Aspetto un bambino!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-45)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Audio della riflessione

C’è una notizia che sempre mette in moto la vita: la comunicazione che fa una donna di essere in attesa di un bambino. Talvolta è angoscia, perché non lo si vuole; spesso è dramma perché non si è preparati; talora è disperazione perché si è stati abbandonati; molte volte è gioia perché si compie una attesa, si realizza un sogno d’amore, si completa una vita di famiglia, si avvera la gioia del dono.

Trepidazione, smarrimento, sorpresa, stupore: è il grande mistero della vita, cui spesso siamo abituati come se fosse un caso o una routine, invece la vita è sempre una grande novità, è sempre la visita di Dio, è la sua presenza nel mistero e nel tessuto delle nostre relazioni.

Nascono purtroppo non poche volte desideri morte, si mettono in moto tragiche opzioni senza ritorno, ma spesso la vita trionfa, l’umanità si rinnova e continua la sua strada di accoglienza, di dono, di solidarietà, di condivisione.

Due donne ci aiutano a ripensare alla bellezza della vita, alla sua capacità di sconvolgere in meglio la storia: sono Elisabetta e Maria. Maria ha avuto la notizia della vita che si sta costruendo in Elisabetta dall’angelo “anche Elisabetta tua parente…è già al sesto mese”: è una notizia che la conferma nella grandezza di Dio, sa di una nuova nascita e gioisce; si mette immediatamente in moto, va in fretta, verso la montagna, lascia la sua casa, non mossa da ansia o incertezza, ma da gioia e premura.

Per quelle strade di montagna non si sposta solo una ragazza nella sua voglia di vivere, di correre, di essere là dove c’è bisogno di lei, ma si sposta lo stesso Gesù: Maria è già in attesa del figlio di Dio e questo figlio partecipa già dei progetti di sollecitudine e amore della madre.

E’ come l’antica arca che gli ebrei portavano sempre con sé, un’arca che conteneva i segni della presenza di Dio: oggi questa arca è una vita, un corpo, una persona, una creatura, la creatura senza macchia, senza peccato, nello splendore della creazione che Dio desiderava per tutti gli uomini piena di grazia e abitata da Dio.

Sarà Elisabetta a percepirne la presenza attraverso quel balzo che nel seno Giovanni esprimerà: sono due mamme che si incontrano, ma sono due storie che si intrecciano, sono l’incontro tra la promessa, l’attesa, la supplica e il compimento, il dono, la salvezza.

Benedetta tu fra le donne: lo ripetiamo ancora oggi questo canto di gioia ogni volta che recitiamo l’Ave Maria, diciamo sempre che Maria è benedetta perché dandoci Gesù ci ha dimostrato che Dio non ci abbandona mai …

… e assieme in casa possiamo dire una Ave Maria davanti al nostro presepio, anche se siamo soli, ma mai dimenticati da Dio, anche nella vecchiaia e nell’infermità.

21 Dicembre 2020
+Domenico

Maria, Madre del tuo figlio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,28-29) dal Vangelo del giorno (Lc 1,26-38)

Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.

Audio della riflessione

Ci sono alcuni fatti che tutte le volte che te li immagini, li pensi, li cerchi di rivivere … ti danno una serenità e una pace interiore assoluta: uno di questi per me è l’Annunciazione, un fatto che segna indelebilmente la storia, una storia d’amore che decide le sorti dell’umanità, fa esplodere l’amore di Dio nel mondo, condanna alla sparizione d’un colpo tutto il male che vi si è annidato.

Maria, una ragazza, semplice, pulita, bella, appassionata, decisa si incontra con Dio: da una parte una creatura fragile e indifesa, di fronte il Creatore onnipotente e grande: si cancellano le distanze e inizia un nuovo mondo, il mondo e la vita di Gesù.

Tanti pittori, scultori, artisti hanno tentato di fermare questo momento, di segnarlo della nostra partecipazione, di inscriverlo nei nostri panorami, nelle nostre case, nei palazzi, in vortici di luce, in delicatissime sfumature di colori, in intensi scambi di cenni e di sguardi.

Vuoi essere la madre di Gesù? Vuoi nella tua vita scrivere la potenza del creatore? Vuoi dare a Dio la carne con cui dimostrerà a tutti la sua tenerezza, il volto con cui potrà farsi vedere a tutti pieno di amore? Vuoi offrire al Creatore tutta la storia dell’umanità che ti ha preceduto, far passare in Lui l’anelito pur fragile alla bontà, perché lui lo esalti e lo trasformi in lode e pienezza di vita?

