Gesù sempre al centro di ogni vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 38-42)

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Essere cristiani è darsi da fare o stare a pregare? E’ fare opere di giustizia o ritirarsi sul monte a contemplare? Le nostre parrocchie sono contemplative o attive? Si muove qualcosa o si seppellisce tutto dentro una chiesa? Essere cristiani è contemplazione o azione? Sono domande che spesso ci facciamo.

La vita nostra è molto agitata, frenetica: l’agenda detta le leggi, gli impegni ti vedono tutta la giornata in corsa; se vuoi guadagnare quattro soldi non puoi addormentarti un momento; se vuoi educare i figli devi far loro l’autista per tutti i loro spostamenti … quando torni a casa stanco del lavoro, ne devi riprendere un altro.

Finalmente vado in chiesa per trovare un po’ di pace, per affidarmi a Dio e invece anche lì mi dicono che bisogna impegnarsi, che non si può stare con le mani in mano: anche la chiesa quindi è un altro impegno da segnare in agenda.   

Io, Lui, il Signore, quando lo incontro? quando mi posso sentire amato da Lui? quando gli posso affidare tutta la mia vita rubata dai vortici della competizione, della lotta per sopravvivere? E’ certo che tante nostre chiese devono offrire maggiormente spazio per la contemplazione e la preghiera, per l’incontro con Dio e per l’ascolto della sua Parola, ma è anche certo che la vita cristiana non può essere ridotta a celebrazione di riti, che ci accontentano e ci chiudono in noi stessi.

Gesù tornava spesso a Betania: c’erano due sorelle che stravedevano per lui, c’era un amico che lo rincuorava dopo le sfide e le provocazioni senza esclusione di colpi dei farisei. Dice il vangelo: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro”. Si metteva in pantofole, lui che nessuno fermava nell’ardore di buttarsi nell’avventura del Regno, Lui che appena il giorno prima aveva buttato all’aria le bancherelle del tempio e qualcosa di più nella coscienza della gente.

“Venite in disparte e riposatevi un po’, passate di qua quando non ne potete più e avete giù la catena e non capiterà mai che io abbia qualcosa d’altro da fare che abbracciarvi, ascoltarvi e coccolarvi”.

Maria se ne stava là a contemplare, non lo vedeva tutto, tanto gli stava vicino, lo riempiva dei suoi sguardi; Marta brigava e borbottava perché si voleva mettere al centro della scena; Lazzaro gli dava il cuore e senza volerlo gli preparava in gola il pianto per la sua morte.

Gesù non era un supereroe, non era un blocco di pietra, non girava col portatile per programmare tutto e sempre, prendere appunti e non perdere tempo, ma un cuore che ama, che apprezza i sentimenti, che sa commuoversi e piangere, arrabbiarsi e presentare contro il male una faccia dura come la pietra.

Gesù sapeva e sa quello che c’è nel cuore dell’uomo: sa che la nostra parte migliore è stare in contemplazione, lui del Padre e noi di Lui.

La nostra meta, la nostra scelta è di mettere sempre al centro Gesù, di aprirgli il cuore, di non sostituirci mai a Lui, di tenere fisso lo sguardo sul suo volto, e Lui ci chiamerà a dare il meglio di noi.

Sta di fatto però che tenere fisso lo sguardo su lui non è rito sterile o affaccendarsi per non pensare, ma sempre risposta d’amore, a Lui che non ci lascia mai.

29 Luglio 2020
+Domenico

Ne setta di giusti, ne banda di malfattori

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 36-43) 

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Ad ogni giornale radio ti si presentano due immagini chiare, e qualcuna piuttosto sfalsata che non vuole o non sa collocarsi: gente che vive serenamente la sua vita e compie anche gesti di generosità, e gente che fa solo cattiverie e non tollera l’altra o l’altro da se, e compie azioni assurde e pure criminose.

In mezzo ci sta la leggerezza di chi “vivacchia”: un vivere senza grinta e l’esigenza di un quieto vivere che si può chiamare adattamento.

