Strada facendo … la missione è “dinamica”

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

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Bellissima questa descrizione della missione, questa proposta – o questa proclamazione meglio – che si va facendo strada, perché camminando si apre cammino: non si offre una ideologia, ma una strada su cui camminare in compagnia, perché la casa dell’apostolo è la via.

L’annuncio del Vangelo non è per la immobilità, per la chiusura, per imbottigliare nessuno, ma è un messaggio di gioia che mobilita la coscienza prima e in seguito il corpo, il comportamento, l’orizzonte: ecco perché i primi a cui fare attenzione sono gli infermi, coloro che non stanno in piedi, che sono piegati dalla malattia e le persone che sono inferme nello spirito, sotto il peso dell’egoismo.

Risvegliare i morti è ancora più urgente; mondare lebbrosi, scacciare demoni sono segni di un mondo nuovo che strada facendo si realizza per la potenza di Dio: vuol dire scacciare lo spirito della menzogna, liberare dalla lebbra del peccato e soprattutto essere pienamente convinti che questo Regno di Dio è frutto di generosità diffusa, perché l’apostolo dona quello che a sua volta ha ricevuto e lo fa gratuitamente; è come ogni dono vittoria sul possesso, sull’interesse, sul rendere la bellezza della vita il risultato obbligato di una vendita o di una compera. 

Ancora di più: se l’apostolo si presenta povero, senza casa, senza sicurezze, può ricevere in dono di essere accolto; la povertà dell’annunciatore del Regno è la libertà dal dio di questo mondo, segno della gratuità e della possibilità di regalare la buona notizia, il Vangelo che è Gesù e che è la felicità che la persona cerca.  

Quando san Francesco d’assisi propose la regola ai suoi frati di vivere di elemosina, di andare di porta in porta a supplicare un pezzo di pane, quel poco di cibo che ognuno è capace di condividere con il più debole, era davvero un cambiamento di paradigma.

Poi – non si sa come mai – la chiesa, invece di chiedere l’elemosina per aprirsi a tutti, spesso è funestata da uomini che vogliono solo fare soldi per se stessi o farsi immagini per presentare se stessi o – Dio non voglia – trarre in inganno il debole e il fragile. 

Sull’onda di queste parole di Gesù possiamo ben delineare la figura degli annunciatori del Vangelo anche di oggi: li chiamiamo “operatori pastorali” e in questo nome papa Francesco colloca tutti coloro cui sta a cuore l’annuncio del Vangelo, della gioia del Vangelo; si vede continuamente espressa una figura di persona, giovane o vecchio che sia, ragazzo o bambino pure, che si relaziona con tutti in modi gratuiti, nuovi, senza schemi prefissati, capace di condividere e di rischiare, di obbedire e di sforare per eccesso di amore, di sopportare la povertà per non creare nessuna barriera con i più fragili, lebbrosi e appestati compresi.  

Dice papa Francesco: “C’è una predicazione informale che si può realizzare durante una conversazione ed è anche quella che attua un missionario quando visita una casa: essere discepolo significa avere la disposizione permanente di portare agli altri l’amore di Gesù e questo avviene spontaneamente in qualsiasi luogo, nella via, nella piazza, al lavoro, in una strada “. 

Non luoghi, ma percorsi continui … strada facendo.

9 Luglio 2020
+Domenico
 

La squadra di “poco raccomandabili” e pure incompatibili tra loro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 1-7)

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Esistono realtà importanti nella vita di fede che si esprimono attraverso due realtà che devono sempre stare assieme; per esempio il comandamento più importante del cristiano è l’amore, che assolutamente deve essere duplice e sempre assieme: amore a Dio e amore al prossimo: non c’è l’uno senza l’altro.

Ancora, il Corpo e il Sangue di Cristo sono sempre assieme perché indicano la vita di Gesù offerta fino all’ultima goccia.

Ancora, ogni cristiano non è a caso nel mondo, ma ha una vocazione che si sviluppa sempre assolutamente in una missione; se uno è chiamato da Dio è sempre mandato: ogni vocazione diventa una missione.

