Ritorna la speranza e saltano le paure

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

Audio della riflessione

Occorre che ci riportiamo, ogni giorno di questa settimana, alla luce, alla forza, alla gioia, al dono inestimabile della Pasqua e non possiamo non leggere le emozioni, le paure, le nuove forze che nascono nel gruppo disperato fino a quel giorno degli apostoli.

E’ un cammino che viene richiesto a tutti per vivere la Pasqua, non come una domenica qualunque, o un fatto come tanti della vita di Gesù, ma come essa è: il centro della nostra fede e della nostra vita di Chiesa

Gesù ritorna dai suoi e li trova sconvolti e pieni di paure; collochiamo questo fatto in un rapporto normale tra amici: avevano vissuto assieme per circa 3 anni, si erano lasciati lentamente convincere e scaldare il cuore, in Gesù avevano ritrovato speranza; ce ne avevano messa di volontà per riuscire a entrare nel nuovo ordine di idee, nella nuova esperienza di fede che Dio aveva loro offerto nella persona di Gesù; ne avevano viste di schiavitù saltare, si erano sentiti entusiasti al ritorno dalle piccole missioni a due a due che avevano fatto; ogni tanto litigavano fra loro per spartirsi i ministeri del Regno di Dio, e Gesù li rimproverava amabilmente.  

In quell’ultima cena erano convinti, partecipi, commossi, si erano lasciati lavare i piedi; ma poi c’era stata la prova, lo sconvolgimento, la tentazione, la fuga.

 Lui l’avevano lasciato al suo destino: la costruzione della loro nuova mentalità non aveva retto; erano crollate a una a una le motivazioni umane: fascino di Gesù, amicizia, entusiasmo per una nuova visione della realtà, sogni di mondo nuovo, progetti di attività comuni, contrapposizione al mondo, al modello religioso dei farisei … 

Insomma, avevano sperimentato ciascuno, in cuor loro, la delusione: forse questo sentirsi “traditi e ingannati” … e … non avevano pensato che erano stati loro ad averlo abbandonato!

Lui non aveva mantenuto le promesse e loro se ne erano tornati a pescare.

Le donne avevano speso un capitale per imbalsamarlo, tanto credevano alla risurrezione che aveva loro promesso, e i discepoli si stavano a leccare le ferite.  

E Gesù si ripresenta, ma non per la resa dei conti: arriva per aiutare a capire, per ricostruire amicizia, per radicare nella fede le loro esistenze smarrite: “Quei colpi secchi sui chiodi che avete udito da lontano mi hanno forato mani e piedi, ma non mi hanno fissato alla morte. Quell’urlo agghiacciante che avete potuto sentire, ben protetti per non farvi vedere, non è stata disperazione, ma affidamento a Dio mio Padre, che mi dona per sempre a voi. Quel colpo di lancia ha fatto nascere la nuova comunità, la Chiesa, che ora affido a voi, per vivere una nuova comunione”. 

Gesù, insomma, non rinfaccia il tradimento, ma continua a farli crescere, li lancia nella missione: “Voi sarete testimoni di tutto questo”.

Non è il modo di educare di tanti consigli disciplinari, che è quello  di calcare la mano sugli errori, di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, di chiamare alla resa dei conti.

 Gesù invece torna ad avere fiducia, richiama ancora dalla sua parte e dice: vi affido la mia buona notizia, il Vangelo, da annunciare a tutti. 

Non vi lascio soli: il mio corpo e il mio sangue lo avrete sempre con voi.

 E ce lo affida ancora oggi. 

Abbiamo provato in questi mesi a farne a meno, domandiamoci se c’è dispiaciuto o se … ci siamo già abituati facilmente: non ci si abitua al dolore! Come non si sono “abituati al dolore” i nostri malati di questa epidemia: che il Signore li ri-consoli e dia loro salute, a tutti.

16 Aprile 2020
+Domenico

I due amici sfiduciati col morale ai tacchi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Audio della riflessione

Sfiduciati, senza futuro, ripiegati su di sé, illusi, con un grande passato alle spalle, senza prospettive e possibilmente evitati da tutti: non è la fotografia dei reduci del Vietnam o di un gruppo giovanile che alla domenica non sa come “far sera” tra una sgommata e l’altra in automobile, anche se in questi tempi non possiamo fare questo; è il ritratto della nostra vita, del mondo delle nostre relazioni, quando assaporiamo una sconfitta e gli ideali che ci avevano uniti non tengono più.

