Non oso parlargli, mi basta toccargli il mantello

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5, 21-43)

Lettura del Vangelo secondo Marco

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”. Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.
E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi ha toccato le mie vesti?”. I suoi discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?””. Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”.
Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: “Non temere, soltanto abbi fede!”. E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: “Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme”. E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico: àlzati!”. E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

Audio della riflessione

Guardando un po’ ai nostri riti stanchi, alla flebile partecipazione alla vita della comunità cristiana anche alla domenica, soprattutto se è d’estate e si vuole un po’ di fresco, oggi vorrei farmi con voi alcune domande: Che cosa dice la nostra fede alla gente di oggi? La possiamo accostare all’euforia di qualche finale di campionato di calcio? Può reggere il confronto con qualche concerto di cantante famoso e idolatrato dai teenager, ora che forse ci si può ancora mettere assieme … o anche solo con una promozione di vendite al supermercato?

Non sto in confusione perché i giovani non gireranno con le bandiere sulle automobili alla festa di san Pietro o dell’Assunta a metà estate, la fede è su un altro piano e non ha bisogno delle piazze per dire la sua profondità … però ci dobbiamo domandare se siamo capaci di far capire che la nostra fede è qualcosa di grande e non una abitudine forzata.

Ci manca sicuramente la fede di Gesù!

Ci aiuta a dare risposta a questo un curioso episodio nel Vangelo di Marco …

Gesù ha iniziato da poco il suo cammino deciso e travolgente: dove passa crea speranza, scuote le persone dubbiose, trascina chi sa sognare … così chiama i suoi collaboratori, che lasciano, case, campi, mestiere e lo seguono!

La sua visione della vita è affascinante, la sua capacità di leggere le aspirazioni profonde del cuore è sorprendente: ti senti interpretato dalla sua visione di mondo, di vita, di gioia, vieni trafitto dai suoi sguardi intensi, ti senti scosso dalle sue invettive, dai progetti, dalla novità delle sue intuizioni e visioni di futuro.

Alla gente non par vero di potersi togliere dal torpore di una vita monotona, dalla stessa “cappa” di una religiosità ridotta a riti scontati, a ripetitività di formule che lentamente hanno nascosto il volto di Dio.

Ma Siamo capaci noi cristiani di avere visioni di futuro, o vendiamo anche noi adattamenti? Abbiamo in cuore progetti di vita bella, felice, semplice, ma vera … oppure siamo senza progetti. Ci lasciamo provocare dalle situazioni della vita o abbiamo già sepolto la fede nelle abitudini, pur buone, ma non più sufficienti oggi, né per noi, né per tutti?

Ebbene, attorno a Gesù si fa calca, né lui fa qualcosa per schivare la gente: si ferma, dialoga, ascolta, alza la voce, richiama, conforta … c’è pure una donna tra la gente che accorre a lui: è afflitta da  una malattia maledetta: perdita di sangue.

Per questo tipo di malattia la legge è molto dura e categorica: è una situazione di “impurità” e deve assolutamente evitare ogni contatto umano.

Per la donna è una situazione invivibile: ha fatto di tutto per uscirne, per ricuperare salute e soprattutto possibilità di vivere una vita normale nella società, nel mondo delle relazioni umane … ha speso tutti i suoi soldi con medici e medicine: Niente! Condannata all’isolamento oltre che alla sofferenza.

Ma quando sente parlare di Gesù, di questo regno, di un Dio che non ha creato la morte, che non gode per la rovina dei viventi, che ha creato tutto per l’esistenza e che ha fatto in modo che tutte le creature del mondo siano portatrici di senso e di salvezza, allora si fa un progetto suo: «con questa malattia la legge mi imprigiona e non mi permette di toccare nessuno, ma questo Gesù è la salvezza: lo devo toccare; non oso parlargli, non sono all’altezza di una richiesta, ma non è giusta la prigione in cui sono chiusa: mi basta toccare la sua veste, il suo mantello», e quel tocco la guarisce:

Gesù, che non sta facendo servizi davanti alle telecamere, ma che sta incontrando la grande sete di un Dio vero, si accorge e le dice che non è avvenuto niente di magico in lei: la chiama “figlia”, annullando ogni distanza.

Quel che è avvenuto è dovuto al coraggio della sua fede.

Con la nostra fede semplice, senza sbandieramenti, possiamo rendere migliore il mondo e i nostri stessi amici. Siamo ciascuno di noi credenti, anche se peccatori, pentiti e penitenti, quel lembo del mantello di Gesù che l’uomo di oggi vorrebbe toccare per avere un contatto con il Dio di Gesù Cristo.

