Non gridano: Immondo immondo, ma maestro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 11-19)

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I lebbrosi hanno sempre fatto paura: nei secoli passati anche molto vicini a noi, li relegavano a morire in qualche isola, lontano per non appestare gli altri, destinati a una morte prima sociale poi fisica – tutti ricordiamo l’isola di Molokai dove divenne santo con loro padre Damiano de Veuster – da sempre venivano collocati  fuori dalla relazione con la comunità.

Qui con Gesù li troviamo sul limitare di una strada che entra in un villaggio, e riescono a incontrarsi con Gesù. Quando si avvicinano a luoghi abitati la legge del Levitico li obbliga ad allontanare la gente gridando “Immondo, Immondo”,  invece quando intuiscono che c’è nei paraggi Gesù urlano a Gesù, con una supplica, e lo chiamano “Maestro”, come i discepoli. Conoscono la Bibbia e usano le parole con cui i salmi  invocano la misericordia di Dio, la sua fedeltà, la sua eterna alleanza: “Abbi pietà di noi”.

Gesù, sembra che quasi non si dedichi a loro, ma va oltre: li proietta sul dopo guarigione che ancora non c’è e li manda dai sacerdoti ad ottenere il “certificato di guarigione” e quindi di riammissione a una vita civile normale, di relazioni, di amicizia, di dialogo, di abbracci e di compagnia.

Lungo la strada i dieci vengono guariti, purificati, così che possono essere reinseriti nella comunità: era capitato così anche a  Naaman il siriano di essere guarito a distanza e lui tornò per ringraziare il profeta Eliseo, passando dalla riconoscenza per la guarigione, alla fede, lui che da straniero era molto prevenuto nei confronti del Dio dei giudei.

La liberazione da questa orribile malattia ha sicuramente esaltato questi 10 lebbrosi, ebbri di gioia per un cambiamento così repentino e invocato con disperazione: non si preoccupano di tornare a Gesù per capire che cosa ci stava sotto, che cosa voleva da loro in questa guarigione. Era per loro forse solo un medico bravissimo che ha fatto il suo dovere oppure avendolo chiamato maestro si sentivano della sua compagnia di pensiero, di azione e niente più. L’avevano sentito parlare di regno di Dio e cominciavano a capire che si trattava di un mondo in cui si sta meglio e non ci sarà questa vergognosa lebbra.

Luca sottolinea che uno solo è riuscito a “forare” l’accaduto e a leggervi dentro l’agire provvidente di Dio, una apertura alla fede in Dio quindi, e ritorna a glorificarlo … e allora  rende gloria a Dio “a voce alta” e ringrazia Gesù con un gesto di prostrazione, che è tipico di chi riconosce in colui cha ha davanti la realizzazione di un segno messianico, la presenza di Dio in Gesù, affermando così implicitamente di avere riconosciuto l’identità messianica di Gesù.  

E neanche a farlo apposta è proprio un samaritano, uno – diremmo noi – che non va mai in chiesa, che è sempre stato contrario a chiesa e preti, non solo non praticante, ma … quasi pure ateo; questo guarito come Samaritano era disprezzato ed emarginato anche per la sua origine.

E Gesù non manca di farlo notare, anche a noi spesso intolleranti con gli stranieri, non manca di far notare che questo lebbroso guarito è proprio uno di quelli che si comporta meglio dei figli di Israele, dei praticanti diremmo oggi e dei notabili nella religione e rappresenta la chiamata universale alla salvezza … e gli dice “Rialzati, va, la tua fede ti ha salvato”.

È la fede che salva, una fede matura che non si riduce alla gioia di avere uno come Gesù che fa  miracoli, ma si apre all’accoglienza della sua persona, all’entrare in relazione profonda con Lui, che è il Figlio di Dio Padre che è l’unico che può dare salvezza definitiva.