E Maria mette in evidenza tutta la sua consapevolezza di creatura: vuole dire subito di sì, ma lo vuol fare con il massimo di coscienza e disponibilità possibile … “E io chi sono? Potranno i miei fragili pensieri sostenere l’ampiezza di questo orizzonte, potrà la mia carica d’amore per i miei simili reggere all’intensità dell’amore di Dio? Perché tu Signore non mi vuoi soffocata, ma libera; non cancelli la mia natura di creatura, ma la vuoi aprire alle tue grandezze. Io ci sto, sono nelle tue mani come una serva, la Tua Parola è sempre la mia vita come lo è stata per il mondo che hai creato, per i profeti che ci hanno preceduto, come lo sarà per Colui che vorrai far nascere da me.”

E Maria iniziava quel giorno a sognare il Figlio Gesù: ne vedeva già “in filigrana” il volto martoriato, si preparava a condividere l’avventura del Dio che non abbandona mai l’uomo.

E noi ci avviciniamo sempre più al giorno di Natale e lo vorremmo vivere come sempre sommersi di luci e di regali: quest’anno siamo chiamati a viverlo nella sua essenzialità che forse abbiamo pure dimenticato.

Facciamoci tutti un pezzo di presepio, un “metroquadro” di casa, in cui inginocchiarci, anche solo davanti a un disegno con Gesù, Maria e Giuseppe.

Siamo disposti, noi … a fare l’asino e il bue?        

20 Dicembre 2012
+Domenico
 

Non si è mai troppo vecchi per sperare

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,5-7) dal Vangelo del giorno ( Lc 1, 5-25)

Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccarìa, della classe di Abìa, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.

Audio della riflessione

Il nostro mondo è sempre tentato di cedere al cosiddetto “destino”, cioè a una visione del vivere che ritiene essere la fatalità che decide il corso della storia.

Il caso poi è legato all’impossibilità di vedere qualche bella novità che cambia il corso degli eventi: abbiamo una visione “piccola” della storia e in questa si insinua sempre un abbassamento dell’orizzonte alle nostre “piccole” vedute, segnati dalle esperienze negative, impossibilitati a colpi d’ala che pure abbiamo talvolta sognato e che alla fine sono diventati un miraggio.

Era una vita così quella di Zaccaria, quel vecchio prete del tempio, ormai carico di anni, che faceva dell’abitudine quotidiana del servizio del tempio l’unico suo orizzonte, l’unica sua sicurezza: “almeno questa settimana andrò a Gerusalemme e lì farò quel che la mia vita mi ha sempre permesso di fare. Darò lode all’Altissimo, gli brucerò l’incenso delle mie preghiere e quelle del mio popolo, ma sono stanco di aspettare, non c’è niente di nuovo né per me, né per il mio popolo. Non mi aspetto ormai che la morte su questa mia famiglia rimasta senza futuro, senza vita, senza il dono di un figlio.”

Ma proprio in questo estremo sconforto Dio interviene e squarcia l’orizzonte: “Zaccaria non solo avrai un figlio, nella tua vecchiaia, non solo la tua vita avrà un futuro, ma questo figlio sarà l’inizio di un futuro nuovo per tutto il popolo, per tutta l’umanità. Smettila di lamentarti, buttati nella grandezza del tuo Dio, non credere di essere abbandonato perché Dio è proprio da te che comincia a ridare speranza a tutti.”

Ma Zaccaria non è allenato alla speranza, è allenato al lamento, si tiene in piedi per il ruolo e non riesce a trapassare il presente, a togliere il velo dell’abitudine, e si attarda a tentare di capacitarsi di quel che gli sta avvenendo: discute, tergiversa, gli viene un sorriso amaro sulla bocca … “ma che pensieri stanno abitando la mia vecchiaia? Sono degne del Santo dei Santi queste fantasie? Mia moglie, che mi è sempre stata accanto, con cui tante volte abbiamo sospirato e che poi alla fine  si è data pace, è ormai vecchia e rinsecchita come me, può offrirsi a Dio per questa nuova storia?”

Non può che restare muto, gli viene meno la parola, alla gente che lo aspetta fuori comunica a gesti, perché non ha saputo ascoltare e accettare l’unica Parola che salva, che ci dà la certezza che Dio non ci abbandona proprio mai.

