Noi decidiamo di stare con te sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?”. Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: “Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono”. Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: “Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre”. Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.

Audio della riflessione

Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di doverci misurare le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida: spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro … spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera.

San Giovanni Paolo II quando incontrava i giovani – alle giornate mondiali soprattutto – li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava: molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la chiesa, per i poveri dietro la sua spinta.

Era così anche Gesù: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava … “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui” – dice il Vangelo.

Era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue – Inaudito, impossibile, troppo arduo da capire – e Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli “volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?”

E … non posso qui non ricordare che questo brano di Vangelo, che si propone oggi nelle messe, era quello che san Giovanni Paolo II propose nella messa conclusiva della giornata mondiale della giovedì (del 2000), di fronte a due milioni di giovani, andando contro alla tradizione delle giornate mondiali che alla messa conclusiva propone sempre  il brano di vangelo, che ne contiene il motto (in quel caso era il capitolo primo di Giovanni in cui era scritto “Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi”): aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto, e quindi poteva raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzandolo di più, addolcendo il Vangelo con altre belle frasi, che sempre Vangelo sono … invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del Vangelo: volete andarvene anche voi?

La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte: il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena lo aveva lasciato, Giuda lo abbandonerà tradendolo …. qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va lo ha incontrato, molti al momento giusto sono fuggiti.

La debolezza va messa in conto e non spaventa Gesù: Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa … infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con ingenuità “Signore che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza, alla gioia che ci doni, alla pienezza di vita che ci hai fatto balenare davanti agli occhi? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te”.

E Pietro nella figura di papa Francesco continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù, e a farci forza per metterle in pratica.

22 Agosto 2021
+Domenico

La vita del cristiana è sempre donata

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 24-26)

Audio della riflessione

Qualche anno fa sono stato su un costone di roccia della valle di Gressoney, vicino a Pont Saint Martin, a celebrare con una messa un anniversario: si trattava della morte di un giovane partigiano, un ragazzo pulito, entusiasta della vita, innamorato dello Sport e della vita, ma soprattutto innamorato di Gesù. Aveva deciso di servire così la patria e in una imboscata ai nemici – che poi erano sempre persone della stessa sua provincia, ma la guerra ci mette sempre contro gli uni gli altri e siamo sempre tutti uomini e figli di Dio – ebbene in questa imboscata su quel ponte era stato ferito un ragazzo come lui di soli 16 anni, e questi continuava a lamentarsi a gridare aiuto e spezzava il cuore.

Era un nemico, ma aveva solo 16 anni.

Gino Pistoni, così si chiamava quel giovane, insistendo con il suo capo, riesce a strappare il permesso di andare a soccorrerlo. La scelta è fatale, arrivano i tedeschi che sparano all’impazzata nel bosco: una scheggia lo colpisce alla gamba e gli taglia l’arteria femorale; perde sangue, non riesce più a fuggire, i suoi amici lo lasciano. Il sangue continua a uscire, si sente la vita fuggire.

Allora con le sue dita intinte nel sangue abbondante che gli cola dalla gamba scrive sullo zainetto: offro la mia vita per l’Azione Cattolica e per l’Italia. Viva Cristo Re. 

Il giorno dopo gli amici ritornano a vedere che cosa era successo e trovano lui morto, ne seppeliscono il cadavere e conservano lo zaino con la scritta fatta col suo sangue.

Quello zainetto insanguinato ancora oggi è custodito nella cappella del vescovo di Ivrea: il chicco che cade in terra, muore e dà frutto, è la vita del cristiano, è la vita di Gesù.

Ancora in questi tempi in varie parti del mondo i cristiani sono perseguitati e bruciati: Lorenzo è stato bruciato così, perché era cristiano.

Le statue belle e decorate che raffigurano san Lorenzo non rendono l’orrore che ha segnato gli ultimi istanti della sua vita: noi li abbiamo trasformati per non offendere la nostra sensibilità, ma la sua fu morte vera, tragica, in dispetto della sua fede, delle sue scelte.

I carnefici erano arrabbiati perché Lorenzo lo avevano tenuto come ostaggio per farsi dare i soldi dalla chiesa, le sue ricchezze di cui tutti anche oggi favoleggiano … ma la vera ricchezza della chiesa erano i poveri e Lorenzo non ebbe più scampo.

