L’umanità di Gesù e il segno vero, atteso, profetizzato di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 11-13)

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Abbiamo provato qualche volta a domandarci perché siamo credenti? L’uomo è definito anche … come “animale ragionevole”, e tutti ci teniamo ad usare la nostra intelligenza in ogni aspetto della vita … e quindi anche nel nostro credere. Però forse in questa giusta esigenza facciamo la fine dei farisei, che con la loro idea molto umana di Dio erano “affamati di prodigi”, di cose grandi, di prove – quindi – dal cielo che garantissero il loro salto nella fede.

Quindi attendevano – come forse anche noi – che Dio potesse essere  una soluzione meravigliosa di tutti i nostri problemi: vorremmo che Dio si faccia vedere come noi lo immaginiamo, che quindi ci dia delle prove concrete per mettere in pace la nostra curiosità o la nostra stessa fantasia.

Gesù invece rifiuta espressamente di dare un fondamento di questo genere alla nostra fede: non pioverà niente dal cielo se è questo che vogliamo, è pura evasione dalla nostra vita quotidiana aspettarsi una soluzione che ci lascia passivi e inerti: una fede così l’hanno giustamente definita “oppio dei popoli”, gli atei. 

Il Vangelo, invece, ci propone una fede che abita dentro la nostra vita, le nostre case, il nostro mondo, la nostra storia: il nostro Dio non è al di fuori o al di sopra di noi, ha deciso di mettersi dentro la nostra storia quotidiana, è uscito da se stesso e si è fatto uomo come noi in Gesù; anziché un segno come lo chiedevano i farisei si è presentato come un anti-segno, scandalo per le persone religiose e pazzia per i benpensanti. Ha vissuto una vita estremamente umile, modesta, povera, donata, al servizio sempre di tutti, conforme alla volontà di Dio , che vuole che tutte le persone siano salve e arrivino alla conoscenza della verità … e, salvati, per il suo sangue versato lo siamo proprio

E’ duro da capire, anche se molto umano, che la nostra fede non si fonda su segni di potenza, ma nel riconoscere l‘estrema debole umanità di Gesù, che per giunta finirà sulla croce: è il grande mistero di Dio, del suo amore, che ci è venuto incontro in Gesù e si è fatto pane quotidiano, per noi tutti, come forza di un cammino indicatoci e insegnatoci da lui. Ci ha donato una parola, da sempre, perché Dio parla agli uomini come ad amici.

Con Gesù ci ha dato una parola, definitiva , che ci porta alla verità: star dietro a lui, al suo Vangelo, alla bella notizia, che non è uno scoop di giornale, ma Lui stesso, chiara luce che ci rende vivo tra noi il Padre, è fare il percorso più sicuro per conoscere la verità di cui abbiamo sete incontenibile.

Seguire Gesù è verifica autentica della nostra fede!

E permettetemi oggi, siccome sono bresciano, di ricordare i patroni della mia diocesi, di Brescia, i santi martiri Faustino e Giovita, due martiri i santi patroni che hanno portato la fede nella mia diocesi.

15 Febbraio 2021
+Domenico

La lebbra ha tanti nomi, anche quello della nostra pandemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 40-45)

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Ci sono delle persone che hanno un coraggio indomabile di fronte a tutte le avversità, altri si adattano e non reagiscono … capita così anche nella malattia: vedi subito se uno ha voglia di vivere o no, se vuol combattere o ha perso ormai ogni energia.

Qualcuno si lascia morire altri invece hanno voglia di vita da vendere e reagiscono: spesso questa è la forza necessaria per continuare a vivere, è una forza che compie miracoli. La vita anziché essere una fatalità è sempre una scelta, o meglio, un dono da accogliere e se non lo vuoi, nessuno te lo può imporre, prima o poi se ne va.

Era attaccato alla vita quel lebbroso che è corso ai piedi di Gesù: ha saltato tutte le regole che imponevano ai malati di lebbra l’isolamento e si è portato davanti a Gesù.

Gli altri infastiditi sicuramente pensavano, anche per paura di venir contagiati “Ormai sei condannato, stattene tranquillo dove sei, la vita è un colpo di fortuna, tu sei sfortunato, adattati alla tua situazione! Non venir a rovinare la vita a noi, stai chiuso nei tuoi tuguri”.

La meraviglia di Gesù non sta tanto nel vedere il lebbroso, ma nel capire che cosa pensava la gente di lui, che faceva della propria salute non solo una linea di difesa per sé giustamente obbligatoria, ma per loro una prigione, senza scampo.

