E’ ancora Natale

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv1, 1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Audio della riflessione
  • E’ ancora Natale per chi crede di poter tornare come prima con tutte le sue comodità;
  • E’ ancora Natale su questa nostra Italia perseguitata ancora dalla pandemia;
  • E’ ancora Natale per chi piange e per chi gioisce;
  • E’ ancora Natale per chi cerca speranza nella malattia e luce nel buio degli affetti;
  • E’ ancora Natale per chi ha perso il lavoro e per chi lo cerca senza speranza;
  • E’ ancora Natale per chi si sta affogando nei debiti;
  • E’ ancora Natale per chi crede, ma anche per chi vuole lo sbattezzo;
  • E’ sempre e ancora Natale.

I riti si sono ripetuti: le luci si sono accese sulle strade, l’albero è stato addobbato e caricato di luci, imbrigliato da tiranti perché il vento e l’acqua ne fanno continuamente scempio.

In molte case splendono i presepi preparati con cura, con arte finissima, con passione, segni di mani abili, ma soprattutto di cuori aperti al dono di pace di questo bambino che è venuto ancora, anche se molti lentamente lo buttano fuori di casa: Lo buttano fuori se è in croce perché un morto fa male ad una laicità intollerante; lo buttano fuori se è in una culla, perché crea discriminazione; lo buttano fuori dalla vita perché ci si crede autosufficienti.

Noi invece lo vogliamo dovunque, prima di tutto nella nostra esistenza: lo abbiamo atteso perché non vogliamo vivere di possesso, ma di speranza e non di sicurezza, di verità e non di certezze.

Lo abbiamo voluto perché abbiamo imparato quanto siamo diventati migliori con noi e con gli altri, quando abbiamo accolto in casa i figli o i fratelli: alla nascita di un fratellino siamo andati in crisi, ci ha destabilizzati nella nostra sicumera, ma ci ha fatto tanto bene … ci ha fatto capire che non siamo il centro del mondo, che è bello vivere da fratelli, avere un cuore grande non per noi, ma per amare.

Lo abbiamo voluto questo natale e lo vogliamo anche nelle nostre relazioni, perché siamo cristiani e non crediamo di fare del male a nessuno, quando diciamo senza ostentazione, ma con convinzione che crediamo in Dio, in un al di là, in un creatore, quando abbiamo il coraggio di andare controcorrente.

Ci hanno incantato tante volte i soldi, come capita a tutti, abbiamo abboccato a questa facile salvezza, ma ci stiamo accorgendo che non sono tutto nella vita. Siamo sempre in tempo a porre la nostra fiducia nel Signore, nell’amore, nella bontà, nella solidarietà. Per noi il bambino Gesù non è un soprammobile, ma una fede in chi ci salva e ci dona pace.

L’abbiamo voluto questo Natale e vogliamo anche nelle nostre strade, nei negozi, negli uffici, nelle scuole, dove crescono i nostri giovani, dove possono confrontarsi con la cultura che li precede e trasformarla con intelligenza, non nell’ignoranza di chi vuol scegliere per loro o si vergogna di aver creduto, perché ha fatto scelte liberissime, ma che non deve imporre a nessuno.

La nostra cultura è nata lì: i nostri progenitori hanno vissuto tramandandoci le cose belle, a noi interessa sapere perché, come hanno fatto a motivare le loro vite difficili, a tramandarci le cose belle, che hanno fatto, le musiche meravigliose che ci siamo sentiti ancora, i tanti valori che noi oggi non riusciamo più a vivere e a rinnovare.

Non siamo più felici di loro, ma almeno vorremmo esse curiosi e liberi di cercare e di sentire, di vedere e di amare.

2 Gennaio 2022
+Domenico

San Silvestro: una fine e un miglior principio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 1-18)

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Audio della riflessione

Ogni giorno abbiamo bisogno di riti per capire chi siamo, che esistiamo, che il tempo passa, che la vita ha un senso: è un rito il bacetto prima di uscire di casa, è un rito la preghiera o lo è la telefonata o l’sms, il mazzo di fiori, il buongiorno anche se detto qualche volta tra i denti, è un rito il regalo di Natale anche se rischia di essere un ricatto o un legaccio …

Oggi che è l’ultimo giorno dell’anno è un rito lo scatenarsi dei botti, dei brindisi, del lancio degli oggetti vecchi, della cena con gli amici, del cambio del calendario … con la pandemia staremo un pò più tranquilli. E’ il tempo che passa inesorabile e forse si fa baldoria perché noi adulti che lo vediamo fuggire vorremmo fermarlo e i giovani vorrebbero scavalcarlo perché non vedono l’ora di essere autosufficienti e padroni della propria vita.