27 Giugno 2021
+Domenico

Il centurione, deciso, concreto, ma credente

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8,5-17)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Entrato in Cafarnao, gli venne incontro un centurione che lo scongiurava: «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente». Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò». Ma il centurione riprese: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto, di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Perché anch’io, che sono un subalterno, ho soldati sotto di me e dico a uno: Va’, ed egli va; e a un altro: Vieni, ed egli viene; e al mio servo: Fa’ questo, ed egli lo fa». All’udire ciò, Gesù ne fu ammirato e disse a quelli che lo seguivano: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande. Ora vi dico che molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori nelle tenebre, ove sarà pianto e stridore di denti». E Gesù disse al centurione: «Va’, e sia fatto secondo la tua fede». In quell’istante il servo guarì. Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie.

Audio della riflessione

Lui è un militare: sa che cosa significa comandare e obbedire, Gli hanno sempre detto che lui non deve pensare, sono i suoi superiori che pensano per lui. Lui deve eseguire. Ci mancherebbe anche che i soldati si mettessero a votare su come difendersi o attaccare, su che cosa è necessario fare per conquistare una postazione invece che un’altra.

“Io dico a uno fa questo e lui lo fa, a un altro scatta e vieni qui e lui corre. Ho obbedito anch’io per tanti anni e ora so comandare.”

Ma il centurione ha un cuore, ha una famiglia, ha un servo … forse un figlio che gli muore. La vita non è così schematica: al cuore non si comanda, agli affetti non si può dire di tacere, a una morte non si può reagire attaccando o difendendo, comandando o distruggendo: il tuo cuore è a pezzi e non c’è più niente che puoi fare … puoi rendere la tua faccia dura come  la pietra, ma il tuo cuore sanguina!

Allora il centurione cerca al di fuori della sua sicurezza una speranza: ha visto Gesù tante volte, lo ha dovuto pedinare per lavoro, spesso lo hanno mandato a sedare tumulti, a fare deterrenza, perché dove passava Gesù la vita non procedeva troppo tranquilla … suscitava speranze là dove c’era assuefazione e la speranza mette movimento, attiva le coscienze, turba la quiete del dormitorio anche nella lontana provincia di Palestina.

Il centurione doveva vigilare, sedare, contenere … ma la speranza che Gesù gli faceva nascere in cuore era grande anche per lui. Abituato a comandare e a mettere sull’attenti, a dirimere le questioni con la forza, a puntare tutto sulla strategia, sulla repressione, sul potere e spesso la violenza, il terrore, la paura … si trovava davanti un uomo, Gesù, inerme, dolce, calmo, sorridente eppure persuasivo, ascoltato, seguito, ammirato, osannato, soprattutto amato.

Per questo appunto, quando vede il suo servo in pericolo di vit,a pensa immediatamente a Gesù e va da lui: non fa più il calmiere di tumulti, ma si mette umilmente in fila e chiede “Se vuoi, puoi guarirmi il servo, se vuoi puoi ridare pace a questo mio cuore, se vuoi, so che a te non è impossibile niente. Hai una forza nel tuo mondo come io credo di avere con i miei soldati, sei una sicurezza per me come io con il mio lavoro lo voglio essere per gli altri. Ho studiato e insegnato tante strategie, ma davanti a questa morte falliscono tutte, non mi dicono più niente. Ho qualcosa nella mia travagliata esistenza che non posso controllare, solo tu hai la chiave della mia vita. Ti metto a nudo il mio cuore, è tuo: Sollevalo, dagli speranza, fallo cantare ancora d’amore per il mio servo.”

… e Gesù ne legge in profondità l’abbandono fiducioso: “Va’ come hai creduto avvenga per te.”

Lui va sicuro della sua fede e Gesù gli ridona il  servo guarito, la sua vita poté tornare a cantare a partire dalla fede profonda che ha avuto!

Quando ci si sente crescere dentro questa sete … sappiamo ora dove trovare la sorgente: lasciamo perdere le tattiche di mimetizzazione, abbandoniamo le cisterne screpolate e le paludi, e lasciamo sgorgare questa sorgente limpida che lo Spirito di Gesù fa nascere dentro di noi.