19 Dicembre 2020
+Domenico

Giuseppe, l’uomo dei sogni

Una riflessione dal Vangelo secondo Matteo (Mt 1, 18-24)


Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Audio della riflessione

C’è un misterioso mondo nella vita dell’uomo che è quello dei sogni: spesso sono strampalati, strani, senza filo logico; ti lasciano sorpreso per le realtà differenti che vi si condensano, ti rievocano fatti impossibili … altre volte invece diventano “segnali per la vita”, previsioni sconcertanti di episodi, simboli, avvertimenti, rievocazione di persone care… è un mondo misterioso di libertà, senza spazio, senza tempo, senza responsabilità.

Sono sogni anche quelli che facciamo ad occhi aperti: la visione di un mondo più bello, più giusto, il desiderio di una vita più felice, di un futuro difficile, ma possibile, senza Covid-19.

Nella Bibbia si narra che spesso Dio parla all’uomo nel sogno: usa questa esperienza per collocare il dialogo profondo con Dio. Forse Dio parla all’uomo nel sogno proprio perché lo trova nel massimo della disponibilità, dove è tutto ascolto e tutta creta nelle sue mani.

Sogna Abramo, sogna Giacobbe, sognano i grandi, sogna Giuseppe, l’ultimo figlio di Giacobbe, tanto che i suoi fratelli lo tirano in giro, sogna Giuseppe lo sposo di Maria: E’ turbato, gli stanno crollando tutti i suoi progetti a lungo meditati e preparati, ha immaginato il suo futuro con Maria, vuole costruirsi una famiglia, una casa, vuole affrontare la vita nella dolce compagnia di una donna, nella dimensione d’amore che lo porta a scrivere l’amore di Dio nei suoi gesti quotidiani, nei suoi sentimenti, nelle sue aspirazioni. Ha capito che la sua vita può essere felice solo se la fa diventare un dono senza condizioni a Maria.

Ma non sa che Maria è sempre stata pensata da Dio, come Madre del Salvatore, che è l’Immacolata, che in lei è scritto un disegno grandioso, unico. Non sa ancora che il Signore onnipotente ha chiesto anche a lei, sconvolgendole i piani, un dono assoluto; non sa che Maria proprio a lui, a Giuseppe, alle loro promesse vicendevoli, pensava quando l’angelo le annunciò il grande dono di diventare la madre di Gesù.

Lei aveva detto il suo sì.

Giuseppe è destabilizzato nelle sue sicurezze, ma si fida ciecamente di Maria e si ritrae, si affida alle mani di Dio, sa che Dio è l’amore stesso che gli canta nel cuore e che la sua grandezza abita nelle impossibilità dell’uomo … e a Dio si affida, accoglie Maria e il Figlio Gesù, ne sarà ogni giorno il custode, il padre, la sicurezza, la forza per crescerlo in età, sapienza e grazia.

Giuseppe sa che Dio non abbandona mai nessuno, e noi con lui chiediamo a Dio di poter sperimentare la sua grande bontà dentro questa pandemia che ci tormenta e ci obbliga a vivere un Natale essenziale, più vero forse, anche se non possiamo esprimerlo assieme caricandolo delle nostre manifestazioni di affetto con tutti.

18 Dicembre 2020
+Domenico
+Domenico

Bella la genealogia di Gesù!

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1,16-17) dal angelo del giorno (Mt 1, 1-17)

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo.
In tal modo, tutte le generazioni da Abramo a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.

Audio della riflessione

Ogni uomo che nasce a questo mondo è una sicura originalità: sappiamo tutti che con le impronte digitali riescono a distinguere qualsiasi persona da un’altra.

I genitori vedono crescersi i figli e sono sorpresi dei loro comportamenti originali: all’inizio stanno a vedere a chi assomiglia, rintracciano in loro i tratti dei parenti, dei nonni, degli zii, poi si devono adattare a vedere e giustamente che non sono la somma di nessuno, ma una “originalità assoluta”, un nuovo carattere, una nuova sensibilità, un nuovo modo di pensare e di reagire, di trovare ragioni di vita e di organizzare l’esistenza.

