Ci si è spento dentro l’entusiasmo della fede?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-8)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

Audio della riflessione

Per la vita spirituale, nemmeno un po’ di furbizia: tutta routine, tutto scontato, tutto scialbo, tutto slavato, tutto dovuto.

I ritagli di ogni cosa: del tempo, dell’interesse, della preoccupazione, della progettualità, delle risorse, delle amicizie, della professionalità.

In oratorio è la stessa cosa: gli ambienti più sciatti, le stanze più buie, il disordine più organizzato, l’umidità più penetrante, lo sport più svogliato.

Per il gruppo solo le battute che ti vengono spontanee, le solite frasi, le preghiere della serie “dico quello che secondo me voi vi aspettate di sentire”; la puntualità con un chi quadro nella media da cinque punti, una dedizione agli amici da talk show.

Per la vita di fede, qualche bella emozione ogni tanto, una frase di vangelo da mandare in sms, una preghierina prima dell’esame, la solita domanda del perché occorre confessarsi a un prete che è un uomo come me e i soliti dubbi, ormai ampiamente messi a tacere, sui rapporti prematrimoniali.

Tutta la tua attenzione la metti per prepararti ad andare in discoteca, per agghindarti per le vasche sul corso e per andare in parrocchia non ti fai neanche la doccia.

I figli di questo mondo nel trattare le cose fra di loro, sono più scaltri dei figli della luce: il Signore non ha mezzi termini nel fotografare questo nostro esserci abituati alla vita cristiana, come al colore delle pareti. Ci si è spento dentro l’entusiasmo e vogliamo fare i missionari? Pensiamo di poter aiutare chi sta in ricerca a trovare la strada vera della vita?

Presentiamo un cristianesimo senza anima e speriamo che il mondo possa darsi una svolta? Offriamo una domenica da precetto e ci lamentiamo che si preferisca il supermercato o un qualsiasi week end!

La gente sfida le code interminabili in automobile perché noi non siamo più capaci di presentare una comunità viva in cui esploda la gioia del Risorto: tutte le ditte si mettono in cordata per sopravvivere o per proporre i loro prodotti, noi ci dividiamo continuamente in tanti gruppi e gruppetti … ogni idea una fondazione, ogni sottolineatura una struttura.

Certo noi non siamo una catena di commercio, non dobbiamo andare a porta a porta a vendere un prodotto, non siamo una “massa”,  ma potremmo presentare il dono del Vangelo e il dono grande della comunione se non fossimo tanto addormentati e  svuotati dal di dentro.

Il Vangelo non si merita tanta nostra svogliatezza, tanto pressappochismo, tanta impreparazione: per prendere una laurea ti metti di lena a studiare, tagli le amicizie, ti chiudi come in gabbia.

Per conoscere il Vangelo ti fermi ai ricordi del catechismo della Cresima di tanti anni fa?

I giovani, se vogliono, possono oggi darci un soprassalto di furbizia, di scaltrezza, di entusiasmo, di autentica professionalità, che è la santità, nel vivere la vita cristiana e nell’annunciare il Vangelo.

5 Novembre 2021
+Domenico

La festa infinita di Dio per noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 1-10)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte»

Audio della riflessione


Tanta è la disperazione e lo smarrimento che provi, quando ti accorgi di aver
perso una cosa importante, tanta è la felicità quando inaspettatamente lo riesci a trovare: hai ribaltato tutta la casa, sei andato e tornato dall’ufficio mille volte perché eri sicuro di averla messa in quel posto, poi non la trovi e credi che sia in quell’altro, ti metti a telefonare, metti sotto sopra tutti, accendi candeline a qualche santo… niente. Pensi a come poter farne a meno, ma non è possibile, e allora ritorni cercare con affanno maggiore … poi finalmente, e magari inaspettatamente te la vedi davanti questa cosa desiderata, voluta, immaginata e cercata: non può non esplodere di gioia e la voglia di condividerla chiunque ha vissuto questa … esperienza!