Così era stato ucciso papa Sisto II, con i suoi diaconi, così Agapito, Vito, Cesareo: tutti giovani decisi a seguire Gesù Cristo, e in quella estate avevano sferrato un attacco mortale alla chiesa … ma la chiesa pur privata delle sue vite migliori rifiorì.

Ci sono ancora oggi giovani così? Esistono cristiani che sanno pagare con la vita la loro fede? Sono domande che dobbiamo porci come adulti per vedere se abbiamo offerto ai giovani una fede solida o solo le cianfrusaglie della nostra vita che non ha sapore, che si preoccupa di tutt’altro, che viene buttata nella superficialità e nel disinteresse per tutti.

La legge della vita comunque rimane sempre quella: se la vuoi conservare la devi regalare e ci sono tanti modi per fare della nostra vita un regalo.

Dio ce li suggerisce e voglia darci anche la forza di attuarli.

I malati lo fanno con le loro sofferenze, noi un poco nell’aiutarli a portarle, i loro parenti amandoli ogni giorno senza sosta.

Non siamo la loro graticola e loro non lo sono per noi, ma siamo tutti sulla stessa graticola, che è la vita, e che Dio ci aiuta a vederla come un pegno del nostro futuro nella sua pace.

10 Agosto 2021
+Domenico

Può mancare tutto, ma non il pane

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,41-51)

Audio della riflessione

C’è un elemento, un simbolo, molto comune nella vita di ogni uomo, capace di rievocare esperienze profonde di umanità, di identità, di comprensione di se stessi e della nostra storia: è un simbolo che travalica la nostra vita, ci lega alla storia degli uomini; simboli come questi ce ne sono tantissimi, non sono riducibili a parole, ma sono parole che squarciano significati, sono parole come casa, acqua, sale, fiore, mamma, babbo, pane … hanno molte capacità di evocazione dell’esistenza.

Prendiamo il simbolo “pane”: non è riducibile a nessuna forma di esso, a nessuna contraffazione moderna, a nessuna appropriazione di qualcuno o di qualche industria … ti ricorda la casa, la famiglia, la fame, la semplicità, la terra, la sporta cui ti attaccavi quando eri bambino, il fuoco, il panettiere, quell’odore fragrante di fumo … di forno, quelle ore dell’alba, la gente che l’addenta, il calore di un gesto di dono, la semplicità e la  naturalezza di un nutrimento, il compagno quotidiano di ogni vita, l’elemento necessario di ogni tavola, che a scuola tiravi fuori dallo zaino, impazientemente, ogni mattina.

Può mancare tutto, ma non il pane … e Gesù sulla scia di una lunga tradizione di rapporto, di presenza di Dio tra gli uomini con il dono del pane, si presenta a noi perentoriamente e dice “Io sono il pane della vita. Io sono il pane vivo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.

La portata di queste affermazioni è enorme: quel simbolo di vita, quell’elemento che ci definisce, che ci affratella, che ci riconcilia con noi stessi, che abita la nostra semplice vita quotidiana, che ci premette di ritrovare le nostre radici, che ci lega alla natura e al creato, agli uomini nostri fratelli .. è Lui, è Gesù Cristo. Non può mancare nella nostra vita, non può mancare nella nostra casa: senza pane ci pare di non nutrirci, senza Gesù, manca il gusto, il senso; è il pane della vita, è la radice della vita; almeno lo si potesse mangiare! Almeno lo si potesse avere nella bisaccia della nostra esistenza!

Ma non è forse questo che ci ha promesso e dato proprio prima e nel morire?!

Oggi è la memoria di san Domenico di cui si diceva che “o parlava di Dio o parlava con Dio”. Fosse un programma anche per noi! Per la nostra comunicazione quotidiana, per la nostra mente anche distratta, e che cerca soltanto evasione!

8 Agosto 2021
+Domenico

Non solo si mangia per vivere, ma c’è un pane di vita piena (Gorfigliano)

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 24-35)

Audio della riflessione

C’è un istinto fortissimo nella nostra vita che è quello della conservazione. Scatta dentro di noi per sopravvivere, fin dai primi istanti di vita ci fa piangere, urlare, chiedere perché abbiamo fame e vogliamo essere nutriti. Un bambino non sente ragioni finché non lo si soddisfa. Poi l’istinto modifica i suoi modi di esprimersi, usa la ragione, l’intelligenza, la furbizia, l’ingegno, si organizza, produce, accumula: insomma diventa un interesse che non ti abbandona mai nella vita, tanto che se non ti lasci educare da valori più alti rischi di non uscire dal circolo vizioso che mette te al centro della vita e tutti gli altri attorno. Allora anziché istinto diventa calcolo, cattiveria, sopruso, sfruttamento, disumanità. L’amore deve farsi strada entro questa prepotente tendenza.

