Essere veri sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,18-19) dal Vangelo del giorno (16-19)

È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: “È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”.
Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

Audio della riflessione

Lo scopo di ogni religione è di aiutare l’uomo ad alzare lo sguardo al futuro, alla vocazione profonda di ogni creatura, di offrire a tutti orizzonti ampi per la comprensione dell’esistenza.

La tendenza dell’uomo invece è, una volta intuita qualche bella prospettiva, di imbrigliarla in abitudini ripetitive, in formalismi senza vita, in comportamenti standardizzati, dove a poco a poco la vita viene buttata fuori e ciò per cui si era lavorato, combattuto, sofferto viene cancellato: è più forte di noi, è la legge di inerzia dell’uomo.

Anziché conquistarsi ogni giorno freschezza, amore, giustizia, novità, tende a costruirsi comode abitudini, percorsi securizzanti, automatismi senza anima.

E’ la sofferenza dei giovani che vedono spesso nei comportamenti della fede, la morte della fantasia, la stretta dentro comportamenti standard, senza vitalità.

E’ diversa per loro la ricerca scientifica, lo sport, la musica, il divertimento, i ritmi della danza, l’arte, il teatro, lo stesso cinema … ma c’è qualcuno che sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco che in questi campi tutto sia novità freschezza, vitalità? Non ci sono anche musiche ripetitive e ritmi buttati a caso, fatti diventare di moda senza anima? Non ci sono sport che sanno più di commercio che di atletismo? Non ci sono cinema che sono solo per far cassetta e non per dare emozioni vere?

Siamo tutti nella stessa barca: come la religione può diventare una routine, così lo possono diventare tutte le nostre azioni umane.

E Gesù aveva capito molto bene questa tendenza dell’uomo a mettere l’ammortizzatore su ogni slancio, anche sulla religione, anche sul suo dono d’amore: non abbiamo fatto diventare anche la croce un gingillo da portare o un soprammobile che sta bene solo per la fotografia o il colpo d’occhio?

Così gli ebrei del suo tempo non riuscivano a cogliere la novità di Gesù, lo pensavano dietro il velo del Tempio, nascosto, lontano dagli uomini, invece lui si faceva incontrare mentre mangiava e beveva con tutti, peccatori compresi.

Per cogliere la novità della vita occorre sempre essere veri dentro, non lasciarsi mai andare all’effetto, alla maschera: essere veri dentro è obiettivo di ogni compositore di musica, di ogni sportivo, di ogni artista, e io dico di ogni credente!

E’ una meta che abbiamo davanti: non ci dobbiamo adattare alle mode, ma costringerle a dire il vero che Dio ci dona di essere … e se portiamo la maschera in questa pandemia, sappiamo di far fatica, ma non è questa la maschera che dobbiamo togliere, è una maschera più profonda e interiore, che forse riusciremo a capire di togliere anche con questa esperienza dura.

11 Dicembre 2020
+Domenico

La fede in Gesù è un salto di qualità anche nella religione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt11,11) dal Vangelo del giorno (Mt 11, 11-15)

In quel tempo, Gesù disse alle folle:
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti dei sentimenti religiosi: quasi tutte le ricerche sociologiche dicono che la domanda di Dio è dentro la vita di ogni uomo, fa quasi parte del suo statuto antropologico, del suo DNA; dicono infatti molti scrittori e pensatori, molti uomini di scienza che nell’uomo c’è una “inquietudine innata” dovuta alla ricerca di un punto di riferimento solido, di un trascendente, che è necessario per capire la nostra stessa vita.

Ci occorre – insomma – salire su un albero per allargare gli orizzonti se vogliamo capire chi siamo, e questo albero non è il tifo per la squadra del cuore o l’infatuazione per una star, ma la ricerca di un essere trascendente, cui riuscire a scoprire le carte; meglio, il volto.