La pandemia non ci permette tante pazzie, anzi ci obbliga a tenere conto di tutti quelli che soffrono e che sono rimasti soli o in qualche RSA e non possono avere troppe visite.

Il Vangelo invece, per farci capire dove siamo e che cosa significa il passare del tempo ci rimanda al principio anziché alla fine, ci ricorda che all’inizio di tutto c’era al Parola! Non esisteva nulla, c’era il caos forse, esisteva solo Dio nella sua vocazione fondamentale: comunicatore.

Dio era ed è Parola, uno che fa consistere il suo essere nel comunicarsi, nel farsi dono, nel proiettarsi verso, nel far essere … gli altri.

Il tempo è cominciato proprio lì, dalla sua volontà di far essere l’uomo per dialogare con una libertà. Proprio per portare questo dialogo alla sua massima possibilità, questo Dio … Parola, questo Dio comunicativo, s’è fatto uomo, s’è dato una vita tra noi per aumentare al massimo il dialogo.

La comunicazione tra due persone è al massimo, quando più grande è quello che si ha in comune: Dio ha voluto aver in comune la vita intera.

E noi ci avviamo a chiudere il 2021, un anno che è stato pieno di crisi e di fatiche, di speranze deluse e di ricominciamenti di pandemia. Ciascuno avrà un momento per pensare a dove sta andando la sua vita, per fare un bilancio, per rendersi conto di tanti doni, di tutte le persone che la condividono con lui, per ricucire torti, per ritornare saggiamente indietro da vie sbagliate che ha preso.

La notte di S. Silvestro non è baldoria per dimenticare, ma festa per ringraziare e forza per cambiare: è diventare più vecchi di un anno, è celebrare con un rito il tempo che passa, ma seminare ancora e sempre nuova speranza.

31 Dicembre 2021
+Domenico

La più bella corsa della storia

Una riflessione su Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 2-8)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Audio della riflessione

I giovani corrono, i giovani sono scattanti, i giovani si entusiasmano subito, bruciano le tappe, i giovani vogliono spremere il massimo dalla vita, i giovani sono impazienti di sapere e di vedere, di provare e di scoprire.

Noi adulti invece siamo calmi, siamo riflessivi, le abbiamo già provate tutte e procediamo con cautela, non abbocchiamo al primo che parla …. ma … siamo lenti, spesso smorziamo tutto, soppesiamo tutto, ma sappiamo ancora dare alcuni consigli saggi.

Come abbiamo sentito dal Vangelo, erano un giovane e un adulto quei due che la mattina di quel famoso primo giorno dopo il sabato si sono incamminati correndo verso un posto già visto per Giovanni, un luogo nuovo per Pietro; il posto era il Golgota nei pressi del quale c’era il sepolcro nuovo in cui era stato ricomposto in fretta il cadavere di Gesù.

Hanno udito notizie sorprendenti, vociare di donne, correre di informazioni, meraviglie, domande, esclamazioni, dubbi. “Nella tomba non c’è più. Siamo andate di buon mattino perché volevamo imbalsamarlo, ma là il corpo non c’è più”.

Erano Giovanni il giovane, quello che aveva assistito fino all’ultimo momento, all’ultimo spasimo, Gesù che moriva, per sostenere sua madre e Pietro, quello che aveva dato il colpo di grazia del tradimento a Gesù, quello che, mentre Gesù veniva sbeffeggiato e insultato, battuto da tutti, non aveva avuto il coraggio di stare dalla sua parte.

Due vite incantate da Gesù, due apostoli, due storie si rimettono in corsa col cuore in gola per poter sperare ancora, per potersi dire che non è vero che tutto è finito, per farsi sorprendere dalla potenza di Dio.