Ciascuno però è il punto di arrivo delle generazioni precedenti, si porta dentro dei segni di chi lo ha preceduto: il sorriso della nonna, o la tenacia dello zio, la dolcezza della mamma, lo scatto di impazienza del nonno, l’andatura del fratello, la litigiosità o l’imprenditorialità di qualcun altro…

E’ stato così anche di Gesù: nel prendere carne, nell’assumere un corpo, si è messo in maniera del tutto originale come ogni uomo, ma anche in totale incarnazione, nella fila delle generazioni che lo hanno preceduto, ed è interessantissimo che il Vangelo di Matteo, metta in fila le generazioni che hanno preceduto Gesù, in termini non soprattutto cronologici, ma genealogici; ed è sorprendente vedere come in questa fila ci stanno grandi personaggi, oscuri avi, gente giusta e prode, peccatori e delinquenti, uomini e donne di fede e persone violente, cultori della pace e disonesti mercanti di guerre.

Nel sangue di Gesù scorre tutta l’umanità che lo ha preceduto e che lo seguirà: ci stiamo tutti noi, Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato! La sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto e di chi lo seguirà.

Questo Figlio di Dio prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche e ci viene a dare coraggio, a dire che l’umanità è sempre in cammino verso il bene e lui ci sta dentro, se la prende tutta su di sé, ci carica tutti sulle sue spalle e ci porta nelle braccia del Padre.

Non siamo né abbandonati, né disperati, ma accompagnati e tenuti per mano, inscritti nella carne del Figlio di Dio e di Maria, speranza certa per tutti gli uomini anche per i più abbandonati: è una umanità di fratelli e sorelle, una fratellanza che permette ai diversi di essere uguali e agli uguali di mantenersi diversi; è una umanità che si trova a vivere le stesse battaglie, a combattere oggi assieme gli per gli altri una pandemia che non fa differenze con nessuno.

In questa fila c’è un salto di qualità, si inscrive Maria, l’immacolata, la stella del mattino, la tutta pura, colei  in cui  si realizzano le promesse della nostra salvezza: in Lei si rispecchia la bellezza primigenia con cui Dio aveva concepito l’umanità e prende carne Gesù, il nostro Salvatore, che supplichiamo di risparmiarci da questa pandemia con la tenerezza di tua mamma Maria.

17 Dicembre 2020
+Domenico

Giovanni, l’attesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 7,19-20) dal Vangelo del giorno (Lc 7,19-23)

In quel tempo, Giovanni chiamati due dei suoi discepoli li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

Audio della riflessione

La storia, che spesso sembra solo la sequenza di giorni tutti uguali, ha dei momenti cruciali che la dividono in due, “prima” e “dopo”: è l’inizio di una guerra, è la data di un avvenimento che ha portato gravi conseguenza alla vita civile, è una data della nostra storia personale, come quella del matrimonio o dell’inizio di un impiego o dell’incontro con una persona.

In seguito si dirà prima di quel giorno, dopo quel fatto, dopo il matrimonio … è così anche nella storia della nostra salvezza: la venuta di Gesù è un grande spartiacque della storia del mondo, è il vero fatto decisivo che ha cambiato il mondo, è il punto di arrivo di una lunga attesa e il punto di partenza di una  nuova era.

E Giovanni il Battista si trova allo “spartiacque”: lui annuncia Gesù, che sta per inaugurare il nuovo mondo e proprio per questo avverte di portare il peso del vecchio; lo porta con dignità, con la consapevolezza che deve cedere al nuovo che arriva, con la coscienza che si deve spendere per qualcosa e per qualcuno che annullerà la sua esistenza, la farà ritenere sorpassata, conclusa, “vecchia” appunto.

Il primo testamento è proteso e comprensibile solo nel nuovo, nel secondo: questo compito lo porta con grande dignità, dedizione, passione; vuole che Dio alla sua venuta trovi il mondo preparato, vuole che il suo mondo destinato a tramontare si trasformi nel nuovo, metta in atto tutta l’invocazione di cui è capace, viva di attesa e in questa attesa si trasformi.

Con la presenza di Gesù si avvera un fatto del tutto nuovo, che non è in continuità col vecchio: il più piccolo del Regno inaugurato da Gesù è fatto figlio di Dio, partecipe della sua natura, è salvato, è liberato dalla catena del male, ha ricevuto lo Spirito che gli fa gridare a Dio “papà”.

Il passaggio al nuovo non sarà indolore: anche il Battista subirà violenza, come Gesù, come tutti gli apostoli.