Il Vangelo dice che alla fine dei tempi brilleranno due fuochi: quello del male, che chiama zizzanie, che bruciano come scarti, immondizie, rifiuti e quello del bene, delle persone sagge e giuste che splendono come il sole.

In mezzo non si può stare a guardare: occorre prendere parte alla vita regalata da Dio e farla crescere nel bene e non lasciarsi trascinare dal male.

Al di sopra ci sta Dio che ci invita ad  avere grande comprensione per tutti, perché Dio è grande nel perdono e nella misericordia.

Ci nasce una domanda però: mettere sempre davanti il perdono non è invitare ogni persona a fare solo ciò che piace, a non dare contributi positivi alla vita di tutti, e magari anche convincerci che si può pure fare del male impunemente? Sarebbe come se ai nostri genitori che ci vogliono un bene dell’anima e non si vendicheranno mai di noi, saranno sempre comprensivi, come quando eravamo piccoli e nessuno di noi ha dubitato che ci volessero bene e noi ci mettessimo a maltrattarli!

Dio ci stimola alla pazienza, che, ricordo, è sempre figlia della fede e sorella della speranza! Noi non dobbiamo mai giudicare gli altri per non essere giudicati, dobbiamo usare misericordia per ottenere misericordia; se la nostra comunità cristiana non è una setta di giusti, non è nemmeno una banda di malfattori!

Misericordia verso l’altro, ma vigilanza, discernimento, giudizio e conversione continua per noi; la misericordia è una esigenza di purificazione più bruciante di qualunque legge: non c’è posto per immoralità o lassismo, torpore o tiepidezza, ogni patto d’amore è impegno ad amare.

Nella Chiesa e nel mondo ci saranno sempre zizzanie e buon seme: se il mondo è il luogo deve abita il regno di Dio, impiantato da Lui e la Chiesa ne è una immagine, questo regno resta aperto a tutti gli uomini, suoi fratelli.

Il futuro sarà solo per i figli, quelli che sono diventati come Lui.

Ne abbiamo di strada da fare, ma non bisogna mai perdere il punto di arrivo. L’attuale dilagare del male, che possiamo chiamare superbia, insincerità, sopruso, imposizione forzata, giudizio su tutti e su tutto … se non diventa una bella opportunità per crescere nella misericordia si fa connivenza con il male e raffredda l’amore di molti.

Chi fa parte della Chiesa non può pensare di essere già nel Regno di Dio Padre, lo è solo se si fa sempre di più figlio, facendosi fratello di tutti, nessuno escluso.

28 Luglio 2020
+Domenico.

Il Regno di Dio non sta nell’audience, nei soldi, nei followers

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 31-35)

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La nostra società è tentata sempre di cose grandi e di sentimenti forti: una grande riunione di massa, uno stadio pieno, una vittoria al mondiale, un dramma coinvolgente, sentimenti violenti e inaspettati, successi chiari e senza dubbi … siamo stati un po calmati dalla pandemia ma queste sono le tentazioni che abbiamo sempre.

Invece la nostra vita quotidiana si svolge tra una sequenza che ci sembra interminabile di ore normali, di gesti semplici ripetuti fino alla noia, di abitudini, di andate e ritorni, di levate mattutine troppo presto e di rientri notturni: ogni giorno occorre preparare il pranzo, rigovernare la casa, aprire e chiudere il cantiere, sistemare il negozio, far uscire e rientrare l’automobile, addestramento, rapporto, uscita, stesura di moduli, domande, code agli uffici … per fortuna che tante cose le facciamo senza pensarci altrimenti ci assalirebbe una noia mortale.

Ma è tutta qui la nostra vita?

Gesù dice che il regno dei cieli, il meglio della vita, il suo segreto, la sua grandezza, sta in un piccolo seme, gettato in un campo: è qualcosa che nessuno nota, che spunta indifeso, che rischia di essere calpestato da tutti, ma che ha in se una forza e una destinazione incoercibile. Diventa albero contro tutte le apparenze.