Invece lui – il lebbroso – balza nella vita e supplica “se vuoi, se mi dai ascolto, se guardi alle mie privazioni, a quel che mi manca per essere un uomo, tu puoi ridarmi tutto quello che hai dato ad ogni creatura. Perché io dovrei rimanerne privo? Puoi guarirmi.”: è una preghiera semplice, ma decisa, sa quel che chiede e sa a chi lo chiede.

Gesù di fronte a questa fede risponde subito “lo voglio”: è animato da compassione, da attenzione profonda alla sofferenza e lo manda dai sacerdoti a farsi rilasciare un certificato di guarigione, altrimenti non sarebbe potuto tornare tra la gente.

E lui, il lebbroso, diventa il primo annunciatore della grandezza di Gesù: lo va a dire a tutti, non lo tiene più fermo nessuno! Ha riottenuto la gioia di vivere e la canta più che può, e annuncia non solo e soprattutto il fatto, ma qualcosa di più di un miracolo, di un aspetto meraviglioso, che ha dell’incredibile: annuncia quella parola che a Natale si è fatta carne – l’Emmanuele – annuncia che il Dio con noi è qui.

Noi pure abbiamo addosso una sorta di lebbra, che si chiama pandemia, che non ci lascia in pace,  che spesso ci fa paura ancora, che ci ha sconquassato la nostra vita personale, la nostra vita di relazione, i nostri posti di lavoro, che ci sta ipotecando il nostro futuro.

Gridiamo a Gesù il nostro “Se vuoi, puoi guarirmi!” A noi una guarigione così basta e avanza, anche se oggi non possiamo festeggiare il carnevale con gli altri.

14 Febbraio 2021
+Domenico

Ma volete capire che c’è un pane che è la fine del mondo!

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8,1-10)

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Chi di noi è abbastanza vicino alla Chiesa sa che per noi la Messa della domenica è un fatto più serio di quanto pensiamo: l’eucaristia è un dono, una forza impensabile e assolutamente necessaria. Chi non crede molto si meraviglia che noi cristiani abbiamo questo che loro chiamano “obbligo”, noi invece la chiamiamo “una finestra aperta sull’eternità”, e la mettiamo al centro della domenica, la celebriamo nell’Eucaristia … detto semplicemente “andare a Messa”.

L’abbiamo cambiata in un “precetto” questa festa, ma non ne conosciamo la portata di regalo, di stupore, di consolazione che essa invece è … figuratevi se ai tempi di Gesù fu facile per lui aiutare gli ebrei ad entrare in un altro ordine di idee e di rapporto con Dio, abituati come erano a trovarsi nel tempio a sacrificare animali, con quasi letteralmente fiumi di sangue che scendevano dagli altari, iniziare a pensare che tutto doveva essere cambiato con un pane e un calice di vino era impensabile anche per chi se ne fosse convinto.

Cambiava apparato: niente animali, niente commercio di carni, niente sangue da far scorrere ordinatamente, molto meno personale dedicato, strutture assolutamente inutilizzate e inutili alla fine.

Prima ancora di tutto questo, la grandezza e significato del pane eucaristico: per questo Gesù – e l’evangelista Marco tenta di descriverlo al meglio – deve intervenire non una volta sola, come penseremmo noi, all’ultima cena, quando istituisce l’Eucarestia, ma in molte più occasioni, di cui le moltiplicazioni dei pani erano dei simboli, erano un segno, che avvicinava molto alla comprensione del mistero eucaristico.

Comprensibile e necessaria la domanda di Gesù a chi non voleva capire o, capito, non ne voleva sapere: “volete andarvene anche voi?” La ricordo molto bene come  sia stata rivolta a 2 milioni di Giovani nel 2000 alla Giornata mondiale della Gioventù di Roma, da papa San Giovanni Paolo II, che neanche lontanamente ha cercato di blandire tanti giovani con qualche discorso più conciliante, ma ha chiesto un “si” per l’Eucaristia, sia per la fede che per la “pratica sacramentale” della Messa, e a tutti chiese “volete andarvene anche voi?” … era l’unica alternativa al si.

Ecco allora Gesù che si applica al suo uditorio, che lo sta seguendo da giorni, e si cura di sfamarli con un pane moltiplicato all’abbondanza, messo al centro della sua passione per il popolo che lo segue e del suo dono fino all’ultima goccia di sangue, che sarà in quel calice che berrà fino alla fine sul Calvario.

