Ne manca una all’appello: Lui cerca e non ci molla

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 12-24)

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Il gioco della libertà degli uomini è sempre una gran bella realtà, ma anche un grande mistero: ci stanno fratelli o figli, tutti educati nella stessa maniera, nelle stesse condizioni, da genitori onesti e laboriosi … uno diventa un buon cittadino e un buon cristiano, l’altro non ha fede e non è capace di stare alla larga dal male; uno si fa un sacco di amici che lo stimolano a diventare migliore, l’altro si crea una banda e ogni tanto devi andare dai carabinieri a riparare qualche danno; uno si fa in quattro e costruisce una azienda, l’altro ti si attacca come una sanguisuga e ti manda in malora.

Ma non sono stati tutti educati alla stessa maniera? Non hanno avuto tutti le stesse opportunità? Non siamo stati bravi genitori con tutti? Qualcuno può dire che gli sono mancate le carezze della mamma? Eppure ciascuno si sceglie la sua vita, ciascuno ha il compito di affrontare in libertà il rischioso mestiere di vivere.

La pecora, che quella sera non torna all’ovile, è cresciuta come tutte le altre: ha sempre fatto la fila, ha sempre giocato e scherzato con le altre, ma un giorno non torna più … ha voluto giocare la sua libertà o qualcuno gliel’ha tolta con inganno.

L’importante è che qualcuno si accorga di lei: purtroppo non si accorgono gli amici, i fratelli, i colleghi, i compagni di squadra, si accorge solo Lui, il pastore buono, che ogni sera stanco, fa la conta e gli viene un tonfo al cuore quando ne vede mancare una all’appello.

E’ come la mamma che al mattino non trova nel letto il figlio che stanotte non è tornato; si gira nel letto, tende l’orecchio a tutti i suoni, lancia sms, chiama, ormai non dorme più, si mette a rassettare la casa, ma non riesce a concentrarsi. Se sente in lontananza una sirena, le viene un terrore freddo; Aspetta, cerca col cuore.

Ecco, Gesù fa così: si mette a cercare e esce di nuovo nella notte a cercare la pecora sbadata, sfortunata, magari sbagliata e discola, cattiva e strafottente, ma sempre in pericolo, soprattutto sempre lontana dalla sorgente, dalla gioia, dalla bellezza.

Gesù rincorre così tutti noi senza se e senza ma: non si lascia intimorire dalle nostre bestemmie. Il suo amore non calcola le volte che ci ha perdonato, i tempi di attesa che ha vissuto, mentre noi lo insultavamo e parlavamo male di lui, lo rinnegavamo.

Pietro ne sa qualcosa: Giuda l’aveva intuito, ma è fuggito di nuovo, Paolo s’è fatto buttare a terra perché ancora non riusciva a capire quanto male stava facendo e si stava facendo.

Aspetta, cerca, non ci molla … e finalmente trova la pecora smarrita: non ne deve mancare mai nessuna.

Santa Chiara – che oggi noi ricordiamo – seguendo san Francesco ha imparato a mettersi sempre in ricerca di Dio; a Lui ha donato la sua vita perché tutte le pecore disperse potessero incontrarlo di nuovo e smettessero di fuggire da Lui.

La sua preghiera costante e la sua contemplazione  ha attirato a Dio tante persone sia nella vita contemplativa che nella vita di annunciatori del Vangelo.

11 Agosto 2020
+Domenico

Siamo un chicco di grano

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,24-26)

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L’istinto della conservazione è una forza indispensabile per poter vivere: il bambino lo esprime con tutte le forze che ha, lo comunica con tutte le modulazioni del suo pianto … non intende ragioni quando ha fame, gli puoi far vedere che ti stai preparando, che è quasi pronto, che bisogna aspettare perché scotta, ma lui non cede, gli è stata messa dentro una forza che neanche lui può controllare, le sue mani portano tutto a sé; poi cresce, si relaziona coscientemente agli altri e diventa capace di scambio e finalmente di dono, d’amore disinteressato.