Il regno dei cieli è come un pizzico di lievito, qualcosa di invisibile, ma che movimenta tutta la pasta, il pane si raddoppia, la torta ancora di più.

Nella nostra realtà quotidiana Gesù ha messo tutta la forza per farla diventare la nostra felicità: occorre guardarci dentro, non lasciarci trarre in inganno dalle cose grandi, chiassose, forti e violente.

Dio agisce nella storia quotidiana, nasconde nei nostri passi giornalieri la sua forza e costruisce il mondo con la nostra povera, piccola, tenue, debole vita.

E’ interessante vedere come da piccoli paesi, da borgate disperse sulla montagna senza orizzonte o nelle pianure senza confini, nascono persone che cambiano il mondo, uomini e donne che lievitano la realtà e la portano a pienezza.

Dietro questi personaggi, ci sono stati una mamma, un papà, un prete, un insegnante, un nonno, una zia, che hanno amato nel silenzio, hanno voluto bene, si sono sacrificati, hanno scritto nella vita quotidiana un amore, tenace e pieno: non hanno bisogno di apparire, basta loro essere se stessi.

Dio mette in ogni persona un piccolo seme, un poco di lievito.

Non siamo stati fatti in  serie: per ciascuno Dio ha messo a disposizione la sua vita, il suo amore, la sua forza, ci ha messo il suo sangue fino all’ultima goccia; non teme piccolezze da seme, ma piccinerie di vedute; non teme invisibilità da lievito, ma mediocrità di vita.

Ecco, la speranza del mondo di Dio sta nella semplicità di una decisione, che è quel piccolo seme che si porta dentro la forza incoercibile di Dio, e Dio non si spaventa del nostro scomparire come il lievito, basta che non sia indifferenza, ma dono totale di se.

27 Luglio 2020
+Domenico

Si può ancora provare entusiasmo per la fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 44-52)

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Il miraggio di un colpo di fortuna, dell’affare straordinario, colpisce sicuramente tutti una volta o l’altra nella vita: è capitato forse anche a noi di fare il turista sprovveduto che nelle aree di servizio dell’autostrada si fa rifilare un mattone ben confezionato dopo che gli hanno presentato in tutti i particolari una cinepresa o videocamera a prezzi stracciati … oppure è l’agricoltore che viene abbindolato a impegnare tutti i suoi soldi sul valore straordinario di un francobollo o di un quadro falsificato alla perfezione.

Insomma, fa parte della nostra vita, è scritta nel suo DNA l’attrazione irresistibile verso qualcosa o qualcuno che si intuisce fonte di gioia, capace di appagare desideri e di liberare felicità.

È l’esperienza cui si rifà Gesù per spiegare il fascino del regno di Dio e i dinamismi che questo deve scatenare nella nostra esistenza: un uomo ha trovato, in un campo che non è suo, un tesoro e un mercante è riuscito a mettere gli occhi su una perla di inestimabile valore … Non stanno più fermi, non si danno pace finché non possono mettere le mani su tesoro e perla: hanno una gioia nel cuore, una attrazione fatale – mi viene da dire – che riempie la loro vita; vendono tutto con la caratteristica dell’urgenza e dell’immediatezza, si distaccano da quello che prima era la loro comoda tranquillità, routine, abitudine, spesso noia di un’attesa adattata, rischiano il tutto per tutto e comperano campo e perla.

Sono stanchi di stare ad aspettare, a pensare che solo con un lavoro quotidiano riescono a dare una svolta alla loro vita. Tanti altri loro amici vivono una vita senza slanci e senza grandi soddisfazioni e sono sempre allo stesso punto.

Noi vogliamo dare una svolta a questa esistenza perché ci sentiamo in corpo che abbiamo energie e sogni: abbiamo forze e desiderio di realizzarli.

Il solito sognatore tu – gli avrà detto la moglie, o il marito se era una donna – ti lasci sempre prendere dalla novità. Ma sta un po’ tranquillo! Che cosa vuoi di più dalla vita? Accontentiamoci. Non siamo nemmeno mediocri.