Giovanni è giovane, è innamorato perso e corre di più; Pietro è adulto, si porta dentro anche il peso del tradimento e arranca. Giovanni lo precede, arriva prima, ma si ferma davanti al sepolcro, aspetta Pietro.

Il giovane è entusiasta, è veloce, ma sa di avere bisogno della saggezza di Pietro. È sempre così anche nella vita: giovani e adulti stanno bene insieme, hanno bisogno gli uni degli altri.

E la scoperta che assieme fanno è di grande importanza: sarà determinante per i secoli futuri. Anche loro constatano che Gesù non c’è più, il suo corpo che Giovanni aveva visto esalare l’ultimo respiro non c’è più … e descrivono il lenzuolo, la sindone, le bende che avevano avvolto Gesù afflosciate su di sé, come se da sotto ne fosse sparito il corpo.

Ecco, il Natale che abbiamo appena festeggiato già ci rimanda alla Pasqua: quel bambino che abbiamo contemplato nella sua nascita è quel Gesù che sarebbe stato ucciso, ma che avrebbe vinto la morte con la risurrezione, dando al mondo una speranza definitiva.

27 Dicembre 2021
+Domenico

Cerca la sua tenda: è tra le nostre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-14) dalla Messa del giorno di Natale (Gv 1,1-18)

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Audio della riflessione

Accampati, siamo in questa terra: crediamo di aver messo basi solide, di esserne i padroni, abbiamo qualche fazzoletto di terra e ci abbarbichiamo come l’edera, ma questo fazzoletto … ma è tutto provvisorio! A questa terra possiamo solo mettere tende, confortevoli, con i canaletti per lo scorrere dell’acqua come ci insegnano gli Scout, in posti il più possibile sicuri, ma chi è sicuro oggi dal terrorismo, dalla malvagità che aguzza ogni giorno fantasia e malizia?

Ebbene tra queste tende ce n’è una nuova anche quest’anno: è arrivato uno straniero, arriva proprio da un altro mondo! È una tenda come la nostra, ma diventa subito il centro di visite, di attacchi, di desideri e di improperi. La gente si divide subito in due, chi con lui, e chi contro: ha messo la sua tenda qui perché i suoi non l’hanno voluto.

È Gesù: il verbo si è fatto carne e abitò fra noi, quell’abitò è alla lettera “pose la sua tenda”. Viene ad abitare la nostra povertà, non gli fanno paura le nostre intenzioni malvagie, sa che lo porteranno alla morte, ma spera che sicuramente questa morte sarà la risposta definitiva a chi lo vuol cancellare, perché si trasformerà in risurrezione.

È la Parola, è la comunicazione di Dio: Non è vero che Dio non parla, che ci lascia soli ad arrabattarci alla bell’e meglio. Dio si prende cura e ci viene a visitare. Condivide con noi la vita dell’accampamento: Non è un villaggio turistico in cui possiamo stringere i denti per qualche mese e poi andare altrove dove c’è la vera vita.

No, la nostra vera vita prende forma in questa terra precisa, in questo insieme di tensioni e di problemi, di gioie e di dolori … e qui c’è Dio, c’è colui che tutti riteniamo responsabile dei nostri mali e viene a cercare di capire perché siamo così assetati di vita, e la vita è Lui, e ci adattiamo alle pozzanghere; la felicità è Lui e noi la cerchiamo nello stordimento, la salvezza è Lui e noi la andiamo a mendicare agli oroscopi.

Il Natale presto supera i momenti emotivi, per andare alla sostanza: belle le luci, buono il suono delle zampogne, ma la tenda Dio me la deve mettere nei miei giorni quotidiani, nelle relazioni che costruisco con parenti e amici, nello slancio della missione.

I giovani potranno finalmente vedere che le nostre parrocchie sono “abitabili”, proprio a partire dalla tenda di Gesù? Sarebbero un segno di speranza … e questa speranza deve cantare nel cuore di tutti.