Gli ebrei del tempo di Gesù erano stati sfamati da quella prodigiosa moltiplicazione dei pani. Che bello! Con Gesù abbiamo risolto il problema della fame. Che vuoi di più? Noi lo seguiamo e lui ci mantiene; parla bene, dice delle cose belle, è buono, sa aprirci il cuore e ci permette pure di vivere. E Gesù non manca di farlo notare alla gente che lo segue: voi mi cercate perché vi siete riempiti la pancia; quello era un segno e voi vi fermate al segno; dovete fare uno sforzo per andare oltre. Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere. Non solo, ma c’è una vita da nutrire che non è soddisfatta dal cibo materiale; la vostra vita ha bisogno di fare un salto di qualità, dovete coltivarvi un’altra tensione, più forte dell’istinto della fame, che vi apre spazi di bellezza, di amore, di generosità, di poesia, di spiritualità.

L’uomo non ha bisogno solo di pane e di cose materiali per dare significato al suo vivere, ma soprattutto ha bisogno di dare risposta alla fame di verità, di libertà, di felicità che sente crescere dentro. Ha un cuore che non si può fermare a girare attorno a se stesso, ha uno spirito che lo tende sempre verso qualcuno che sta oltre, ha sete di Dio. E la sete di Dio la si soddisfa solo con la fede. Gesù si pone al crocevia di questa sete e si offre come sicura speranza di pienezza di umanità, quella cui tutti aspiriamo. Lui è una sorgente di acqua zampillante che è fatta per un’altra sete, un pane che è fatto per un’altra fame. E’ la sete di felicità, è la fame di amore. Per questi bisogni occorre un altro pane, un’altra acqua. Aveva provato quella donna al pozzo in Samaria a dialogare con Gesù di acqua, di pani, ma Gesù subito la smaschera. Non ti nascondere dietro questi bisogni, tu hai un’altra sete più profonda dentro. Abbi il coraggio di guardarti nella coscienza e di leggere che hai una vita da alimentare con lo Spirito. Gesù si pone davanti agli uomini come il pane della vita, il sostegno vero, il nutrimento necessario, normale, quotidiano; vai cercando felicità ovunque, perché non la cerchi nella mia vita, nella mia Parola? Perché non ti decentri dal tuo continuo guardarti addosso e non alzi lo sguardo a me per aprirti alla bellezza di Dio, alla pienezza della felicità?

Gesù risorto si presenta al mondo proprio così: il pane della vita, il sapore dei nostri giorni, il nutrimento della nostra fame di verità, di gioia, di amore. Non solo, ma si rende presente in questo pane e ogni chiesa è la casa, la custodia del pane della vita, di quel Dio che non ci abbandona mai.

E’ quello che hanno fatto i vostri nonni e i vostri genitori, voi stessi che avete sempre lavorato per il pane quotidiano, ma vi premeva che questo pane fosse qualcosa di più; in questo lavoro eravate preoccupati che vi garantisse tutta la vita, a partire dalla dignità delle vostre persone; non è vero che in quel canto alla Madonnina dei Cavatori voi cantate “Non siamo schiavi, ma siamo grandi”?

E non soltanto chiedete di poter tornare al casolare, ma che la Madonnina segua ogni giorno la nostra vita: nella vostra vita assieme al pane volevate anche dignità, riconoscimento dei diritti e consapevolezza dei doveri, attenzione a tutta la vostra esistenza, perché il lavoro è sempre un campo in cui deve crescere il regno di Dio … e questo lo è anche oggi per tutti i nostri lavori, in questo lungo tempo di pandemia in cui ci mancano certezze, non solo, ma anche verità, solidarietà, fiducia nelle persone e nella autorità, nei servizi essenziali e nei progetti di futuro.

Siamo consapevoli e convinti che rivivere la festa della Madonnina dei Cavatori, vuol dire rimettere sempre nelle mani di Dio, attraverso la tenerezza di Sua Madre, le nostre vite, le nostre responsabilità e la nostra onestà, i vostri figli, il vostro presente e il loro futuro.
.
A te, o Maria, la nostra lode, Patrona sei dei cavatori, siamo tuoi figli, siamo figli tuoi, redenti siamo dal tuo Gesù: non siamo schiavi, ma siamo grandi! Maria proteggi da tutti i mali; noi t’invochiamo! Segui ogni giorno la nostra vita, che al casolare vogliam tornare, che al casolare vogliam tornare.