Se è così per qualcosa di importante, per una chiave, per un documento, per un
certificato, chissà come lo è per la vita! Abbiamo presente tutti la gioia del ritrovamento di un bambino, di un parente, di un amico …

Gesù dice che la ricerca da parte di Dio di un peccatore che si converte gli dà la gioia più grande che possa provare!

Ma stiamo scherzando? Dio fa festa per me? Solo perché mi lascio amare, mi
lascio trovare, permetto che il suo amore mi sani e mi fasci le ferite? Dovrei essere io a far festa … invece la fa prima Lui perché il suo amore è grande e non può restare inoperoso.

Entrare in quest’ordine di idee, in questa sicurezza di un abbraccio senza condizioni è l’essenza del cristianesimo: non siamo stati noi ad amare Lui, ma Lui ad amare noi.

Il cristianesimo non sta nei nostri comportamenti corretti, ma nel suo amore senza confini: sentirsi amati, sentirsi di qualcuno sempre, venire cercati mentre noi ne fuggiamo continuamente è la certezza su cui si fonda la vita cristiana … e quando Dio ci trova nei percorsi sballati del nostro malessere e della nostra cattiveria, non ha aria di rivincita, non pensa lontanamente di farcela pagare: quella pecorella che ha lasciato le novantanove perché … ha voluto fare di testa
sua, perché non si è più fidata del pastore, Lui la cerca e se la rimette in spalla. Magari lei non è nemmeno contenta di essere stata ritrovata, tanto è incattivita nella sua stoltezza … Gesù però non la lascia al suo destino, perché per un cristiano non c’è nessun destino, c’è solo e sempre una chiamata al suo amore, perché Lui non ci abbandona mai.

Questo annuncio, questa gioia, questa nuova umanità sono state le intenzioni di
tutti gli sforzi di san Carlo, che oggi ricordiamo e festeggiamo, soprattutto in
Lombardia, ma come esempio luminoso che ha ispirato tanti altri vescovi a praticare: ha visitato in lungo e in largo anche le parrocchie più piccole, la Lombardia e buona parte di altre regioni vicine, Svizzera compresa, per dare forza, stabilità, coraggio, serenità e santità alla Chiesa e a tutte le stesse parrocchie. E’ stato metodico, aperto, travolgente, fedele e santo.

Nel celebrarlo oggi ci facciamo … qualche necessario esame di coscienza, di come siamo cristiani cattolici oggi, in questa ripresa forse ancora troppo timida al crepuscolo (che speriamo sempre tramonto) di questa pandemia.

4 Novembre 2021
+Domenico

Essere cristiani è stare sempre dalla parte del Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-27) dal Vangelo del giorno Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Audio della riflessione

Una vita “riuscita” sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Sta nel politicamente corretto che si preoccupa delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, che si prefigge di accontentare tutti? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste?

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo.

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: chi non odia padre, madre fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio  discepolo, chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del Vangelo.

Non si tratta di  odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita  e convivenza umana.

Non si tratta di nessun talebanesimo o fondamentalismo, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo.

La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale.

Essere cristiani è stare dalla parte del Vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole.

Il cristiano è uomo di parte, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità; non avrà mai vita facile, ma vita felice e beata.

3 Novembre 2021
+Domenico

Eternità non è una esagerazione, ma la nostra casa definitiva

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 39-40) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 37-40)

«E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione

Ci sono parole che nella nostra esperienza facciamo fatica a capire, come infinito, eterno, sempre, mai, illimitato, perpetuo, perenne: le usiamo per dire alcune esagerazioni o alcune esigenze che stanno nella nostra vita. Vogliamo amore eterno, possibilità senza limiti, promettiamo “per sempre”, diciamo che non ci dimenticheremo mai … soprattutto se si pensa al tempo ci perdiamo proprio nei significati.