Ciascuno sfoglia nella sua memoria l’album delle fotografie, le ricorda agli altri ma non c’è più niente che ci tiene assieme.

È il ritratto di una coppia di sposi che han vissuto e si sono dati amore e d’un tratto, questo amore si svuota.

È la scena dei due amici, tirati dentro, entusiasti nell’avventura di Gesù e ora distrutti e delusi: credevano di averlo in mano, aveva loro scaldato il cuore più di una volta, avevano visto in trasparenza una vita nuova, ora hanno negli occhi solo il suo cadavere, nei pugni serrati la rabbia di essere stati liquidati, nelle gambe un tentativo di fuga dalla vita.

La fede non è proprio “come la penso io”, anche nella Chiesa non tutto gira bene: “ho sempre pensato che ci fosse veramente il bene e lo trovo sempre più impigliato in compromessi”.

Mi dice un ragazzo di quindici anni: sono stato sveglio tante notti fino alle 5 di mattina a domandarmi: ma Dio esiste davvero? 

Quei due discepoli, turisti sconsolati della domenica sera, che si preparano a fare la coda per rientrare ad affrontare un nuovo lunedì, sono la nostra fotografia.

Ma hanno una impennata di vita e di luce: si siedono a tavola con uno straniero che ha cercato tutto il giorno di consolarli; quello prende un pezzo di pane, lo spezza, lo benedice … si aprono loro gli occhi! Questo gesto è altamente simbolico: è vita donata è spezzata, è un consegnarsi fino all’ultima goccia per amore

Si rimettono in coda per rientrare a Gerusalemme, ma non sono più gli sconfitti della vita, i delusi del proprio passato: hanno ritrovato la chiave interpretativa della loro esistenza e della loro fede.

Diremmo noi “sono andati a Messa”: in quel corpo spezzato hanno trovato le uniche ragioni di vita; hanno ripensato all’ultima cena, e in quel ripensamento hanno ritrovato la presenza di Gesù.  

E … abbiamo provato, in questi lunghi mesi, a non poter partecipare all’Eucarestia, allo spezzare il pane, a non vedere, a non stare in compagnia per questo incontro con Gesù che ci dà forza, che ci rende un corpo solo, che ridà alla nostra fede il fulcro centrale del sentirsi amati fino all’ultima goccia di sangue da Gesù.

Non ci siamo abituati a fare senza, ma ci siamo accorti che qualcosa ci mancava e per molti manca ancora. 

15 Aprile 2020
+Domenico

La Pasqua è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 11-18)

Audio della Riflessione

Ci troviamo oggi a fare il punto sulla nostra esperienza di vita quaresimale, e ora pasquale: abbiamo seguito Gesù nella sua forza irrompente di annuncio del Regno di Dio, abbiamo fatto fatica a seguirlo, abbiamo celebrato in maniera del tutto inaspettata, per le nostre pasque celebrate sempre, la sua gloriosa passione e morte, ci siamo rallegrati della Pasqua.

La nostra vita purtroppo, la vita pubblica, è stata ferita dalla epidemia, dalle guerre infinite del medio oriente, dalle sofferenze che questa guerre senza tregua che stanno portando, dalla stessa migrazione e respingimento di famiglie. 

Oggi ritorniamo ancora alla nostra condizione, che sembra senza fine, di assediati dalla epidemia, ma desideriamo  dare gambe alla speranza di una quotidianità normale: le feste passano presto, a noi resta la vita dura di tutti i giorni, da far diventare un gesto d’amore sempre a Dio e alle persone.

Ci aiuta questo pianto sconsolato della Maddalena, l’annunciatrice del risorto: ha scatenato la gioia in tutti, in tutti i potenti ha messo un dubbio, nell’animo degli apostoli ha provocato un terremoto e ora sente la mancanza di Gesù e piange. 

Il pianto non è sempre un dolore: può diventare liberazione, invocazione, richiesta di riempimento di una assenza; la Maddalena è sconsolata, ma è ancora troppo concentrata su di sé, ha ancora nel cuore il desiderio di concludere con un gesto di pietà la sua avventura cristiana: le sembra che l’unica cosa da fare sia “imbalsamare”.

È immagine della ricerca dell’amore che nel cantico dei cantici fa percorrere all’amata tutti sentieri più impervi della vita per ricongiungersi all’amato, e lei invece vuole andare ad imbalsamare.  