1 Agosto 2021
+Domenico

Non solo si mangia per vivere, ma c’è un pane di vita piena

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 24-35)

Audio della riflessione

C’è un istinto fortissimo nella nostra vita che è quello della conservazione. Scatta dentro di noi per sopravvivere, fin dai primi istanti di vita ci fa piangere, urlare, chiedere perché abbiamo fame e vogliamo essere nutriti. Un bambino non sente ragioni finché non lo si soddisfa. Poi l’istinto modifica i suoi modi di esprimersi, usa la ragione, l’intelligenza, la furbizia, l’ingegno, si organizza, produce, accumula: insomma diventa un interesse che non ti abbandona mai nella vita, tanto che se non ti lasci educare da valori più alti rischi di non uscire dal circolo vizioso che mette te al centro della vita e tutti gli altri attorno. Allora anziché istinto diventa calcolo, cattiveria, sopruso, sfruttamento, disumanità. L’amore deve farsi strada entro questa prepotente tendenza.

Gli ebrei del tempo di Gesù erano stati sfamati da quella prodigiosa moltiplicazione dei pani. Che bello! Con Gesù abbiamo risolto il problema della fame. Che vuoi di più? Noi lo seguiamo e lui ci mantiene; parla bene, dice delle cose belle, è buono, sa aprirci il cuore e ci permette pure di vivere. E Gesù non manca di farlo notare alla gente che lo segue: voi mi cercate perché vi siete riempiti la pancia; quello era un segno e voi vi fermate al segno; dovete fare uno sforzo per andare oltre. Non si vive per mangiare, ma si mangia per vivere. Non solo, ma c’è una vita da nutrire che non è soddisfatta dal cibo materiale; la vostra vita ha bisogno di fare un salto di qualità, dovete coltivarvi un’altra tensione, più forte dell’istinto della fame, che vi apre spazi di bellezza, di amore, di generosità, di poesia, di spiritualità.

L’uomo non ha bisogno solo di pane e di cose materiali per dare significato al suo vivere, ma soprattutto ha bisogno di dare risposta alla fame di verità, di libertà, di felicità che sente crescere dentro. Ha un cuore che non si può fermare a girare attorno a se stesso, ha uno spirito che lo tende sempre verso qualcuno che sta oltre, ha sete di Dio. E la sete di Dio la si soddisfa solo con la fede. Gesù si pone al crocevia di questa sete e si offre come sicura speranza di pienezza di umanità, quella cui tutti aspiriamo. Lui è una sorgente di acqua zampillante che è fatta per un’altra sete, un pane che è fatto per un’altra fame. E’ la sete di felicità, è la fame di amore. Per questi bisogni occorre un altro pane, un’altra acqua. Aveva provato quella donna al pozzo in Samaria a dialogare con Gesù di acqua, di pani, ma Gesù subito la smaschera. Non ti nascondere dietro questi bisogni, tu hai un’altra sete più profonda dentro. Abbi il coraggio di guardarti nella coscienza e di leggere che hai una vita da alimentare con lo Spirito. Gesù si pone davanti agli uomini come il pane della vita, il sostegno vero, il nutrimento necessario, normale, quotidiano; vai cercando felicità ovunque, perché non la cerchi nella mia vita, nella mia Parola? Perché non ti decentri dal tuo continuo guardarti addosso e non alzi lo sguardo a me per aprirti alla bellezza di Dio, alla pienezza della felicità?

Gesù risorto si presenta al mondo proprio così: il pane della vita, il sapore dei nostri giorni, il nutrimento della nostra fame di verità, di gioia, di amore. Non solo, ma si rende presente in questo pane e ogni chiesa è la casa, la custodia del pane della vita, di quel Dio che non ci abbandona mai.

1 Agosto 2021
+Domenico

Nella bisaccia di un ragazzo il segno del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 1-15)

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo”. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: “C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: “Fateli sedere”. C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.
Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: “Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto”. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: “Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!”. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

Audio della riflessione

Possiamo farci aiutare a riflettere dalla fede di un giovane sconosciuto, ma importante, del Vangelo di oggi: spontaneo, concreto, generoso, mescolato alla gente con una bisaccia piena di pane e qualche pesce. E’ un ragazzo che, come tutti, ha una vita davanti: va tutti i sabati in sinagoga a ripetere e cantare versetti, qualcuno ogni giorno … ogni tanto lo prende e lo molla con qualche lavoro.