10 Novembre 2021
+Domenico

Costruita una basilica la si dedica a Dio e non ai nostri affari

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)

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A guardare le nostre televisioni o a sentire le nostre radio si direbbe che la vita, il mondo è fatto tutto di compratori e venditori: si fanno talmente intelligenti le pubblicità che ti diverti pure mentre ti spremono e ti alleggeriscono il portafoglio.

Se poi vai in un paese del terzo mondo vedi che tutti vendono e comprano di tutto, in tutti gli spazi possibili delle strade: non c’è catapecchia che non esponga il suo banchetto vendita. La più nobile ci ha pure una vetrinetta per il posteggio delle mosche.

Vendere e comprare è sentirsi vivi, è sperare, e avere relazioni è riempire la vita! Non si costruiscono forse così anche le chiese? Perché  non lo dovrebbe essere anche l’esperienza  religiosa, questo bisogno profondo dell’uomo, questo lato misterioso della vita umana?

Per mettere le mani avanti e per non osare di fare della Chiesa una spelonca di ladri, ad ogni festa che ricorda la dedicazione di una Chiesa al rapporto vero con Dio si legge sempre questo brano di Vangelo dove Gesù con la sua forza ci richiama in maniera inequivocabile alla chiesa come luogo di preghiera.

Oggi celebriamo il giorno anniversario della dedicazione della basilica lateranense, la cattedrale di Roma, il cui vescovo è sempre il papa.

Presso il tempio di Gerusalemme, punto di convergenza di tutto un popolo, crocevia di attese, sofferenze, speranze, illusioni, tensioni, rivoluzioni, vendere e comperare era diventato connotazione determinante.

Non andrai davanti a Dio a mani vuote?! Come puoi pensare che Dio ti benedica se sei così spilorcio? La vuoi pagare quella grandine che hai evitato o ti vuoi proprio rovinare senza evitare la prossima? Sarai un poveraccio, ma due spiccioli per un paio di tortore li puoi scucire anche tu.

Non erano preghiere, non erano dialoghi con Dio, non era abbandonarsi nelle sue mani: era commerciare con lui, era ridurre Dio a mercante.

Arriva Gesù … non è la prima volta che va al tempio – anche Giuseppe e Maria  un giorno si erano comperati un paio di colombi con in braccio lui – ma questa volta non riesce più a sopportare questo ritratto che fanno del Suo Padre amatissimo: Il Regno di Dio non è fatto così, il povero non ha pedaggio da pagare per farsi ascoltare da Dio; la religione di Dio, suo Padre, è la religione del cuore non della borsa, Dio non si compera, ma si ama.

“Avete fatto della casa di mio Padre un mercato” E butta all’aria tutto.

Questo è ancora niente, nel giro di poco tempo tutti quei sacerdoti dovranno cambiare lavoro!

Un rapporto di un procuratore romano degli inizi del II secolo dopo Cristo riferirà a Roma che sono in crisi le macellerie: perchè non si sacrificherà più nessun tipo di bestiame.

“Voglio misericordia non sacrifici”, il cuore contrito non un portafoglio più appiattito!

Anche questo cambiamento di modo di mettersi in relazione con Dio verrà “caricato sul conto” di Gesù: non tocchi mai impunemente i soldi di nessuno … ma ne esce ripulito, più vero, autentico il volto di Dio Padre.

9 Novembre 2021
+Domenico

La fede non si compera a chili

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 1- 6)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «È inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono. È meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno di questi piccoli. State attenti a voi stessi! Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli. E se commetterà una colpa sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornerà a te dicendo: “Sono pentito”, tu gli perdonerai». Gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

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Viviamo in un mondo che ci strega con dosi massicce di beni, con consumi senza freno … oggi ancora più proprio perché siamo in crisi, di euro, siamo obbligati alla quantità e non alla qualità.

Il sogno è il grande magazzino: più merce prendi, più sconti hai. Ottimo! Con i tempi che corrono una amministrazione saggia è quella che ti permette di risparmiare.