Così Matteo, quando fa l’elenco dei discepoli di Cristo, immediatamente li fa diventare apostoli, cioè sono mandati: chiamati e mandati, chiamati ad uno ad uno e mandati.  

Quando sono chiamati spesso ricevono anche un altro nome che indica la missione, o la propria storia: Mosè voleva dire salvato dalle acque, Simone viene chiamato Cefa – pietra – da cui romanizzato Pietro, roccia su cui fonda la chiesa, di cui sarà il primo papa. 

Gesù poi – diremmo noi non troppo delicati – fa il “partigiano” nel mandare gli apostoli prima di tutto agli ebrei, ai figli di Israele, perché è il popolo che si è scelto, non viene meno mai alle sue promesse il Signore, e il popolo è talmente libero che non smette di disobbedirgli. 

Gesù è il primo mandato, il primo apostolo: la Chiesa ha in Gesù e nei suoi apostoli le proprie radici ed è costituita subito su itineranza e mobilità, annuncio della parola e servizio ai poveri, gratuità e povertà le sue caratteristiche principali; se serve i poveri, i rifugiati, gli emigranti non è per ideologia di partito e debolezza di sinistra, ma è obbedienza assoluta al suo Signore Gesù, e tutti i gesti dei cristiani non si attuano senza entrare nelle leggi che i popoli si danno, facendo in modo che le mentalità chiuse su se stesse si aprano ad orizzonti vasti come il regno di Dio; ciò dipende da come noi cristiani siamo convinti, pure rispettosi, ma anche pronti a pagare di persona per quello che la nostra coscienza, basata sulla vita di Gesù, ci suggerisce.  

La squadra che Gesù si sceglie è tra le più impossibili umanamente a stare assieme per uno stesso scopo: ma com’è possibile combinare i primi quattro con Matteo cui dovevano pagare le tasse per l’odiato romano? come combinare questo con Simone il Cananeo e Giuda Iscariota? Sono persone poco raccomandabili, per lo più incompatibili tra di loro: era gente più diversa, che resterà sempre con le sue diversità, ma decisamente chiamata a vivere da fratelli, se la preghiera che loro insegna chiama Dio con il nome di Padre nostro.

Dio non seleziona secondo criteri di bravura, cultura o efficienza: la Chiesa è sempre aperta a tutti, buoni e cattivi.  

Ognuno è rispettato per quello che è e chiamato ad accogliere e rispettare l’altro nella sua diversità: forse i nostri corsi per operatori pastorali, i nostri seminari, i nostri conventi dovrebbero avere davanti sempre questa coraggiosa e responsabile chiamata di Gesù dei suoi apostoli, caricandosi sulle spalle le differenze che ci fanno uscire da noi, ma moltiplicano le strade di salvezza. 

8 Luglio 2020
+Domenico

Il mondo è una messe, non una discarica

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 32-38) 

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La nostra storia, e la storia della salvezza soprattutto, è uno scontro tra fede e incredulità, tra luce e tenebre, tra accoglienza e rifiuto, tra tocco che salva e bestemmia imperdonabile.

Gesù fa miracoli: dona la luce della vista ai ciechi, scaccia demoni, produce sempre per tutti segni e delinea strade per poterlo incontrare.  

La bestemmia la dicono stavolta i farisei, che senza il minimo pudore affermano che Gesù è d’accordo con i demoni per scacciarli dalla vita delle persone: è una incredulità che si indurisce e rifiuta, e ritiene che Gesù è un divisore, un diavolo.

E’ il peccato contro lo Spirito Santo: ritenere che Gesù non solo non ti può salvare, ma è attivo nel cacciare le persone, le creature di Dio nell’inferno nel regno di Satana è una grande bestemmia.

Gesù invece si presenta sicuramente come il Figlio di Dio, e qui dà risalto alla sua profonda umanità: andava attorno per tutte le città, per tutti i villaggi; vuole incontrare tutti, sia sulle strade di grande comunicazione del mare di Galilea, sia nei villaggi all’interno.

Ma soprattutto contempliamo quel “viste le folle ebbe compassione di loro”: avere compassione non è un sentimento vago, una idea di commiserazione, ma è sentirsi provocato, chiamato, desiderato, coinvolto con tutto se stesso, nelle stesse sue viscere nella situazione di abbandono della gente, essere dedicato a tutti a partire dalle sue viscere di misericordia.