Gesù  usa uno di questi termini con grande enfasi: eterno; promette a chi gliela domanda la vita eterna, chi crede in Lui avrà la vita eterna!

Eterno significa pieno, senza limiti, oltre ogni tempo, senza fine … è possibile per noi pensare qualcosa che non finisce mai, che continua per sempre?

Nella nostra vita facciamo esperienza di realtà che hanno tutte una vita breve: tutte le cose che vediamo sono limitate, di infinito ci sono forse dei pensieri ricorrenti. Tutto è caduco, tutto è finito: sempre e mai non fanno parte della nostra esistenza o per lo meno sono riferite al tempo della nostra vita che non ha niente di illimitato e di eterno.

Invece Gesù ci dice che chi crede in Lui ha la vita eterna, la pienezza, l’infinito, la perennità. C’è una vita che è stata guadagnata a noi dalla sua croce che sarà il massimo di felicità e che non tramonterà mai.

Lui solo è capace di donarcela, di farcela vivere, di renderci degni di goderla. Questo dono è anticipato e trasmesso attraverso Gesù che è il pane vero con il dono del suo corpo e del suo sangue: è la sua vocazione, è il compito che Dio Padre gli ha affidato: la sua volontà, da sempre stabilita sul mondo, è che non perda nulla di quanto egli mi ha dato.

Dio è Padre e se ama, ama per sempre!

C’è una vocazione per ogni uomo, un dna che non tramonta e che caratterizza la vita: essere per sempre nella sua felicità! Sono pensieri che ci danno le vertigini, perché vanno al di là di ogni esperienza, ci inondano di stupore e ci immergono in una vita che non è quella che sperimentiamo, ma sicuramente quella che desideriamo e che sogniamo.

E Gesù è incaricato solennemente da Dio Padre di non perdere nessuno di noi. Capiamo allora ancora di più quella sua decisione irrevocabile e sofferta di prendere la croce: voleva bucare il cielo e farci tutti salire ad abitarlo per sempre!

In quelle braccia di Dio dobbiamo pensare e credere fermamente che sono collocati i nostri cari: sono in una vita definitiva, diversa dalla nostra.

Il trattenerli tra noi, nelle nostre case spesso deve sempre avere questa certezza: sono nelle braccia di Dio, dove stanno molto meglio che nelle nostre braccia.

E’ questione di fede nella vita eterna.

2 Novembre 2021
+Domenico

Saremo chiamati figli di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-4) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».

Audio della riflessione

Siamo sempre preoccupati, quando leggiamo il Vangelo, di vedere che cosa Gesù ci dice di fare, trasformando così il cristianesimo in una serie di norme morali da seguire, senza percepire e accogliere quel rinnovamento profondo che invece Dio provoca nella nostra coscienza.

Le beatitudini vanno lette soprattutto in quello che ci dicono di Dio, non in quello che ci dicono di fare!

Dio stesso, l’onnipotente, ha cura di voi e si dedica a voi: Dio ci consolerà, sarà lui che asciugherà ogni lacrima dei nostri dolori, giusti o ingiusti, meritati o no, che proviamo nella vita.

Dio il Padre ci darà la possibilità di sentirci radicati, di avere una identità: Dio ci chiamerà alla sua mensa e la comunione con lui ci riempirà di gioia.

Dio non ci rinfaccerà niente, non serberà rancore verso nessuno: ci toglierà il rimorso per il bene che non siamo stati capaci di fare, per la cattiveria che purtroppo ci ha stregati durante la nostra vita.

Dio stesso ci renderà capaci di scorgerlo nelle trame dell’esistenza, fino alla pienezza dell’incontro con Lui … e alla fine saremo chiamati «figli di Dio» , perché Dio stesso ci chiamerà a far parte di una famiglia indistruttibile, a prova di affetto, di amore, senza tema di essere abbandonati o scaricati dall’inconsistenza di un banale egoismo.