Ecco, molti di noi adulti forse siamo regrediti ancora al primo stadio, tanto siamo attaccati a noi stessi, alle nostre cose, alla nostra vita, ai nostri diritti, alle nostre precedenze, ai nostri gusti o pensieri; e così abbiamo costruito anche la nostra società, in difesa sempre e soprattutto.

Prendiamo o doniamo con una mano per rubare con l’altra, non siamo ancora riusciti a estirpare dal nostro spirito la guerra, ci sono voluti secoli per cancellare la parola schiavitù – anche se ultimamente ce n’è un ritorno subdolo – ma non siamo ancora capaci di pensarci sicuri, uomini liberi, solidali con tutti senza porre confini, senza attaccare per primi, abolendo la parola guerra. È ancora pensata come fatto ineluttabile, e la guerra esterna è prima di tutto ancora guerra dentro di noi.

Chi ama la sua vita la perde: se ti attacchi a quel che sei ti trovi che le tue mani stringono aria; ti sembra di essere sicuro, ma senza che te ne accorgi resti solo, vuoto assetato.

È una legge della vita da cui tutti dobbiamo passare se vogliamo amare, se vogliamo costruirci un futuro.

Il nostro vecchio mondo occidentale opulento ha già in sé i segni della morte, perché la vita esplode altrove, la capacità di rischiare, è altrove, noi costruiamo solo confini per difendere.

È così anche la vita di fede: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Noi siamo quel chicco di grano, noi abbiamo dentro il sogno di una grandezza di una vita, di uno slancio vitale, di una promessa assolutamente da attendere e compiere; noi siamo solo un chicco che se si chiude, si cementa in se stesso, non fa scoppiare la vita che ha dentro.

Il seme non è da contemplare o da custodire, farebbe la fine del talento sotterrato: il seme invece va interrato, marcisce, esige rischio e soprattutto speranza, anche perché questa terra in cui muore non è una fredda tomba, ma l’amore tenerissimo di un Padre che ti ricostruisce e regala nuova la vita.

Gesù ha anticipato per tutti l’esperienza di questo abbandono nella braccia del Padre. Chicchi di grano seminati così sono stati tutti i martiri, lo è stato anche san Lorenzo, di cui oggi facciamo memoria, lo sono stati tutti i suoi compagni compreso il papa san Sisto.

Sono tutti nelle braccia del Padre con pienezza di vita, quella a cui tutti aspiriamo.

10 Agosto 2020
+Domenico

Gesù è da imitare o da seguire?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

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Il mare e una barca sono stati mote volte gli elementi che si sono prestati a Gesù per i suoi insegnamenti: spesso in essi si affrontano tempeste, dialoghi serrati e insegnamenti di Gesù, rimproveri e ricerche appassionate degli apostoli che rappresentano la vita di tutti noi.

Vogliamo porre attenzione alla impetuosa richiesta di Pietro di poter camminare sulle acque come sta facendo Gesù che dalla riva si avvicina alla loro barca, disturbata dalle onde non troppo calme: Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli “Vieni!”; quell’andare verso Gesù può essere inteso come una scelta di vita di seguire Gesù – che chiamiamo “sequela” – o come una un’imitazione quasi esteriore di capacità particolare che riguarda solo l’acqua, la gravità della persona che non affonda … Un modo insomma quasi sportivo di destreggiarsi, imparando da Gesù.

Pietro inizia a camminare sulle acque … finché Pietro presume di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capace di “imitarlo”, di poter essere o fare come lui, va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e lui va a fondo.

Egli comincia a capire che non si tratta di una imitazione miracolistica, ma di un invito più profondo di  “seguire” Gesù e gli grida: «Signore, salvami!».

La differenza tra imitazione e sequela non consiste tanto in ciò che si fa’, ma nello spirito con cui lo si fa: o accettiamo di metterci umilmente al seguito di Gesù, oppure abbiamo la pretesa di essere o fare come lui.

In questo caso si tratta proprio di imitazione e dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze.

Gesù chiama Pietro “piccolo di fede”: ha fede scarsa, una “malattia” che molti interlocutori di Gesù presentano nei loro dialoghi e incontri con Lui; Pietro non è assolutamente diffidente, come invece si erano dimostrati i compaesani di Gesù, ma uno che non ha ancora imparato a crescere, a maturare un nuovo rapporto con Lui, fatto anche di preghiera semplice, urlata con il suo grido “Signore salvami”.