A mano a mano che si avvicina a Gerusalemme gli si chiarisce la missione per cui è presente su questa terra: la sente urgente, provocatoria per chi vuol stare nel suo brodo, nei suoi social ogni ora del giorno e pure della preghiera. 

Ci rende compartecipi della sua compassione e ci apre gli occhi su tutta l’umanità: non siamo nel mondo a perdere tempo o a provare nostalgie di chiese piene, di domande profonde, dobbiamo aprire gli occhi!

Gesù parla di una messe abbondante: il mondo non è una landa di ululati solitari, non è il regno delle tenebre, non è il male personificato: questo nostro mondo, proprio questo che sembra osteggiare la vita di fede, è una messe; c’è una attesa già matura, che noi non vediamo, ma che qualifica l’umanità. 

Certo, gli operai sono pochi, cioè ai cristiani – che pure sono molti – non viene in mente di essere sempre e ovunque convinti della propria fede e soprattutto gustarla: gli operai sono ogni cristiano, non solo i preti, o i ministri o gente che ci sta attorno, ma cristiani battezzati che sanno di poter avere solo la fede che riescono donare agli altri.  

7 Luglio 2020
+Domenico

Fede è toccare e lasciarsi toccare da Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 18-26)

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Nel nostro mondo di grande comunicazione, con tanti strumenti di comunicazione che abbiamo e con i quali tentiamo spesso di semplificare le cose difficili – perché crediamo che la vita non abbia spazio per pensieri, per riflessioni sulle esperienze, momenti di ricerca in cui mettiamo assieme intelligenza, cuore e affetti, relazioni – ecco in questo mondo la stessa fede facciamo fatica a definirla: siamo sempre tentati di farla diventare un credere in cose che nell’esperienza sono impossibili, cose che la ragione non riesce a dimostrare, tendenzialmente lo riduciamo, questo atto di fede sempre a un atto di intelligenza.

Gesù nel vangelo dà una cognizione semplicissima della fede: la fede è toccare, che è la forma prima e ultima del conoscere; è andare oltre il proprio limite, entrare in comunione e in scambio con l’altro; la fede è toccare il Signore della vita, che a sua volta ci tocca: il suo tocco è il dono stesso della vita.

Non si evita la morte che fa parte della nostra finitezza, ma proprio in essa si è presi per mano da Gesù, che ci risveglia.  

Il Vangelo di Matteo ci presenta due miracoli legati tra di loro e intersecati: sta andando da un padre affranto per la morte della figlioletta, invitato da lui a scendere a casa sua dove essa giace morta, e gli chiede proprio: “Vieni, imponi la tua mano su di lei, e vivrà” – il tocco della sua mano.

Lungo il cammino una folla lo circonda, e da essa spunta una donna che ha da tempo un suo grande desiderio: è donna, e quindi soggetta a troppe limitazioni da parte della legge riguardo al suo stare in pubblico, ma osa, desidera, tenta di dare gambe al suo sogno di poter anche solo toccare il maestro e a furia di spinte, ci riesce e si accontenta … ce l’ha fatta: “Ho toccato quel lembo del mantello come si usava toccare il mantello dei profeti. Se questo Gesù è quella speranza che dicono, sono a posto.”

E Gesù si accorge: non s’accorgono gli apostoli, intenti a contare e a incassare complimenti, approvazioni, momenti di gloria e la sottile convinzione di stare al di sopra della media. 

Il tocco di quella donna è un tocco di fede: si è accostata a Gesù come alla sua salvezza, alla sua speranza di poter guarire, di poter tornare alla vita di ogni giorno senza il peso di una condanna. 

Gesù chiama quel tocco “fede”: «donna, la tua fede ti ha salvata». 

Giunge alla casa di uno dei capi che gli ha chiesto di imporre le mani alla figlia morta e Lui la prende per mano: tra quelle due mani passa la vita, passa la vittoria sulla morte, passa la fede del capo della sinagoga in Gesù.