Magari ha pure detto: che vai a fare in Chiesa o in parrocchia? Sta qui con me e con i tuoi figli e datti una calmata. La vita una calmata ce la dà sempre da sola. Di là però c’è il tesoro e là ci va ormai il cuore.

Questo è il regno di Dio: è aver scoperto la pienezza della vita, provare gioia e non badare a spese per raggiungerla. Trovano, vanno, sono pieni di gioia, vendono e comprano.

E Se Dio ci facesse questo regalo di entusiasmarci di Lui, almeno qualche volta?

Sono i verbi della vita di Gesù: è afferrato dalla bellezza del Regno del Padre, pianta tutto e parte: ci sarà la croce, ma la gioia dell’abbraccio del Padre, del suo disegno di amore sconfinato è più grande.

Noi, i cristiani, non siamo gente che sta a penare perché deve vendere e lasciare, ma persone entusiaste, che non stanno nella pelle perché si sono lasciati affascinare da Gesù: la radicalità del distacco da tutto il superficiale è solo il risvolto della appartenenza gioiosa a Gesù.

26 Luglio 2020
+Domenico

Anche il regno di Gesù ha suoi ministri, soprattutto per annunciare e servire

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 17-28)

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E’ molto interessante vedere nelle varie campagne elettorali la corsa ai seggi, a vincere le elezioni: è giusto, è necessario avere chi governa, chi si mette a fare leggi, a interpretare le necessità della gente, a dare sicurezza alla vita pubblica, e costruire uno stato di diritto contro le sopraffazioni, spendersi per il bene comune, affrontare con coraggio tutto quello che occorre per far convergere le energie delle persone al bene di tutti, ma forse la nostra vita pubblica ci dà anche tanti esempi di una politica non tanto disinteressata, di corsa al potere senza ideali se non quelli del proprio tornaconto, dell’affermazione di una ideologia indipendentemente dai veri problemi delle persone.

La stessa cosa può capitare anche nella Chiesa, nella stessa parrocchia: la corsa ai posti di prestigio, ad esposizione continua per primeggiare è di tutte le strutture …

E così si stava comportando anche il gruppetto degli apostoli che da alcuni anni seguivano con continuità Gesù Cristo: ha parlato di regno, di nuovo mondo, di una società in cui avrà il sopravvento la bontà, i discepoli si sono scaldati il cuore, ma è cresciuto anche l’interesse a occupare qualche sedia in questo famoso regno di Dio.

E’ meglio portarsi avanti – pensa la mamma dei figli di Zebedeo, cioè di Giacomo e Giovanni – se non ci penso io al futuro di questi figli, loro se ne stanno lì buoni buoni a far niente, tanto ci sono sempre io che li mantengo. Questi miei figli ti stanno dietro dall’inizio, gli vorrai trovare un posto buono, garantito, sicuro, di livello?  

Gesù avrà sorriso per questo intervento materno per il futuro dei figli,  che anche oggi fanno molte mamme per i loro, la risposta però è deludente per le mire di questa povera mamma: “Sì ci sono due posti molto importanti, molto in evidenza, ma accanto alla croce.”

Il Regno di Dio è fatto diversamente: il più grande è servo di tutti, il più importante si deve fare schiavo degli altri. Il papa ha come titolo “servo dei servi”.

Le parole si possono sprecare, ma il Vangelo è chiaro: seguire Cristo vuol dire farsi servo come lui, dichiararsi disponibile agli altri come Lui, caricarsi di sofferenze non nostre, non meritate, per alleviare quelle degli altri come ha fatto Lui: solo così possiamo sperare in un mondo diverso, possiamo offrire speranza a tutti.  

E Giacomo, che era proprio uno dei figli raccomandati, ha capito subito la lezione se lo vediamo nei primi anni dalla morte di Cristo portarsi fino agli estremi confini della terra, che allora voleva dire passare lo stretto di Gibilterra, approdare in Spagna forse anche dall’oceano, annunciare il Vangelo senza sosta, ritornare a Gerusalemme, fare il vescovo della prima comunità cristiana che si consolidava in città, rendere la sua testimonianza con il sangue, perché vi venne ammazzato.