La dimensione religiosa insomma è normale, tanto più che là dove non si cura la dimensione religiosa, questa irrompe nella vita dell’uomo in molteplici forme anche violente: l’uomo è tendenzialmente religioso, ha bisogno di rapportarsi con Dio.

La storia dei popoli della terra è tutta una dimostrazione di questo: il secolo 21esimo – che stiamo vivendo – sta caratterizzando di religiosità, talora impazzita, le nostre storie quotidiane; non avremmo pensato dall’alto del nostro positivismo e materialismo viscerale del secolo scorso che ci sarebbe stata una impennata di religiosità, che si manifesta in molteplici religioni, che cercano di rispettarsi e approfondire la propria identità, ma tante volte si scontrano pure.

Ma la fede in Gesù esige un ulteriore salto di qualità, non è in continuità con i nostri ragionamenti umani, è un fatto del tutto nuovo: il Dio che la fede in Cristo invoca è un Dio sorprendente, che non sta negli schemi della storia delle religioni: è un Dio Crocifisso, è un amore che si inscrive nella debolezza, è un perdono gratuito, non è una riscossione di meriti, ma una agenda di gratuità, di sovrabbondanza di doni.

Per questo quando Gesù parla di Giovanni, che è un campione di “religiosità”, di esperienza di Dio, lo dice grande, ma non tanto come colui che accetterà il dono di un Dio Crocifisso, la grazia della definitiva offerta di Gesù come senso completo della vita.

Il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui: da quando Gesù è entrato nella nostra vita la religione ha fatto un salto di qualità. Questo è un altro segno che Dio non ci abbandona.

Oggi un pensiero devoto, filiale, e grato lo vogliamo mandare anche alla Madonna di Loreto, di cui si celebra la memoria della sua venuta nelle Marche a Loreto, dove c’è un santuario meta di tutti i pontefici e della pastorale giovanile italiana.

10 Dicembre 2020
+Domenico

La carezza di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti bisogno di essere coccolati: non è più sufficiente oggi per un bambino vedersi vicini i genitori, saperli sempre attenti alla sua vita, aspetta di venire a contatto fisicamente delle carezze del papà e della mamma.

C’è bisogno di un contatto fisico in un mondo fatto di immagini e di disegni, di cartelloni e di proiezioni, di virtuale e di “fiction”; può essere anche una necessità imposta dalla moda, ma sicuramente è segno di un desiderio innato di sentirsi di qualcuno, è la dimostrazione che l’uomo senza l’amore non può crescere.

Se a un ragazzo, manca l’amore, manca la vita: tutti i disastri che combinano i giovani hanno spesso solo una motivazione, non sono stati amati abbastanza.

Gesù sta tentando di tirarsi su dei discepoli, delle persone che stanno con lui, che condividono con lui la tensione verso il Regno, che lo seguono nella sua “tournèe”: a loro vuole affidare il compito di continuare la sua missione e li vede spesso smarriti, sconsolati.

Non sempre le cose vanno bene: nella vita devi resistere, non mollare perché se aspetti le consolazioni, puoi morire di spasimo. Se non hai una carica interiore, un riserva di forze e di motivazioni, saresti sempre col morale ai tacchi.

Ebbene Gesù esce con quella bella espressione che vorremmo sentirci dire tutti noi sui nostri tempi di disperazione, sulle nostre povere vite, sui nostri scoraggiamenti, sulle nostre solitudini, sui fallimenti, sulle incomprensioni: “Venite a me, che vi consolerò, vi coccolerò, vi ristorerò, vi darò la carezza della mia vita; vi passerò l’amore infinito che mio Padre non mi fa mai mancare; vi metterò a parte della mia intimità con Lui. Voi non sapete che significa avere un Padre così. Io sono qui per darvene una prova. Non immaginate che cosa sarà di voi, di noi tutti quando saremo nelle sue braccia. Intanto riposatevi nelle mie. La vita sarà sempre dura, la vita porterà sempre travagli, ma non vi dovete sentire abbandonati. Il peso che vi ho dato non ve lo scarico io, ma vi do la forza per portarlo con gioia assieme a me.”