26 Giugno 2021
+Domenico

Ne abbiamo ancora di lebbre da guarire

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 8, 1-4)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì. Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita. Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

Audio della riflessione

Oggi è raro che si parli di lebbra tra le malattie che preoccupano l’organizzazione mondiale della sanità, forse perché la pandemia ha assorbito in se tutte le malattie del mondo e fino a che non ne siamo liberati non se ne parla. Indubbiamente però – la lebbra – è una malattia che non fa più paura, anche se sacche di resistenza ce ne sono ancora nel mondo.

C’è un episodio nel Vangelo che pone al centro un malato di lebbra che si presenta a Gesù; per capire il bellissimo dialogo e rapporto che si stabilisce tra il lebbroso e Cristo, analizziamone l’incontro: ai tempi di Gesù la legislazione ebraica era molto severa nei confronti dei malati di lebbra, che è sempre stata curata attraverso segregazione totale dei malati per evitare ogni contaminazione e impossibilità di un loro incontro con gruppi di persone o partecipare a degli incontri, dei convegni.

La guarigione nel caso fosse avvenuta, andava comunicata alle autorità religiose del luogo, perché era vista come quasi un castigo di Dio, e i sacerdoti del tempio erano incaricati di non ospitare nessuno di loro, se non riceverli, a guarigione avvenuta,  per garantire a tutti che la lebbra era stata superata e quindi potevano essere riammessi nella società, anche civile. 

Il lebbroso è l’impuro per eccellenza: nella sua carne, progressivamente consumata dal morbo, è visibile la condizione cosciente di ciascuno, la vita, che è l’unica malattia incurabile, anzi mortale. Il lebbroso è un morto ambulante è la visibilizzazione del male che essa denuncia.

Avviene però che l’impuro si presenta davanti al puro, senza alcuna mediazione e adora Gesù; adorazione è all’inizio e alla fine del vangelo di Matteo: inizia con l’adorazione dei magi e termina con quella dei discepoli a Gesù risorto.

Il lebbroso vuole guarire, ma questo è impossibile e lo chiede umilmente al Signore, ha fede che Gesù è il Signore, non lo pretende e gli dice “se vuoi puoi guarirmi”.

Gesù tende la mano: la mano tesa indica l’intervento di Dio per salvare l’uomo; è sempre dono che aspetta che lo accolga la mano di colui cui è rivolta.

Il Signore toccò l’intoccabile, Dio tocca la nostra miseria: questa è la sua santità per noi, perchè per noi è padre e madre non divide i buoni dai cattivi, non rimprovera, è vicino ad ogni bisogno del figlio.

Toccare è gesto fondamentale di reciproca conoscenza e scambio. La fede è essere toccati da Gesù, ma se Lui ti tocca anche tu lo tocchi.

Lui ti tocca dentro e ti cambia l’esistenza: “Vuoi guarire?” aveva domandato anche al paralitico.

Noi purtroppo non vogliamo perché pensiamo che sia impossibile e che lui, Gesù, non lo voglia. Invece lui libera i nostri desideri e dice quel “sii mondato”, la lebbra non è più immonda, non insidia più col suo veleno la nostra esistenza, perché Lui è sorgente di vita, Il tocco interiore della sua parola ci libera  dalla morte, ci guarisce, ci fa figli di nuovo e fratelli sempre.

“Non dirlo a nessuno, mostrati al sacerdote; la vita vera che ti dono ha bisogno di un altro passaggio decisivo: non si può conoscere il Signore della vita prima della croce. Intanto però testimonia ai sacerdoti che c’è uno che può dare quella vita che la Legge solo può dare, perché questo Uno, questo Gesù, è il compimento della legge.”

Quanto è bello pensare e ricordare nell’ascolto di questo miracolo, il gesto di san Francesco quando abbraccia il lebbroso, incarnando lo stesso gesto e la stessa figura di Gesù oppure la scelta coraggiosa di san Damiano de Veuster di andare a convivere fino alla morte con i lebbrosi di Molokai, mostrando loro la tenerezza di Gesù, il tocco di Gesù e la sua accoglienza nella salvezza definitiva.

25 Giugno 2021
+Domenico

Giovanni annuncia la novità assoluta di Cristo

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Lc 1, 57-66.80)

Lettura del Vangelo secondo Luca

Per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante si aprirono la sua bocca e la sua lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui. Il bambino cresceva e si fortificava nello spirito. Visse in regioni deserte fino al giorno della sua manifestazione a Israele.