Di fatto, naturalmente i discepoli non capiscono come si potrà trovare pane per tutta quella gente: lentamente, partendo dal concetto della solidarietà, del condividere il bisogno, faranno poi il salto di qualità in quello spezzare il pane dell’ultima cena e dell’incontro con i due discepoli di Emmaus.

A noi … uscire da abitudini, ingessature, superficialità nella partecipazione fedele e appassionata all’Eucaristia: dobbiamo tornare a fare della Messa il centro della nostra fede …. o vogliamo andarcene anche noi?

13 Febbraio 2021
+Domenico

Una fede capace di meraviglia c’è … ma tra i pagani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 31-37)

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La vita dell’uomo è accoglienza e dono, è un continuo saper ricevere e riuscire a donare: se ne togli la prima non riesci a vivere la seconda. Se non riesci a sentire, ad ascoltare non impari a parlare; se non ti apri ad accogliere e ospitare, a lasciarti provocare non riesci a donare … riesci forse a importi,  a “comperare” coi tuoi gesti, a creare dipendenza, ma non certo a donare.

È così soprattutto nel campo della fede: solo Gesù può spezzare le nostre resistenze, renderci capaci di ascoltare una Parola che non è la nostra, ma la Sua, e così renderci capaci di lodarlo.

“Apriti!” è il comando perentorio che Gesù dice a quel sordomuto che incontra in una zona dell’antica Palestina abitata da pagani, da gente che non veniva dalla tradizione ebraica, disprezzata, o per lo meno ritenuta perduta e abbandonata da Dio.

“Effatà, apriti!” sono le parole che si sente dire ogni bambino che viene battezzato: ti si apre una nuova vita, hai bisogno di costruirla ascoltando una Parola che non produci tu, ma che ti dona Dio, e hai bisogno di far sgorgare dal cuore una parola di lode che ti libera e ti permetta di offrire a Dio e a tutti  il dono che sei.

“Apriti!” … vorremmo che Gesù ci dicesse quando sbattiamo la porta del bagno per non sentire più nessuno per la rabbia che ci monta dentro, quando stiamo in casa con lui o con lei per anni, muti su tutto ciò che passa nella nostra vita, quando non siamo capaci di ascoltare le invocazioni di compagnia, di perdono, di disperazione che ci circondano.

“Apriti!” … vorremmo che Gesù ci dicesse quando sepolti in alcuni abitudini che ci rendono schiavi di noi, di qualche vizio assurdo, ma sempre padroni della nostra libertà, aspiriamo a una parola di liberazione.

“Apriti!” … vorremmo che Gesù ci dicesse per sciogliere  la nostra vita in dono e soprattutto per cambiare la nostra fede da esteriorità, perbenismo, facciata, in coscienza, adesione del cuore, desiderio di fare del bene a tutti; abbiamo più bontà in noi di quanto pensiamo, basta lasciarla sgorgare.

“Apriti!” … dice Gesù alla nostra fede, abbi il coraggio di stupirti ancora. La tua vita non è incarcerata in una nazione e tanto meno in una religione. Ogni legame con Dio – così significa il termine religione – con il Dio di Gesù Cristo è apertura agli altri, è meraviglia per quello che il Signore può fare di chi gli si affida senza riserve.

Apriti all’accoglienza: non solo ne guadagnerà la società sempre troppo chiusa, ma la tua stessa vita, che si può cambiare in dono e non irretirsi in uno sterile possesso.

12 Febbraio 2021
+Domenico

Per essere amici di Gesù non occorre far parte del giro

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 24-30)

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Siamo sempre un poco tutti affascinati da persone importanti … il video poi ti costringe quasi a interiorizzarle con i volti, i vestiti, i sorrisi e non c’è più spazio per la fantasia nel rappresentartele; già un poco il personaggio che ti interessa lo hai fatto tuo … incontrarlo è poi il massimo … potergli parlare è una aspirazione forse fatua, ma utile per me, per darmi un po’ di adrenalina, non è solo curiosità.

Ecco … Gesù non era un personaggio televisivo, non bucava il video, ma stanava dai cuori speranza e per questo “non poteva restare nascosto, lo cercavano tutti” – così esplicitamente dice il Vangelo.