E abbiamo visto quanti santi, quante mamme e papà da una preghiera, da un colloquio così familiare con Dio sono riusciti a conquistarci all’amore, a rendere la nostra vita più piena e felice, a ricuperare forze di bene.

E’ proprio vero che Dio non ci abbandona mai.

9 Dicembre 2020
+Domenico

Bella da sempre è l’Immacolata Concezione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1,28-31) dal Vangelo del giorno (Lc 1, 26-38)

Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù.

Audio della riflessione

La mamma è sempre la donna più bella della vita, almeno finché sei piccolo, poi un po’ alla volta diventi addirittura impietoso, perché ne stai a vedere tutti i difetti: non ti piace questo, quello, poi ti metti a gridarle dietro, poi la ignori – Dio non voglia – la offendi; e viene un tempo che la pensi con nostalgia e la cerchi, ma non c’è più … ti ha dato la vita e un po’ alla volta se ne è ritirata per lasciarti spazio.

Anche Gesù ha avuto una mamma, e Dio suo Padre l’ha scelta tra miliardi di creature con una qualità impossibile all’umanità, ma a Dio sì: senza peccato.

Noi, uomini e donne, abbiamo tutti una storia di male, lei no;
noi siamo stati morsi dal serpente, lei no;
noi abbiamo un concentrato di cattiveria, lei no;
noi siamo sempre soggetti alla tentazione, lei no.

Non c’è in lei niente che possa far pendere verso il male: è tutta orientata alla bellezza, alla bontà, all’accoglienza.

Con un po’ di irriverenza qualcuno potrebbe pensare a un automa, a una creatura già programmata, senza possibilità di scelta, costretta dentro un ruolo disegnatole addosso da altri … il Vangelo invece ce la presenta nel massimo della sua libertà, della sua ricerca, dello stupore per l’invito a diventare madre di Dio, ad abbandonare i suoi progetti per i progetti nuovi di salvezza per tutti.

Vuol sapere, fin ad ora si è fatta un altro progetto, c’è di mezzo una persona, Giuseppe … si sente già un cuore donato e ora deve ripensare, riflettere, affidarsi a Dio. Occorre proprio una fede grande per fare così: non ha spostato solo qualche impegno per accontentare gli amici, come spesso dobbiamo fare noi, ma ha definito di nuovo la sua giornata, la sua vita, la sua fede.

Vuoi diventare la madre del Salvatore? E’ la domanda più bella e più impegnativa che Dio può fare a una creatura e vuol appendere – Dio – i suoi sogni, il suo progetto, la sua volontà alla decisione di Maria, di una giovanissima ragazzina. E’ un dialogo d’amore, una decisione di lasciarsi prendere e di donarsi, di offrirsi e di dedicarsi.

Maria rischia tutta la sua giovinezza, la sua semplicità, la sua affettività, il suo amore, lo mette a disposizione di Dio: si offre mamma e viene esaltata come regina, si presenta serva e ne esce come mediatrice.

Sperimenta anche Lei nella gioia della nascita di Gesù il desiderio di offrire tutto e si butta: sono la tua serva, non mi abbandonare. Quello che tu vuoi è la mia gioia piena, e sono sicura che tu non mi abbandonerai mai.

8 Dicembre 2020
+Domenico

Paralizzati dal peccato e liberati dalla grazia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5,18-20) dal Vangelo del Giorno (17-26)

Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza.
Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati».

Audio della riflessione

Paralisi è una parola brutta: significa che tutto si ferma, che non puoi più muoverti, che resti bloccato! Siamo abituati alle paralisi del traffico, sbuffiamo, guardiamo l’orologio, tentiamo tutte le vie di uscita possibili, poi ci adattiamo … è una paralisi che ci fa soffrire, ma che si risolverà.