Audio della riflessione

Zaccaria era rimasto muto per nove lunghi mesi e una settimana dopo la nascita del figlio. Non poter parlare ti obbliga a rientrare in te stesso, stacchi le cuffie, ti concentri sull’essenziale, ripensi di più al senso della tua vita. Il silenzio è sempre per tutti una necessità. Ricordo quando avevo a che fare con i giovani in servizio di leva nella mia città, che mi confidavano che sulle altane mentre facevano la guardia di notte scoprivano la bellezza del silenzio, ma ne avevano paura. Il silenzio di Zaccaria però erompe in un cantico di lode. E’ il benedictus che ogni mattino chiude l’ascolto della parola della bibbia nella preghiera di lode di ogni comunità cristiana. Quell’ormai della visione di vita che abitava Zaccaria nove mesi prima ai tempi della routine del tempio non c’è più. Dalla sua bocca si sprigionano alcune parole che richiamano un passato: ha visitato, ha redento, ha suscitato, si è ricordato…, ma sono tutte cariche obbligatoriamente di futuro. Sono l’evocazione dei gesti d’amore di Dio che non hanno mai fine.

“ Non credevo più a niente di nuovo, avevo sepolto le mie speranze nell’albero secco della mia vita, avevo ripetuto per troppi anni parole di tenacia, di ricordo, di tensione, ma erano diventate di maniera; dovevo dirle per il ruolo che ricoprivo, per registrare speranze spente. Tanti genitori di fronte alle difficoltà della vita, tanti di noi adulti diciamo per mestiere: coraggio, vedrai che…, non tutto il male viene per nuocere, stai fiducioso…, ma sono parole che non aprono nessun cuore, non ci costano nemmeno la compassione che si regala a tutti, servono da coperchi, da botole per chiudere voragini di attese. Ma il vecchio Zaccaria è stato visitato da Dio. Il suo parlare è ora  speranza convinta. Ho sperimentato la grandezza di Dio. E tu Giovanni non ti attardare a perdere tempo a crearti loculi consolatori: tu sei un profeta dell’Altissimo, tu hai da farti forte perché mi sei stato dato come regalo, Dio mi ti ha messo nella vita come vortice che trascina la storia verso la novità assoluta. Vedo però, perché l’ho sperimentato su di me, quanto sarà dura aprire i nostri vecchi cuori adattati al ribasso, imbarbariti nelle nostre vecchie abitudini. Ti dovrai preparare. Niente capita a caso nel mondo. Il popolo ha bisogno di cambiare testa e cuore. Vedi queste code di automobili che circolano indaffarati per ogni direzione a riprendere quel lavoro che da tempo non era così sicuro? Devono fare un salto di qualità per conoscere la salvezza che desiderano.

Ma non temere. Dio rischiara le tenebre, sovrasta anche le nostre belle luci. E’ una strada spesso chiusa dalla nostra superficialità e non porta da nessuna parte. Quanto ci sembra impossibile vivere in pace, ma quanto deve essere nuovamente disponibile la nostra vita, la nostra società a non perdere la speranza! C’è una bontà misericordiosa del nostro Dio, su cui dobbiamo contare. E lui che fa da sole alle nostre tragiche nebbie, non è un rifrangente che ci lascia nella tensione e nell’insicurezza, non è una banale banda rumorosa che ci può indicare che stiamo uscendo di strada, è il sole che viene dall’alto. Non è un prodotto delle nostre aspirazioni, ma la sorgente della nostra speranza. E sarà ancora lui a dirigere i nostri passi sulla via della pace.

24 Giugno 2021
+Domenico

I frutti per discernere non sono letti sempre con verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 15-20)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

Audio della riflessione

Distinguere il vero dal falso è un grande problema soprattutto da quando, ma forse è sempre stato così, le parole non vengono più caricate di impegno di verità. Si parla, si dice, si approssima, si sospende, si ammicca, non c’è quasi mai un parlare responsabile. La persona spesso si difende e mente, fa il fabulatore, ti giura sul suo onore cose non vere. Se sei abituato a dare fiducia resti ingannato. Deve allora nascere qualche criterio di verità, di discernimento, di affidamento a quello che dicono di essere le persone che incontri o che collaborano con te. Il vangelo dice molto semplicemente: li potrete riconoscere dai loro frutti. Possono parlare e dire, incantare e affascinare, ma se non si vedono frutti, se non c’è una vita coerente con quello che si predica, se non appaiono cose ben fatte, esperienze di cambiamento radicale, comportamenti oggettivi che si possono valutare, non cresce la fiducia e si rimane nell’incertezza.

Si può ingannare anche con qualche frutto provvisorio, con qualche messa in scena, ma diversa è una vita donata, segni pagati con tanti sacrifici e non riconosciuti per partito preso.