C’è tra la folla una donna coraggiosa, decisa – sfacciata, direbbe qualcuno – che bada più alla sostanza che alla forma, anche perché la costringeva ad essere così il dolore che portava dentro: è di origine greca, non è del giro degli ebrei, per questo si sente più libera, ma anche più disperata. Le è stata strappata la figlia dal demonio, le è stata tolto il suo bene sommo: non è più la stessa da quando il demonio gliel’ha stregata, se ne è carpito il corpo, il cuore e l’anima. Le ha distrutto tutti i legami di affetto, si sente in casa non solo un corpo estraneo, ma il male in persona e questo male sta in sua figlia, in colei che ha partorito con dolore e segue con indomabile amore.

Sa che c’è Gesù e va da Lui, non le importa niente delle “convenzioni sociali”, si butta ai suoi piedi, lei, straniera e donna, già due qualità che per gli ebrei non contavano per niente, intrusa e disperata, ma con la speranza puntata in Gesù, e quindi … osa, Osa dire quello che il suo cuore le chiede, quello che da tempo sente di affidargli: “Gesù qui c’è mia figlia, ma il male me l’ha rapita, tu che sei la vita vera, tu che ami la gioia di vivere, tu che non hai niente in comune con il maligno, tu che sei l’innocente guariscila, restituiscila alla vita, alla bontà, non permettere che sia preda di un male più grande di noi e che noi non possiamo vincere”.

Gesù, sepolto dalla folla rumorosa dei suoi connazionali, avverte che c’è una domanda pressante, una umanità ferita davanti a sé: coglie la disperazione, ma sa di essere circondato da una mentalità arroccata su un’alta concezione di sé, della serie “Noi siamo il popolo che ha Dio più vicino di ogni altro popolo, noi siamo popolo eletto, siamo discendenza di Abramo e tu Gesù sei venuto per ricostruire il nostro tempio interiore”.

La gente lo vorrebbe per sé, solo per sé … il cerchio dei buoni si deve chiudere … e Gesù provoca i suoi connazionali per scalfirne la chiusura e fa la commedia; dice alla donna quel che tutti quelli che lo stanno a guardare pensano. Ti rendi conto che stai esagerando, non c’è pane per l’estraneo, per l’intruso. Ci sono figlie e figli che hanno bisogno di ritrovare salute, appartenenza piena al popolo santo di Dio. Che pretendi, tu che non sei dei nostri? E Gesù lo dice anche a noi: lo pensiamo sempre tutti e lo diciamo pure che vogliamo goderci quel che abbiamo e che non ne possiamo più degli intrusi, degli stranieri, degli immigrati, dei poveracci che disturbano la nostra già fragile quiete ed equilibrio: stessero tutti a casa loro, noi vogliamo godere della nostra vita da soli, noi abbiamo sudato il nostro benessere e non vogliamo spartirlo. Non solo non siamo accoglienti, ma ci appropriamo anche di quello che Dio ci ha dato per tutti.

Ma la donna ha una disperazione nel cuore, per lei si tratta di vita o di morte: “Non aspiro al pane, mi bastano le briciole. Non mi arrogo diritti di figliolanza, mi basta fare il cagnolino che gira tra le gambe dei commensali, prendendo qualche volta calci tra i denti. Non ho pretese di privilegi o di doni, mi accontento di ciò che avanza dalla tua mensa, perché per me anche una briciola del tuo amore, fa la mia felicità.”

Questa è fede pura, lo dice anche Gesù e le briciole che la donna sperava si trasformano in pane della vita, e la straniera, la siro-fenicia, la pagana, l’immigrata …  si rivede donata, libera, vera, guarita, ricostruita nella sua dignità e nella sua figliolanza la sua creatura che prima era del demonio: un altro colpo a una “religione di maniera”, a un disprezzo gratuito per chi non fa parte del giro, a una religione ancora più di facciata.

11 Febbraio 2021
+Domenico

L’amore di Dio solo ci guarisce dalla sclerosi dello Spirito

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7, 14-23)

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È uno sconfortante destino di tutte le religioni quello di far crescere una serie di “cultori del formalismo” che ogni tanto hanno il sopravvento e ingessano l’esperienza religiosa autentica: è stato così sicuramente per la religione ebraica al tempo di Gesù, ma anche prima … “questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” … “trascurate il comandamento di Dio e osservate la tradizioni degli uomini”.

È così anche del nostro vivere la fede nella Chiesa cattolica: mi rendo conto quanto allora spesso, soprattutto i giovani, si decidano per dei loro spazi informali di vita, di ritrovo, di dialogo e anche di espressione religiosa.