Un pò alla volta però trasponiamo nella vita il criterio della quantità: nell’amore è la quantità di prestazioni che conta, senza badare ai sentimenti e alla delicatezza; negli affari è la quantità di soldi che guadagni, senza preoccuparti se sei di parola, se esprimi solidarietà, se vivi l’amicizia; nello studio è il numero di esami senza preoccuparti se ti fanno crescere come persona, se ti lasciano spazio per vivere relazioni umane; nel  lavoro è la quantità di ore o di guadagno, senza fare attenzione ai rapporti in famiglia e alla qualità della vita; nello sport è la quantità di risultati, facendo magari doping, senza pensare alla salute e al futuro.

Insomma … bisogna valutare tutto a quintalate?

Gesù questo pericolo lo ha visto anche nella fede, quando gli sono andati a chiedere “Signore aumenta la nostra fede”.

Aumenta? Che vuol dire? Che anche l’anima si vende e si compera a chili? Che le preghiere valgono se sono tante? Che la vita di un cristiano è bella se aumenta il numero di santini da incollare sul cruscotto? Che la fede dipende dal numero di santuari che hai visitato?

Gesù risponde “se aveste una fede grande come un chicco di senapa, potreste dire a questo monte spostati di qua e quello si sposterebbe” … mi sembra di sentire la rivalsa del miscredente chi si lascia commuovere solo a Natale e forse a Pasqua: “Lo ho sempre detto io che mi basta poco per credere, che non occorre stare tanto a pregare come certe donne che conosco io e che vanno tutti i  giorni in chiesa”.

Ma tu hai provato con la tua fede a spostare le montagne? A dare forza di coesione al tuo matrimonio che sta andando a pezzi? A riconquistarti i tuoi figli che ti ignorano? A convincere tuo padre e tua madre a non separarsi? Se non ci riesci, la tua fede non è mai neanche iniziata! Non è neanche questione di quantità, ma di assenza o almeno di scarsità.

C’è ancora una cosa che puoi fare per la tua fede: sperare! Di una speranza così abbiamo bisogno.

8 Novembre 2021
+Domenico

Riprendiamoci di nuovo la nostra vita di fede e di carità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,38-44)

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

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La vita è proprio un fiume lento che scorre: al centro ci siamo noi, una barca portata dalla corrente. Non è detto che vada automaticamente verso il porto della felicità, anche se la direzione è quella. Ogni barca segna con la sua stazza le onde, colora il fiume, gli obbedisce, ricama con originalità il suo percorso, si aggrega, si accompagna o cozza contro le altre. È una festa o una battaglia, una regata o un ingorgo a seconda della volontà di convivere o di dominare.

Sulla sponda di questo fiume mi piace pensare Gesù, che dopo aver fatto anch’egli il suo percorso nel grande fiume della vita sta a guardare le nostre vite che scorrono.

A Gerusalemme, Gesù un giorno siede a guardare un fiume di persone che passano davanti al tesoro del tempio: è un punto obbligato.

Quando vai alla presenza di Dio non puoi andare a mani vuote; certo porti te stesso, ti vai ad affidare a lui. Sai che la tua vita è nelle sue mani, hai un cuore, una intelligenza, un progetto: lo metti lì perché lui ne sia il custode, ma vuoi esprimere questo dono, questo amore con un segno.

Davanti al tesoro passa il ricco commerciante di pecore: ha guadagnato molto e non può non far cadere nei grandi vassoi monete d’oro sonanti, è una sorta di investimento per i prossimi  commerci o contratti. Arriva l’esattore delle imposte, firma un assegno e lo lascia cadere in maniera visibile: tutti devono vedere ondeggiare questa ricca “piuma” di soldi che va ad arricchire il tempio; arriva l’agricoltore che ha da poco venduto il raccolto e fa risuonare anche lui le sue monete.