Le apparizioni mariane spesso sono di questo tipo … e ogni veggente ha dovuto patire e lottare per convincere anche l’autorità ecclesiastica ad approvare!

Gente falsa ce n’è sempre, e persone ingenue che si fidano pure, ma la vita cristiana è una forza che risana alla radice ogni malizia, toglie ogni maschera,  permette al bene e alla verità di splendere … e non c’è nessuno che ha la verità in tasca, nemmeno le grandi autorità della Chiesa!

Lo Spirito Santo non è proprietà imbrigliabile da nessuno!

Il criterio evangelico dei frutti non è appannaggio di nessuno, anche perché siamo anche ciechi di fronte a fatti che ci tolgono sicumera e spesso anche sicurezza.

Il discernimento ha bisogno di intelligenza, ma soprattutto di comunione, di scambio, di confronto, di comunità, di preghiera, di croce portata dietro a Cristo con coscienza.

Da soli saremo sempre in balia della malvagità, assieme potremo dare forza alla voce dello Spirito, aiutarci gli uni gli altri ad ascoltarla, a individuarla tra le tante sirene che spesso ci ingannano.

Di questi tempi è troppo facile cadere vittime di promesse di salvezza, proprio perché o siamo disperati o abbiamo perso fiducia in tutto.

Anche San Paolo rimproverava le prime comunità cristiane di essere troppo facili a farsi accarezzare le orecchie da vanità e falsità.

Molti dicono il Signore è qui o è là, in base a fenomeni “strani” … non abbiamo bisogno di stranezze, di miracoli, di fenomeni sorprendenti, ma nemmeno ci bastano i sacramenti e la Parola se sono solo una abitudine mal vissuta e non sono accostati e offerti con santità, non da padroni della nostra fede, ma da collaboratori della nostra gioia, sapendo che il Signore nella sua bontà ci manda pure altri segni per la nostra fragilità o scarsezza di fede.

Se le chiese si svuotano non è tutta … fragilità di fede, ma anche approssimazione o disimpegno di noi responsabili dell’annuncio.

I frutti si devono vedere anche nella autorevolezza della Chiesa, che non poche volte ha dovuto riconoscere i suoi errori, perché li abbiamo a riconoscere anche noi e assieme soffrire e gioire per la verità che lo Spirito Santo sempre dona all’umanità, e cercarla.

23 Giugno 2021
+Domenico

Porta stretta e una via sicura: è quella che da sempre ci serve

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Mt 7, 6.12-14)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.
Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.
Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!».

Audio della riflessione

Quando vogliamo fare una proposta, come il grande dono del Vangelo, non siamo mai ai livelli degli spot, degli slogan, della propaganda o dei mezzi più sofisticati per persuadere. Tutto questo è sempre nocivo anche alla stessa verità che si vuol comunicare. L’amore non obbliga e soprattutto, giudica mai, ma non manca di discernimento, di quell’atteggiamento pacato, non affrettato, nemmeno sprezzante, che ci permette di valutare con serenità. La carità deve essere discreta: discerne le situazioni, le azioni e le reazioni per vedere che cosa qui e adesso aiuta di più il fratello. Buttare addosso la verità senza preparare ad accoglierla, porta a plagiare chi la accoglie e a indurire chi la rifiuta. Questo non è rispetto né per la verità, né per l’altro da noi. Per gli ebrei “cani e porci” erano i pagani, che devono essere preparati a ricevere le perle che  sono i doni della loro fede e per noi il pane e la Parola. La proposta della verità deve essere graduale. Puntare un faro negli occhi acceca e non fa certo vedere.

Tanto più che la Parola di Gesù è la porta stretta che ci fa entrare nella vita filiale e fraterna, la via angusta che ci porta alla vita piena. Chi non la valuta come impegnativa è sicuramente un falso profeta. Molte sono le porte, ma una sola è quella di casa, tante le vie per perdersi, ma una sola è quella che porta alla meta, mille gli alberi, ma uno solo da frutto di vita. Gesù ci pone davanti al bivio: ci apre la via della bontà e della gioia benedetta, perché abbandoniamo quella della maledizione e della morte. Abbiamo la possibilità di scegliere; siamo stati finora ingannati? Abbiamo mietuto male a non finire? siamo stati sconsiderati e ne abbiamo capito la gravità? Abbiamo davanti Gesù che  ci propone il bene che possiamo fare: buttiamoci dentro la sua porta anche se è stretta, perché Gesù è la stessa porta che ci conduce alla comunione con Dio Padre e con i fratelli per una via che conduce a una felicità sempre maggiore.