La domanda religiosa è alta, ma ha dentro sempre un desiderio di purezza, di autenticità, di creatività e originalità nell’esprimere la sete di Dio, il desiderio di una verità e di un coinvolgimento non di facciata, ma profondamente radicato nel tessuto delle relazioni umane … insomma, c’è la voglia di vivere anche la religione in diretta.

Che cosa sono queste … distinzioni tra sacro e profano? C’è forse qualcosa a questo mondo che è stato fatto sbagliato dal creatore? C’è qualche cibo, qualche elemento materiale che entrando nell’uomo gli può contaminare lo spirito? O non è dal cuore dell’uomo che nascono tutte le storture che ci sono in questo mondo!

Non bisogna forse riportare al centro la dignità e responsabilità dell’uomo e della donna?

Sono le domande stesse che si fa Gesù, le domande che pone a ciascuno di noi: è sempre in agguato anche per noi una sorta di formalismo religioso, di tradizionalismo ottuso e miope, una difesa di noi stessi, delle nostre abitudini spesso comode, scambiata per difesa della fede.

È per comodità che affidiamo alla “routine” la mancanza di entusiasmo e la voglia di vivere, è per una inerzia colpevole che non ci lasciamo più interrogare dalla vita che cresce, che si trasforma, che si fa sempre nuova, dallo Spirito che continuamente ci sorprende.

Noi cristiani di oggi saremo santi, se sappiamo essere uomini e donne di oggi, se sappiamo offrire alla Parola di Dio la nostra vita di oggi come carne in cui essa prende corpo: i santi di ieri ci indicano solo e bene la strada, le tradizioni sono indicazioni di direzione, ma vanno sempre rinnovate e la fede oggi è vera se si incarna nella vita di oggi.

E due domande occorre sempre farsi per vincere il formalismo, l’adattamento, l’ingessatura nella fede: Che cosa regala la nostra vita alla Parola di Dio oggi? E l’altra: che cosa regala … la Parola di Dio alla nostra vita?

Solo questo incontro operato dallo Spirito mantiene la fede viva per ogni uomo e donna, giovani compresi.

10 Febbraio 2021
+Domenico

Una settimana impegnativa sul capitolo 7 di Marco

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Ci dobbiamo domandare, nei vangeli di questa settimana che è tutta caratterizzata dai brani che compongono il capitolo 7 di Marco, se riusciremo a riscrivere il Vangelo nella nostra vita, nelle nostre abitudini, nella nostra mentalità che tende sempre ad “adattarsi” … a cercare sicurezza esterna visibile, tracciabile, legata soprattutto a cose da fare, a riti da svolgere … per non cambiare: è un capitolo particolarmente indirizzato a noi, per le nostre vecchie tentazioni di inventare un modo comodo per distinguere il bene dal male, per tracciare i confini del lecito e dell’illecito senza coinvolgerci e coinvolgere la nostra interiorità.

Dividere nel creato le cose buone da quelle cattive, le cose di Dio da quelle di satana, le persone pure da quelle impure, i figli di Dio da eventuali figli degeneri è sempre una operazione comoda, perché non ci scomoda: al massimo ci impone delle regole, qualche sacrificio … “non mangiare questo, non frequentare quello, difenditi dalla TV, lascia perdere i delinquenti, non ti immischiare coi violenti” … ti devi creare un cordone sanitario che ti costringe a qualche privazione, ma ti dà una certezza.

Il tuo cuore è al sicuro se non entra questa melma, il tuo gruppo è un cenacolo, la tua compagnia è esemplare… difenditi dalla fogna!

Invece Gesù ancora ci provoca, ci richiama alla grande dignità della nostra umanità: la vita non è nessuna fogna, la fabbrica del bene e del male è nella coscienza, in quell’intimo dialogo tra noi e Dio, cuore lo chiama il Vangelo di oggi.

Dio ha fatto bene tutte le cose e si è affidato alla nostra libertà per condurle: non ci ha deresponsabilizzato, ma ha affidato alla profondità e alla qualità della nostra umanità la realizzazione del regno delle coscienze e non sulle coscienze.

Certo è una strada in salita: avere nell’intimo della coscienza illuminata dalla fede la decisione per il bene o per il male ci porta a vivere spesso nell’oscurità, nel non sapere bene come vivere il Vangelo in ogni situazione, nel non avere la certezza del comportamento giusto negli affetti, nel lavoro, nelle relazioni, nella visione di sé, nella costruzione di un ambiente giusto … è vivere, anche da presbiteri e da vescovi, quella laicità che si deve sempre esprimere con dignità in ogni cristiano.