Ma Lui ha sentito parlare di Gesù: è uno che parla chiaro, che va giù duro, che non fa la solite raccomandazioni di galateo … “Lo voglio sentire anch’io, voglio vederlo anch’io, voglio partecipare alla festa dell’esserci” … e va, diremmo noi oggi – se non fosse irriverente – al suo grande concerto rock, all’incontro con qualcuno che lo infiamma, che lo fa sentire vivo.

La quotidianità ritornerà ancora, non c’è dubbio: la ricerca di lavoro, il tirare a campare, lo stare a raccontarsi, il sentirsi addosso gli adulti con le loro infinite raccomandazioni … “ma lasciatemi andare!” … e parte!

Ma nella sua concretezza – poi dicono che i giovani sono sbadati – si prende una scorta di pane e due pesci seccati: sa che gli viene  una fame da morire certe volte, soprattutto quando la vita va a cento.

Ascolta Gesù che parla, si mescola alla gente e gli viene fame; apre la sua bisaccia: è il momento in cui tra gli apostoli si diffonde il panico. Gesù li aveva provocati: “occorre dare da mangiare a questa gente”.

“Sì! E noi che ci facciamo? L’unico che sta bene è questo ragazzetto qui, più saggio di tanti adulti.”

Il Vangelo non racconta che cosa è successo in quel momento, sta di fatto che quei cinque pani e quelle sardine arrivano a Gesù: il ragazzo nella sua concretezza, semplicità e generosità mette a disposizione … e tutti mangiano, e tutti si saziano, e tutti si scatenano e si scaldano.

Erano solo la scorta di un ragazzo per la sua avventura in cerca di vita …. diventano il segno di un pane insaziabile, che è Gesù.

Erano una debolezza, di fronte al problema, sono diventati per Gesù la forza.

Il nostro pane è Gesù! E’ Lui che ci nutre, che fa rinascere speranza, che permette alle nostre deboli forze di sostenere le difficoltà della vita.

Il pane è la Parola, è l’Eucaristia, ma il pane ha bisogno dello Spirito per sfamarci, per farci crescere nella libertà.

Si può mangiare un pane in schiavitù, un pane bagnato dalle lacrime della nostra cattiveria, delle guerre, dei soprusi degli uomini … noi vogliamo che sia lo Spirito a santificare il nostro pane!

Di fatto è con l’invocazione dello Spirito che il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo nella celebrazione eucaristica.

Avere bisogno di pane significa avere fame. Forse noi oggi non abbiamo fame di Dio, ma di tante altre cose che non ci danno soddisfazione.

Certa nostra infelicità non ha origine fisiologica, è bisogno di Dio: occorre avere il coraggio di cercarlo e mettere la nostra semplicità davanti a Lui: Lui sa moltiplicare non le nostre miserie, ma le nostre disponibilità. Sa cambiare la debolezza in forza, purché lo cerchiamo con sincerità … e lo spirito ci guiderà a compiere l’opera e soprattutto a lodarlo per la sua immensa grandezza e grande amore.

25 Luglio 2021
+Domenico

Io sono la vita, voi i tralci

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8) nella festa di Santa Brigida di Svezia, religiosa e Patrona d’Europa.

Brigida di Svezia - Wikipedia
Santa Brigida su una pala ti altare nella chiesa di Salem (Södermanland, Svezia)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Audio della riflessione

Non abbiamo in noi il principio del  nostro essere: siamo un mistero a noi stessi, non riusciamo a trovare ragioni sufficienti di vita se non in una relazione, nella percezione di una linfa che scorre dentro di noi e che ha la sorgente fuori di noi.

“Io sono la vita, voi i tralci: se rimanete in me, farete frutti, la vita non sarà vuota!”

Rimanere è un verbo che la nostra vita, moderna non conosce più: oggi si esige il fare, l’organizzare, telefonare, far sapere, gestire, costruire, riunire, coordinare tabelle, confronti … avere sempre campo per il cellulare … e Gesù dice “rimanete; datevi una calmata, ritrovate la bussola, il centro, tendete l’orecchio  alla Parola, a una buona notizia, al vangelo. Non occorre perdere la pazienza. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.”