La porta è quel luogo dove il punto di separazione lascia il varco alla comunione. E’ la stessa umanità di Gesù, l’apertura tra l’umanità, noi uomini e donne, e Dio. Essendo Gesù Dio e uomo è la porta che Dio trova nell’umanità e l’umanità trova in Dio. Se Gesù dice che è stretta non è per scoraggiarci, ma per convincerci che occorre impegnarsi. Siamo sinceri con noi stessi e sappiamo bene che i nostri peccati ci hanno reso ancora più difficile fare il bene. E’ stata larga per noi la porta del male, che poi ci ha strozzato togliendoci ogni speranza. Il bene, la bontà, la  saggezza, la gioia è stretta all’inizio, ma se è Gesù è l’infinita grandezza, ampiezza, lunghezza, altezza e profondità del suo amore.

Ce ne dobbiamo innamorare non solo convincere; non è uno stratagemma, ma uno slancio senza condizioni quello che vogliamo provare per Gesù. Gesù è porta e strada, apertura e via, braccia allargate e aiuto infallibile per proseguire sempre nel suo amore.

22 Giugno 2021
+Domenico

Siamo lucidi spettatori, ma drammatici attori

Una riflessione sul Vangelo del Giorno (Mt 7, 1-5)

Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello»

Audio della riflessione

Avete mai provato a porre attenzione a come usate i vostri occhi quando parlate con le persone? Quando incrociate i loro occhi? Spesso non riusciamo a sostenere lo sguardo e li abbassiamo, qualche volta li usiamo come “lama” per fare del male a chi ci sta davanti, come strumento di potere per umiliare o soggiogare … altre volte invece diventano la comunicazione profonda di un amore, di un sorriso, di una comprensione: sono dichiarazione di disponibilità, sono la lingua della nostra interiorità – gli occhi – una finestra o meglio – senza troppo poesia – il video della nostra anima … non puoi nascondere troppo con gli occhi!

Solo i bambini, quando son felici non si stancano di guardarti, di cercare il tuo sguardo, di fissarlo senza problemi … tra adulti li abbassiamo subito!

Gesù aveva uno sguardo potente, un occhio cristallino, coinvolgente, sapeva guardare le persone; dal suo sguardo nasceva l’amore. “Fissatolo, lo amò” dice il Vangelo di un incontro tra Gesù e un giovane che lo voleva guardare negli occhi e carpirgli il segreto di una vita piena.

Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo: gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.

Anche a noi spesso basta guardarci negli occhi per fissare impietosamente l’inganno, la falsità, la meschinità di chi ci sta di fronte … e la tentazione grande è quella del giudizio: con gli altri siamo tremendamente impietosi, i difetti altrui li fotografiamo da artisti! Primi piani, zoomate, particolari, sezioni, visioni dall’alto, dal basso, angolature ardite … senza metterci troppo impegno siamo dei lucidi spettatori, ma proprio per questo siamo drammatici attori: avessimo la stessa lucidità nel guardare la nostra vita, come vediamo quella degli altri … non potremmo più guardare in faccia nessuno, dovremmo girare col bastone bianco o il cane per ciechi.

Vedi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che occupa il tuo!

Ed è da noi che spesso nascono i rapporti sbagliati con gli altri, proprio quando non siamo capaci di verità con noi stessi … si stende sempre sulla nostra vita come un velo – quasi automatico – di difesa quando non è una lente  trasformante, ingannevole, che cambia addirittura i veri colori della nostra vita.

Se ci vedessimo invece con verità scopriremmo la nostra condizione di persone perdonate: ci vedremmo in un debito inesauribile, ma non umiliante, nei confronti della misericordia di Dio … allora il nostro sguardo sui difetti degli altri diventa condivisione della voglia di limpidezza e aiuto vicendevole per incontrare la bontà di Dio.

21 Giugno 2021
+Domenico

La nostra vita è un lago in burrasca, ma Gesù è con noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 4,40) dal Vangelo del giorno (Mc 4, 35-41)

Audio della riflessione

Si pensa sempre che un lago sia calmo, bello da vedere, godibile senza impegno, ma se è l’immagine della nostra vita spesso ci mette paura. Dice il Vangelo …

40 Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? ”.

… in realtà non è Gesù che dorme, ma la nostra fede in colui che salva che manca.

Da bambino mi raccontavano che un ragazzo, che rimase bloccato in casa per un incendio, gridava dalla finestra, invocava aiuto … il fumo però non gli permetteva di vedere niente.