La sua tomba a Compostela sarà punto di riferimento di tutta Europa per molti anni ed anche ora il percorso di Santiago è frequentatissimo e dà unità di cultura, storia e fede alla stessa Europa. 

25 Luglio 2020
+Domenico

La parola seminata in abbondanza deve trovare accoglienza esagerata

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 18-23)

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La parola di Dio viene spalmata a piene mani su ogni terreno, e arriva anche su un terreno fecondo, ma pure in esso possiamo porci in ascolto in vari modi per viverla.

Quando ascoltiamo la parola, la Parola di Dio, in parte la sentiamo e non la intendiamo, i pensieri soliti ci rendono impenetrabili all’ascolto: in parte la sentiamo e la accogliamo con gioia, ma le pressioni interne e esterne, impediscono che si radichi e cresca; in parte la lasciamo anche radicare e crescere, ma poi resta soffocata dalle preoccupazioni, dall’inganno della ricchezza, che come rovi, sempre ci seppelliscono; in parte però siamo anche terra bella, che produce frutto.

Ci riconosciamo in questi vari terreni? Vediamo le ovvietà che rendono impenetrabili all’ascolto, le paure che fanno diventare il cuore di pietra, gli egoismi che soffocano l’amore alla verità, intuita, ma non più cercata?

Ma Gesù, nonostante le difficoltà che si incontrano, afferma la certezza del risultato: la sua Parola è sorprendente per i frutti che sa portare, entra nello spessore del male del nostro cuore per convertirci e guarirci.

Il frutto è sempre dono di Dio: è lui stesso che si dona, Lui è il seme e noi il suo campo.

Siamo chiamati a riconoscere le nostre resistenze, e chiediamo a lui di ottenere libertà da esse e così essere in grado di accogliere quello che Lui ci vuol dare: dovremo mettere in conto che occorre superare il buon senso, che spesso ci adatta al ribasso e impoverisce ogni progettualità impegnata e libera, riuscire anche a dare un nome alle nostre paure nascoste, le riserve che abbiamo sempre rispetto a un mondo, quello di Dio, di cui bisogna fidarsi e a cui affidarsi.

Se prevale la mondanità, il ridurre tutto al “politicamente corretto” ci toglie ogni minimo slancio di entusiasmo.

La Parola di Dio è come una spada a doppio taglio che penetra nel nostro esistere e divide il bene dal male: è potente, non può tornare a Dio senza aver operato ciò per cui è stata mandata, è già potente e operante in se stessa! E’ un segno di grande amicizia, perché Dio ha deciso da sempre di parlare agli uomini come ad amici.

Non è frutto delle nostre pensate, ma un dialogo che ci dona Lui stesso: Dio non butta mai parole a caso, ma ciascuna è tenerezza e potenza sua, e noi siamo continuamente invasi, attorniati, scaldati, vivificati, rinforzati, fatti crescere, santificati, salvati dalla sua Parola, perché la sua Parola è soprattutto Gesù.

24 Luglio 2020
+Domenico

Santa Brigida: una vita regalata alle sorgenti cristiane dell’Europa

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv15, 1-8)

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Spesso ti assale una certa insoddisfazione: hai l’impressione che manchi un perno, ti pare di girare a vuoto, di sentirti sterile, scontato, di non produrre bontà.

La spia che c’è qualcosa che non funziona, e che è diventata la malattia del secolo, è che perdi spesso la pazienza, che troppe volte t’arrabbi, magari urli, perdi le staffe, vola qualche parola di troppo.

Credi di avere in mano tu la vita, e quando ti sfugge t’arrabbi per cambiarle il corso, invece resta come prima, con qualche coccio da ricomporre.