E’ la condizione di ognuno di noi. Che ci limitiamo a fare qualche imitazione di Gesù e non a sentire di camminare sul suo passo, avere in Lui la massima fiducia, scegliere i suoi criteri di giudizio, la sua stessa preghiera al Padre.    

Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca il vento cessa e il mare si placa, allora – dice il Vangelo – “quelli che stavano sulla barca” ,cioè i discepoli, fanno la loro solenne confessione messianica, anticipatrice di quella che farà Pietro in forma solenne, quando Gesù lo farà papa.

Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l’unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù: lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto e ci dobbiamo preparare a farlo sempre ciascuno di noi.

9 Agosto 2020
+Domenico

La preghiera è sempre una potenza

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,14-20)

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C’è un padre disperato che un giorno va da Gesù e gli consegna suo figlio: per lui è un figlio perso, è intrattabile, non capisce ragione, è senza senso morale, ha perso ogni serenità, è condotto qua e là come uno straccio, non ha personalità, completamente dipendente da una cattiveria inspiegabile; ha tentato di tutto, ma il male che abita nel figlio è più forte di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi affetto.

“Le ho provate tutte, ma non ci riesco, l’ho fatto incontrare anche dai tuoi amici intimi, dai tuoi apostoli, ma non ho ottenuto nulla; forse solo tu puoi fare qualcosa.”

Sembra la descrizione attuale di tanti rapporti tra genitori e figli, soprattutto quando nei figli entra un male che pare incurabile, una dipendenza che non si può vincere solo con la buona volontà, una assuefazione che ti si scrive nella carne, ti crea una natura somatica diversa, per esempio come la droga.

Questo figlio però non è drogato, è molto di più, è indemoniato: è posseduto da un male incurabile con le classiche medicine, è un diavolo che lo possiede … e non c’è che da andare a Gesù.

Il papà che le ha provate tutte ingenuamente dice a Gesù “se puoi fare qualcosa” … non sa che ha davanti il figlio di Dio, ma il suo cuore disperato può anche non saperlo, gli si affida lo stesso; ha consapevolezza di non avere fede, o per lo meno di far fatica a credere, come tanti di noi, ha bisogno di rigenerare la sua fede che si è affievolita, si è a mano a mano spenta, divorata dalle preoccupazioni, dalle cose, dal consumo, dalla vita dura che vive e che non ha mai avuto il coraggio di mettere nelle mani di Dio con la preghiera; forse anche per questo suo figlio è in queste condizioni, non ha mai avuto una parola di speranza, e quindi la va a cercare da Gesù.

Gesù dice che queste vite dei vostri figli si possono aiutare spesso solo con la preghiera: è una preghiera viva, di fiducia, insistente, fatta anche di lacrime.

Chi non ricorda le lacrime di Santa Monica, la mamma di S. Agostino, che è riuscita a ottenere da Dio il dono della sua conversione? La speranza può tornare a far fiorire rapporti belli tra genitori e figli se si ha il coraggio di pregare.

Manca spesso in tante famiglie la preghiera incessante a Gesù, da cui può rinascere una vera fede, dove ogni supplica è un dialogo di amore con Dio.

Alla fede non si può negare nulla e ne basta quanto un chicco di senape, quasi invisibile, per dare origine a una grande fioritura.

Oggi veneriamo in particolare san Domenico di Guzman, fondatore di una grande scuola e aggregazione di predicatori. Si diceva di lui “o parlava di Dio o parlava con Dio” … ne chiediamo ulteriormente l’intercessione presso il Signore.

8 Agosto 2020
+Domenico

Se nelle tua vita compare la croce, non disperare è vita piena

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 24-28)

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Che vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà l’anima? Di fronte a questa frase molti uomini e donne hanno cambiato vita: sono arrivati a una saturazione tale di insoddisfazioni vendute per felicità, di beni camuffati da bombe a orologeria di falsità, di cose ingombranti da toglierti il respiro dell’anima, che hanno lasciato tutto e si sono dati a Dio, sono diventati santi eroici, hanno cambiato il mondo.