Questa semplice idea tenta di tradurre quella più bella e solenne, profonda e coinvolgente del Vangelo: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

In questa profonda verità, unione, immersione, estasi e contemplazione sta la bella e speciale testimonianza di fede di Santa Brigida, che oggi noi veneriamo, sposa e madre cristiana: a quattordici anni, secondo le consuetudini dell’epoca, il padre la destinò in sposa del giovane Ulf Gudmarsson figlio del governatore del Västergötland.

Il giovane sposo, nonostante il suo nome significasse “lupo”, si dimostrò invece uomo mite e desideroso di condurre una vita conforme agli insegnamenti evangelici: i due sposi vissero per un biennio come fratello e sorella, nella preghiera e nella mortificazione, e divennero Terziari francescani.

Soltanto tre anni dopo le nozze nacque la prima figlia, e in venti anni, Brigida mise al mondo otto figli, quattro maschi (Karl, Birger, Bengt e Gudmar) e quattro femmine (Marta, Karin, Ingeborga e Cecilia).

Era una padrona di casa attenta ai poveri: mescolata con i suoi membri, svolgeva le varie attività domestiche, instaurando un benefico clima di famiglia. Si dedicava particolarmente ai poveri e alle ragazze, procurando a queste ultime una onesta sistemazione per non cadere nella prostituzione.

Fece inoltre costruire un piccolo ospedale, dove ogni giorno si recava ad assistere gli ammalati, lavandoli e rammendando i loro vestiti. 

Dopo una breve esperienza alla corte del re di Svezia, quando nel 1341 i due coniugi festeggiarono le nozze d’argento, vollero recarsi in pellegrinaggio a Santiago di Compostela: nel viaggio di ritorno, Ulf fu miracolosamente salvato da sicura morte. Riconoscendo nell’accaduto un prodigio, lui e Brigida, che avevano ripreso a vivere in castità, presero la decisione di abbracciare la vita religiosa: era allora un’eventualità accettata, vissuta da parecchi santi.

Al ritorno, Ulf fu accolto nel monastero cistercense di Alvastra, dove poi morì il 12 febbraio 1344, assistito dalla moglie. Brigida a sua volta decise di trasferirsi in un edificio annesso al monastero di Alvastra, dove restò quasi tre anni, fino al 1346.

Dopo un periodo di austerità e di meditazione sui divini misteri della Passione del Signore e dei dolori e glorie della Vergine, Brigida cominciò ad avere visioni di Cristo: durante quei colloqui, si sentì eleggere «sua sposa» e «messaggera del gran Signore», avvertendo una spinta a operare per il bene del proprio Paese, dell’Europa e della Chiesa.

Ai suoi direttori spirituali, come il padre Matthias, Brigida dettò le sue celebri «Rivelazioni», frutto delle intuizioni ricevute, che furono poi raccolte in otto volumi.

Fu stimolatrice di riforme e di pace in Europa … e poi l’arrivo a Roma. La prima impressione che lei ebbe di Roma non fu buona, né migliorò in seguito: nei suoi scritti la descrisse popolata di rospi e vipere, con le strade piene di fango ed erbacce.

Il clero le appariva avido, immorale e trascurato: avvertiva fortemente la lontananza da tanto tempo del Papa, perciò gli descrisse nelle sue lettere la decadenza della città, spronandolo a ritornare nella sua sede, senza riuscirci.

Il suo sogno era vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal Pontefice.

Visse nel palazzo di piazza Farnese, pellegrina e riformatrice in Italia, il ritorno temporaneo del Papa. 

Pellegrina in Terra Santapoi ritornò a Roma, col cuore pieno di ricordi ed emozioni: subito inviò ad Avignone il vescovo Alfonso di Jaén, con un’ulteriore messaggio per il Papa, per sollecitarne il ritorno a Roma … e Morì a Roma, vi fu canonizzata e proclamata compatrona d’Europa.

Alle sue «Rivelazioni» la Chiesa dà il valore che hanno le rivelazioni private: sono credibili per la santità della persona che le propone, tenendo sempre conto dei condizionamenti del tempo e della persona stessa. 

Brigida ebbe il merito di mettere le verità della fede alla portata del popolo, con un linguaggio visivo che colpiva la fantasia, toccava il cuore e spingeva alla conversione … per questo le «Rivelazioni» ebbero il loro influsso per lungo tempo nella vita cristiana, non solo dei popoli scandinavi, ma anche dei latini. 