25 Dicembre 2021
+Domenico

Ecco l’uomo, ecco il vostro re

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 33b-37)

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Audio della riflessione

Che razza di re è Nostro Signore Gesù Cristo? Il Vangelo di oggi ce lo presenta davanti a Pilato che lo canzona con supponenza, lo vorrebbe difendere, ma non ne ha il coraggio, ritiene di essere lui, Pilato, molto più potente di Gesù … e Gesù, con grande dignità, tiene in mano le redini del processo: si attarda a parlare con Pilato, a fargli capire che le parole “re”, “regno”, “potere” non hanno solo il significato della forza, del sopruso, del potere, del ridurre tutti in schiavitù, e nel Vangelo si vede la confusione di Pilato che esce ed entra dal pretorio almeno sette volte, tanto è imbrigliato dalla legge del diritto romano che tenta di rispettare e la legislazione ebraica che non tollera che un ebreo venga giudicato in luoghi profani e tra l’altro deve anche fare i conti con la sollevazione popolare che non riesce più a controllare; è un campo di significati, quello di Pilato, molto limitato e monco, non contiene affatto il significato che dà Gesù al suo essere re e al suo essere uomo: per Pilato l’essere uomo di Cristo è come dicesse “guardate come ve l’ho ridotto, l’avrò ben punito che cosa volete ancora?” Per Pilato dire che Gesù è re, è una burla, una sfida al popolo, che però gliela ritorce contro, richiamando ai romani che il loro re è Cesare, che loro odiano a morte.

Ecco l’uomo: Gesù appare come l’uomo nella sua verità, obbediente a Dio Padre, umiliato, deriso; eppure è l’uomo perfetto nel paradosso dell’evangelista Giovanni.

Gesù ha adempiuto il disegno per cui si è incarnato: è diventato l’Emmanuele, il Dio con noi, si è fatto uomo, il vero uomo è Lui, non Adamo che ha disobbedito.

Ecco il vostro re: Gesù è presentato anche come re, guida dell’umanità, rappresentante del popolo, nonostante il dileggio di Pilato, proprio perché il regno di Gesù è un regno di bontà, di giustizia e di pace, ma soprattutto è un regno che si realizza nel massimo del disprezzo e del dolore, del fallimento e dell’ignominia portata per amore.

Il suo regno non è di questo mondo: Gesù regna se l’uomo sa amare, se l’umanità cambia stile di vita, se il piccolo, il povero diventa re.

Ha sempre sognato di salire sul suo trono, che è il trono del massimo amore: la croce. Questa è una nuova verità che fa impressione a Pilato: da buon romano, abituato a comandare tutti e tutto, non si raccapezza più, già non pensa che ci sia una verità e questa sul significato del regno di Gesù gli sembra ancora di più una pazzia.

Anche noi cristiani  dobbiamo continuamente rifarci a questa croce che è il vero trono da cui Dio parla a tutti gli uomini e li abbraccia nel suo grande amore: solo così regna Cristo e così lo dobbiamo seguire come cristiani.

E’ re nell’Eucarestia, come spesso cantiamo, ma quel pane e vino è segno di un dono senza condizioni fino alla morte. Non è facile accettare questa proposta. Non è facile credere che un uomo inchiodato sulla croce possa essere l’unico vero re della nostra vita, l’unico a cui obbedire perché non ci comanda niente: ci propone soltanto di vivere come lui è vissuto, facendo del bene a tutti!

Ma questa è la condizione per vivere con la schiena diritta davanti a tutti gli altri re, re e reucci che chiedono riverenze, leccate e balzelli; questa è l’unica condizione per non piegare le ginocchia davanti a nessuno, per vivere liberi, convinti che il nostro re è uno solo: Gesù Cristo.

Da Lui in giù è tutta pianura!

21 Novembre 2021
+Domenico

Costruita una basilica la si dedica a Dio e non ai nostri affari

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)

Audio della riflessione

A guardare le nostre televisioni o a sentire le nostre radio si direbbe che la vita, il mondo è fatto tutto di compratori e venditori: si fanno talmente intelligenti le pubblicità che ti diverti pure mentre ti spremono e ti alleggeriscono il portafoglio.

Se poi vai in un paese del terzo mondo vedi che tutti vendono e comprano di tutto, in tutti gli spazi possibili delle strade: non c’è catapecchia che non esponga il suo banchetto vendita. La più nobile ci ha pure una vetrinetta per il posteggio delle mosche.

Vendere e comprare è sentirsi vivi, è sperare, e avere relazioni è riempire la vita! Non si costruiscono forse così anche le chiese? Perché  non lo dovrebbe essere anche l’esperienza  religiosa, questo bisogno profondo dell’uomo, questo lato misterioso della vita umana?