Una caratteristica del figlio di Dio, dell’uomo nuovo, è che porterà su di sé la violenza del mondo senza restituirla, la sradicherà portandola su di sé, caricandosela sulle spalle come una croce.

Giovanni è da seguire perché ci indica la via e ci porta a Gesù, non ci lascia in pace finchè non gli abbiamo fatto posto: Lui è la figura dell’attesa, Lui che colma ogni nostro pur grande desiderio, e dentro questo avvento, che quasi si protrae sulla novena di natale che cominceremo domani, abbiamo sempre da combattere con questa pandemia, abbiamo sempre da vivere in tensione anche di aiuto per tutti gli altri.

Ciascuno di noi è importante per gli altri!

16 Dicembre 2020
+Domenico

Per il quale Dio non ci abbandona mai.

Nessuno mai saprà amare solo per dovere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21,31-32) dal Vangelo del giorno (Mt 21, 28-32)

E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Audio della riflessione

Non è facile riconoscere i nostri sbagli ed essere sinceri con gli altri e spesso purtroppo anche con se stessi: siamo facili costruttori di maschere, che facciamo fatica a toglierci e spesso la maschera la teniamo anche per noi stessi, ci convinciamo un po’ alla volta di essere giusti, di essere bravi, di poter guardare Dio dritto negli occhi … queste maschere che portiamo non ci permettono allora di convertirci! Non sono le mascherine contro la pandemia, ma quelle che si sono incarnite di più nella nostra vita; non ci sono esperienze, consigli, prediche che ti facciano cambiare idea, quando non hai il coraggio di guardare dentro di te.

Il Vangelo ci pone davanti a un confronto paradossale,  scandaloso: alla fine ci dice che le persone palesemente ingiuste, peccatrici sono da preferire a quelle ritenute giuste. Noi che siamo giusti e buoni, ovviamente “benpensanti” perché siamo tutto sommato anche benestanti, davanti a Dio siamo molto più indietro dei furfanti e delle prostitute.

Gesù usa ancora la storia di due figli: chi dice si e non fa e chi dice no e fa; sono in realtà una sola persona, siamo noi stessi che ascoltiamo.

Io sono quello che dice di sì a parole e non con i fatti, quello che dice no perché non vuole fare la volontà di Dio e poi riesce a cambiare perché si pente.

Il padre è sempre al centro: è il nostro amatissimo Dio creatore, il padre buono, abitato solo da amore infinito, che, oggi, chiama ad operare nella vigna. E’ l’oggi di tutti noi che siamo chiamati a deciderci per questa vigna, dove lavorare significa amare Dio e servirlo nei fratelli. E’ un oggi di un mondo che tende ad allontanarsi da Dio e a credersi autosufficiente, un oggi fatto di paure del futuro, di depressioni, di confusione, ma anche di desideri di cambiamento, di ricominciare da capo una nuova vita.

Siamo tentati di dire no, ma nessuno di noi deve dire un si forzato, nessuno guarda il padre come un padrone al quale non può dire di no. Nessuno si deve sentire in obbligo di compiacere a Dio, non è un dovere: nessuno mai saprà amare solo per dovere.

Il paragone con le prostitute è duro, ma non è difficile riconoscere che spesso il nostro amore a Dio è “commerciale”: veniamo in chiesa, ci affidiamo a Dio solo se ne possiamo ottenere favori, miracoli, benefici e non ci accorgiamo che stiamo continuamente rifiutando di lavorare per il bene. Scambiamo delle volte i sacramenti per affari, li facciamo diventare solo facciata e non decisione di conversione, li celebriamo spesso per farci vedere e non per guardarci dentro e scoprire il grande amore di Dio. Spendiamo una barca di soldi per il matrimonio e mascheriamo già il tradimento o lo scioglimento.

La conversione, il capire che dobbiamo ritornare a Dio è la strada da compiere ed è la nostra speranza, ed è per questo che Dio non ci abbandona mai.

15 Dicembre 2020
+Domenico

Ed è per questo che Dio non ci abbandona mai.

Sobrietà per essere liberi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 24-27) dal Vangelo del giorno (Mt 21, 24-27)

Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?».
Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta».
Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Audio della riflessione

Non è sempre facile riportare la vita all’essenziale: nasciamo nudi senza difesa, torniamo alla terra senza poterci attaccare a niente, ma riempiamo bene la nostra esistenza di tutto e di più durante il nostro percorso che ci auguriamo il più lungo possibile.