Arriva l’industriale, ha un codazzo di televisioni, che lo riprendono nel gesto solenne di aprire un portafoglio … tutti devono vedere: lui lo fa solo per “dare esempio”. La gente ha bisogno di immagini sane, di fotografie esemplari, di vedere dove sta e chi è il benefattore … prima di andar via lascia una piccola lapide, a perenne memoria.

Nel trambusto spunta una vecchietta … mentre le televisioni spengono i riflettori, fa due o tre passi incerti e lascia cadere due spiccioli; non si vedono, non fanno rumore, nessuno li nota: per lei sono tutto quello che ha e lo dona a Dio, lo mette a sua disposizione. È povera, è sola, non ha futuro: il suo solo  futuro è Dio, la sua vita è tutta in lui e per lui. Domani? È nelle sue mani.

Dio non le farà mancare niente.

E Gesù è li che guarda: non s’è lasciato incantare dalle televisioni, dal numero di zeri, dalle cifre dei ricchi, dal suono ammaliante dell’oro … di fronte a Dio non ci si fa rappresentare dal superfluo, ma solo dal necessario. I due spiccioli che … non risuonavano, non pesavano, ma si portavano dentro la vita.

E noi che facciamo? che cosa mettiamo in gioco della nostra esistenza? Che cosa buttiamo nel piatto? Le nostre cose, quelle meno consistenti o tutto quello che siamo? Spero che nessuno pensi che vi voglio invitare a fare una elemosina consistente stamattina.

Dio a noi non ha dato il superfluo ma, come l’amore, ha dato tutto.

Ciò che ci occorre è di poter disporre di quello che siamo per una causa vera e buttarci senza riserve: Dio non vuole stabilire un contatto con le tue cose, ma con te. Non devi fare offerte, ma essere una offerta. Le offerte sono un segno concreto di te che vuoi offrire la tua vita per il Signore, per i suoi poveri, per chi è senza speranza e senza futuro.

Oggi la Chiesa ha bisogno del tuo tempo, ti chiede di stare a contemplare Gesù, ha bisogno che tu stia ad ascoltare le persone che si sentono sole, ha bisogno che ti assuma le tue responsabilità perché i principi del Vangelo nel lavoro sono derisi, ha bisogno che tu crei terra bruciata attorno agli spacciatori di droga, ha bisogno che tu indichi ai tuoi figli la strada della vita, anche a costo di turbare la serenità di un comodo vitto e alloggio.

Le nostre comunità hanno bisogno di rimettersi in piedi, sperando che la pandemia sia agli sgoccioli.

Occorre che ritroviamo la volontà di relazionarci, di metterci a disposizione per maturare noi stessi una vita di fede più convinta, trascinante e non più a rimorchio; ci riprogettiamo di nuovo una vita di fede con i nostri bambini, i ragazzi, i giovani, gli stessi adulti coetanei per vivere con dignità un nuovo inizio della vita cristiana.

7 Novembre 2021
+Domenico

La ricchezza tende a diventare un idolo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 9-15)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

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C’è un sorriso beffardo, che domina la scena di questa vicenda di Gesù: ci sono ad ascoltarlo dei benpensanti, dei supponenti, dei ricchi fasciati … è il sorriso compiaciuto di chi crede di essere superiore agli altri, perché ha quattro soldi: crede che questi siano la chiave di volta della vita, siano la soluzione di tutti i problemi e soprattutto la certezza della felicità.

Erano “attaccati” ai denari, dice il Vangelo: mettevano tutta la loro intelligenza nel farne sempre di più, si organizzavano la vita nel cercare di possedere di più. Essere “attaccati” significa esserne prigionieri, doverne vivere sempre la compagnia e la tirannia, farli entrare nella vita come padroni, non poterteli togliere dalla mente e dalle preoccupazioni, averli come una seconda pelle, farli diventare un altro te stesso.