Per mettere le mani avanti e per non osare di fare della Chiesa una spelonca di ladri, ad ogni festa che ricorda la dedicazione di una Chiesa al rapporto vero con Dio si legge sempre questo brano di Vangelo dove Gesù con la sua forza ci richiama in maniera inequivocabile alla chiesa come luogo di preghiera.

Oggi celebriamo il giorno anniversario della dedicazione della basilica lateranense, la cattedrale di Roma, il cui vescovo è sempre il papa.

Presso il tempio di Gerusalemme, punto di convergenza di tutto un popolo, crocevia di attese, sofferenze, speranze, illusioni, tensioni, rivoluzioni, vendere e comperare era diventato connotazione determinante.

Non andrai davanti a Dio a mani vuote?! Come puoi pensare che Dio ti benedica se sei così spilorcio? La vuoi pagare quella grandine che hai evitato o ti vuoi proprio rovinare senza evitare la prossima? Sarai un poveraccio, ma due spiccioli per un paio di tortore li puoi scucire anche tu.

Non erano preghiere, non erano dialoghi con Dio, non era abbandonarsi nelle sue mani: era commerciare con lui, era ridurre Dio a mercante.

Arriva Gesù … non è la prima volta che va al tempio – anche Giuseppe e Maria  un giorno si erano comperati un paio di colombi con in braccio lui – ma questa volta non riesce più a sopportare questo ritratto che fanno del Suo Padre amatissimo: Il Regno di Dio non è fatto così, il povero non ha pedaggio da pagare per farsi ascoltare da Dio; la religione di Dio, suo Padre, è la religione del cuore non della borsa, Dio non si compera, ma si ama.

“Avete fatto della casa di mio Padre un mercato” E butta all’aria tutto.

Questo è ancora niente, nel giro di poco tempo tutti quei sacerdoti dovranno cambiare lavoro!

Un rapporto di un procuratore romano degli inizi del II secolo dopo Cristo riferirà a Roma che sono in crisi le macellerie: perchè non si sacrificherà più nessun tipo di bestiame.

“Voglio misericordia non sacrifici”, il cuore contrito non un portafoglio più appiattito!

Anche questo cambiamento di modo di mettersi in relazione con Dio verrà “caricato sul conto” di Gesù: non tocchi mai impunemente i soldi di nessuno … ma ne esce ripulito, più vero, autentico il volto di Dio Padre.

9 Novembre 2021
+Domenico

Eternità non è una esagerazione, ma la nostra casa definitiva

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 39-40) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 37-40)

«E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Audio della riflessione

Ci sono parole che nella nostra esperienza facciamo fatica a capire, come infinito, eterno, sempre, mai, illimitato, perpetuo, perenne: le usiamo per dire alcune esagerazioni o alcune esigenze che stanno nella nostra vita. Vogliamo amore eterno, possibilità senza limiti, promettiamo “per sempre”, diciamo che non ci dimenticheremo mai … soprattutto se si pensa al tempo ci perdiamo proprio nei significati.

Gesù  usa uno di questi termini con grande enfasi: eterno; promette a chi gliela domanda la vita eterna, chi crede in Lui avrà la vita eterna!

Eterno significa pieno, senza limiti, oltre ogni tempo, senza fine … è possibile per noi pensare qualcosa che non finisce mai, che continua per sempre?

Nella nostra vita facciamo esperienza di realtà che hanno tutte una vita breve: tutte le cose che vediamo sono limitate, di infinito ci sono forse dei pensieri ricorrenti. Tutto è caduco, tutto è finito: sempre e mai non fanno parte della nostra esistenza o per lo meno sono riferite al tempo della nostra vita che non ha niente di illimitato e di eterno.

Invece Gesù ci dice che chi crede in Lui ha la vita eterna, la pienezza, l’infinito, la perennità. C’è una vita che è stata guadagnata a noi dalla sua croce che sarà il massimo di felicità e che non tramonterà mai.

Lui solo è capace di donarcela, di farcela vivere, di renderci degni di goderla. Questo dono è anticipato e trasmesso attraverso Gesù che è il pane vero con il dono del suo corpo e del suo sangue: è la sua vocazione, è il compito che Dio Padre gli ha affidato: la sua volontà, da sempre stabilita sul mondo, è che non perda nulla di quanto egli mi ha dato.