23 Luglio 2021
+Domenico

Maria Maddalena, testimone del Risorto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 1.11-18)

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Audio della riflessione

Maria, è chiamata Maddalena, dal castello di Magdala, località situata nella costa occidentale del lago di Tiberiade, dove nacque. Fu tormentata da demoni nella sua giovinezza, ma illuminata dalla … Grazia Divina ne venne liberata e visse una vita più serena.

Liberandola dai “Sette Demoni” Gesù la fece quindi diventare sua discepola. Sul Calvario sfidò l’ira dei nemici di Gesù, assistette alla morte del suo Maestro, e non s’allontanò se non dopo la sepoltura di Lui. Non vedeva l’ora che trascorresse il sabato, per correre ad imbalsamare con profumi ed aromi il corpo adorabile di Gesù, e fu la prima ad avere la grazia di vederLo risorto.

La domenica mattina, difatti, sull’albeggiare, Maria corse al sepolcro del Salvatore, ma affacciatasi non vide più nulla: piena di angoscia, mentre le lacrime cominciavano a scendere, velandole lo sguardo, Maddalena si affacciò e guardò nuovamente: due angeli vestiti di bianco le chiesero: « Donna, perché piangi? »; ella rispose «Perché hanno portato via il mio Signore e non so dove l’abbiano messo ».

E detto ciò si voltò e vide Gesù in piedi, senza però riconoscerLo, che le disse: «Donna, perché piangi? chi cerchi? » ed ella, pensando che fosse l’ortolano, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai messo ed io lo prenderò».

Gesù le rispose: «Maria?». Maria si voltò ed esclamò: « Rabbunì ! », che in aramaico vuol dire “Maestro Buono”.

Le disse Gesù: « Non mi toccare, perché non sono ancora asceso al Padre mio; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: «Ascendo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». 

Si narra – poi – che, salito Gesù al cielo, Maria Maddalena fu perseguitata e gettata poi su una vecchia nave senza vela e senza remi, venne abbandonata in balia delle onde, ma miracolosamente approdò a Marsiglia: scelse per dimora una squallida spelonca e quivi visse per trent’anni in penitenza, preghiera, lacrime e digiuno nutrendosi esclusivamente della presenza degli angeli, finché il 22 luglio del 66 s’addormentò nel bacio del Signore e volò in cielo per adorarLo in eterno.

Si narra sempre che fu sepolta a Saint Maximin-la-Sainte Baume, dove i monaci dell’ordine di San Cassiano vegliano ancora oggi sul suo sepolcro e tomba in alabastro.

La scelta che caratterizzò la sua spiritualità, la sua fede in Gesù, la sua conversione radicale a Cristo Signore è stata quella di non averlo mai abbandonato sotto la croce e di averlo per prima annunciato Risorto al mondo: dentro questa meravigliosa vicenda umana, femminile, credente ci sta un tesoro d’amore limpido, purissimo, che la avvicinò in modo particolare a Gesù, così da essergli una testimone appassionata e convincente, contro le vedute antiche che non si degnavano di dichiarare mai vera la testimonianza di una donna.

In quel mondo maschilista, solo l’uomo era degno di fede; Gesù scelse per primo, invece, e per una realtà unica, una donna per la Risurrezione: la Maddalena.

22 Luglio 2021
+Domenico

Tommaso, buttati, va oltre il tuo toccare: affidati al mondo di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 24-29)

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Audio della riflessione

Fa parte anche dei nostri modi di dire popolari: sei proprio come Tommaso, ci vuoi sempre mettere il naso, non ti fidi di noi vuoi proprio essere tu a toccare e vedere per essere sicuro. Tommaso l’apostolo, che oggi ricordiamo, era proprio così. Aveva avuto la sfortuna di non farsi trovare da Gesù la sera di Pasqua nel Cenacolo con gli altri apostoli, quando Gesù, finalmente alla fine di quella giornata convulsa si è presentato vivo a tutti. Tomaso invece non c’era, lui non ce l’aveva più fatta a stare a raccontarsi la delusione, l’amarezza, la disperazione della sconfitta, della morte ignominiosa del maestro. Non s’adattava alla perdita di quello che era per lui il sogno della sua vita.

Invece Lui, Gesù ai suoi amici si mostra vivo. Ti bastano i tuoi amici, no? Con loro hai condiviso tutti i giorni lieti con Gesù, con loro lo hai sentito tante volte parlare di regno dei cieli, con loro hai visto malati guarire, ciechi tornare a vedere… Perché non condividi con loro la gioia pulita dell’aver  incontrato Cristo vivo?