 Ma che hanno queste ricchezze da mettere continuamente in allarme il cristiano? “Non potete servire Dio e il denaro” dice Gesù in maniera perentoria.

Se ne andò via triste,quel giovane ricco, perché aveva molti beni. E’ difficile, quasi impossibile che un ricco entri nel regno dei cieli. E avanti di questo passo.

“Ma che male c’è se son stato capace col mio duro lavoro di procurarmi benessere, se non sono stato con le mani in mano e ho aiutato la fortuna? Che colpa ne ho se sono nato dalla parte giusta? Non tolgo niente a nessuno, non uso male quel che ho, faccio anche qualche carità quando serve. Se tutti fossero capaci di darsi da fare nella vita come ho fatto io, il mondo non sarebbe pieno di barboni, di lavavetri, di accattoni…” e potremmo continuare anche con teorie economiche più elaborate per nascondere non i principi di una sana imprenditorialità o aggressività nell’affrontare la vita con tutta l’intelligenza possibile, ma una verità che il Vangelo ci pone davanti con pacatezza e fermezza: la ricchezza tende a diventare unidolo. Essa finisce per richiederti una sorta di “adesione di fede”, ti domanda a poco a poco un attaccamento del cuore che ti toglie libertà e si pone nella tua vita come un assoluto, diventa come signore alternativo all’unico Signore.

Chi segue Cristo non è di questo parere, non solo perché alla fine ce ne dovremo staccare, ma perché il centro della nostra vita è Dio: Lui è la nostra felicità, Lui è colui che solo ci può riempire l’esistenza. Siamo fatti per Lui e solo in Lui troviamo la realizzazione piena, senza rimpianti, senza fallimenti, senza inganno della nostra vita.

“Nessun servo può servire a due padroni o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro” … e non abbiamo bisogno di far vedere quanto questo è vero ogni giorno! quanto il denaro, l’avidità, la ricerca di esso rovina la vita degli uomini.

Per il denaro si tradiscono gli affetti più cari, si ammazza, si vendono le persone, si calpestano i diritti, si sterminano i poveri, si sporca il nome di Dio, si inquina la religione.

Per la ricchezza si perde la propria dignità, si distrugge il creato, si affossano i sogni, si fa morire di fame.

Il denaro, le ricchezze fasciano il cuore, tarpano le ali, spengono i desideri … ma non siamo in un vicolo cieco: quello che è impossibile all’uomo, è possibile a Dio. Basta, come sempre, sentirci e vivere da servitori solo di Lui, di Dio.

6 Novembre 2021
+Domenico

Ci si è spento dentro l’entusiasmo della fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

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Per la vita spirituale, nemmeno un po’ di furbizia: tutta routine, tutto scontato, tutto scialbo, tutto slavato, tutto dovuto.

I ritagli di ogni cosa: del tempo, dell’interesse, della preoccupazione, della progettualità, delle risorse, delle amicizie, della professionalità.

In oratorio è la stessa cosa: gli ambienti più sciatti, le stanze più buie, il disordine più organizzato, l’umidità più penetrante, lo sport più svogliato.

Per il gruppo solo le battute che ti vengono spontanee, le solite frasi, le preghiere della serie “dico quello che secondo me voi vi aspettate di sentire”; la puntualità con un chi quadro nella media da cinque punti, una dedizione agli amici da talk show.

Per la vita di fede, qualche bella emozione ogni tanto, una frase di vangelo da mandare in sms, una preghierina prima dell’esame, la solita domanda del perché occorre confessarsi a un prete che è un uomo come me e i soliti dubbi, ormai ampiamente messi a tacere, sui rapporti prematrimoniali.

Tutta la tua attenzione la metti per prepararti ad andare in discoteca, per agghindarti per le vasche sul corso e per andare in parrocchia non ti fai neanche la doccia.