Dio è Padre e se ama, ama per sempre!

C’è una vocazione per ogni uomo, un dna che non tramonta e che caratterizza la vita: essere per sempre nella sua felicità! Sono pensieri che ci danno le vertigini, perché vanno al di là di ogni esperienza, ci inondano di stupore e ci immergono in una vita che non è quella che sperimentiamo, ma sicuramente quella che desideriamo e che sogniamo.

E Gesù è incaricato solennemente da Dio Padre di non perdere nessuno di noi. Capiamo allora ancora di più quella sua decisione irrevocabile e sofferta di prendere la croce: voleva bucare il cielo e farci tutti salire ad abitarlo per sempre!

In quelle braccia di Dio dobbiamo pensare e credere fermamente che sono collocati i nostri cari: sono in una vita definitiva, diversa dalla nostra.

Il trattenerli tra noi, nelle nostre case spesso deve sempre avere questa certezza: sono nelle braccia di Dio, dove stanno molto meglio che nelle nostre braccia.

E’ questione di fede nella vita eterna.

2 Novembre 2021
+Domenico

Gesù chiama in causa gli angeli

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 47-51)

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Audio della riflessione

Oggi festeggiamo gli arcangeli tra i più nominati nella Bibbia e che fanno parte attiva nella storia della salvezza: l’Arcangelo Gabriele che annunciò a Maria l’Incarnazione di Gesù, l’arcangelo Michele lottatore invincibile contro il demonio e l’Arcangelo Raffaele, medico e salvezza per Tobi e Tobia.

Nel  Vangelo della  Messa ci viene presentata la bella figura di un apostolo, Natanaele, e alla fine una frase che spesso non si commenta e che invece oggi nella festa degli Arcangeli, ci presenta Gesù ancora più centrale e determinato nella vita del mondo.

Eccola: “Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo»“.

Nel testo biblico in genere alcune parole di questa frase sono scritte in corsivo: significa che si tratta di una citazione dell’Antico Testamento.

 È una interpretazione di colui che ha curato la traduzione ed è un modo per aiutare noi lettori a capire che quelle espressioni sono un riferimento a un altro testo: si tratta del riferimento al sogno di Giacobbe che in quella notte a Betel vide il cielo aperto o, meglio, una scala che raggiungeva il cielo e “gli angeli di Dio salire e scendere”.

Nel testo del vangelo di oggi non si parla però di una scala, ma la parola scala è sostituita con “Figlio dell’uomo”: gli angeli di Dio salgono e scendono sopra il Figlio dell’uomo.

Questa è una immagine di Gesù, che Gesù dice di sé, importantissima: Cristo è presentato come la scala di Giacobbe, quello che simboleggiava la montagna cosmica, il tempio con una grande scala che collega cielo e terra, è realizzato pienamente nella persona di Gesù, Figlio dell’uomo, personaggio glorioso e trascendente, ma concretamente umano.

Natanaele, che conosceva la Bibbia, dopo questa affermazione di Gesù non si sarà più permesso di dire “che cosa di buono può venire da Nazaret2! È proprio Gesù, che rivela Dio: il cielo aperto esprime appunto la comunicazione, la rivelazione: Dio apre il proprio ambiente e si comunica.

Gli angeli allora non sono eliminati, hanno una grande importanza nella storia della salvezza e sono messi in rapporto a Cristo.

Il collegamento fra cielo e terra è fatto da Gesù Cristo, Dio fatto uomo, e gli angeli di Dio continuano a salire e scendere su di lui, Quindi, come circondano il Signore delle schiere, così gli angeli circondano il Cristo e lo circondano come collaboratori dell’opera di salvezza, suoi ministri che ascoltano la sua parola e fanno il suo volere.

Un posto così chiaro agli angeli, detto da Gesù, dovrebbe confondere tutti quelli che parlano degli angeli come delle fantasie, pie invenzioni per i bambini.

Qui restiamo confusi come Natanaele forse, ma ci affidiamo agli arcangeli come collaboratori di Gesù e portatori della sua salvezza, segno della protezione e salvezza portata da Gesù.