Sotto la finestra c’era il papà che lo chiamava, gli faceva coraggio, gli diceva di stare calmo .. “Ci sono io. Mi devi però ascoltare. Tu non mi vedi, ma senti che ci sono, sono qui sotto la finestra. Anche se non mi vedi buttati, ti prendo io tra le braccia.”

Ma non ti vedo, ho paura, qui c’è tutto buio.

“Ma io ci sono. Sono qui. “

E il ragazzo sapendo che sotto c’era suo padre si è buttato e si è salvato.

Non è ancora la fede che dobbiamo avere in Dio, ma ci va vicino: noi siamo nel buio, ma sappiamo che Dio ci ama. Ne vorremmo sentire la voce … non la percepiamo perché siamo sordi, abbiamo orientato la nostra vita a tutt’altro.

Ma Lui c’è, non dorme, veglia su di noi. La sua assenza è la percezione della nostra debole o insignificante fede, non è la fotografia della realtà. Dio non ci abbandona mai. Dio si sottrae al nostro possesso, perché egli possa apparire come l’assolutamente Altro, vicino. Dio ci parla anche nelle situazioni di silenzio.

Nella generale inconsistenza e provvisorietà delle cose che sfuggono quando ci troviamo di fronte al nulla e al vuoto, ci rimane sempre un punto fisso e stabile sul quale appoggiarci e nel quale confidare. Dio: il nostro sostegno, la nostra sicurezza. Gesù la nostra barca non la abbandona mai. Non è un traghettatore di immigrati, la sua non è una carretta del mare; non scappa all’arrivo della guardia costiera, non si è fatto pagare da nessuno, ma ha pagato Lui per starci vicino, per affrontare il mare della speranza, che non diventerà mai il mare della tragedia. Non c’è nessun baratro o nessuna tomba in cui ci abbandona, ma sempre e solo la sua bontà.

Quanta strada deve fare ancora la nostra fede per poter essere degna di un discepolo di Gesù! Spesso Gesù nel vangelo rimprovera ai suoi discepoli la scarsa fede. Gente di poca fede, gente che ha una fede troppo piccola, che rimane nana col crescere della vita. Diventano grandi gli interessi, grandi le relazioni, ampie le possibilità, aperta l’intelligenza, ma la fede rimane piccola, anzi spesso diventa invisibile, si contrae, scompare.

“Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono? ”

Ci restano delle domande da affrontare. Chi è Gesù per me? Chi è Gesù che mi porta serenità e calma, spegne le burrasche, chi è Gesù che si erge contro le forze della natura per me, che sconfigge la morte per me, che piega gli eventi del mondo per il bene dell’umanità?

20 Giugno 2021
+Domenico

Preoccuparsi è un verbo offensivo verso Dio

una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 24-34)

Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona. Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Audio della riflessione

Preoccuparsi della nostra vita, di che cosa mangeremo,  come vestiremo… è privarsi del presente, che è l’unico tempo che abbiamo a disposizione e che mettiamo in seconda fila perché vogliamo proiettarci sul futuro che non c’è ancora. Il presente è sempre dono di Dio, che vogliamo godere in pienezza; anche il futuro sarà ancora dono di Dio, ma a suo tempo soltanto domani. Ricordiamo tutti che succedeva alla manna che nutriva ogni giorno il popolo  ebreo nel deserto. Per chi l’accumulava per il giorno dopo, faceva vermi.

Per noi è una buona metafora che ci fa capire che la nostra vita è un dono di Dio che fluisce ogni giorno; accumularla, possederla in proprio è il peccato di Adamo. Preoccuparsi è affanno, parola imparentata con la morte, come sorte che spetta a tutti. L’affanno ci prende perché pensiamo di essere venuti dal nulla e dovervi tornare e quindi ci affanniamo per allontanare sempre più questo fatidico incontro. Invece noi sappiamo che veniamo da Dio e torniamo a Lui, il presente allora diventa sempre gioia, anticipo di ciò che sarà anche domani e sempre, comunione con Dio e con i fratelli.

L’affanno, che qui viene espresso con la parola preoccupazione, è molto presente nelle nostre vite di oggi, ne è forse una categoria fondamentale nella nostra cultura; ed è interessante che nel brano di vangelo di oggi sia ripetuto almeno 6 volte. 6 è il numero dell’uomo che si chiude in se stesso, senza aprirsi al settimo giorno, al giorno di Dio, al suo principio e al suo fine.