C’è un’altra paralisi invece più dura, quella del corpo, quella del restare  impossibilitato a muoverti, la percezione di impotenza perché i tuoi comandi che partono dal cervello non arrivano più alle braccia o alle gambe: allora è disperazione nera, è prova dura. Devi dipendere dagli altri, non ti puoi più muovere, è saltato qualcosa nel tuo corpo e devi cambiare radicalmente il modo di vivere e soprattutto trovarti una speranza interiore per affrontare le prove e i dolori. Spesso è un incidente di automobile, altre volte in uno sport. Molte persone devono convivere con questo stato di privazione della propria autonomia, spesso nell’indifferenza di tutti noi che stiamo bene.

E’ così quell’uomo che entra di prepotenza nella scena del Vangelo; ha una fortuna però: per la solidarietà degli amici viene calato dal tetto di una casa davanti a Gesù che parla.

Lui, Gesù sta insegnando che il regno di Dio è imminente, sta facendo fiorire sulla bocca di tutti una lode a Dio perché si è ricordato di loro e si vede davanti una sofferenza, un volto implorante: l’uomo paralizzato che viene calato davanti a loro è l’immagine nostra, delle nostre infermità, della nostra immobilità di fronte al futuro, della nostra mancanza di libertà nell’affrontare la vita.

Quanti di noi sono schiavi, impediti di agire secondo i propri ideali o per povertà, o per mancanza di lavoro, o per vizio: la catena della droga è più di una paralisi, perchè ti si ghiaccia  il cuore, si blocca ogni progetto, scambi la voglia di vivere in voglia di farti, credi di essere te stesso, ma sei solo la roba che ti consuma. La paralisi dell’alcolizzato non è da meno, è un’altra catena che ti lega e ti consuma, ti distrugge i sentimenti, ti isola.

Gesù lo guarisce, gli dice che perdona i suoi peccati, non perché le malattie siano conseguenza di un suo peccato personale, ma perché vuol andare ancora più in profondità nella nostra schiavitù: certo le malattie ci fanno soffrire, ma c’è un male più grande cui purtroppo ci stiamo abituando è il male dell’anima, e questo soltanto Dio lo può guarire.

E noi lo vogliamo supplicare, anche durante questa Pandemia, di guarirci da questa pandemia ma di guarirci anche nell’anima, e Dio proprio per questo non ci abbandona mai.

7 Dicembre 2020
+Domenico

Che vita presentiamo al Signore?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 1-4)

Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Audio della riflessione

C’è un personaggio austero che ha preso casa nel deserto: si è ritirato lontano dal rumore delle città, lontano dalla vita indaffarata dei commerci e degli scambi, soprattutto ha lasciato il tempio, il luogo dedicato alla vita spirituale, unito a doppia mandata con il potere politico.

Conduce una vita austera, non veste certo Dolce e Gabbana, ma peli di cammello che tiene aderenti al corpo con una cintura, mangia quel che il clima e l’habitat arido del deserto ancora offre: miele selvatico e locuste.

Soprattutto è importante ascoltare quel che dice: “in questo nostro tempo sta capitando qualcosa di inaudito, di completamente nuovo, di grande nel mondo. Dio vuol tornare ad essere speranza per tutti, gioia e consolazione dei poveri, giustizia per i molti diseredati, salvezza per i nostri innumerevoli peccati. Dio vuol venire ad abitare su questa terra: questa è la notizia sconvolgente che deve farci accapponare la pelle. Ma vi rendete conto? Dio non è più l’irraggiungibile, colui che non si può nemmeno nominare, ma viene ad abitare in mezzo a noi.”

E che umanità gli presentiamo? Con le nostre vite di oggi lo sappiamo individuare o immersi come siamo nei nostri loschi affari o nelle nostre mediocrità non ci accorgeremo nemmeno?

C’è da cambiare testa se vogliamo riuscire a capire quello che Dio ci dona!