Ma sente risuonare con dolcezza il suo nome: Maria.

Sentirsi chiamati per nome è una tra le cose più belle della vita: è la chiamata di chi ci vuol bene, di chi ha fiducia che noi lo possiamo aiutare, di chi ci aspetta e sogna che noi possiamo essere la sua felicità.

E’ la chiamata alla vita: è la chiamata a cambiare direzione perché spesso abbiamo sbagliato proprio la direzione della vita vera … e Maria Maddalena, sentitasi chiamare, cambia direzione: si volta, si converte, cambia modo di pensare.

Gesù non è più un misero corpo da imbalsamare, ma un Dio da seguire; non è un  passato da piangere, ma un futuro da aspettare, da preparare; non è un possesso da tenere per sé, ma un dono da offrire a tutti: «Va dai miei fratelli e dì loro» sono le parole che le rivolge Gesù!

Anche noi siamo chiamati a stare tra noi da fratelli e dire con la vita che crediamo nel Risorto, dire con la solidarietà che Dio non abbandona nessuno, annunciare che non siamo dimenticati, ma amati, aspettati, chiamati per nome da Dio.

Testimoniare la risurrezione oggi non è dire parole, ma esprimere solidarietà, condivisione: è contemplare tra le pieghe della vita il bene che va aiutato a esplodere, a farsi casa, quando Dio vorrà, nelle nostre relazioni private e pubbliche, nel nostro lavoro e nel nostro rischioso mestiere di vivere. 

Ci sentiremo negli orecchi, oggi e sempre, quella voce di Gesù che ci chiama per nome e che ci vuole suoi collaboratori per la gioia di tutti.  

14 Aprile 2020
+Domenico

Dove si proclama la verità, c’è sempre la menzogna

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28, 8-15)

Sulla tomba di Gesù, prima della Pasqua, tutto era stato meticolosamente disposto dai sacerdoti del tempio: sigilli alla tomba, che purtroppo per loro era “diversa” dalla fossa comune, e soprattutto guardia, a prova di furto.

Racconta poi Matteo che, all’alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, «vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve.» (Mt 28,2-3)

E qui Matteo descrive quanto è occorso alle guardie: «Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite.» (Mt 28,4)

Dunque, le guardie hanno visto l’angelo scendere dal cielo, lo hanno visto rotolare la pietra, assicurata dai capi del popolo, e sedervi sopra; hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell’angelo alle donne, ma hanno di certo visto l’evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli.  

E questo lo hanno annunciato ai sommi sacerdoti!

Un annuncio dunque è giunto anche a loro, ma i “preti” del Tempio, che lo avevano fatto uccidere, avevano il cuore indurito, come quello del faraone. e un cuore indurito può soltanto partorire la menzogna già architettata: non avevano creduto alle parole di Gesù circa la sua identità, lo avevano creduto un impostore quando annunciava la sua risurrezione, ed era menzogna.  

Ed essa, come sempre, ha bisogno di altra menzogna per legittimarsi come verità: così, pur di fronte all’evidenza del fatto annunciato loro dalle guardie, la loro unica preoccupazione è quella di far tacere sul nascere la verità.  

Il dubbio non li sfiora neppure, anzi, credono alle guardie, credono che un angelo abbia rotolato la pietra; sono stati i primi a credere alla risurrezione, proprio loro che avevano giurato di seppellire Gesù definitivamente, di cancellarlo dalla vita degli uomini; ma, schiavi della propria carne e del progetto demoniaco che li aveva afferrati, decidono di realizzare questo progetto sino in fondo, dando corpo alla menzogna che avevano già insinuato a Pilato, e per realizzare il piano, corrompono con denaro le guardie, strangolando la verità nella cupidigia; non solo, si impegnano e si fanno carico di persuadere il governatore che le cose erano andate proprio come essi avevano inventato, facendosi missionari della menzogna.

Accanto alla Verità, infatti, appare sempre la menzogna.  

Non a caso Gesù è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, come la Chiesa è stata costituita perché sia fedele annunciatrice e testimone della Verità.

Perché la testimonianza sia credibile e perché ogni uomo possa essere davvero libero nell’accoglierla o nel rifiutarla, è necessaria la menzogna: per la fede non c’è mai nessuna evidenza, c’è sempre una libertà di accogliere o rifiutare il grande amore di Dio, che vogliamo sempre augurare e impetrare per i nostri malati di epidemia. 