Cibo e bevanda non sono la vita, ma la alimentano, il vestito è un corpo artificiale da presentare agli altri e garantisce la vita sociale come il cibo quella animale. Per il cibo guardate gli uccelli, non dipendono dal lavoro vostro. Il Padre che è vostro, non loro, nutre anche loro. Insomma Dio è al lavoro non solo nel dare, ma anche nel mantenere la vita. Chi si preoccupa e accumula tanto in realtà non ha grande stima di sé, meno di un uccello. E Gesù ci dice che siamo gente di poca fede. Allora, non preoccupatevi, ma cercate. Si cerca in genere ciò che già c’è. Si deve allora cercare il regno di Dio e la sua giustizia, che già ci sono. E regno di Dio significa amore verso il Padre e verso i fratelli. Se facciamo così nessuno sarà privo del necessario e nessuno schiavizzerà la vita ai suoi bisogni. Tutti saremo liberi e nel soddisfare i bisogni che abbiamo, soddisferemo il più grande bisogno che abbiamo che è quello dell’essere figli di Dio e fratelli tra di noi.

La cosa bella allora è anche che la nostra stessa vita materiale, la ricerca di cibo e vestito, il lavoro, la fatica sarà culto spirituale gradito a Dio, perché sperimenteremo e fare sperimentare a tutti amore a Dio e amore ai fratelli.

Allora Dio, come la manna quotidiana, ci dà ogni giorno la forza per i pesi di quel giorno, perché impariamo a vivere di fiducia. La vita è un dono. Non si può possederla né accumularla. Non scaviamo cisterne screpolate, ma attingiamo ogni giorno con gioia al Padre, sorgente di vita sempre nuova

Abbiamo tutti una luce che ci definisce: l’occhio

Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore. La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

Audio della riflessione

Quando noi vediamo qualcosa, il nostro occhio se ne fa una immagine che è solo nostra, non è uguale per tutti, e non crea in tutti le stesse reazioni, sentimenti, desideri, talvolta passioni, altre volte sentimenti buoni o desideri insani. L’immagine che ce ne facciamo dipende molto o in tutto da come siamo noi; che atteggiamenti abbiamo di fronte al prossimo, che tipo di rapporti stabiliamo di solito con le persone; se siamo in genere accoglienti sarà una immagine che approfondisce l’accoglienza, se invece siamo di natura misantropi, allora ci nasce subito in cuore una contrapposizione; se invece siamo abituati a vedere nelle persone sempre un dono, diventiamo accoglienti quasi a priori senza pensarci. Insomma il vangelo afferma che non c’è niente di male che ti può rovinare la vita entrando dentro di te, se tu sei limpido dentro, generoso, attento agli altri, di animo buono; qualcosa ti potrà recare  fastidio, ti sorprenderà, ti potrà anche far soffrire, ma sei tu che decide poi come affrontare la situazione, come vivere e offrire gesti di collaborazione, di prudenza, di  amicizia.

Nel vangelo la parola occhio si può ben sostituire con cuore; non si tratta cioè di un puro strumento ottico, ma di una componente fondamentale della vita umana. Non è semplicemente la finestra attraverso cui entra ciò che è fuori. E visto soprattutto come lucerna, è la luce che hai nel cuore, da esso esce e si proietta sulla vita. E’ dal di dentro che costruisco lo sguardo sulle cose. Uno vede con la luce del suo cuore, con l’amore che lo illumina. Il modo di guardare, valutare, pensare, sentire, camminare e fare dipende dall’occhio-cuore, che rende luminosa o oscura non solo la persona, ma anche la realtà che lo circonda, la vita che lo abita e lo sostiene.

Allora Gesù si dice di tenere pulito, chiaro il nostro occhio o meglio il nostro elaboratore di sguardi. C’è un occhio malato e cattivo che diffonde tenebra, c’è invece un occhio-cuore puro che riflette la luce del Signore. La luce è il principio della creazione: e la luce fu, la tenebra invece è  la voragine del nulla, che tutto mangia e seppellisce nella morte. Dio solo sa, quanto il mondo ha bisogno di sguardi puliti, non predatori, compassionevoli, non giustizieri, disposti a dare fiducia anche rischiando, non sempre e solo sospettosi e taglienti.

Lo sguardo di Gesù (e val la pena di passare in rassegna tutti i suoi sguardi d’amore (l’adultera, il lebbroso, i ciechi, Lazzaro, il ladro compagno di crocifissione, i due di Emmaus, non solo disperati, ma pure insolenti nei confronti della passione di Gesù….) ti riempie la vita di speranza e di gioia.

18 Giugno 2021
+Domenico