Noi siamo di fronte al limite irrimediabile di ogni esistenza, a meno che ci tocchi il Signore stesso della vita: questo tocco lo ha provato anche il lebbroso, questa mano ha stretto anche il cieco di Betsaida, lo prese per mano e per quelle mani passò la luce

Fede è questo tocco nostro di Gesù e suo di ciascuno di noi! 

La fede è allora molto più grande di una pensata, di un concetto ben sistemato in un angolo del cervello: è la concretezza di un tocco di Gesù, che è venuto su questa terra proprio per rendere possibile, facile, vero sperimentabile il suo tocco, e il massimo del toccare oggi per noi è la comunione eucaristica, è mangiare il suo corpo e bere il suo sangue.

Mi permetto di ricordare oggi la festa Santa Maria Goretti che fece la sua prima comunione a Paliano nella diocesi di Palestrina. 

6 Luglio 2020
+Domenico

Il Regno di Dio dentro, ma non imprigionato nel Covid-19

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 25-30)

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A furia di mascherine, di distanze fisiche, di plexiglass, di amuchina – giuste precauzioni e difese – ci stiamo dimenticando che la nostra vita ha orizzonti più ampi: infatti da quando è finito lo stare in casa ci si è spostati sul lavoro, sulle nostre industrie, sulla scuola – troppo poco sui nostri ragazzi – sulla vita sociale …

Il campo della fede, a mio avviso è un poco trascurato: in questo modo stiamo abbassando troppo i nostri orizzonti, che sono indipendenti da costrizioni umane, che sono resi vivi dalla pratica religiosa e che devono essere ampi; il nostro rischioso mestiere di vivere ha bisogno di alzare lo sguardo, di aprire gli orizzonti della fede.

Gesù ha a cuore che le persone sue contemporanee, e poi tutti noi che stiamo vivendo e credendo alla sua vita, cui è stato mandato da Dio Padre, siano invitate sempre ad alzare lo sguardo verso quel bene infinito, vero, futuro, ma che si realizzerà nonostante tutte le incomprensioni, che si chiama Regno di Dio.

Gesù trovava allora, e trova sempre anche oggi, una grande opposizione o distrazione, ma insiste e nota che il disegno di Dio Padre si realizza: i “piccoli” hanno riconosciuto nella sua azione la presenza di questo regno, ancora nascosto, ma ormai presente fra le persone.

Ti ringrazio Signore, perché hai nascosto questo orizzonte, e si riferiva al regno di Dio, che ancora non ha spiegato e illustrato a fondo: cercherà in seguito di metter davanti agli occhi e alla mente di tutti il progetto di Regno di Dio con le immagini del tesoro nascosto nel campo, della perla di grande valore, della moneta persa e ritrovata, della rete gettata in pieni fallimenti di pesca …

I piccoli hanno percepito, ma per chiarirsi di più, per comprendere con la vita occorre ascoltare, dialogare, mettere attenzione alla voce del Padre: Lui solo può rivelare ciò che è suo, ciò che è nascosto.

Chi accetta Gesù si deve porre sulla strada verso la liberazione da ogni legge, verso la piena libertà, verso Dio: il primato di Dio nella vita dell’uomo e della donna è un riconoscimento necessario per tutti; è Dio il centro della vita umana!

La nostra umanità sta snobbando, talora combattendo, spesso ignorando questo primato, questa centralità.

Le esigenze della fede in Gesù sono radicali, ma per chi le accetta liberamente – convinti che sono l’unico modo per vivere nella giustizia, nella libertà, nell’amore, tipiche del regno di Dio – sono lievi e leggere queste esigenze; dice infatti: “non mi impongo con la violenza, nel mio cuore sono vicino agli umili, il mio insegnamento non è oppressivo e i miei comandamenti non sono gravosi”.

Se queste verità e qualità nuove della vita che ci propone le vediamo scritte e realizzate in Gesù e sono un tutt’uno con Lui, dobbiamo esprimere una grande fiducia in Lui: è questo il nostro orizzonte e la nostra gioia.

5 Luglio 2020
+Domenico

Perché digiunate? Così si vive una festa per lo sposo?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 14-17)

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Siamo in una stagione di cambiamento d’epoca, non solo di cambiamenti epocali, nel senso di una serie di cambiamenti molto determinanti il nostro tempo, come dice spesso papa Francesco. 

