuseppe che protegge, aiuta, porta con sé, difende, sostiene. Lo possiamo essere ciascuno di noi. Dio lo è per tutti, perché non ci abbandona mai. 

28 Dicembre
+Domenico

Vivere e morire da cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,16-23)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione

La figura di Santo Stefano oggi ci permette di ritrovare la forza della nostra fede e motivi profondi, veri, rinnovati per vivere da cristiani. C’è una differenza tra la vita e la morte di un cristiano e la vita e la morte di un non credente? Un vecchio testo dei primi secoli della chiesa dice: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio né per lingua o abiti. Essi non abitano in città proprie né parlano un linguaggio inusitato; la vita che conducono non ha nulla di strano… Abitano nelle città greche o barbare, come a ciascuno è toccato, e uniformandosi alle usanze locali per quanto concerne l’abbigliamento, il vitto e il resto della vita quotidiana, mostrano il carattere mirabile e straordinario, a detta di tutti, del loro sistema di vita… Abitano nella propria patria, ma come stranieri… Ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è terra straniera… Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi…”. 

Abbiamo allora un nostro sistema di vita. È quello che ha incarnato Santo Stefano. Era in atto durante la sua breve vita un grande cambiamento nella sua società. Si stava facendo chiaro nella coscienza di tutti che bisognava cambiare modo di credere in Dio e modo di viverne la legge. Non era più il tempio dove si sacrificavano animali il centro della fede, ma la dolcissima figura di Gesù, il suo modo di vivere, i suoi insegnamenti. E Stefano si decide per questa scelta e fa di tutto per trascinarvi la gente, gli amici, il popolo. Vi si mette al servizio. Un servizio per la vita quotidiana, ma soprattutto un servizio per la vita piena, eterna, fatta di fede in Gesù di Nazareth. 

È una scelta che destabilizza le sicurezze a buon mercato del: “abbiamo sempre fatto così”; mette in campo sentimenti di bontà che sembrano codardia: se uno ti percuote su una guancia, porgi l’altra. È troppo facile perdonarsi tra amici che fanno uno sgarbo, occorre perdonare i nemici… Insomma, un nuovo stile di vita. Il vostro tesoro è nei cieli. Chi ama la propria vita la perde. Chi vuol venire dietro a me prenda ogni giorno la sua croce e mi segua… 

E Stefano si pone in questa nuova mentalità. L’averlo scelto come primo santo dopo il Natale significa che la Chiesa, i fedeli i nostri avi, hanno visto in questo santo una indicazione di vita, una freccia che indica come costruire i nostri stili di vita. Noi vogliamo essere gente decisa per la fede come lo è stato S. Stefano, gente che è capace di pagare con la vita ciò in cui crede, gente che sa perdonare le offese, gente che crede fermamente nella vita futura, nella risurrezione, gente che vede i cieli aperti, e che ha coraggio di professare la sua fede. 

Noi siamo convinti che c’è una vita futura, che Dio ci attende nel suo amore, che la nostra vita non va verso il niente, ma verso la pienezza, la morte non è l’ultima parola sui nostri affetti e sui nostri sogni, sui nostri dolori e sulle nostre fatiche; siamo convinti che c’è un cielo, un paradiso, un giudizio sulla nostra vita. Non siamo buttati a caso in questo mondo, ma siamo oggetti di un grande amore. 

Questo noi ci vogliamo dire anche oggi e questo vogliamo ottenere pregando da Santo Stefano. Certo i tempi sono difficili. I nostri figli non ci seguono più, il mondo è imbarbarito, chi vive da cristiano è disprezzato, i nostri ragazzi hanno vergogna ad andare in chiesa… Che adulti hanno alle spalle? Siamo gente che dice, ma che non crede o gente che sa pregare e affidarsi all’amore di Dio? Crediamo di essere autosufficienti nella vita o abbiamo fiducia di stare a cuore a un Dio che ci accoglie sempre nelle sue braccia? Sappiamo mettere davanti a tutto la coscienza retta o i risultati a qualsiasi costo? 

Questi nostri figli vedono dei genitori che credono o adulti stanchi che fanno della religione una vecchia abitudine? Ai genitori costa essere cristiani sempre e dovunque o comanda la legge del mercato, prendo quello che mi serve? 

La festa di Santo Stefano deve assolutamente richiamarci le nostre radici, deve aiutarci ad andare in profondità nella nostra coscienza per rigenerare la nostra fede. Certo per fare questo occorre tornare a Dio, occorre tornare a scuola della sua parola, occorre prendere in mano il vangelo e farlo diventare scuola di vita, occorre che ogni laico, ogni papà e mamma non aspetti solo dal prete qualche raro invito ad andare in chiesa.  

È finita la religione che consiste solo nell’andare in chiesa, quando suona la campana. Ogni cristiano è chiamato a vivere nel mondo la sua fede e deve aiutarsi con gli altri cristiani a vivere e approfondire le ragioni del suo credere.  

Non siamo in tempo di persecuzioni come paventa il vangelo per i primi cristiani e come lo è poi stato, ma siamo in una persecuzione più strisciante, fatta coi guanti bianchi, ma che ottiene lo stesso effetto, ci toglie dal cuore la fede.  

Santo Stefano ci dia la forza di un colpo di reni, di una impennata di grinta per noi e per le generazioni future. 