Il senso di buona parte di questo capitolo sette di Marco, cui appartiene il Vangelo di oggi è nato a Nazareth, in quella casa donataci ricostruita a Loreto: Gesù sta solo aiutando i suoi discepoli a cambiare mentalità, ad assumere i criteri dell’ incarnazione.

In quella casa è iniziata per noi la nuova umanità: da quando Dio si è fatto uomo tutta la nostra vita, la nostra storia, il nostro tempo è vita, tempo, storia , che condividiamo con Dio.

Non c’è più distinzione tra sacro e profano: l’unica profanità è il peccato, che nasce nel cuore dell’uomo, non è scritto nelle cose … tutto il resto è vita di Dio, di Gesù, ed è lo Spirito Santo che delinea in noi i tratti dalla sua vita.

A Nazareth il verbo si è fatto carne e Maria, la Donna, come sempre la indica Gesù, è lo spazio, fisico e spirituale insieme, in cui è avvenuta l’Incarnazione.  

Dio nel suo piano imperscrutabile ci pone Maria davanti agli occhi perché ritorniamo a contemplare in questo dono l’umanità riconsegnata alla nostra libertà, che spesso usiamo male: il simbolo di questo male sono le nostre sofferenze, che proprio per l’Incarnazione cessano di essere maledizione, ma ancora passando nel cuore dell’uomo ne possono uscire come collaborazione, se non come corresponsabilità, donataci gratuitamente e coraggiosamente, sapendo di che siamo fatti, con Gesù per la salvezza.

Ed è alleata nel nostro impegno formativo la Madonna di Loreto: l’incarnazione è lo spazio fisico e spirituale della laicità cristiana.

9 Febbraio 2021
+Domenico

E’ così importante toccare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 53-56)

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C’è una parte delicatissima della nostra esistenza che finisce per diventare determinante tutta la nostra vita: la nostra corporeità. La divisione in corpo e anima di tipo platonico, con un certo disprezzo per il corpo, come prigione dell’anima, non fa più parte della nostra mentalità anche se ogni tanto riaffiorano comode semplificazioni … soprattutto quando si invecchia, quando il nostro corpo perde smalto, si appesantisce in malattie insopportabili, la prestanza fisica viene meno e il declino è irreversibile … se poi siamo ancora in pandemia, noi vecchietti abbiamo già un piede nella fossa.

Sappiamo invece che la corporeità e tutto quello che è legato ad essa, fa parte della globalità della persona e, quindi, va recuperata dal suo interno come un “segno”; soprattutto deve diventare lo spazio personalissimo e originale per vivere veri rapporti con tutti e veri rapporti di amore.

In questo contesto dobbiamo collocare la nostra naturale necessità di vedere, toccare, sentire, gustare, far passare per la porta dei nostri sensi anche l’esperienza spirituale, anche il mondo misterioso della fede, anche le nostre liturgie che non devono interessare solo udito e vista, ma anche tatto, gusto, odorato: tutti i cinque sensi.

Evidentemente viviamo in pandemia e soffriamo molto questa mancanza di contatto fisico, ma quando la gente va a qualche santuario vuole “toccare la statua”, vuol vedere, vuol entrare in contatto concreto con qualcosa … e non ci dobbiamo meravigliare, perché questo accade anche quando i giovani vanno a qualche concerto rock: avere una maglietta, un autografo, una bacchetta del batterista, un braccialetto del cantante, una stretta di mano, un bacio è il massimo per sentirsi “dentro veramente” in una esperienza.

Così era la gente che rincorreva Gesù per le strade della Palestina: tutti volevano sentirlo, vederlo, ascoltarlo, ma soprattutto toccarlo.

Aveva fatto di tutto quella donna che toccò il lembo della sua tunica e restò guarita, così vogliono fare tutti quelli che si sentono imprigionati dalla malattia. Il toccare però è vero se si porta dentro una fede profonda: occorre sempre unire l’anima al corpo per unire la speranza al presente, il desiderio alla realtà.

Infatti Gesù offre la sua salvezza se chi lo accosta lo fa con fede, se sa andare oltre il fatto fisico e lo carica di adesione spirituale alla sua persona, lo fa diventare un segno di una fede profonda, di una consapevolezza di mettere al centro della sua vita Gesù.