29 Settembre 2021
+Domenico

Il suo trono è la croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

Audio della riflessione

La trama l’avevano pensata alla perfezione: “di questo Gesù deve sparire tutto, non ci deve essere più nessuna traccia. Ha osato mettersi contro la legge e la legge lo seppellirà, lo farà scomparire nel nulla.”

Così aveva pensato il Sinedrio, così pensano ancora oggi tanti nemici di Gesù, dei cristiani, come hanno fatto per esempio col beato don Francesco Bonifacio i miliziani di Tito.

La morte è il primo passo: chi si spingeva fino sulle mura di Gerusalemme quel giorno di Parasceve, quel fine settimana concitato, poteva vedere la morte impietosa dei tre delinquenti che poco prima avevano disturbato la vigilia della festa e fatto deviare il traffico … una scena come tante che per altri 40 anni si sarebbe continuato a vedere fino al crollo di Gerusalemme.

Il suo corpo avevano deciso di seppellirlo in una fossa comune: c’è sempre una qualche foiba in cui si sparisce senza lasciare traccia, tanto più che il sangue di quel Gesù era “infetto”, aveva appiccicata sul rosso vivo la maledizione di Dio – secondo i farisei – se qualcuno lo toccava non poteva partecipare alla festa di Pasqua imminente.

Ma Dio ha un altro piano: nel Sinedrio c’è un uomo, che aspetta il Regno di Dio, che ha davanti una meta, una prospettiva … ha sentito Gesù dire che il Regno di Dio è per gente che ha grinta, non è per le mezze cartucce … ha sentito il perentorio invito di Gesù “il Regno è qui, occorre cambiare testa e credere alla buona notizia”, e Lui ci sta. Non è riuscito a fermare le intenzioni omicide del Sinedrio, ma proprio perché si affida al futuro di Dio, al suo Regno, mentre Gesù esala l’ultimo respiro non si perde d’animo e va immediatamente da Pilato a chiedere il corpo di Gesù.

Non sarà scaraventato in una fossa comune, ma sepolto in un sepolcro nuovo: è  Giuseppe d’Arimatea rimette in discussione la sicumera del Sinedrio, diventa l’uomo della Provvidenza, con la missione di custodire e di difendere il corpo di Gesù e di prepararne la sepoltura in maniera tale che le bende, le fasce, la sindone, il sudario, gli aromi versati sul corpo risulteranno i segni inequivocabili che Giovanni e Pietro vedranno e che metteranno a disposizione motivi razionali per fare l’atto di fede nella risurrezione: entrò, vide e credette.

Anche il beato don Francesco Bonifacio ha avuto il suo Giuseppe d’Arimatea, che lo ha saputo trarre dall’annientamento delle foibe, anche se il suo corpo non fu più ritrovato. Il suo corpo sarà nella resurrezione di Dio, come ne ha anticipato il futuro la risurrezione del corpo di Gesù.

Non è così, per Gesù, del patibolo, di quei legni orrendi: “E questi legni dove li buttiamo?

A pochi metri più sotto quella specie di protuberanza del terreno a forma di cranio, Golgota appunto lo chiamavano, c’è un anfratto naturale. “Non useremo assolutamente mai questi legni per fare legna da fuoco. C’hanno addosso un sangue appiccicoso, una impurità blasfema. Dentro quella caverna li gettiamo. Li abbiamo sempre buttati lì.”

E lontani dagli occhi degli uomini dovettero restare almeno per tre secoli. Le rovine di Gerusalemme sono passate su quei luoghi come un rullo compressore.

L’orrore, la vergogna, il dispetto di avere un fondatore della religione giustiziato su una croce, brucerà nell’immaginario umano, ebreo, greco e romano: scandalo, pazzia, stupidità, assurdità … erano le pietre che continuamente gravavano sulla coscienza e affioravano al sentimento ogni volta che si parlava del Crocifisso.

Intanto nella coscienza dei cristiani quella croce diventava invece un simbolo, un’ancora, una strada necessaria, anche se discriminante.

La regina Elena farà scavare tutta l’area del Calvario e ritroverà la croce: la croce del Signore Gesù non è una vaga, anche se assurda, idea di dolore, non è un sentimento come il dispiacere, un vago senso di pena, ma un vero pezzo di legno, un oggetto barbaro su cui è stato inchiodato Gesù.