E’ il nostro tempo che è cambiato: da una parte questa pandemia che ancora ci assilla e ci costringe a distanze fisiche che un po’ alla volta tentano di diventare sociali – purtroppo chiamano da sempre così le nostre distanze misurate anche a metri, distanze sociali, sono distanze fisiche – Dall’altra il sensus Ecclesiae – lo dico in latino – per indicare il sentimento profondo della chiesa cui come cattolici apparteniamo non solo socialmente, ma con tutta la nostra vita, il nostro sentire, il nostro credere, i riti e i sacramenti cui rivogliamo partecipare e che vogliamo rivivere anche fisicamente, come è nella natura dei sacramenti.  

Il documento di papa Francesco Evangelii Gaudium, la gioia del vangelo, e tutta la sua impostazione sinodale ampia, partecipata, con tanti ascolti non retorici, ma vere esperienze di incontro e di dialogo, fatti di tante ore e di tanti viaggi apostolici – penso al sinodo dei giovani, a quello della famiglia, a quello sull’Amazzonia e a tutta la sinodalità da papa Francesco invocata e non molto seguita dalla base – ebbene tutto questo dà vita a un nuovo modo di vivere la Chiesa.

Dico spesso che è ancora lo stesso gioco, le stesse regole, che qualcuno rimpiange troppo, magari la stessa squadra, gli stessi giocatori, ma la partita, il gioco, il senso sono diversi: c’è stato un cambiamento d’epoca.  

Oso pensare che dovesse essere percepita così anche l’irruzione della persona di Gesù, dopo gli insegnamenti e la predicazione del Battista: sono i suoi seguaci, che già avevano fatto un grande cambiamento rispetto alla vita consueta dei fedeli del Tempio, a domandare a Gesù perché i tuoi discepoli non digiunano.

Volete che Gesù si metta a dare rispostine a una domanda tipica da catechismo dei bambini?! coglie il senso della domanda e come sempre, apre orizzonti nuovi.  

Oggi qui tra voi c’è lo sposo, c’è la salvezza, c’è la Trinità che si spende un’altra volta per voi in termini definitivi: cambiate testa, cambiate mentalità, obbedite alla Legge come faccio io fino agli apici di cui è pieno il nostro alfabeto, ma apritevi al nuovo che c’è tra voi; Dio, il Padre mio mi ha mandato, perché vi vuole troppo bene per lasciarvi nei vostri stretti orizzonti. La legge da sola non dà più salvezza; di fronte ad essa sarete sempre inadempienti; è lo Spirito che vi invade, vi risana, vi dà nuova forza  e vi lancia in tutto il mondo. Se prima dovete aiutare i vostri connazionali, come è giusto, a capire e vivere questa novità, d’ora in poi il mondo intero sarà il vostro orizzonte e la festa non dovrà più finire. Non fate che il digiuno che vi serve per purificare le vostre intenzioni, diventi la legge del Regno di Dio. La legge nuova è lo Spirito che con me ha scritto le Beatitudini, i miracoli, e mi sosterrà anche di fronte alla morte che io affronterò per voi, fino all’ultima goccia di sangue. Avrete sempre da affrontare tribolazioni, condanne, crocifissioni vere o spirituali, come capiterà anche a me, i digiuni torneranno, ma saranno pieni di speranza e di prospettive di festa. 

3 Luglio 2020
+Domenico

Tommaso ci insegna a cercare e a trovare

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)

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Ci capita spesso di metterci assieme con amici e in questo stare assieme far nascere voglia di fare, voglia di esserci, desiderio di dare senso alla vita … se poi c’è qualcuno che ha capacità aggregative, ma soprattutto ideali alti, è garantita anche una riuscita. 

Il giro degli apostoli era giusto stato messo assieme da Gesù: era un gruppo di persone molto assortito, era una squadra che nessuno avrebbe preso per lavorare assieme verso una meta comune, e la squadra “scoppia” proprio a Parasceve e il giorno dopo si taglia a fette la grande disperazione di tutti per la morte di Gesù, la sua fine miserevole, da bestemmiatore, da nemico di Dio, ma è sabato, il sabato della grande festa pasquale.  