Nella storia dei santi ce n’è una fila lunghissima: gente che le ha tentate tutte, che stava pure bene, che dopo innumerevoli sacrifici è riuscita a conquistare quel che desiderava e che a un certo punto lascia tutto e si mette a seguire il Vangelo.

Noi forse non saremo di questi perché abbiamo vite troppo adattate, non ci sentiamo neanche la voglia di guadagnare tutto, ci accontentiamo di una banale mediocrità.

Dobbiamo però dare un colpo di reni alla nostra esistenza: non saremo così esagerati, ma capita anche a noi di mettercela tutta per fare una casa e poi non trovarci più dentro nemmeno l’ombra dell’amore, di continuare a lavorare per star meglio e di trovarci soli perché due soldi ci hanno dato alla testa e abbiamo sfasciato la famiglia, di puntare tutto su un risultato e di non accorgerci che abbiamo venduto l’anima, di aver ottenuto tutte le cose belle della vita e di mancare della prima necessaria che è la pace dell’anima. Come la si ottiene?

La vita spirituale è esigente; abbiamo bisogno sempre di nuove ragioni per vivere. Gesù ci indica una strada difficile, ma infallibile per trovarle, per non perderci: accettare la croce, la difficoltà, mettersi dietro una croce e non davanti al niente; puntare sul perdersi e non sul guadagnare a tutti i costi cose, beni materiali.

Se nei tuoi sogni appare la croce è segno che stanno diventando realtà: la croce non è mai disperazione, ma una sicura speranza.

Essere calamitati dalla croce, fare la scelta di stare, di porsi di fronte a questa croce che è la manifestazione dell’amore di Dio per l’umanità è la strada da seguire per vincere ogni debolezza nella vita.

Nella fede l’essenziale non è essere in tanti, né capire tutto e subito, ma di esporsi personalmente e con le persone che Dio mi mette accanto al contatto e all’azione dell’amore di Dio.

Pregare è offrire il mio tempo e la mia persona a disposizione dell’amore crocifisso per essere trasformato dalla sua presenza.

Fede è quindi prima di tutto stare nell’intimità di quell’incomprensibile amore povero crocifisso, anche se non lo si capisce, lasciandosene contagiare e purificare.

Non misuro la qualità della mia fede prima di tutto dalla forza delle mie convinzioni, dalla generosità dei miei gesti, dalla soddisfazione del mio progresso umano e spirituale, dal grado della mia serenità o dalla capacità di resistere alla mia inquietudine, ma dal rinnovare la mia disponibilità a colui che sulla croce dà la sua vita per me.

7 Agosto 2020
+Domenico

Gesù è bello perché è Lui

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17, 1-9)

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“È troppo bello stare qui, è troppo bello quello che contempliamo, è troppo bello riuscire a vedere Gesù così”: è la esclamazione spontanea di Pietro, su quel monte, in quella scena solo per qualcuno, davanti a Gesù che si era mostrato nella sua identità di figlio di Dio, nella sua indescrivibile originalità e bellezza. Non c’è possibilità di descrizione, si può dire qualcosa solo delle vesti bianchissime. Ma che cosa c’entrano le vesti?

Quel fascino che Gesù già esercitava su Pietro e i suoi amici, quella simpatia, che crea attorno a sé, quell’amicizia che ti prendeva, quel sentirti guardato con amore, con sincerità, con trasporto non è niente di fronte a questa visione della sua bellezza infinita …. e noi, stiamo a pesare su quali vantaggi ci possono venire dall’avere fede in Gesù, dalle preghiere, dalla vita quotidiana.

Qualche sparata giornalistica, supportata da ricerche ancor più serie, ci avverte che la preghiera fa bene al cuore, che avere fede allunga la vita, che chi segue un codice morale vive meglio … abbiamo proprio ridotto la fede in Gesù alla pubblicità di un prodotto: ti allunga la vita …

Ma Gesù è bello perché è lui, è affascinante perché è lui: non è un talismano portafortuna, non è una vetrina da rompere in caso di incendio o di pericolo, non è strumentale a nessuna nostra piccola o grande pretesa!