Eccolo: è proprio di legno come ogni trono, è il trono da cui Dio oggi ancora ci governa e ci salva … ma noi oggi vogliamo ancora contemplare Lui su quel legno perché a noi interessa … cioè senz’altro ci interessa la croce, ma soprattutto l’amore di Dio su quella croce.

Non misuriamo la qualità della nostra fede prima di tutto dalla forza delle nostre convinzioni, dalla generosità dei nostri gesti, dalla soddisfazione del nostro progresso umano e spirituale, dal grado della nostra serenità o dalla capacità di resistere alla nostra inquietudine, ma dal rinnovare la nostra disponibilità a colui che sulla croce dà la sua vita per noi, per te.

E contemplandolo capiterà a noi come agli ebrei stregati e avvelenati dai serpenti del deserto, noi che siamo avvelenati dai serpenti della vita, dai serpenti del peccato.

Guardiamo a Lui e saremo salvati!

Questo uomo innalzato tra cielo e terra è la nostra unica speranza.

14 Settembre 2021
+Domenico

Schiettezza è verità praticata sempre

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 43-51)

Audio della riflessione

Se hai deciso di intraprendere una strada, non puoi restare solo: se ti si è fatta chiara una missione hai bisogno di condividerla, se hai trovato quello che da una vita cercavi per lo meno lo dici agli amici, non vuoi far perdere loro l’occasione di fare una esperienza che tu hai vissuto e che ti ha dato felicità.

Così è stato delle prime persone che Gesù ha scelto: Lui, da un po’ di tempo gira avanti e indietro per il lago, vede la vita tenace e impegnata della gente, tutti i giorni a faticare per vivere, a lavorare sodo per darsi una minima possibilità di esistenza … ha ascoltato le parole le conversazioni della gente, ha visto la forza che ci mettevano nel perseguire i loro interessi.

Tante volte li ha squadrati … “Chi mi potrà dare  una mano ad annunciare il Vangelo, che di questi saprà scaldarsi per il mio Regno? chi avrà forza e disponibilità a seguire una vita ardua e difficile?”

Occorrerà prima o poi scegliere … ma sono loro gli abitanti delle rive del lago che si incuriosiscono di lui, che voglio sapere che fa, che pensa, di che cosa vive, quali segreti ha in cuore … infatti erano incantati da lui: alcuni erano stati con Giovanni il battezzatore, ma nel sentire Gesù si apriva ancora di più il loro cuore e vedevano che proprio di Lui avevano bisogno!

Poi finalmente Gesù comincia a  scegliere: “Tu, Filippo seguimi, vienimi dietro” … e Filippo non può tenere per sé la gioia che prova a stare con Lui, a condividere la sua passione per la vita di tutti, a partire dalla intimità con Dio Padre che ha …. si fa in quattro per coinvolgere altri: lo dice a Natanaele, che lo gela con una battuta quasi insolente, se non fosse preziosa per la sincerità e la voglia di cose grandi che si porta dentro … ma che vuoi che venga fuori di buono da un paesetto sperduto, fatto di montanari come Nazaret, che non ha mai prodotto niente di buono, se non amici con cui ogni tanto sbaraccare?

Ma anche Natanaele di fronte a Gesù crolla: è schietto, non ha maschere … e Gesù non ha paura di chi dice come la pensa, non gli piacciono quelli che continuano a tergiversare, a mettere davanti scuse a una decisone urgente.

Più tardi alcuni gli diranno di volerlo seguire, ma accamperanno tutte le scuse possibili, compresi i contratti di compravendita, compresi i tranelli affettivi … alla loro età, alcuni hanno risposto: lo vado a chiedere a mio papà … Ma prenditi in mano la tua vita finalmente, non nasconderti dietro scuse che non portano a niente: la vita non ti salta addosso, tante volte ti schiva e ti lascia a far niente e a consumarti nell’inedia …

… e hanno il coraggio di guardare in cielo, non lo trovano vuoto, ma pieno dell’amore di Dio.

Oggi celebriamo san Bartolomeo apostolo, comunemente indicato proprio con Natanaele: nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.

24 Agosto 2021
+Domenico