Tutto cambia il primo giorno dopo il sabato, diremmo noi domenica sera: la squadra più impossibile che si era formata attorno a Gesù, ne sente il vuoto, la mancanza, la sconfitta e decide di ritrovarsi assieme.

 Ma manca Tommaso: è fuori ancora disperato, ancora chiuso nella sua desolazione. Torna tardi entra, li vede tutti esaltati, gli si fanno attorno, non smettono di riferirgli con gli occhi, con il cuore, con il sorriso l’esperienza profonda che hanno fatto del Risorto.

E Lui: “a quel che dite, neanche se mi ammazzate ci credo. Siete tutti esaltati. è una euforia collettiva che vi siete dati per sopravvivere, per eccesso di disperazione.”

Qualche tempo dopo in piazza avrebbero detto di questo entusiasmo degli apostoli che erano già ubriachi di buon mattino.  

Ma otto giorni dopo Lui, Gesù, il Cristo ritorna e guarda subito a Tommaso: “volevi mettermi il dito nel posto dei chiodi? Volevi puntarmi la mano nello squarcio della lancia? Eccomi.”

Da una parte Gesù che ama, capisce, si offre, dall’altra noi con la nostra dialettica, i nostri dubbi, i nostri continui ripensamenti, le emozioni contrastanti che oggi ci portano a credere e domani a rifiutare, con il velo pesante dei nostri comportamenti sbagliati che ci tolgono la visione della verità, con le nostre fughe per non pensare, con le nostre fasciature fatte di ricchezze e egoismi, con le nostre intelligenze sviate, siamo li a questionare. 

Tommaso, tra gli apostoli, aveva un suo metodo preciso per aderire a Gesù, per accogliere da Lui il dono della fede: cercare, avere fiducia e accogliere il dono senza mezze misure.

C’è posto per tutta la sua carica umana, per tutte le domande anche più inutili, ma poi cambia radicalmente prospettiva, ricerca, impegno e il cuore si allarga all’accoglienza del Risorto, e all’accoglienza di Dio. 

E’ un attimo intenso quello di Tommaso: la verità gli scoppia dentro: mio Signore e mio Dio. E’ fede pura, non è soprattutto e solo constatazione.

San Giovanni Paolo II a Tor Vergata ha chiamato questo incontro “laboratorio della fede”: quante volte anche noi dobbiamo attivare questo laboratorio di Tommaso, perché la vita ci presenta sempre domande impossibili e ricerche disperate; non dobbiamo risparmiarci nessuna domanda per noi e per tutti, entrarci anche noi, invocare, attendere, cercare fino ad accogliere il dono della fede, che Dio non ci farà mai mancare. 

3 Luglio 2020
+Domenico

L’immagine di Dio inaudita: è uno soprattutto che perdona

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9, 1-8)

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Ciascuno di noi si sente dentro qualche piccolo o grande rimorso: abbiamo sbagliato, abbiamo offeso, siamo venuti meno a un nostro preciso dovere e ne hanno pagato i danni altre persone innocenti … i nostri fallimenti ci avvolgono come in un bozzolo, e ci legano.

Puoi ubriacarti o drogarti per cancellare, ma resti sempre bloccato; la tua coscienza  non ti permette di correre, di sentirti libero, di andare dove vuoi: è una sorta di paralisi e da te stesso non ti puoi liberare.  

A Gesù un giorno portano un uomo paralizzato, mentre sta dialogando con gente che lo ascolta volentieri, nonostante dica cose che li sconvolgono: la prima che li sconvolge non è tanto che riesce a far saltare in piedi e camminare un uomo paralizzato, ma che lui dica che perdona.

Gesù fin dai primi momenti della sua predicazione, del suo girare tra la gente svela una volta per tutte il perché dei suoi miracoli: sono un segno per mostrare sulla terra il grande potere di Dio che è quello di perdonare i peccati. 

Purtroppo noi quando pensiamo a Dio, subito pensiamo a una legge che giudica e punisce il male: sentiamo il dovere di osservarla, la colpa se la trasgrediamo, e la necessità di espiare il male fatto.