I figli di questo mondo nel trattare le cose fra di loro, sono più scaltri dei figli della luce: il Signore non ha mezzi termini nel fotografare questo nostro esserci abituati alla vita cristiana, come al colore delle pareti. Ci si è spento dentro l’entusiasmo e vogliamo fare i missionari? Pensiamo di poter aiutare chi sta in ricerca a trovare la strada vera della vita?

Presentiamo un cristianesimo senza anima e speriamo che il mondo possa darsi una svolta? Offriamo una domenica da precetto e ci lamentiamo che si preferisca il supermercato o un qualsiasi week end!

La gente sfida le code interminabili in automobile perché noi non siamo più capaci di presentare una comunità viva in cui esploda la gioia del Risorto: tutte le ditte si mettono in cordata per sopravvivere o per proporre i loro prodotti, noi ci dividiamo continuamente in tanti gruppi e gruppetti … ogni idea una fondazione, ogni sottolineatura una struttura.

Certo noi non siamo una catena di commercio, non dobbiamo andare a porta a porta a vendere un prodotto, non siamo una “massa”,  ma potremmo presentare il dono del Vangelo e il dono grande della comunione se non fossimo tanto addormentati e  svuotati dal di dentro.

Il Vangelo non si merita tanta nostra svogliatezza, tanto pressappochismo, tanta impreparazione: per prendere una laurea ti metti di lena a studiare, tagli le amicizie, ti chiudi come in gabbia.

Per conoscere il Vangelo ti fermi ai ricordi del catechismo della Cresima di tanti anni fa?

I giovani, se vogliono, possono oggi darci un soprassalto di furbizia, di scaltrezza, di entusiasmo, di autentica professionalità, che è la santità, nel vivere la vita cristiana e nell’annunciare il Vangelo.

5 Novembre 2021
+Domenico

La festa infinita di Dio per noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 1-10)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte»

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Tanta è la disperazione e lo smarrimento che provi, quando ti accorgi di aver
perso una cosa importante, tanta è la felicità quando inaspettatamente lo riesci a trovare: hai ribaltato tutta la casa, sei andato e tornato dall’ufficio mille volte perché eri sicuro di averla messa in quel posto, poi non la trovi e credi che sia in quell’altro, ti metti a telefonare, metti sotto sopra tutti, accendi candeline a qualche santo… niente. Pensi a come poter farne a meno, ma non è possibile, e allora ritorni cercare con affanno maggiore … poi finalmente, e magari inaspettatamente te la vedi davanti questa cosa desiderata, voluta, immaginata e cercata: non può non esplodere di gioia e la voglia di condividerla chiunque ha vissuto questa … esperienza!

Se è così per qualcosa di importante, per una chiave, per un documento, per un
certificato, chissà come lo è per la vita! Abbiamo presente tutti la gioia del ritrovamento di un bambino, di un parente, di un amico …

Gesù dice che la ricerca da parte di Dio di un peccatore che si converte gli dà la gioia più grande che possa provare!

Ma stiamo scherzando? Dio fa festa per me? Solo perché mi lascio amare, mi
lascio trovare, permetto che il suo amore mi sani e mi fasci le ferite? Dovrei essere io a far festa … invece la fa prima Lui perché il suo amore è grande e non può restare inoperoso.

Entrare in quest’ordine di idee, in questa sicurezza di un abbraccio senza condizioni è l’essenza del cristianesimo: non siamo stati noi ad amare Lui, ma Lui ad amare noi.

Il cristianesimo non sta nei nostri comportamenti corretti, ma nel suo amore senza confini: sentirsi amati, sentirsi di qualcuno sempre, venire cercati mentre noi ne fuggiamo continuamente è la certezza su cui si fonda la vita cristiana … e quando Dio ci trova nei percorsi sballati del nostro malessere e della nostra cattiveria, non ha aria di rivincita, non pensa lontanamente di farcela pagare: quella pecorella che ha lasciato le novantanove perché … ha voluto fare di testa
sua, perché non si è più fidata del pastore, Lui la cerca e se la rimette in spalla. Magari lei non è nemmeno contenta di essere stata ritrovata, tanto è incattivita nella sua stoltezza … Gesù però non la lascia al suo destino, perché per un cristiano non c’è nessun destino, c’è solo e sempre una chiamata al suo amore, perché Lui non ci abbandona mai.