La pandemia sembra che ci voglia caricare di tante preoccupazioni oltre che quella della salute: c’è un meccanismo perverso che ci stritola, occorre consumare di più per aiutare la produzione a decollare, produrre di più è lavoro, lavoro è sicurezza e possibilità di comperare e il cerchio sembrerebbe chiuso se non ne scadesse la nostra qualità della vita che ingrassa troppo in tutti i sensi e si appesantisse in maniera insopportabile, e se non dessimo un altro colpo mortale al creato che non sopporta di essere continuamente depredato senza scampo.

Nel cuore di questo periodo forse ancora di luci e di consumo, ma di grande speranza, attesa e tensione positiva si inscrive, forse per qualcuno fastidioso, ma sicuramente controcorrente, la figura di Giovanni il Battista: per noi il Battista è nome ben definito, autentico, non indicativo di ruolo o missione o per lo meno, lavoro e compito.

Invece significava soltanto e unicamente un’azione controcorrente: battezzatore.

Me l’immagino presentarsi così: “gente, non siete stufi di tutti gli orpelli con cui vi state ingessando la vita? Non vi pare che a furia di fondo tinta, di casual, che sembrano il massimo della semplicità e invece c’è gente impiegata a fare gli strappi e i buchi in punti strategici, di piercing e di brillantini che fanno della vostra testa un “busto da museo”, non riusciate più ad essere voi stessi? Non vi sembra di lavorare più per spuntare al meglio fuori dalla mascherina che per voi stessi? Non riuscite più a far pace con voi stessi e vi riempite di cose. Venite un po’ nel deserto dove abito io, vestito di peli di cammello, un po’ troppo rozzo forse, ma vivo perché mi devo continuamente grattare: toglietevi tutto e buttatevi in quest’acqua rigeneratrice, come quel liquido amniotico del ventre di nostra madre. Verrà dopo di me chi vi riempirà la vita: Ridate allo Spirito il suo posto, che tentate sempre di nascondere e cancellare.”

Dio si attende nella sobrietà e nella essenzialità, anche durante la pandemia: non sarà solo l’attesa del Natale, ma l’attesa di tutta la vita, di ogni vita.

Un posto al bambino Gesù lo stiamo preparando nei nostri pensieri, nelle nostre paure, nei nostri aneliti di pace e serenità, nelle nostre stesse sofferenze? Abbiamo una certezza: per Gesù il presepio non è una melodia o un sogno, o una sacra rappresentazione o una serie di sentimenti infantili, ma è la decisione di stare nella nostra umanità e Lui non ci abbandona mai.

14 Dicembre 2020
+Domenico

I cristiani: strada per Gesù Cristo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,23) dal Vangelo del giorno (Gv 1,6-8.19-28)

«Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».

Audio della riflessione

Dietro ogni successo o grande personaggio c’è sempre qualcuno molto determinato o determinante che costruisce con la sua vita il vero successo del personaggio: lui non compare mai, lavora nel silenzio, sa stare al suo posto, dedica la sua vita, la vive con gioia, sa che cosa gli tocca fare e  come e dove stare perché tutto riesca bene: è quello che fanno spesso i genitori per i figli, dietro ogni giovane atleta o artista c’è spesso un papà o una mamma nell’ombra che col loro lavoro, il loro amore hanno dato tutto ciò che era indispensabile per la riuscita del figlio; non appariranno mai sui giornali o se vi appariranno, sarà sempre incalcolabile la dedizione e il sacrificio di cui sono stati capaci.

È così la figura di Giovanni Battista, chiamato appunto il “precursore”, colui che prepara e che scompare, colui che sa stare al suo posto, colui che vede in Gesù il punto più alto della vita e della storia e vi si mette al servizio.

“Giovanni è stato un grande” – dice Gesù alla gente, – in lui si è condensata ed è arrivata al vertice l’attesa dei secoli, ha intuito il nuovo che stava per sorgere, gli ha dedicato la vita. È stato per tutti una freccia puntata: non ha permesso a nessuno di attardarsi a guardare a sè, ma ha continuamente fatto alzare lo sguardo alla salvezza piena.