Dovere, colpa, ed espiazione sono tipici di ogni religione, che lega, ri-lega l’uomo come suo eterno destino, ma il nostro Dio non è legge e noi non abbiamo debiti con Lui, è Lui che li vuole avere con noi: ci ha fatti per amore, e ogni nostro male è un “suo” fallimento, di cui soffre, come papà e mamma con i figli si mettono in questione se noi stiamo male o sbagliamo.

L’amore non accampa diritti, mai: riconosce come doveri propri i diritti dell’amato. 

Gesù, il Figlio che conosce il Padre, “deve” dare la sua vita per questo nostro mondo di peccato: è venuto sulla terra per portare ai fratelli nel suo perdono quello del Padre. 

Questo per gli ebrei che stanno ad ascoltare Gesù è una bestemmia: Gesù si fa uguale a Dio, l’unico che perdona, e per di più senza condizioni; non ci perdona perché ci siamo convertiti, ma noi possiamo convertirci a Lui, perché Lui per primo si converte a noi, anzi con bontà somma, si addossa la colpa di averci abbandonati e ci chiede scusa. 

Gesù, il Figlio dell’uomo, invece di giudicare assolve, invece di condannare perdona, invece di punire, espia per gli altri: proprio per questo  verrà giudicato, condannato e ammazzato in croce. Non solo, ma dalla croce ci assolve tutti, ci perdona tutto e ci dona libertà dal male: questo è il grande potere di Dio sulla terra

Perdonare è un miracolo più grande che risuscitare Lazzaro: Infatti Lazzaro morirà ancora. Perdonare invece è nascere e far nascere a vita immortale, quella stessa che Dio vive.

Il perdono è l’esperienza di un amore più grande di ogni male: rivela a noi l’identità di Dio che ama senza misura e quella dell’uomo, sempre e comunque amato.

L’uomo paralizzato poi se ne andrà guarito con il suo lettuccio, però gli scribi, che si sono scandalizzati del fatto che Gesù perdonasse a noi, hanno permesso di immergere le nostre coscienze e le nostre vite nel grande perdono di Dio, e la Chiesa è fatta da coloro che accolgono il perdono e ne sono ambasciatori verso tutti i fratelli. 

2 Luglio 2020
+Domenico

E’ possibile avere paura di Gesù e ritenerlo indesiderabile

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 28-34)

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Non si può glissare sul tema del demonio: qualcuno per principio lo ha cancellato dalla sua esperienza di fede e … la vuole cancellare da tutti, perché teme che le persone non si prendano le proprie responsabilità di fronte al male che compiono. 

Certo, sarebbe sempre facile attribuire a una forza esterna a me il male che compio, ma il Vangelo è assolutamente chiaro su questo punto: esiste un principe del male, esiste satana, esiste il divisore. 

Non esiste un principio del male, il demonio, e un principio del bene, Dio che si fanno guerra alla pari: il demonio è dell’ordine delle creature e sta sempre sotto Dio.  

Un segno che Gesù è proprio il Messia, a partire dalla cultura e religione ebraica, è che l’atteso delle genti, colui che deve venire, il mandato da Dio per salvare il mondo ha il potere di cacciare i demoni, di vincerli, di essere il signore anche del principe del male. 

Nell’episodio che ha per scenario il territorio dei Gadareni  Gesù si imbatte in due indemoniati, ed è un drammatico scontro sapere che i demoni lo riconoscano e sentano che li sconfigge, li caccia, li vince e che invece gli uomini liberati dal demonio non riconoscano Gesù come il salvatore, anzi lo vogliano ancor di più allontanare da loro: “Lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio”.  

Gesù è espulso come indesiderabile: aveva loro aperto la via verso Dio, perché i demoni ora non potevano più ostruirla, ma gli uomini si rifiutano di impegnarsi a percorrerla, anzi giungeranno prima ad accusarlo di essere un emissario del demonio o lo stesso demonio, lo perseguiteranno e lo metteranno a morte in croce. 