26 Dicembre
+Domenico

Giuseppe, l’uomo dei sogni

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
«Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele»,
che significa «Dio con noi».
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Audio della riflessione

C’è un misterioso mondo nella vita dell’uomo che è quello dei sogni. Spesso sono strampalati, strani, senza filo logico; ti lasciano sorpreso per le realtà differenti che vi si condensano, ti rievocano fatti impossibili… altre volte invece diventano segnali per la vita, previsioni sconcertanti di episodi, simboli, avvertimenti, rievocazione di persone care… È un mondo misterioso di libertà, senza spazio, senza tempo, senza responsabilità. Sono sogni anche quelli che facciamo ad occhi aperti: la visione di un mondo più bello, più giusto, il desiderio di una vita più felice, di un futuro difficile, ma possibile.  

Nella Bibbia si narra che spesso Dio parla all’uomo nel sogno: usa questa esperienza per collocare il dialogo profondo con Dio. Forse Dio parla all’uomo nel sogno proprio perché lo trova nel massimo della disponibilità, dove è tutto ascolto e tutta creta nelle sue mani. Sogna Abramo, sogna Giacobbe, sognano i grandi, sogna Giuseppe, l’ultimo figlio di Giacobbe, tanto che i suoi fratelli lo tirano in giro, sogna Giuseppe lo sposo di Maria.  

È turbato; gli stanno crollando tutti i suoi progetti a lungo meditati e preparati, ha immaginato il suo futuro con Maria, vuole costruirsi una famiglia, una casa, vuole affrontare la vita nella dolce compagnia di una donna, nella dimensione d’amore che lo porta a scrivere l’amore di Dio nei suoi gesti quotidiani, nei suoi sentimenti, nelle sue aspirazioni. Ha capito che la sua vita può essere felice solo se la fa diventare un dono senza condizioni a Maria. Ma non sa che Maria è sempre stata pensata da Dio, come Madre del Salvatore, che è l’Immacolata, che in lei è scritto un disegno grandioso, unico. Non sa ancora che il Signore onnipotente ha chiesto anche a lei sconvolgendole i piani, un dono assoluto; non sa che Maria proprio a lui, a Giuseppe, alle loro promesse vicendevoli, pensava quando l’angelo le annunciò il grande dono di diventare la madre di Gesù. Lei aveva detto il suo sì.  

Giuseppe è destabilizzato nelle sue sicurezze, ma si fida ciecamente di Maria e si ritrae, si affida alle mani di Dio, sa che Dio è l’amore stesso che gli canta nel cuore e che la sua grandezza abita nelle impossibilità dell’uomo. E a Dio si affida, accoglie Maria e il Figlio Gesù, ne sarà ogni giorno il custode, il padre, la sicurezza, la forza per crescerlo in età, sapienza e grazia. 

Giuseppe sa che Dio non abbandona mai nessuno. 

18 Dicembre
+Domenico

Il dolore è sempre e solo un passaggio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,10-13)

Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?».
Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Audio della riflessione

Ci possiamo ribellare fin che vogliamo, possiamo stare giorni interi a discutere, possiamo mettere in atto tutte le nostre intelligenze e difese, ma con il dolore tutti nella vita dobbiamo fare i conti. È scritto nel nostro DNA. Si chiama fatica, si chiama malattia, si chiama offesa subita, ingiustizia, sopruso, si chiama pena o disagio interiore… può essere causato da noi o subìto da altri: sta di fatto che non lo si può ignorare.  

Anche nella vita di Gesù, nel suo desiderio solo di far del bene a tutti, di spendersi con generosità per la felicità di ogni uomo, di ogni malato o disperato, deve mettere in conto la sofferenza: il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro.  

Il gruppetto dei discepoli molto presto si accorge che chi sta con lui non avrà vita facile, che chi lo segue si troverà prima o poi a dover affrontare solitudine e disprezzo, ingiuste accuse e patimenti. Non siamo facilmente irenici: tutto sorrisi e emozioni positive. Avvento non significa che stiamo aspettando la soluzione di tutti i problemi, che stiamo dimenticando le nostre pene quotidiane, ma solo che abbiamo una sicura compagnia nel viverle, una forza invincibile nell’affrontarle.  

Avvento significa essere avvertiti del futuro che ci aspetta e aiutati a trapassare con dignità la vita e i dolori nella compagnia dolcissima di Gesù, il figlio di Dio. È certezza che Dio nel suo misterioso disegno non ci lancia una corda o un galleggiante di salvataggio, dall’alto della sua posizione di superiorità e imperturbabilità, ma si immedesima nella nostra vita, ci sta fianco a fianco a costruire un futuro di salvezza e di senso. 

Con Gesù dentro nei meandri della nostra vita possiamo sentire sempre la paternità di Dio, la fratellanza con lui, e possiamo intravedere il vero futuro di beatitudine di questa umanità. Le guerre, le sofferenze, i mali del mondo sono ridotti a brevi periodi se li collochiamo nella storia dell’umanità, a spazi di purificazione, a rinascita di una umanità nuova, cui noi possiamo dare il nostro contributo. È difficile immaginare questo oggi con la tragedia di guerre crudeli, assurde, come tutte, ma ancor più brutali. Ciò ci fa capire come senza Dio possiamo ricadere sempre nella barbarie. Con Gesù la sofferenza non sarà più una condanna, ma una solidarietà e un abbraccio per la vita nuova, perché può contare sempre sulla immedesimazione di Dio nella nostra vita. 

È proprio così che Dio non ci abbandona mai. 

16 Dicembre
+Domenico