E’ il punto di partenza che non è corretto! Abbiamo noi in mano la vita? E’ nostra? Possiamo decidere quello che vogliamo? Che cosa è la vita? E’ un insieme di incognite … per noi vivere

  • è quell’insieme di sentimenti, di tensioni, di desideri, di gioie e di speranze, di delusioni e di certezze che noi siamo;
  • è il nostro corpo col tempo passato nel silenzio dell’anima o stretto tra i molteplici impegni che non ci lasciano respiro o costretto sotto le domande petulanti di qualcuno;
  • è il nostro diario interiore, quel sacrario intenso fatto di gusti, di cose da possedere e da amare, di musiche da ascoltare, di sfizi da cavare;
  • è l’insieme delle nostre rabbie, del mandare al diavolo tutti, gridato tra i denti, perché non ne possiamo più e tornare comprensivi a fare quel che dobbiamo;
  • è l’insieme delle ore passate senza trovare alcun senso alla vita, anche se preghiamo e abbiamo dimestichezza con le risposte della fede;
  • è l’insieme dei doppi pensieri che ci abitano, di cui ci vergogniamo e che nessuno dovrà mai sapere;
  • è l’insieme dei progetti e dei sogni, delle fanciullaggini che ancora ci troviamo in corpo, delle piccole soddisfazioni che ci prendiamo e che nessuno capisce;
  • è sentirsi fatti per cose grandi, ma trovarsi sempre a piedi come polli;
  • è star bene, essere su di giri un giorno, avere progetti di grandi cambiamenti e l’altro invece annoiarsi a morire e non trovare più motivazioni;
  • è dialogo intenso e intimo con un Dio, amico, ineffabile e personalissimo e sentire il peso di un vuoto inaspettato;
  • è volersi esprimere per quello che si è e sentirsi valutato solo per il ruolo che si ha.

Santa Brigida s’è fatta molte volte queste domande prima di farsi prendere dal Cristo, voleva vivere: ha provato a vivere, non ha lasciato intentato niente nella ricerca della felicità; il mistero della vita l’ha presa, l’ha forse sperperata fino a quando ha capito che la vita non era lei, ma lei stessa era un dono della vita.

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere: siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi, dentro di me, e che ha la sorgente fuori di noi, fuori di me.

“Io sono la vita, voi i tralci: se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota.”

La Vita precede il creato e l’uomo: l’uomo è reso partecipe della vita per un gesto di amore libero e gratuito di Dio. Ogni uomo è riflesso del Verbo di Dio. La vita è perciò un bene “indisponibile”; la persona lo riceve, non lo inventa; lo accoglie come dono da custodire e da far crescere, attuando il disegno di Colui che lo ha chiamato alla vita; non può manipolarlo come fosse sua proprietà esclusiva (dal “messaggio per la vita” del 2006)

23 Luglio 2020
+Domenico

Maria Maddalena: urla al mondo la risurrezione di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv. 20, 1.11-18)

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Molti pensano che la fede sia un “tranquillante dell’anima”, un oppio per dimenticare o per addormentare i problemi … invece è una grande e rischiosa “avventura spirituale“.

Maria Maddalena ce ne indica i passi fondamentali: facciamo giustizia così anche di inqualificabili descrizioni del rapporto tra Maria Maddalena e Gesù che in qualche romanzo – scambiato per ricerca storica o addirittura biblica – hanno tenuto banco nell’opinione pubblica per parecchi anni. 

La fede ha come punto di partenza la ricerca: una ricerca non superficiale, ma appassionata che coinvolge tutto se stessi; noi arriviamo a credere veramente in Cristo solo quando sentiamo la sua assenza dalla nostra vita come un fatto insopportabile: lo dobbiamo ritenere indispensabile come l’aria che respiriamo!  

Così cercava Dio Maria Maddalena, e si era resa conto di desiderarlo tanto solo quando lo aveva perso; Maria Maddalena apparteneva alla stretta cerchia dei discepoli di Gesù, e del loro rapporto con Gesù il Vangelo dice che “li amò sino alla fine”.