“Tra i nati di donna nessuno è grande come lui”, è più grande anche di Mosè: Lui è l’ultimo gradino della scala dell’attesa; si stacca dal passato perché prelude al futuro, ma si stacca anche dal futuro, perché questo è di una novità tale che il più piccolo del regno è più grande di lui. Attraverso Gesù si passa dalla realtà umana ad essere figli di Dio … e quando arriva Gesù, si dichiara non più all’altezza neanche di allacciargli i sandali.

Ha fatto tutta una vita da mediano, ha continuato a passare il pallone, perché altri realizzassero, ha servito “palle goal” a Gesù, se il paragone non vi sembra irriverente; ha fatto un lavoro paziente di tessitura, non ha mai voluto andare sotto gli spalti della curva a urlare, a strapparsi la maglietta, a incitare i fan, a mietere il giusto successo del suo lavoro.

Lui ha sempre lavorato nell’ombra: ha inaugurato il modo di vivere del cristiano, ha anticipato il vero trionfo di Cristo che sarà su una croce.

Abbiamo bisogno di sentirci anche noi frecce puntate a qualcosa di più grande di noi: I cristiani non portano a se stessi nel mondo, i propri interessi, ma vogliono fare da strada per Gesù Cristo.

Il cristiano fa una “vita da mediano” in quella grande partita che è il regno di Dio, il luogo della speranza che a tutti arrivi Gesù, ed è per questo che Dio non ci abbandona mai.

13 Dicembre 2020
+Domenico

Il dolore è sempre e solo un passaggio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17, 12-13) dal Vangelo del giorno (Mt 10-13)

Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro».
Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Audio della riflessione

Ci possiamo ribellare fin che vogliamo, possiamo stare giorni interi a discutere, possiamo mettere in atto tutte le nostre intelligenze e difese, ma con il dolore tutti nella vita dobbiamo fare i conti: è scritto nel nostro DNA. Si chiama fatica, si chiama malattia, si chiama offesa subita, ingiustizia, sopruso, si chiama pena o disagio interiore … può essere causato da noi o subìto da altri, sta di fatto che non lo si può ignorare!

Anche nella vita di Gesù, nel suo desiderio solo di far del bene a tutti, di spendersi con generosità per la felicità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni malato o disperato, deve mettere in conto la sofferenza: il figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro.

Il gruppetto dei discepoli molto presto si accorge che chi sta con Lui non avrà vita facile, che chi lo segue si troverà prima o poi a dover affrontare solitudine e disprezzo, ingiuste accuse e patimenti.

Non siamo facilmente irenici, tutto sorrisi e emozioni positive: avvento non significa che stiamo aspettando la soluzione di tutti i problemi, che stiamo dimenticando le nostre pene quotidiane, ma solo che abbiamo una sicura compagnia nel viverle, una forza invincibile nell’affrontarle.

Avvento significa essere avvertiti del futuro che ci aspetta e aiutati a trapassare con dignità la vita e i dolori nella compagnia dolcissima di Gesù, il figlio di Dio: è certezza che Dio nel suo misterioso disegno non ci lancia una corda o un galleggiante di salvataggio, dall’alto della sua posizione di superiorità e imperturbabilità, ma si immedesima nella nostra vita, ci sta fianco a fianco a costruire un futuro di salvezza e di senso.

Con Gesù, dentro nei meandri della nostra vita, possiamo sentire sempre la paternità di Dio, la fratellanza con Gesù stesso, e possiamo intravedere il vero futuro di beatitudine di questa umanità: Le guerre, le sofferenze, i mali del mondo sono ridotti a brevi episodi, a spazi di purificazione, a rinascita di una umanità nuova, cui noi possiamo dare il nostro contributo … e la sofferenza non sarà più una condanna, ma una solidarietà e un abbraccio per la vita nuova, perché può contare sempre sulla immedesimazione di Dio nella nostra vita.

Oggi non possiamo dimenticare la mitica apparizione della Madonna di Guadalupe a quel simpatico san Juan Pablo sul Tepeiac, ai loro discorsi semplici e pieni di cura, alle meraviglie che la Madonna apparsa come una meticcia ha espresso per la salvezza degli indios, degli Aztechi passati alla gioia della vita cristiana, in un giorno importante per la loro religione, che era il solstizio d’inverno,segnato ancora al 12 dicembre secondo il calendario Giuliano, e che ha trovato nella Madonna la bellezza dell’essere cristiani, figli di Dio e fratelli di Gesù.

Ed è proprio così che Dio non ci abbandona mai.

12 Dicembre 2020
+Domenico