L’opera di Giovanni è per un certo verso facile, non definitiva, ma ardua da far capire. Lui deve solo preparare: “Sgomberiamo la vita dai nostri peccati. Laviamoci, lavatevi, fate un po’ di pulizia. L’acqua in cui vi immergerò è un segno di una purificazione più profonda che colui che viene dopo di me opererà in voi con un’altra forza che non riesco nemmeno a immaginare”.

Immaginiamo che sia rivolto anche a noi questo discorso. Stiamo preparandoci al Natale, al Signore che viene. Che vita gli presentiamo? E’ la solita routine senza slanci, né cambiamenti? E la solita distribuzione di giocattoli, che aiutano più noi a mettere a posto la coscienza e a pulire gli armadi che quelli che li ricevono?

Giovanni è severo, ma credo che lo dobbiamo essere tutti anche noi con noi stessi. Una vita cristiana a qualche maniera oggi non dice niente a nessuno e ancora prima a noi: o ci mettiamo di impegno a leggere la Parola di Dio, a fermarci a contemplare su che senso ha la nostra storia e la storia del mondo e in questa riflessione torniamo a Dio, alla sua legge, ai suoi disegni d’amore oppure non val la pena di credere.

E Dio che fa? Dio non ci abbandona, e noi viviamo di attesa.

6 Dicembre 2020
+Domenico

Fuori dalle sacrestie e oltre i sagrati

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,36-38) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 35-10,1. 5-8)

Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».

Audio della riflessione

La nostra vita cristiana spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre strutture ecclesiastiche: la sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.

Gesù con i suoi discepoli è perentorio: “rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Uscite dal tempio e andate per le strade”.

Oggi la Parola di Dio deve risuonare ovunque: l’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al Vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, che hanno sete di Lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi. 

Il mondo non è una sterpaglia – dice Gesù – non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una “messe”, è un terreno fertile; in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura … invece la nostra visione di mondo è sempre la fotografia, di ostilità, di mali, di lontananza da Dio …

Gesù dice invece che è una messe, che ha bisogno di operai che la raccolgono: ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti. 

Avvento è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo e offrire la sorgente: è portare a compimento una attesa con il dono della sua Parola … e torna ancora la parola precisa, che definisce la sollecitudine di Gesù: compassione.

Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata: sono tre aggettivi che  possono ben fotografare noi uomini e donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.

Ma il futuro è sempre davanti, il futuro è sempre Gesù, il futuro è sempre scritto nella nostra decisione di offrire gratuitamente il Vangelo: gratuitamente, perché è dono di Dio, che non si può tenere tra le mani, ma che si deve continuamente mettere a disposizione di tutti, anche attraverso la nostra uscita gratuita.

Dio non ci abbandona mai: anche in questa pandemia è necessario che noi facciamo risuonare la gioia del Vangelo che il Signore qualche volta – talmente buono – ce lo fa provare dentro, irrompente.

5 Dicembre 2020
+Domenico

E si aprirono i loro occhi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,27-28) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 27-31)

In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».

Audio della riflesione

Un cieco non può affidarsi a un altro cieco, altrimenti tutti e due vanno a finir male; due povertà messe assieme rischiano di fare la miseria, una compagnia di balordi costruisce una banda, un gruppo di amici delinquenti fanno una cosca. Il male messo assieme si fa più forte.

Non è così invece di quei due ciechi che tendendo l’orecchio e sentendo la folla si accorgono che sta passando Gesù, anzi percepiscono che si sta allontanando dalla loro portata. Se Gesù si allontana la loro vita è finita, la speranza di poter anch’essi godere della sua capacità di guarire si dissolve: prendono allora l’iniziativa e si mettono a seguirlo gridando, sono ciechi e rischiano di sbattere contro un muro o di finire in un fosso, ma si fanno guidare dalle loro grida, dall’eco che i loro lamenti suscitano nella folla attorno a Gesù, e sperano di essere orientati finalmente dalla sua risposta.

Urlano a più non posso: abbi pietà di noi!