Questa è la buona novella del regno: questo è il Dio che Gesù ci ha abituato a sognare e che sicuramente si presenterà a noi! Un Dio così lo pensiamo per i poveri di tutto il mondo, lo preghiamo per chi soffre la guerra, per chi non ha casa e continua ad essere sballottato da una terra all’altra.

La santità del cristiano nasce qui: non sarà mai lo sforzo dell’uomo che cerca di spiritualizzare la sua vita … è mettersi nella logica di Dio! E’ anzitutto dono di Dio che ci ama e ci dona se stesso in Gesù.

Gesù, crocifisso e risorto, è le beatitudini: nel suo volto di dolore Lui è povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia, puro di cuore, pacificatore e perseguitato … e da risorto è suo il Regno, è consolato, eredita la terra, è saziato, trova misericordia, vede Dio, ed è in pienezza Figlio di Dio.

Le beatitudini manifestano chi è Dio, suo e nostro Padre, mostrano il volto che siamo chiamati ad assumere.

Le beatitudini sono il ritratto di Gesù e il progetto di Dio su ogni credente: non c’è altra possibilità per l’uomo di realizzarsi pienamente, e i nostri defunti che andremo a ricordare nei cimiteri sono nelle braccia di Dio, sono definitivamente figli suoi e le nostre preghiere non sono solo per affrettare questo “essere Figli” definitivo, ma anche per pregarli di intercedere per noi da dove la si trovano, nelle braccia di Dio.

1 Novembre 2021
+Domenico

Dio e il prossimo: non sono in alternativa per la tua fede, ma sempre uniti

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 28-34)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici».
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Audio della riflessione

La necessità di semplificare, ma non di fare i sempliciotti, oggi è assolutamente necessaria: in un mondo pieno di informazioni, invaso da immagini, destabilizzato dall’esasperazione delle emozioni e dei sentimenti è necessario avere qualche punto fisso da cui guardare la vita; soprattutto è necessario avere capacità di sintesi, cioè la possibilità di dare unificazione al nostro pensare.

La vita non è una somma di fatti, un susseguirsi disordinato di eventi, ma è una storia, composta di avvenimenti nella coscienza di ciascuno, un filo d’amore che Dio tesse nella vita di tutti e tocca a noi intercettarlo, renderlo consistente, offrirlo come corda di solidarietà a tutti.

Così è della nostra vita cristiana: c’è un punto unificatore di tutto? Esiste una scelta di base che dà significato a tutta l’esistenza, che permette di valutare e rivedere, di riorientare e ritrovare forza dopo le immancabili cadute e defezioni, dopo lo smarrimento e la debolezza dei nostri comportamenti? C’è nel cristianesimo un principio base che giudica tutte le alterne vicende della nostra esistenza?

L’aveva anche il popolo di Israele, era lo “Shemà israel”: ricordati, ascolta Israele, il Signore Dio nostro è l’unico Signore.

Anche Gesù lo ha imparato dalle labbra della mamma, lo ha ripetuto tante volte quando andava in sinagoga come ogni bambino ebreo e lo ripropone carico della novità assoluta dell’amore di Dio fatto carne in Lui al nuovo popolo dell’alleanza, a tutti i cristiani che erano allora, che sono e che verranno.

“Ama Dio e ama il prossimo: non  fare separazioni che sarebbero ben comode, non fissarti su uno o sull’altro se vuoi rispondere seriamente alle esigenze che Io ho seminato in te; ti ho messo dentro una nostalgia di Dio grandissima e non  sarai felice se non la seguirai; ti ho messo dentro una assoluta necessità di stare con gli altri, di amare e vivere in pace con tutti gli uomini e la loro compagnia ti sarà strada di felicità se li amerai. Sono un unico amore, ma attento: non li separare mai, non viverli mai in alternativa, non dare all’uomo quel che è di Dio e non depositare in Dio quello che devi assolutamente ai tuoi simili”.