Questo annuncio, questa gioia, questa nuova umanità sono state le intenzioni di
tutti gli sforzi di san Carlo, che oggi ricordiamo e festeggiamo, soprattutto in
Lombardia, ma come esempio luminoso che ha ispirato tanti altri vescovi a praticare: ha visitato in lungo e in largo anche le parrocchie più piccole, la Lombardia e buona parte di altre regioni vicine, Svizzera compresa, per dare forza, stabilità, coraggio, serenità e santità alla Chiesa e a tutte le stesse parrocchie. E’ stato metodico, aperto, travolgente, fedele e santo.

Nel celebrarlo oggi ci facciamo … qualche necessario esame di coscienza, di come siamo cristiani cattolici oggi, in questa ripresa forse ancora troppo timida al crepuscolo (che speriamo sempre tramonto) di questa pandemia.

4 Novembre 2021
+Domenico

Essere cristiani è stare sempre dalla parte del Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-27) dal Vangelo del giorno Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

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Una vita “riuscita” sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Sta nel politicamente corretto che si preoccupa delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, che si prefigge di accontentare tutti? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste?

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo.

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: chi non odia padre, madre fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio  discepolo, chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del Vangelo.

Non si tratta di  odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita  e convivenza umana.

Non si tratta di nessun talebanesimo o fondamentalismo, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo.

La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale.

Essere cristiani è stare dalla parte del Vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole.

Il cristiano è uomo di parte, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità; non avrà mai vita facile, ma vita felice e beata.

3 Novembre 2021
+Domenico

Eternità non è una esagerazione, ma la nostra casa definitiva

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 39-40) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 37-40)

«E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione

Ci sono parole che nella nostra esperienza facciamo fatica a capire, come infinito, eterno, sempre, mai, illimitato, perpetuo, perenne: le usiamo per dire alcune esagerazioni o alcune esigenze che stanno nella nostra vita. Vogliamo amore eterno, possibilità senza limiti, promettiamo “per sempre”, diciamo che non ci dimenticheremo mai … soprattutto se si pensa al tempo ci perdiamo proprio nei significati.

Gesù  usa uno di questi termini con grande enfasi: eterno; promette a chi gliela domanda la vita eterna, chi crede in Lui avrà la vita eterna!

Eterno significa pieno, senza limiti, oltre ogni tempo, senza fine … è possibile per noi pensare qualcosa che non finisce mai, che continua per sempre?

Nella nostra vita facciamo esperienza di realtà che hanno tutte una vita breve: tutte le cose che vediamo sono limitate, di infinito ci sono forse dei pensieri ricorrenti. Tutto è caduco, tutto è finito: sempre e mai non fanno parte della nostra esistenza o per lo meno sono riferite al tempo della nostra vita che non ha niente di illimitato e di eterno.

Invece Gesù ci dice che chi crede in Lui ha la vita eterna, la pienezza, l’infinito, la perennità. C’è una vita che è stata guadagnata a noi dalla sua croce che sarà il massimo di felicità e che non tramonterà mai.

Lui solo è capace di donarcela, di farcela vivere, di renderci degni di goderla. Questo dono è anticipato e trasmesso attraverso Gesù che è il pane vero con il dono del suo corpo e del suo sangue: è la sua vocazione, è il compito che Dio Padre gli ha affidato: la sua volontà, da sempre stabilita sul mondo, è che non perda nulla di quanto egli mi ha dato.

Dio è Padre e se ama, ama per sempre!