Il nostro mondo è troppo supponente rispetto all’esistenza del demonio e al suo influsso sul mondo, ma nessuno non può non restare impressionato del male che dilaga paurosamente sulla terra. Il cristiano sa che la vittoria di Cristo sarà completa alla fine dei tempi, quando tutti gli uomini avranno combattuto e vinto insieme con Gesù. 

Noi siamo chiamati a lottare serenamente, ma costantemente contro il male e prima di tutto quel male che sentiamo dentro di noi: Cristo Gesù sicuramente non ci lascia mai mancare la sua forza, perché Lui ha vinto il mondo e ha vinto il male.  

1 Luglio 2020
+Domenico

Una tempesta capita a tutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 8, 23-27) 

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Nella nostra vita spesso c’è un piattume soffocante, una ripetitività che ti toglie anche la fantasia, sempre le stesse cose, gli stessi orari e altre volte invece ti capita l’imprevedibile e, se non sei allenato, trionfa la paura, la fatalità, la rabbia e combini ciò che non saresti mai riuscito nemmeno a pensare.  

E’ una notte di questo tipo che capita agli apostoli dopo giornate belle di rapporto con la gente, di segni di salvezza compiuti da Gesù, di miracoli, diciamo noi oggi. 

E’ una tempesta improvvisa che mette in pericolo la vita di tutti gli apostoli che con Gesù stanno andando da una riva all’altra del lago di Tiberiade: Si scatena la paura ed è panico assoluto.   

E’ l’immagine della nostra vita, dei nostri sentimenti, dei  tessuti di relazione con il nostro prossimo, che improvvisamente sfocia in una esperienza di dolore: in questo stato andiamo a cercare aiuto, vogliamo trovare qualche riferimento che ci permette di stare in piedi, di capire, di dare un senso a quello che ci capita.  

Quel Dio che prima ritenevi un soprammobile ora lo cerchi, lo accusi, lo chiami in causa: “Dio, tu dove sei? Perché mi fai capitare tutto questo?” E scopriamo che Dio è assente dalla nostra vita: abbiamo sempre vissuto come se non esistesse, lo abbiamo ritenuto ininfluente, abbiamo programmato sempre la vita senza di Lui.

E sì che dicevamo ogni giorno le preghiere! Ma erano appunto le preghiere, le formule, non La preghiera: abbiamo giocato soltanto! 

Anche i discepoli avevano Gesù a disposizione tutti i giorni, ma vi si erano quasi abituati: Lui doveva risolvere tutti i loro problemi, quasi si sentivano in diritto di restarne protetti; invece stavolta non se ne cura, sta dormendo beatamente. E’ assente, non risponde, non risolve un bel niente, è solo un peso.  

E’ la domanda di molti di fronte al male del mondo, di fronte alle morti degli amici, di fronte alle ingiustizie. Molti ragazzi, per esempio, cominciano ad abbandonare la chiesa, si ribellano all’assenza di Dio, perché credono che Dio dorma sulle loro vite e le loro vicende. Il silenzio di Dio suscita in noi paura e disappunto, però non abbiamo il coraggio di domandarci prima: “ma io credo in Dio? Ho sperimentato ancora la bellezza dell’abbandono nelle sue braccia? So di stare a cuore a lui?  Mi sono mai affidato a Dio in maniera sincera?” 

In questo dolore che si prova, Dio è sparito, ma non c’era già più da un pezzo: è da una vita che andiamo avanti senza riferirci veramente a Lui. 

Gli apostoli allora lo svegliano e lo rimproverano: “Non ti importa che moriamo?” Che significa questa tuo assoluto estraneamento? E’ un grido e un rimprovero, è una disperazione e una rabbia, è una constatazione e una pressante richiesta. 

E Gesù pensa: “Tu sei un palpito del cuore di Dio e vuoi che a me non importi niente di te? Io ti ho amato fino a morire per te e tu credi che io abbia abbandonato la mia missione? Tu mi sei stato affidato da Dio, mio Padre e credi che io non sia deciso a fare tutto quello che è necessario per te? Sono io che dormo o sei tu che non hai fede?”

Allora destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati! ”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia: in realtà non è Gesù che dorme, ma la nostra fede in colui che salva che manca. 

30 Giugno 2020
+Domenico