E’ un riferimento semplice, ma è impegnativo, come si è sempre impegnato Dio per noi perché Lui è un Dio non ci abbandona mai.

Ti ricordi quando Giuda e gli apostoli fecero una sorta di cena di ringraziamento a Dio per la risurrezione di Lazzaro, nell’imminenza dell’arresto di Gesù? Allora Maria andò ai piedi di Gesù, ruppe un vasetto costosissimo di nardo e glieli profumò. Subito Giuda e gli altri si scandalizzarono per lo spreco di 300 denari che si potevano dare ai poveri.

Fu l’ultimo gesto d’amore dell’umanità a Gesù, quello successivo sarebbe stato il bacio di Giuda che non era d’amore, ma di tradimento.

Di fronte a Gesù che sta avviandosi alla morte, c’è gente che non s’accorge che disprezza la sofferenza di un morente, passa sopra alla sofferenza di Gesù, alla consapevolezza della sua morte imminente e sta a rivendicare che è meglio organizzare una raccolta di fondi per le proprie attività dette caritative, ma senza aver dentro un minimo di amore per Gesù.

31 Ottobre 2021
+Domenico

Il cristiano è uno che invita sempre e sa aspettarsi solo il rifiuto al suo invito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-11)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione

Come sempre Gesù nel suo parlare, che è sempre Vangelo, buona notizia, prende spunto da una normale esperienza del nostro vivere: il sedersi a tavola per consumare un pasto.

La mensa è una immagine della vita: in una famiglia a seconda di come si sta a tavola, capisci che vita di famiglia è, capisci chi è disponibile o chi si fa solo i fatti suoi; se c’è rispetto per i nonni, se sei in pace con tutti, se vuoi dialogare, se pretendi soltanto … in tante famiglie oggi non si mangia mai assieme: sono diventate un ristorante.

Se fate parte di un consiglio di amministrazione, a tavola sarete schierati come al lavoro, preoccupati dei posti, dei vicini … infatti sono due le cose che Gesù prende ad esempio per darci i suoi insegnamenti: il posto e gli invitati.

Gesù ha spesso usato il momento del consumare un pasto, proprio perché è immagine della vita, per insegnarci a vivere e per donarci la sua stessa vita.

Il posto. Non scegliere i primi posti, quando sei invitato! E’ sempre imbarazzante trovare il posto giusto; ci gioca delicatezza, buon senso, pretesa, darsi importanza … tanto che per evitare fastidi e caricarli tutti sull’ospite si scrivono nomi su bigliettini collocati al posto giusto.

Il Vangelo di Gesù però non è un testo di galateo è sempre vita buona, bella, beata. Il cristiano non prende i primi posti perché è uno che serve; il fondamento del suo vivere non ce l’ha in se stesso, nelle cose che fa, in quel che pensa la gente di lui, ma soltanto in Dio.

Tutto quello che noi siamo è per grazia, anche eventuali autorità che rivestiamo, sono doni che Dio ci dà per servire il suo Regno: i suoi doni di cui colma ogni vita non possono essere usati per fare la differenza, ma per cementare una comunione.

Il posto che prendiamo alla mensa della vita indica il cumulo di responsabilità di cui dobbiamo rispondere davanti a Dio: non si negano le qualità, i doni che Dio ci ha dato, ma si deve avere la coscienza chiara che più doni abbiamo, più Dio si aspetta da noi, più amore dobbiamo esprimere.