Si può star bene anche senza andare a messa alla domenica, si può essere buoni anche senza essere cristiani, si può campare fino a cent’anni senza pregare, si può vivere di ingiustizia tutta la vita e farla franca, ma la bellezza di Gesù è un’altra cosa: il suo amore è al di sopra di ogni immaginazione, la gioia che dà non è paragonabile a nessuna cosa al mondo, la sua Parola è una spada che penetra in profondità, la sua vita è pienezza, i suoi sogni sono l’eternità, il suo sguardo è forza, i suoi sentimenti una compagnia, il suo volto è uno squarcio di cielo, le sue mani sono sostegno.

Non finiremmo mai di dire di Lui … diceva san Paolo VI che 52 anni fa in una sera calda d’estate come questa  lasciava questa terra: moriva proprio il giorno in cui la Chiesa rivive, fa memoria, ripropone, si porta tutta su quel monte a rivivere la gioia dei tre apostoli davanti a Gesù Trasfigurato.

E san Paolo VI lo abbiamo lasciato là perché con la sua forte fede, con la sua diritta personalità, con il suo sentimento, con la sua intelligenza, trascini anche noi fin lassù davanti a Gesù trasfigurato.

6 Agosto 2020
+Domenico

La fede non fa muri, ma ponti

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

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Siamo infettati tutti da una vecchia malattia: quella di dividere gli uomini in buoni e cattivi, gli uni tutti da una parte e gli altri tutti dall’altra.

Se è possibile tra gli uni e gli altri ci costruiamo un muro: abbiamo tenuto senza troppi scrupoli il muro di Berlino, per molto tempo, tanto che ci eravamo tutti abituati e non osavamo più pensare di abbatterlo se i giovani non ci avessero riaperto gli occhi anche solo con i loro concerti di musica.

Era per non far fuggire le persone, ma alla fine ha diviso le coscienze; ne hanno costruito un altro, assurdo, invasivo, ingiusto, per dividere israeliani da palestinesi: è per difendersi dal terrorismo ma alla fine è un giudizio, di qua i buoni e di la i cattivi.

Negli stessi Stati Uniti c’è un muro infinito che li separa dal Messico: è per difendersi dall’assalto dei poveri, ma alla fine crea e applica un’altra volta il principio del bene e del male.

E Dio da che parte sta? Sicuramente da una sola. Anche Dio lo vogliamo rinchiudere, vogliamo imprigionarne la presenza?

Era quello che capitava ai tempi di Gesù: Gesù è solo per i buoni e quindi scandalizza quando va a mensa con i peccatori conclamati. Gesù è per il popolo eletto e se lo incontra una povera donna straniera, di altra cultura, di altre abitudini religiose, ma con una vita a pezzi, un cuore lancinante di sofferenza, una pena che alla lunga le avvelena la vita (e purtroppo il dolore, la sofferenza non possono essere tenute lontane da un muro) ebbene se una povera donna nell’afflizione si rivolge a Gesù, ha bisogno, secondo la mentalità comune, di presentare il passaporto.

Gesù non le rivolse la parola: sta anche lui al gioco crudele del rinchiudere Dio da una parte per provocare i benpensanti; ma la fede non ha muri, il suo silenzio è quel silenzio di Dio che spesso sentiamo nella vita, è la prova che spesso si abbatte sulla nostra fede, che non deve lasciarsi scoraggiare nemmeno dal silenzio di Dio, che scava coraggio e sicurezza, arditezza e fermezza proprio nella prova.

“Non sarò figlia di Israele, non sarò parte del popolo eletto, non andrò mai in chiesa, non conoscerò bene tutti i comandamenti, non appartengo a nessuna consorteria che mi ti può raccomandare, sarò sotto la tavola come i cagnolini, ma io so che in te posso avere fiducia, che tu sei troppo buono per lasciarti chiudere nelle divisioni degli uomini, hai occhi di grande amore verso tutti, non c’è nessun muro che ti limita lo sguardo: mi bastano le tue briciole”.