Che ci sia una Pasqua, un passaggio dalla malattia alla guarigione, dalla paura alla gioia, dall’isolamento da tutti gli affetti, alla propria famiglia!

Signore deve essere Pasqua per tutti, ti implora la tua Chiesa!

Maria intercedi, sei sempre la nostra mamma. 

13 Aprile 2020
+Domenico

La risurrezione è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-10)

Oggi è al culmine la Settimana Santa: l’abbiamo vissuta all’insegna dei ricordi, delle tradizioni, delle usanze ereditate dai nostri genitori; abbiamo forse rimpianto – stando in casa – quando ci siamo improvvisati attori, registi, sceneggiatori di fatti più grandi di noi …. e siamo potuti risalire alla nostra infanzia, all’incanto di ogni fanciullezza, e quest’anno abbiamo visto soltanto in TV o nell’isolamento, giovani interpretare Gesù Cristo, uomini maturi fare Pilato, anziani fare i sommi sacerdoti, il solito – segnato a dito – fare Giuda.

Poi si sono fatti passare di mano in mano quella croce.

Potevamo essere tentati solo di esprimere tradizioni, folklore, appuntamenti con la storia, oggi però la cosa cambia di netto: ieri era possibile stare indifferenti, stare sulle nostre, non scomodarci troppo, oggi non è più possibile, dobbiamo fare il salto della fede

Oggi ci viene chiesta la fede: non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il “risorto”, perché li ci vuole un atto di fede; appendiamo solo un  crocifisso, che richiama la storia e pietà di un uomo, anche se molti ci negano anche quella. 

Oggi facciamo il salto nell’oltre: riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori, è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. 

Colui che è morto così miseramente, senza nessuno stoico coraggio, è il Figlio di Dio; e dice uno dei quattro Vangeli nel racconto di questa giornata memorabile: «Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28, 1-2).

E’ un discorso difficile, perché occorre affidarsi: occorre avere il coraggio di leggere il “terremoto” di cui si parla nel Vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione; questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio: è il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.

Abbiamo avuto – e molti hanno ancora – il terremoto del coronavirus che ci sta cambiando l’esistenza, che ci mette alla prova, ma non ci può togliere la speranza di questo terremoto della risurrezione. 

E’ il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili di vita della nostra esistenza, della speranza oltre ogni paura e ogni dolore. 

Il terremoto del coronavirus ci fa paura, e ogni tanto anche qualche altro terremoto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia: è questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore.  

Ognuno di noi ha il suo macigno, una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro: è il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato.

E’ questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martiri anche di questi tempi, di tanti giovani sgozzati, crocifissi perché cristiani. 

Sono stato non poche volte a celebrare Messa in una qualche scuola in occasione della Pasqua e ho trovato ragazzi, giovani, che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni: questo spesso è il coraggio della nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private; la nostra fede “per mestiere”, il nostro forzato credere per  non creare problemi dove siamo. 

Ma Dio è grande, e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia!

Risurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie e più autentico dei nostri giuramenti. 

Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai”, perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nelle braccia di Dio.

Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazzareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.  

12 Aprile 2020, Pasqua di Resurrezione
+Domenico

Buona Pasqua da Don Domenico!

Abbiamo mai celebrato un vero passaggio dalla morte alla vita, dal peccato alla Grazia, dalla schiavitù alla libertà, e non solo alla liberazione?  

Tutti potremmo dire di sì, pensando alle nostre belle feste di Pasqua, anche se non c’è più molta gente che ricorda quelle durante la guerra, dato che il coronavirus si sta prendendo moltissimi testimoni: le tradizioni, le sacre rappresentazioni, le vacanze, i panettoni, le belle liturgie.  

Sono state proprio la vera Pasqua, un vero passaggio dalla schiavitù alla libertà, o non solo l’aver tolto i ceppi a qualche prigionia in cui eravamo e ci siamo tornati subito dopo?  

La fine del coronavirus oggi è il passaggio, quella Pasqua cui aspiriamo profondamente tutti, credenti e laici, uomini e donne, giovani e vecchi, perché è un «Egitto» che ci ha sconvolto tutto: salute, economia, relazioni, rapporto con la natura, sicurezze nel denaro, armi intelligenti, viaggi.  

Ci ha cambiato il mondo, una sorta di peccato di Adamo che inquina tutto.

Ciascuno di noi sta pensando che basterà trovare un vaccino … per tornare come prima?