La forza che promanava da Gesù era la conferma della certezza che Dio è incontrabile nella vita quotidiana perché Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi: basta che noi apriamo l’incontro con Lui all’incontro con le persone, i poveri, i malati, i bisognosi, le sue immagini vere e plastiche … e se è vero, che “chi vede me, vede il Padre mio”, come ha detto Gesù a Filippo, allora siamo immersi sempre nella immensità di Dio, nel suo essere ovunque come spesso sant’Agostino affermava e viveva.

8 Febbraio 2021
+Domenico

Al mattino …si ritirò in un luogo deserto e là pregava

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 29-39)

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Forse abituati male dalle televisioni, dai social … dalla valanga di notizie che ogni giorno tenta di farci soccombere, non badiamo più alle cose più semplici che spesso sono quelle che ci aiutano di più a dare il vero senso alla vita.

Il Vangelo di oggi ci presenta un’umile figura di donna, ammalata, guarita da Gesù: “la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli” … è la suocera di Pietro, in casa del quale Gesù passò parecchio tempo della sua vita pubblica.

Siamo ancora nel primo capitolo del vangelo di  Marco, che ci tiene a raccontare tutta la vita pubblica di Gesù, dalla sua partenza da Nazaret alla sua cattura nell’orto del Getsemani, racchiudendola tra le immagini di due donne “semplici” che nella cultura ebraica contavano ancora meno e che non potevano assolutamente neanche essere testimoni autorevoli di niente dal punto di vista civile … ma Gesù prende queste due donne.

La suocera di Pietro fa del servizio il compito principale della sua vita: Gesù la libera dalla febbre che la teneva in suo potere e ora si può mettere alla sequela di Gesù, imitandolo, perché Lui è venuto tra noi non per essere servito, ma per servire; come può liberamente fare lei.

Vedremo alla fine della vita pubblica di Gesù, un’altra donna … semplice, anziana, che va quasi timorosa davanti alle  anfore che raccolgono le offerte del tempio, quella più piccola e malconcia, e mette senza farsi notare, ma Gesù la vede molto bene, alcuni spiccioli, che non fanno rumore e che però sono tutto quello che ha: non è certo il superfluo, ma il necessario per vivere.

Il regno di Dio che porta Gesù è di questo tipo: non è eclatante, è semplice, nascosto, radicato nel servizio e nella povertà. La casa di Pietro al calar del sole viene invasa da ammalati di ogni tipo, di ogni sofferenza e Gesù si spende per loro senza badare a fatica.

Al mattino presto si ritira in un luogo deserto a pregare: insomma, è l’orario della giornata tipo di Gesù che diventa la giornata tipo del cristiano, che deve annunciare il Vangelo, la Parola, e compiere gesti di solidarietà con i fratelli e di liberazione … e per far questo abbiamo bisogno di una carica di speranza indomabile, di una forza superiore che renda possibile anche l’impossibile.

E dove la troviamo questa forza? Nel dialogo con Dio e quindi nella preghiera, come ha fatto Gesù.

Si pensa sempre che la preghiera sia una fuga dalla vita, una facile evasione dal mondo: Al culmine della nostra attività umana la nostra preghiera non è alternativa al nostro agire.

Il contatto diretto di Gesù col Padre è il sole che illumina il suo cammino e così Gesù ci insegna a pregare, a mettersi in disparte, stare di fronte a Dio, attendere in silenzio e soprattutto ascoltare Dio che ci parla … ed è questo che facciamo quando ci mettiamo in adorazione davanti al santissimo, a quel Corpo che ci rivela Dio Padre.

Non so quanto noi preghiamo, ma se preghiamo poco è perché è venuta meno la relazione filiale dell’uomo con il Padre celeste che è nei cieli, che però affermiamo sempre, senza badarci, ad ogni Padre nostro che recitiamo.

E’ che noi ci dichiariamo troppo autosufficienti, autonomi al massimo, anche se con la Pandemia stiamo abbassando un poco la cresta. Solo che pensiamo solo al vaccino, che risolverà tutto, non a Dio Padre, autore di ogni vero vaccino.

E Gesù dopo aver passato la mattinata nella preghiera non smette di ributtarsi nel contatto con la gente verso cui – vedremo – ha una grande compassione: c’è un movimento anche del suo essere fisico che lo porta a farsi carico di tutto quello di cui ha bisogno l’umanità: non di solo pane, ma anche della sua parola che si farà corpo spezzato e sangue versato, sempre tra di noi fino alla fine del mondo, noi possiamo vivere.