Forse un amore così vero non lo sospettava nemmeno, e quando non lo vide più, Maria Maddalena capì che Lui, Gesù, il Signore, era l’unica insostituibile verità della sua vita; e quando sul Calvario Gesù morì crocifisso, l’aveva perso.

Il primo giorno dopo il grande Sabato si accorse di aver perso anche il suo martoriato corpo: non solo non lo poteva più vedere vivo, ma nemmeno piangere da morto; aveva comperato con le sue amiche tanto balsamo per poter trattenere ancora per poco i suoi lineamenti, poter venire a contatto con quel corpo freddo, ma vero, e invece il suo corpo non c’era più.

E Maria Maddalena si mette a piangere: la sua è una fede che sa versare lacrime, riconosce il suo dolore e lo sfoga, e dal dolore trae energia per cercare: “Dove sei mio Signore? Avete visto il mio Signore? Se sapete dov’è ditemelo.” Grida a tutti una assenza e spera in una nuova presenza, che il Signore le dona. 

Fede è fissare lo sguardo come Maria, la madre di Gesù, come la Maddalena, come Giovanni … a quella croce con tutta l’attenzione di cui siamo capaci; è guardare a colui che innalzato con le braccia aperte e le mani inchiodate, riunifica e riconcilia a sé tutti i peccatori con Dio suo Padre … e solo da questo prolungato e sofferto guardare nasce la forza di cercare, di agire di decidermi di stare dalla parte di Gesù.

Certo la fede è scelta libera e volontaria, ma la forza di deciderci per la fede, di ricambiare a Gesù l’amore per noi “fino alla fine” scatta soltanto quando mi avvicino anch’io alla croce e la fisso al centro della mia vita, perché anche sul mio cuore superficiale e gretto, egli eserciti la potenza liberante della sua attrazione.

Solo l’amore convince e fa credere, solo sostenendo lo sguardo di questo amore nasce dentro di noi il desiderio ardente di aderirvi per sempre. 

22 Luglio 2020
+Domenico

Famiglia, consanguineità nuova del Regno di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 46-50)

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C’è una esigenza di esprimere la vita di famiglia di Gesù, quando sua madre e i suoi parenti vengono per parlargli mentre sta predicando alla folla come ogni giorno faceva: è una sorta di rimpatriata forse … sicuramente Gesù, come sempre vuol scavare dentro questa esperienza nobilissima di affetto familiare uno spazio, una tensione per il regno dei cieli: colloca dentro la buona rete di rapporti di famiglia i nuovi rapporti che ognuno deve avere con Cristo e col Padre.

Non è una risposta – come tanti pensano – piuttosto seccata per un disturbo, ma una prospettiva che Gesù apre dentro gli affetti familiari, oltre che una attestazione che sua madre soprattutto e i suoi familiari già vivono in profondità il fare la volontà di Dio.

All’interno delle relazioni umane si instaura una nuova parentela spirituale che congiunge con Cristo e col Padre ed è la consonanza con la volontà di Dio: siamo insomma consanguinei di Gesù, non perché c’è una parentela del sangue che ci unisce, ma una consanguineità della fede, della passione per il Regno, della ricerca e attuazione dei progetti di Dio.

Diventa allora ancora più chiaro quell’invito, che sembrava mettere in crisi o non apprezzare gli affetti famigliari in cui Gesù diceva “chi ama il Padre e la madre più di me non è degno di me”: proprio entro questa consanguineità nella realizzazione del regno di Dio si esaltano tutti gli affetti, che si fanno più profondi e rivelano esplicitamente una loro dimensione più intima di dialogo con Dio.

Quella famiglia che è la Trinità si inscrive nelle relazioni di amore familiari, che ne vengono ancora di più illuminate ed esaltate: “Chi sono mia madre e i miei fratelli? Sono quelli che fanno la volontà di Dio”.