Sarebbe un vero passaggio, o assomiglierebbe a tante delle nostre “pasque” mal ridotte dal consumismo e dalla nostra superficialità e che non hanno lasciato nessun segno, anche perché noi cristiani le abbiamo svendute? 

Stiamo dicendo e scrivendo che il mondo non sarà più come prima, che ci vorranno anni per ritornare a un nuovo equilibrio … non è stato sempre così, anche per il nostro spirito, per il significato del nostro vivere il passaggio dal peccato alla Grazia, alla pace, alla bontà, alla giustizia?… 

Il peccato è un “coronavirus” che ci sconvolge e distrugge il senso della vita, la gioia di vivere, la pace, la famiglia, la giustizia sociale, la politica come il più bell’atto di carità: l’Amore… e crediamo che basti ancora qualche mese di quarantena? 

No! Per noi fare Pasqua è accogliere una novità assoluta: il perdono di Dio che rigenera, ci fa nascere di nuovo, ci fa persone nuove purché non sia commercializzato e non si concluda con una festa a «tarallucci e vino», e metta al centro il Cristo morto – e lo stiamo vedendo nei nostri intubati e sequestrati dagli affetti e dalla vita – e risorto, capace di ricostruirci dal di dentro. 

La “Pasqua dal coronavirus” ci fa scoprire quanto è più profonda e impegnativa la nostra Pasqua cristiana di questi giorni: non sono due pasque separate o antitetiche, ma i cristiani possono e si impegnano veramente per l’una e per l’altra, perché Gesù fa parte sempre della nostra umanità, e serviamo sempre Lui.  

In Gesù non c’è nessun passato, ma sempre un presente e un futuro di Amore, senza limiti, per ogni persona. 

Allora ci auguriamo ancora e sempre  

Buona Pasqua 2020 

+Domenico Sigalini, Vescovo

Silenzio, desolazione, sconforto, fino all’alba più bella di tutte

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10 )

Oggi c’è silenzio grande in tutte le chiese.

Ieri non abbiamo celebrato l’eucarestia perché abbiamo fatto memoria e adorato Gesù Cristo nella sua morte; oggi, sabato, gli apostoli si sono rifugiati nel cenacolo: la loro disperazione si taglia a fette, ribolle in loro la fuga che hanno fatto miseramente dal Calvario, l’abbandono del maestro, la sconfitta senza speranza.

Stanno pensando come fare i funerali, come portarsi al luogo della sepoltura, che pensavano doveva essere la fossa comune dei delinquenti, intoccabile, ignominiosa: dentro si sarebbe sepolta ogni traccia del suo assassinio, della sua morte, della sua condanna.

Solo le donne sapevano dove invece lo avevano sepolto, e avevano predisposto tutto per imbalsamarlo: erano “vecchie del mestiere” le vestali della morte, tocca sempre a loro, alle donne, riportarsi in grembo quel figlio dell’uomo che con tanto amore e cura hanno allevato, fatto crescere, accompagnato.

Scompaiono per un po’ dalla sua vita, ma quando te lo ammazzano, sono ancora loro che rientrano in campo per consegnarlo alla terra.

Questa è la storia di ogni uomo: le donne della piazza di Maggio in Argentina non si sono mai date pace, sono sempre state in attesa di poter consegnare alla terra, almeno nel loro cuore, i figli, i nipoti strappati e scomparsi. 

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio, della riflessione, del nostro esame di coscienza e diventerà per tutti il giorno della più grande attesa. 

Ebbene, è un grido solo quello che si ode per i vicoli di Gerusalemme quel giorno dopo il Grande Sabato: hanno portato via il Signore.

Il potere s’è fatto furbo: i funerali sono spesso più pericolosi dell’assassinio; i conti però non tornano: Pilato aveva fatto mettere delle guardie perché non inventassero sublimazioni pericolose, o mitizzazioni deleterie, tormentoni infiniti.

Ma il corpo là non c’è più!

Non solo sono le donne che lo dicono: c’è la “visita ufficiale” diremmo del Papa, di Pietro, che constata l’assenza del cadavere; c’è una deposizione un po’ ridicola presso i carabinieri: ci siamo addormentati ed è venuto qualcuno a portarcelo via.

Ma se dormivate, come fate a dire che qualcuno l’ha portato via?

Sì, perché tu avresti qualche altra soluzione? Dai, lasciaci firmare, per il servizio fatto, che torniamo in caserma: a quello gli ho squarciato il petto io e non ci potrà più nuocere, in giro per Gerusalemme non ne vedremo più nemmeno l’ombra.”  