Gli invitati. Chi inviti a pranzo? Quelli che ti saranno utili, quelli che ti danno soddisfazione, quelli che vengono coi regali, quelli che ti servono per sentirti importante? Chi apprezzi nella vita? Chi fa parte del tuo giro? Il tuo amore – ed è questa la domanda di fondo – è un vero amore? Se inviti sempre solo persone che poi vorrai che ti invitino a loro volta, non stai certo esprimendo il massimo di amore. Invita chi non potrà mai ricambiarti! Già l’invitare è un atto buono: Dio ha sempre fatto così e purtroppo siamo noi che non abbiamo mai voluto accogliere questo invito. Chi invita rischia sempre il rifiuto, ma proprio per questo ama lo stesso. Ma tu comincia a invitare “poveri, storpi, ciechi e miserabili”, gente che non ha mai ricevuto un invito da qualcuno e che non ti potrà mai invitare … e spera che accolgano il tuo invito che non farai mai per pietà, ma per puro amore.

30 Ottobre 2021
+Domenico

Esiste ancora l’obiezione di coscienza per chi la vive come sacrario infrangibile

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14,1-6)

Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Ed ecco, davanti a lui vi era un uomo malato di idropisìa.
Rivolgendosi ai dottori della Legge e ai farisei, Gesù disse: «È lecito o no guarire di sabato?». Ma essi tacquero. Egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò.
Poi disse loro: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». E non potevano rispondere nulla a queste parole.

Audio della riflessione

Non si parla più tanto oggi di obiezione di coscienza: non c’è più la coscrizione per il servizio militare obbligatoria, oggi chi non vuol fare il militare non vi è obbligato e quindi il rifiuto di imbracciare le armi è una possibilità, non l’opposizione a una … costrizione.

Ci sono però oltre al rifiuto della guerra che permane sempre, anche tante altre leggi  cui una persona ha diritto di non sottostare con l’obiezione di coscienza, per esempio rifiutarsi di fare pratiche abortive.

A questo proposito papa Francesco, rispondendo a braccio ai farmacisti ospedalieri ebbe a dire “sull’aborto sono molto chiaro; si tratta di omicidio e non è lecito diventarne complici”.

Si vorrebbe abolire l’obiezione di coscienza … questa è l’intimità etica di ogni professionista della salute e questo non va negoziato mai! Un medico sente in sé la vocazione a servire la vita sempre, come è nel suo statuto deontologico! Si può rifiutare di togliere la vita a un futuro nascituro? Non si può! Certo è disposto a pagare le conseguenze per la sua carriera, non certo a subire discriminazioni.

“La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio…” (Gaudium et Spes 16): è il rapporto con questo Dio, Signore dell’esistenza, con la sua voce; è il momento in cui Dio istituisce la persona e il suo mistero, la sua consistenza, la formula del suo vivere felice.

Gli uomini anziché un istinto hanno una coscienza: è il luogo in cui si esprime davanti a me e su di me la legge divina, e l’obiezione di coscienza che io faccio è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me. In un certo senso non è il massimo di libertà, intesa come far quel che meno impegna o più piace, ma il massimo di “costrizione”.

L’obiezione di coscienza che io faccio alla società o alla legge è l’espressione esterna dell’obiezione che la coscienza fa a me: ho il diritto di trasgredire la legge, perché ho il dovere di seguire la mia coscienza! La mia disobbedienza non solo è possibile, ma necessaria.

“La coscienza è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza… è la messaggera di Colui che, nel mondo della natura come in quello della Grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo.” (Catechismo della Chiesa Cattolica, punto 1778)

Gesù spesso è tornato ad educare i suoi seguaci su questo punto, a stimolare la propria responsabilità nell’obbedire alle leggi, mettendo in crisi l’assolutezza della stessa legge del sabato che passava sopra le infelicità delle persone.

Ma Dio è per la felicità, per questo la dona anche di sabato: fa nascere così speranze nuove nella bontà di Dio. 