Le loro grida possono tornare vuote su di sé, possono avere come risposta solo il silenzio, ma non è così: condividono la cecità, gridano assieme a Dio, e più tardi dirà Gesù “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì ci sono Io”.

La loro amicizia non è a delinquere, ma è per continuare a sperare, è un affidamento, è la vittoria sul proprio egoismo, è la solidarietà della ricerca, della speranza.

E così avviene: Gesù ascolta le loro domande e la sua risposta li fa sentire ancora sulla strada buona, toglie loro la paura di essere stati abbandonati e lasciati soli come da tempo capitava per la loro esistenza.

Hanno fatto bene a insistere, a continuare a sperare, a credere che Gesù è lì anche per loro: quante giornate avevano passato assieme a chiedere l’elemosina, a tastare con ansia quello che la gente faceva cadere nelle loro bisacce, quante volte si erano lamentati ed erano riusciti a non disperare.

Ora Gesù li provoca: “ma siete proprio sicuri che io possa ottenervi ciò che chiedete? Mi state gridando dietro perché volete farvi sentire, per uscir dal vostro isolamento o vi affidate a me? Credete davvero che io sono per voi una speranza o sono uno dei tanti tentativi che volete fare nel colmo della vostra disperazione? Avete fede? Credete che Dio mi abbia mandato a voi per farvi provare la sua bontà? Siete sicuri che stanno avverandosi i tempi del messia?”

La risposta dei ciechi è fede pura: “Sì, Signore. Sì, Kyrios. Lo chiamano Signore, lo mettono in relazione con Dio, l’Altissimo.”, e Gesù che vuole solo la fede tocca i loro occhi e ridà la vista.

I due ciechi siamo noi, siamo noi con le nostre piccole e grandi disperazioni, le loro grida sono le nostre invocazioni accorate, la loro convinzione e fede in Gesù deve essere la nostra, in questa certa attesa della sua venuta, perchè Dio non ci abbandona mai.

4 Dicembre 2020
+Domenico

Ci vuole una roccia, non la sabbia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7,24) dal Vangelo del Giorno (Mt 7, 21. 24-27)

«… Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia …».

Audio della riflessione

Si continua a dire che oggi mancano i valori, mancano i riferimenti, i giovani non hanno nessuna certezza cui aggrapparsi, ciascuno naviga a vista, senza bussola, senza sapere dove sta andando … mai come oggi si sente la necessità di ancorare l’esistenza a qualcosa di solido, di incrollabile, a qualcosa che ti dà sicurezza.

Vuoi affrontare la vita di famiglia, vuoi affrontare un nuovo lavoro, ti vuoi impegnare in una attività sociale, ma vuoi sapere su che basi … solide.

Quando si applicano queste ansie al mondo economico, alla vita fisica, agli interessi della produzione si esce il prima possibile dall’incertezza: le banche si abbarbicano a principi solidi di credito, non si possono permettere avventure, anche se qualcuno le tenta ingannando tutti.

Nella conduzione delle nostre piccole o grandi economie domestiche si cercano punti solidi: lavori sicuri, impegno di piccoli o grandi capitali con tanta oculatezza e spesso si sperimenta il fallimento lo stesso, manca il lavoro, vengono meno le solidarietà.

E nella vita spirituale? Purtroppo ci adattiamo a tutto, seguiamo la moda, ci facciamo ingannare dalle pubblicità, da stili di vita ingannevoli “i classici specchietti per le allodole”: il mondo dei mass media spesso è complice a ragion veduta, distribuisce ricette di felicità insospettabili, ti fa balenare davanti agli occhi una falsa felicità.

Gesù ha una immagine che stigmatizza molto bene questa situazione: stiamo costruendo la nostra casa sulla sabbia, stiamo costruendo la nostra vita sul niente, sull’effimero, sull’inconsistenza, sui disvalori, sull’inganno! Non regge, non è possibile avere futuro: puoi stare a galla in tempi normali, forse, ma basta una piccola difficoltà che tutto crolla … e siamo sufficientemente smagati per vedere quanto maggiori sono i tempi di burrasca nella vita che i tempi di tranquillità.