C’è una vocazione per ogni uomo, un dna che non tramonta e che caratterizza la vita: essere per sempre nella sua felicità! Sono pensieri che ci danno le vertigini, perché vanno al di là di ogni esperienza, ci inondano di stupore e ci immergono in una vita che non è quella che sperimentiamo, ma sicuramente quella che desideriamo e che sogniamo.

E Gesù è incaricato solennemente da Dio Padre di non perdere nessuno di noi. Capiamo allora ancora di più quella sua decisione irrevocabile e sofferta di prendere la croce: voleva bucare il cielo e farci tutti salire ad abitarlo per sempre!

In quelle braccia di Dio dobbiamo pensare e credere fermamente che sono collocati i nostri cari: sono in una vita definitiva, diversa dalla nostra.

Il trattenerli tra noi, nelle nostre case spesso deve sempre avere questa certezza: sono nelle braccia di Dio, dove stanno molto meglio che nelle nostre braccia.

E’ questione di fede nella vita eterna.

2 Novembre 2021
+Domenico

Saremo chiamati figli di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-4) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».

Audio della riflessione

Siamo sempre preoccupati, quando leggiamo il Vangelo, di vedere che cosa Gesù ci dice di fare, trasformando così il cristianesimo in una serie di norme morali da seguire, senza percepire e accogliere quel rinnovamento profondo che invece Dio provoca nella nostra coscienza.

Le beatitudini vanno lette soprattutto in quello che ci dicono di Dio, non in quello che ci dicono di fare!

Dio stesso, l’onnipotente, ha cura di voi e si dedica a voi: Dio ci consolerà, sarà lui che asciugherà ogni lacrima dei nostri dolori, giusti o ingiusti, meritati o no, che proviamo nella vita.

Dio il Padre ci darà la possibilità di sentirci radicati, di avere una identità: Dio ci chiamerà alla sua mensa e la comunione con lui ci riempirà di gioia.

Dio non ci rinfaccerà niente, non serberà rancore verso nessuno: ci toglierà il rimorso per il bene che non siamo stati capaci di fare, per la cattiveria che purtroppo ci ha stregati durante la nostra vita.

Dio stesso ci renderà capaci di scorgerlo nelle trame dell’esistenza, fino alla pienezza dell’incontro con Lui … e alla fine saremo chiamati «figli di Dio» , perché Dio stesso ci chiamerà a far parte di una famiglia indistruttibile, a prova di affetto, di amore, senza tema di essere abbandonati o scaricati dall’inconsistenza di un banale egoismo.

Questa è la buona novella del regno: questo è il Dio che Gesù ci ha abituato a sognare e che sicuramente si presenterà a noi! Un Dio così lo pensiamo per i poveri di tutto il mondo, lo preghiamo per chi soffre la guerra, per chi non ha casa e continua ad essere sballottato da una terra all’altra.

La santità del cristiano nasce qui: non sarà mai lo sforzo dell’uomo che cerca di spiritualizzare la sua vita … è mettersi nella logica di Dio! E’ anzitutto dono di Dio che ci ama e ci dona se stesso in Gesù.

Gesù, crocifisso e risorto, è le beatitudini: nel suo volto di dolore Lui è povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia, puro di cuore, pacificatore e perseguitato … e da risorto è suo il Regno, è consolato, eredita la terra, è saziato, trova misericordia, vede Dio, ed è in pienezza Figlio di Dio.

Le beatitudini manifestano chi è Dio, suo e nostro Padre, mostrano il volto che siamo chiamati ad assumere.

Le beatitudini sono il ritratto di Gesù e il progetto di Dio su ogni credente: non c’è altra possibilità per l’uomo di realizzarsi pienamente, e i nostri defunti che andremo a ricordare nei cimiteri sono nelle braccia di Dio, sono definitivamente figli suoi e le nostre preghiere non sono solo per affrettare questo “essere Figli” definitivo, ma anche per pregarli di intercedere per noi da dove la si trovano, nelle braccia di Dio.

1 Novembre 2021
+Domenico