In questi tempi di sguardo troppo sprezzante nei riguardi dei rapporti familiari e della stessa vita di famiglia, sempre bistrattata dalla politica, sicuramente sempre rimandata, perché ci sono continuamente emergenze più urgenti cui provvedere, riconquistare una nobiltà di relazioni familiari che aprono al progetto di Dio sull’umanità è un dovere di ogni cristiano e un contributo da cristiani alla società: la famiglia è cellula fondamentale anche del Regno di Dio oltre che della società.

E noi vogliamo vivere questa esperienza della famiglia sempre con grande libertà, con grande serenità … la vogliamo però aprire sempre ad accogliere dentro la famiglia di Dio: la Trinità dentro la nostra famiglia ci sta molto bene, perché è un amore profondo tra Padre, Figlio e Spirito, è un amore che cementa, e non abbiamo bisogno noi di avere un amore grande che ci cementa tutti, pur dentro le nostre diverse individualità?

21 Luglio 2020
+Domenico

La fede non gioco di domande e risposte, ma abbandono fiducioso

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 12, 38-42)

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Avere sempre una buona mentalità critica, un poco più di razionalità, una buona dose di libertà di fronte a tutte le news che ci invadono non guasta: oggi siamo sommersi da fake news, da politici che ostentano grandi favori popolari, quindi secondo loro sono in grado di  interpretare la gente, ma poi vieni a sapere che  pagano persone che producono quantità impressionanti di like, di appoggio, di sondaggi pagati a caro prezzo … e noi si abbocca. 

Nella fede potrebbe essere pure così? Non lo erano i contemporanei di Gesù che continuavano a tormentare Gesù di domande, perché la posta in gioco era alta: Lui diceva di essere Figlio di Dio, compiva anche gesti straordinari, metteva a disposizione dei segni o miracoli, che però non avevano il compito di indebolire la ragione critica della gente, ma erano un premio a un atto di fede maturato nella persona.

Così è – per esempio – del centurione che si affida a Gesù per il suo servo malato e gli crede sulla parola quando Gesù gli dice che il servo è guarito, così sono i lebbrosi che obbediscono a Gesù di andare dai sacerdoti a verificare la guarigione dalla lebbra, così dei suoi apostoli, che non sono mai stai forzati a credere, anzi delusi della sua morte erano andati in profonda crisi fino alla notte del giorno dopo il sabato.  

Nel brano di Matteo gli dicono “vogliamo vedere un segno da parte tua”, un segno divino e inequivocabile, che costringa a credere. 

Dio non lo farà mai, non costringe nessuno a credere: la fede è sempre un dono che la persona decide di accogliere liberamente. Siamo un poco tutti così; gli irriducibili razionalisti esigono una dimostrazione inconfutabile.  

Nella fede avremo sempre 50 motivi razionali per credere e altri 50 per non credere.

La fede non si dimostra, non sta nella scatola dei nostri ragionamenti, devi rischiare, devi deciderti di affidarti. Se sei saggio vedi quante volte nella vita ti devi fidare: nel cibo, nella salute, nel lavoro, negli affetti, nelle sventure … La fede è un bellissimo esercizio di libertà e di affidamento.

E Gesù a questi che gli chiedono una prova allarga il loro orizzonte piuttosto piatto e stretto e dice loro che l’unico segno è quello di Giona, di uno che è stato nel ventre di un pesce e che dopo tre giorni è stato rigurgitato fuori, in mare, vivo.

“Il segno che Io vi do è la mia risurrezione.” 

Come prevedibile non è una risposta botola su un tombino, ma dono, rischio, sfida  che salva.

La risurrezione di Gesù non è nell’ordine delle prove razionali, ma un salto di qualità nel buio della ragione e nella bellezza dell’abbandono e della fiducia in Dio: così fece san Giuseppe, credendo ai sogni, così fece Maria credendo all’angelo, che poi la lasciò sola a portare avanti la gestazione, la nascita, la fuga in Egitto, il rientro, il Calvario, la morte e l’abbandono  di tutti. 

Così chiediamo a Dio di poterlo fare anche noi, sempre. 

20 Luglio 2020
+Domenico