29 Ottobre 2021
+Domenico

Simone il cananeo e Giuda Taddeo, apostoli, diversi e uniti

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 12-13) dal Vangelo del giorno (Lc 6, 12-19)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli

Audio della riflessione

Come sempre quando si tratta di scegliere collaboratori, soprattutto se sono persone che debbono sostenere, condividere ideali, metterci pure la vita oltre che il proprio tempo, la propria passione, ci si pone tutta l’attenzione possibile: ecco perché quando la liturgia ci presenta la festa di qualche apostolo spesso ci fa riflettere su questo brano di Vangelo, che mette in risalto la preghiera di Gesù tutta la notte prima di scegliere e annunciare chi avrebbe composto la sua squadra di collaboratori e di continuatori della sua opera di salvezza, i 12 apostoli. In particolare oggi celebriamo i santi apostoli Simone e Giuda.

Riprendo quasi alla lettera quanto ebbe a dire papa Benedetto XVI in una sua catechesi dell’udienze del mercoledì.

Simone è chiamato sia cananeo  che zelota. In realtà, le due qualifiche si equivalgono, poiché significano la stessa cosa: il verbo qanà’ significa “essere geloso, appassionato” e può essere detto sia di Dio, in quanto è geloso del popolo da lui scelto (cfr Es 20,5), sia di uomini che ardono di zelo nel servire il Dio unico con piena dedizione, come Elia (cfr 1 Re 19,10).

Simone era sicuramente caratterizzato  da un ardente zelo per l’identità giudaica, quindi per Dio, per il suo popolo e per la Legge divina: è ben possibile, dunque, che questo Simone, se non appartenne propriamente al movimento nazionalista degli Zeloti, fosse almeno segnato da questa posizione.

Un poco il contrario di Matteo che in quanto pubblicano, proveniva da un’attività considerata del tutto impura, segno evidente che Gesù chiama i suoi discepoli e collaboratori dagli strati sociali e religiosi più diversi, senza alcuna preclusione: a Lui interessano le persone, non le categorie sociali o le etichette! E la cosa bella è che nel gruppo dei suoi seguaci, tutti, benché diversi, coesistevano insieme, superando le immaginabili difficoltà: era Gesù stesso, infatti, il motivo di coesione, nel quale tutti si ritrovavano uniti.

Questo costituisce chiaramente una lezione per noi, spesso inclini a sottolineare le differenze e magari le contrapposizioni, dimenticando che in Gesù Cristo ci è data la forza per comporre le nostre conflittualità. Nella scelta dei 12 poi Gesù dava spazio a tutti i carismi, i popoli, le razze, tutte le qualità umane, che trovano la loro composizione e la loro unità nella comunione con Gesù.

Giuda Taddeo, è così denominato dalla tradizione, per distinguerlo da Giuda Iscariota. Solo Giovanni segnala una sua richiesta fatta a Gesù durante l’Ultima Cena. Dice Taddeo al Signore: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?»”. E’ una questione di grande attualità, che anche noi poniamo al Signore: perché il Risorto non si è manifestato in tutta la sua gloria ai suoi avversari per mostrare che il vincitore è Dio? Perché si è manifestato solo ai suoi discepoli? La risposta di Gesù è misteriosa e profonda, come viene riportata da Giuda … il Signore dice: “Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,22-23).

Questo vuol dire che il Risorto dev’essere visto, percepito anche con il cuore, in modo che Dio possa prendere dimora in noi! Il Signore non appare come una cosa: vuole entrare nella nostra vita e perciò la sua manifestazione è una manifestazione che implica e presuppone il cuore aperto.

Solo così vediamo il Risorto!

A  Giuda Taddeo è stata attribuita la paternità di una delle Lettere del Nuovo Testamento che vengono dette ‘cattoliche’ in quanto indirizzate non ad una determinata chiesa locale, ma ad una cerchia molto ampia di destinatari: essa infatti è diretta “agli eletti che vivono nell’amore di Dio Padre e sono stati preservati per Gesù Cristo” (Gd 1).