È la fede di chi sa di dipendere in tutto da Dio, di non avere nessuna pretesa. Queste pretese le abbiamo noi, quelli dentro, che crediamo di poter guardare Dio dritto negli occhi. E Gesù: “donna! grande è la tua fede” e sua figlia guarì e noi però guariti del tutto non lo siamo ancora perché viviamo sicurezze di muri e non di accoglienza di ponti. La Madonna della neve, la Madonna della basilica di santa Maria Maggiore, che oggi celebriamo, ci aiuti in questa conversione dell’Europa e di tutte le sue nazioni.

5 Agosto 2020
+Domenico

La fede abita nel cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,1-2.10-14)

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C’è sempre una tentazione semplificatrice riguardo alla vita religiosa, quella di pensare che la salute interiore dello spirito, la vita religiosa, la vita stessa di fede sia regolata da pratiche completamente esteriori: ci si illude che lavarsi le mani abbia conseguenze nella purificazione dei pensieri, recitare qualche formula ripetitiva purifichi o allontani la malizia che abbiamo in cuore, ripetere certe formule sul cibo che si mangia lo santifichi e faccia bene all’anima e tante altre stranezze basate su vecchi detti o antiche tradizioni.

In uno stato ierocratico, cioè comandato da leggi religiose come Israele, si pensava che le macchie dell’anima si potessero mondare con esterne abluzioni: scribi e farisei avevano finito per crederci, vittime come erano dei loro esterni formalismi; si credeva che certe tradizioni ormai avessero il valore di precetto e di conseguenza la loro omissione significava peccare.

E’ naturale che a Gesù, che comincia ad essere visto come nemico della religione dei Padri, questi maestri ciechi preparino il solito tranello con una domanda insidiosa: «Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!?».

Gesù, come sempre coglie il tranello, ma non disdegna la domanda e da essa prende occasione per andare più in profondità a vedere e a preoccuparsi di quello che veramente sporca l’anima, che sicuramente non è cibo o bevanda, ma cattiveria del cuore, pensieri di vendetta, parole di offesa, linguaggi dispregiativi e offensivi.

Chi non svela la vera radice del male, se è una guida della gente, deve riconoscere la sua cecità e capire che una guida cieca può portare anche i buoni su strade sbagliate e se ne deve assumere la responsabilità.

Il puro e l’impuro, il lecito e l’illecito, il bene e il male ciò che crea comunione e ciò che opera per la divisione o il contrasto, ciò che porta felicità o infelicità dipende sempre dal cuore stesso da cui partono pensieri, prospettive dialoghi, opere di bene.

Vorrei dire che partono anche da un cuore che prega, non che recita orazioni, un cuore che si affida e ti affida a Dio e alla sua grande misericordia. Allora è importante per noi che pensiamo veramente alla profondità del cuore: non continuiamo a fare esteriorità, che delle volte ci appagano, perché ci sono delle foto, trasmettiamo youtube, facciamo qualche altra cosa, no … la fede è qualcosa di profondamente interiore, che ha anche delle espressioni, ma soprattutto è il cuore che conta.

4 Agosto 2020
+Domenico

Dubbi? ci sono, ma possono essere passi verso la fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-36)

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Tra l’incredulità e la fede c’è un passaggio spesso necessario che è quello del dubbio: ne abbiamo tutti nella vita, una fede senza dubbi non è sicura, non si cambierà mai in coraggio.

Una incredulità senza dubbi è ancor peggio: abbiamo provato tutti che per una fede consapevole e adulta si deve passare dal dubbio, e per non vivere nell’inganno, scelto o imposto o abituale, occorre dubitare se ci siamo addormentati nella certezza assoluta, tutta nostra, senza confronto con nessuno.

Ci capita spesso di partire decisi, spavaldi, senza calcoli, convinti e poi perdere ogni ragione valida del nostro percorso: si resta fermi a metà strada, perdiamo ogni stimolo, cerchiamo invano motivi, ci sentiamo vuoti e ci blocchiamo … è il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.

Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che, deciso, aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso, ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù; era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo e si è cambiato in domanda, la domanda in passi sicuri.