Nemmeno se mi ammazzaste ci crederei. Ho troppo nei miei occhi il suo sguardo smarrito, negli orecchi i colpi di quella mazza sui chiodi, il suo urlo disperato di fronte alla morte.. Non può essere che sia ancora vivo. Erano le difese di fronte alla novità assoluta delle risurrezione. Quasi non voleva nemmeno pensarci per non rimettersi in discussione, per non ribaltare la sua vita.

Spesso siamo nel dolore e troviamo gusto a starci, a farci compatire, quasi che la soluzione alla nostra debolezza ci venga dalla compassione. Invece Gesù si ripresenta e prende in parola Tomaso. Volevi mettere le tue dita nelle mie piaghe? Volevi rinnovarmi questo dolore che ho definitivamente sconfitto? Volevi dare la stura a tutti i tuoi dubbi? Eccomi.

E Tomaso crolla in adorazione, gli è bastato uno sguardo, un dialogo franco e senza infingimenti a Gesù per uscire con quella bellissima preghiera che possiamo dire ogni giorno, che può stare a fior di labbra sempre per dire la nostra debole fede, ma anche la nostra certezza di affidarci senza paura: Mio Signore e mio Dio. E’ sempre un atto fi fede, di abbandono, non è una costatazione fotografica, ma è un salto nel mondo di Dio

E’ l’abbandono totale, è la speranza che rinasce nello stupore di una presenza; è un nuovo sguardo sulla vita, sulle cose che ci capitano, sul nostro rapporto con Dio: Tu sei Signore della mia vita.

3 Luglio 2021
+Domenico

 

Il suo è un cuore squarciato davvero, non un segnetto di amore

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 19, 31-37)

Audio della riflessione

C’è una raffigurazione molto diffusa nelle nostre case, nelle chiese e sicuramente anche nel nostro immaginario: una figura di Cristo, con il petto aperto nel quale è messo in evidenza un cuore sanguinante. Noi siamo abituati a vederla, l’abbiamo davanti agli occhi da quando eravamo bambini e non ci fa nessun  effetto particolare. Chi non ha conoscenze religiose resta molto sorpreso. Che significa avere in evidenza un cuore così? Tutti gli innamorati sanno che il cuore è segno dell’amore, ma nessuno pensa di farsi rappresentare con un cuore fuori dal petto; piuttosto lo disegna sui bigliettini, sulle piante, sui banchi di scuola, sulle torte, su qualche T-shirt, sugli sms.

L’iconografia cristiana risale invece proprio a un fatto doloroso, crudo, ma altamente significativo come ci viene raccontato dal vangelo. Gesù è appena spirato dopo una lunga agonia su quella croce. E’ morto per i dolori atroci della flagellazione e della crocifissione, dell’abbandono e della solitudine. La causa fisica ultima della morte di un crocifisso è un soffocamento dovuto alla compressione dei polmoni per l’essere appeso per le mani tenute fisse a un palo coi chiodi. Dice il vangelo che i soldati si meravigliarono che fosse morto così presto.

In genere il colpo di grazia era dato dallo spezzare le gambe ai crocifissi, così che non potessero più rialzarsi puntando sui piedi e riprendere respiro. Gesù invece è morto prima per le atroci sofferenze inventate apposta per lui dai soldati. Visto che  era già morto, vollero lo stesso sincerarsi della morte; hanno fatto le cose da professionisti; allora non avevano abitudini meno barbare, non erano in una cella della sedia elettrica con elettrodi dai quali poter vedere su un  monitor il diagramma piatto. Gli hanno dato un colpo netto, magistrale, da intenditori  al cuore, per sincerarsi che il motore della vita fosse bloccato e svuotato della linfa necessaria della vita: il sangue. Ne uscì sangue e acqua.

Quel cuore lacerato, svuotato, aperto, sanguinante è diventato il segno del dono fino all’ultima goccia di Gesù per gli uomini e giustamente allora ne è nata una contemplazione, uno sguardo amorevole e continuato del credente a quel cuore squarciato per avere sempre ben impresso negli occhi questo gesto estremo di amore. Questo è il Sacro cuore. Non si aspetta uno sguardo anatomico, ma una contemplazione di amore che si fa per noi sicura speranza.

11 Giugno 2021
+Domenico