Preoccupazione centrale di questo scritto è di mettere in guardia i cristiani da tutti coloro che prendono pretesto dalla grazia di Dio per scusare la propria dissolutezza e per traviare altri fratelli con insegnamenti inaccettabili, introducendo divisioni all’interno della Chiesa “sotto la spinta dei loro sogni” (Gd 8), così definisce Giuda queste loro dottrine e idee speciali.

Egli li paragona addirittura agli angeli decaduti, e con termini forti dice che “si sono incamminati per la strada di Caino” (Gd 11). Inoltre li bolla senza reticenze “come nuvole senza pioggia portate via dai venti o alberi di fine stagione senza frutti, due volte morti, sradicati; come onde selvagge del mare, che schiumano le loro brutture; come astri erranti, ai quali è riservata la caligine della tenebra in eterno” (Gd 12-13).

28 Ottobre 2021
+Domenico

La porta si può allargare solo se non con l’amore e il cuore staccato dalle cose

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13,22-24) dal Vangelo del giorno (Lc 13,22-30)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.

Audio della riflessione

Alla fine della vita che cosa ci sarà? Questo uomo o donna che siamo sono … che siamo noi … ha un futuro oltre la vita terrena? Siamo destinati a scomparire nel nulla o c’è qualcosa dopo la morte? Sono domande che ogni tanto ci facciamo. Siamo abili a metterci un silenziatore, perché sono domande imbarazzanti, sia per noi che ci disperiamo di fronte alla morte, sia per la fede che dovremmo dimostrare nei confronti di chi vive con noi. Abbiamo paura del dileggio dei benpensanti, degli ideologi che sanno tutto, che conoscono per filo e per segno anche il nostro futuro, magari si affidano di più agli oroscopi che a qualche uso dell’intelligenza più consono alla dignità umana.

La nostra fede ci dà la certezza che la nostra vita si conclude e continua nelle braccia di un Padre, nella fratellanza di un Figlio che ci ha salvati, nella luce e nel fuoco d’amore dello Spirito Santo che non permette alla nostra vita di afflosciarsi su di sé nel nulla.

Una domanda pressappoco uguale alla nostra la ponevano a Gesù i suoi contemporanei: erano sicuri che ci fosse un futuro, ma non sapevano se la salvezza fosse garantita a tutti. Cercavano forse solo garanzie, quasi che una volta avuta l’assicurazione la vita smettesse di essere in salita e la certezza prendesse il posto della verità, dell’amore da vivere ogni giorno. Credevano che si potessero mettere in atto “automatismi” comodi di salvezza, privilegi -per esempio- per i furbi.

Gesù dice papale papale “la porta è sempre stretta”.

Dio ci salva, ma l’amore è esigente: non c’è nessun privilegio o raccomandazione su cui contare, non c’è nessun automatismo nell’amore, c’è sempre e solo la disponibilità ad accogliere, l’ardore di una volontà decisa a lasciarsi trasformare, la bellezza di un abbandono nelle braccia di Dio, una fraternità da vivere e mostrare ai poveri … insomma un Vangelo da vivere e incarnare.

La porta è stretta non per tirchieria di chi la apre, ma per la crescita  in bontà della coscienza dell’uomo, per l’approfondimento della sua dignità, che è poco meno degli angeli, coronato di onore e grandezza da riconquistare e sempre da implorare.

Per la porta stretta non si fa una selezione, di diritti, ma un discernimento di bontà, una scala di amore, una precedenza di santità. 

Altrove – dice il Vangelo – i ladri e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli, quindi nessuno pensi di avere una assicurazione, ma sempre e solo un invito esigente.

E’ bello sapere comunque che là siamo destinati e il paradiso non può essere che traboccante se è costato la morte di Gesù per aprirlo. La porta però è tanto stretta che per chi pone la sua fiducia solo nei soldi, nella ricchezza diventa perfino la cruna di un ago e non c’è dieta dimagrante che tenga: l’unica è la misericordia di Dio che si acquista con l’amore e non con i soldi.

27 Ottobre 2021
+Domenico