Oggi è la festa della vita: vogliamo mettere al centro della nostra fede e della nostra esistenza il grande dono della vita, che purtroppo oggi non apprezziamo più, riteniamo di  essercela data noi, di farne quello che vogliamo.

Per avere a tutti i costi figli comperiamo anche una mamma che ce li fa e li teniamo noi come se fosse merce di scambio; si mettono assieme persone dello stesso sesso e fanno fare i figli agli altri da cui poi si comperano. Se non vanno bene li possiamo far morire, se soffriamo troppo ci possiamo togliere la vita e obblighiamo i dottori a dare morte invece che curare la vita.

Il Signore dice che la vita è Lui: Io sono la vita.

Ogni vita che disprezziamo è disprezzo a Gesù, è disprezzo di Dio: c’è un fiume di vita che rischia di finire nelle paludi dell’egoismo, dell’indifferenza, del rifiuto, dello scarto.

La vita è un bene concretissimo per ogni persona, il mondo però è segnato da tante guerre contro la vita, da tanti rifiuti, da tanti muri, da tanti ostacoli, da tante disperazioni inascoltate o addirittura sfruttate: sono le paludi in cui va a morire il fiume della vita.

7 Febbraio 2021
+Domenico

Attività, riposo e preghiera per essere sempre almeno umani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 30-34)

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Ma che vita è la nostra? Sempre indaffarata, con l’assillo dell’agenda, sempre piena di impegni, di cose da fare, con le nostre categorie e i nostri criteri di efficienza, di produzione, di fatturato! Ma che senso ha tutto questo?

E’ forse proprio per dare un senso all’esistenza, un senso che non si trova o che si è perso, per affermarsi, sentirsi qualcuno, magari più importante, che noi ci schiavizziamo nel lavoro, nell’azione senza posa e lo stesso facciamo per chi dipende da noi … forse per questo la pandemia è anche traumatizzante perché interrompe le occupazioni e non sappiamo più come vivere.

Se fosse per noi, porteremmo all’esaurimento tutte le nostre riserve di energia: ci vogliamo stordire nell’attività, non domandarci mai che senso stiamo dando al nostro vivere, al nostro stare in compagnia, in famiglia, in società; c’è da pensare a che senso complessivo diamo al nostro umano vivere assieme agli altri.

Non voglio prendere il sacco sopra, perché il lavoro è importante, la professione esercitata fa parte integrante di ogni vita. Non ci sembra che restare un pò quieti, in silenzio, creare orizzonti di riflessione, di meditazione – io direi anche di preghiera – e su questi far nascere tutte le nostre attività, le varie occupazioni e preoccupazioni; non ci sembra – dicevo – che in esse le cose acquistino un loro vero senso e la nostra esistenza trovi il suo vero significato?!

Ormai credo che sia retorico parlare di ritmi frenetici, ma anche come nella famiglia si riescano a perdere moglie o marito e figli in abissi di incomprensione e di incomunicabilità … però ci possiamo però fare alcune domande: c’è qualcosa di disumano, di superficiale, oserei dire di diabolico, nel ridurre la vita all’agire? Non è forse attività più profonda una sosta contemplativa, religiosa, oggi molti dicono anche “estetica” … l’ascolto, il dialogo?

Che senso ha sempre avuto il sabato nella Bibbia, e per noi la Domenica, se non avere spazi di ricomprensione del nostro essere umani, del nostro lavoro: la domenica non è solo un periodo di tempo di ricupero di forze, di giusto riposo per ritemprare tutto l’insieme della persona, ma anche una finestra aperta sull’eternità, per respirare a pieni polmoni la bellezza e la preziosità non del nostro destino, quasi sia una cappa di piombo che ci salterà addosso, ma della nostra destinazione finale che è sempre tra le braccia di un papà.

E’ per stare con Gesù che ogni cristiano deve trovare uno spazio silenzioso, come Gesù trovava nello stare con il Padre per immergersi nel significato del suo essere dentro nella vita del mondo, mandato da suo Padre, nella sua incarnazione: non si sottraeva ai fratelli che lo aspettavano, ma ne andava sempre a comprendere il segreto … così i nostri momenti di raccoglimento e di preghiera non sono abbandoni di azioni importanti per il prossimo, ma trovare la forza di non dimenticare e abbandonare mai chi ha bisogno e diritto alla nostra compagnia.

6 Febbraio 2021
+Domenico