Sembriamo gente che si mette in viaggio con un bel cielo sereno e crede che sia sempre così, non si ricorda del vento, della pioggia, del freddo, della bufera: crede sufficiente la solita maglietta, affronta l’inverno in maniche di camicia – diciamo noi.

La nostra vita va fondata sulla roccia, non può rischiare di franare per il primo colpo di vento, e la roccia, i valori, il riferimento, la sicurezza è Gesù, è la sua parola, attuata!

Avvento è anche tempo di costruzione di fondamenta solide, è fondare la vita su Gesù: se facciamo questo stiamo sicuri che la roccia che è Dio non cederà.

Il suo amore è per sempre, in tutti i tempi, in tutte le burrasche, come questa pandemia.

Dio non ci abbandona mai!

3 Dicembre 2020
+Domenico

La processione dei dolori cerca Gesù e esplode la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15, 29-31) dal Vangelo del Giorno (Mt 15,29-37)

In quel tempo, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele.

Audio della riflessione

Ci sono delle giornate in cui ti prende un grande sconforto: sembra che il male si accanisca sempre più sulle nostre vite! Ti sembrava di avere messo in fila tanti bei gesti, di avere impostato tante buone attività, di aver creato anche consenso attorno a una visione di vita bella, solidale, pulita e invece torna la delinquenza, il male più efferato. Le notizie dei telegiornali sono una sequenza di fatti disgustosi, di ingiustizie insuperabili e di comportamenti impazziti di odio, di vendetta, di cattiveria.

Ma sarà sempre così la vita dell’uomo? Siamo tutte belve che si accaniscono una contro l’altra? E’ possibile immaginare una vita diversa o chi lavora per la bontà sarà continuamente sconfitto? Lo stesso senso di impotenza lo sperimentiamo anche in noi, nella nostra vita interiore, nelle nostre vite di coppia, di famiglia, nelle relazioni tra amici.

Quando passa Gesù tutta la sofferenza esplode, gli si accalca contro, lo sommerge: ciechi, zoppi, storpi, malati, indemoniati, violenti e arrabbiati, approfittatori e pazzi … tutti si contendono la sua Parola, il suo tocco, i suoi sguardi. Avvertono che lui è la salvezza, lui è la possibilità di tornare ancora a vivere … e Gesù prova compassione, non passa sulle nostre sofferenze perché lui deve predicare, deve dire cose più importanti, ha i suoi progetti, ha un fine già stabilito da sempre che non gli permette di accorgersi di noi.

Lui si vuole accorgere di noi, il suo progetto è la nostra felicità, il suo scopo è condividere con questa nostra umanità il desiderio di bene e la constatazione di essere malvagi, le malattie e la voglia di essere guariti, le infermità che tolgono la gioia di vivere e la speranza di tornare a stare in compagnia di tutti: ha compassione di te, di me, di tutti quelli che desiderano vivere, ma non ce la fanno per la loro tragica situazione.

Gesù sente compassione ancora oggi di chi sta da sempre armato fino ai denti per sopravvivere, di chi non conosce affetti e comprensione, di chi ha scritto nelle sue carni il dolore di una malattia e dona salvezza e speranza.

Il Signore asciugherà le lacrime da ogni volto, eliminerà la morte per sempre. Potremo dire tutti: il Signore ci ha veramente voluto bene, abbiamo sperato in lui e ci ha esaudito.

Il Signore in cui abbiamo sperato è Gesù, e non ci abbandona mai Dio neanche in questa pandemia infinita, in attesa che ci convertiamo a un uovo modo di vivere, di sentirci tutti corresponsabili e solidali, con gli occhi aperti su chi sta ancora più male di noi.

2 Dicembre 2020
+Domenico