A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, non fissa più il suo sguardo su Gesù, abbassa gli occhi su di sé, magari si compiace di essere stato bravo, di aver ottenuto successo, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare.

Ma la fede genuina da cui era partito gli lascia in cuore la forza di un grido: Signore, salvami! La sua poca fede ha avuto un guizzo, ed ha trovato la sua pace.

Gesù gli dice che è uomo di poca fede: siamo di poca fede anche noi quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, a ostentazione delle nostre sicurezze. Allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia.

Pietro forse voleva tentare il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Gesù: la fede non è una quantità, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, è una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve.

E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci lascia mai soli.

3 Agosto 2020
+Domenico

Arrangiatevi non è verbo da cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 13-21)

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Quali sono le cose più importanti che voglio sapere della vita? Che cosa è che mi interessa di più? Come dovrebbe girare il mondo? Dove sta la verità di quello che viviamo?

Ognuno di noi ha nel cuore qualcosa che vorrebbe sapere o fare o cambiare: vorremmo ogni giorno ricostruire il mondo a seconda dei nostri bisogni, delle cose che interessano a noi, del problema che affrontiamo, del caso pietoso che ci si presenta … vorremmo decidere col cuore, col sentimento, con la fantasia, cose belle, ma spesso unilaterali e incomplete, e quindi ci sentiamo un po’ confusi, anche perché tutti dicono la loro e vince chi ha maggior possibilità di costringerci ad ascoltare.

Siamo sbandati nella mente: vorremmo poter sentire una parola di verità. Hanno chiesto una volta agli adolescenti: chi vorresti come educatore? Risposta: qualcuno che ha qualcosa di vero da vendere.

Gesù così ha sentito la sete della gente che lo seguiva: sentì compassione per loro, e loro lo seguivano anche perdendo il senso del tempo, dimenticandosi quasi di mangiare, tanta era la speranza di chi lo ascoltava, lo seguiva, beveva le sua parole.

I discepoli si accorgono di questa pressione incontenibile attorno a Gesù e gli dicono: ti rendi conto che questi ci stanno addosso tutto il giorno? Dovranno ben pensare a se stessi. Hanno in testa che tu devi anche dar loro da mangiare.

E’ troppo intrigante la scena e il discorso e quello che fa Gesù: Lui si sente per questa gente come Mosè nel deserto e si fa carico di tutta la loro vita; è il loro nuovo condottiero, la guida, la luce, la legge.

Mosè ha dato da bere e da mangiare a un popolo affamato, perché non lo devo farlo anche io?

Sbrigativi invece gli apostoli: lo spettacolo è finito. Gesù concludi, ancora due belle frasi delle tue e mandali a comprarsi da mangiare. La soluzione del problema è arrangiarsi.

Gesù invece dice agli apostoli: “comoda la soluzione, a voi non sembra vero di potervene lavare le mani. Non è che tocca a voi darvi da fare? Vi ho insegnato finora a comperare o a condividere?”

Che cosa possiamo condividere se abbiamo solo cinque pani e due pesci? dicono gli apostoli

A Gesù basta questo poco, perché è tutto quello che c’è, non è un superfluo, è il necessario per la fame di un ragazzo e lo moltiplica. La gente si toglie la fame. Sono ancora i discepoli che distribuiscono e raccolgono i resti.

È l’anticipazione dell’ultima cena, è la prima assemblea “domenicale”, che va oltre la risonanza storica di un prodigio per una folla affamata, è il segno della presenza permanente di Cristo per dare all’umanità di ogni tempo il vero pane di vita.

Questo pane divino che sazia l’uomo lo rende capace di amare di più i suoi fratelli, e allora “arrangiarsi” non è verbo da cristiano, condividere invece si.

Gesù è la nostra guida, se ci sentiamo pecore senza pastore, alziamo lo sguardo a Lui, tendiamo l’orecchio alle sue parole. Basteranno quelle a darci vita, a sfamarci.

La vera fame per noi oggi non è proprio quella del cibo se passiamo un sacco di tempo preoccupati di non ingrassare, la vera fame è quella della verità e Gesù ce la offre nel suo Vangelo.

2 Agosto 2020
+Domenico