Invece Lui, Gesù, si fa incontrare vivo: Lo incontrano le donne, lo vede Pietro, lo ascoltano di nuovo tutti gli amici.

È lui, è Gesù, è ancora con noi: è una vita piena.

Non è vero che ce ne dobbiamo ritornare a vivere come prima: Lui alla morte ha riso in faccia, il Padre non lo ha abbandonato, è vero quello che ci aveva detto! 

Ma allora la nostra vita cambia: il nostro dolore ha un senso, non siamo a un eterno ritorno, non viviamo sotto un cieco destino!

Chi consuma la vita nell’amore la continua piena, nuova, definitiva. 

Per la nostra povera umanità italiana e mondiale oggi è ancora un Sabato Santo di attesa, di angoscia, per la vita fisica in grande fragilità; è ancora più fragile per molte famiglie: è un attesa di pace, di prospettiva di ricostruirci una vita serena. 

Supplichiamo Dio che ci faccia sperimentare risurrezione, rinascita, umanità nuova. 

11 Aprile 2020
+Domenico

Gesù muore, come muore ogni uomo

Una riflessione sul Venerdì Santo

Possiamo ancora oggi, se ci teniamo alla nostra fede in Gesù, ricordare con un momento di silenzio, come si fa per le morti di chi stimiamo e amiamo, alle 15 la morte di Gesù: per noi credenti è il Figlio di Dio, per tutti una persona, un uomo, che ha cambiato la storia dell’umanità, e ancora la sta cambiando.  

Il racconto della sua passione ce lo presenta nel Getsemani: lì Gesù è ogni uomo, mostra le paure di tutti, i pensieri faticosi del vivere, le ansie e gli interrogativi del morire che ci assalgono tutti. 

La preghiera di Gesù è abbandono nelle mani del Padre, è il desiderio di sentirsi di qualcuno nel momento supremo e quindi si abbandona nella fede.

Gesù è turbato: non tenta penosamente di nasconderlo a nessuno, ma il turbamento non spezza il rapporto di fiducia in suo Padre.

L’ideale greco era di mostrarsi altero, dignitoso, sprezzante … l’ideale di Gesù è di mostrarsi fiducioso nel Padre: la sua è accettazione dolorosa della verità, è fedeltà a Dio.  

Gesù mantiene uno sguardo serio e realistico sulla morte: per la sapienza razionale, l’atteggiamento quasi stoico di un eroe di fronte alla morte è di gran lunga più nobile di quello di Gesù.

Il modo con cui Gesù è morto è uno scandalo, è indegno di un figlio di Dio, ma anche di un uomo responsabile di altri.

Dovrebbe fare da eroe, se vuole che qualcuno lo apprezzi, dovrebbe presentare una certa saggezza per essere ricordato da tutti nella sua fierezza, nel suo coraggio.  

Gesù si unisce in certo modo a tutte le nostre morti ingloriose, scioccanti, distruttrici di ogni umanità e le svuota di potenza dall’interno.

Gli eroi muoiono come si vorrebbe morire, Gesù muore come veramente si muore. 

Il fatto straordinario è che Gesù, lui che è morto così miseramente, soffrendo senza ritegno, affrontando le paure e le ansie del morire con così poco coraggio stoico, è proprio il Figlio di Dio. 

Se il Figlio di Dio muore così, allora le nostre povere morti, le nostre paure, le pene che soffriamo, l’attaccamento alla vita che abbiamo, il dolore disperato per le morti improvvise e violente sono depositate con amore nelle braccia di un papà, non sono opera di un tragico destino. 

Allora non ci è richiesto sforzo di autocontrollo, ma abbandono nelle mani del Padre: la nostra morte non è una resa dei conti impossibile, ma è lasciarsi amare fino in fondo da Dio, nella massima fiducia di avere un Padre che ci ama sempre, proprio a partire da quella morte in croce che nelle sue stesse braccia diventa risurrezione.  

Sul Calvario ci siamo ancora tanti di noi: questa epidemia è proprio un Calvario.

Tanta umanità sta ancora cercando di ridare speranza alla vita personale e sociale, alla salute fisica e alla pace: noi vogliamo guardare per tutti a questa croce che ci rivela  l’amore indiscusso di Dio per tutti.  

E … se in casa abbiamo un crocifisso, stacchiamolo dalla parete e diciamogli: Siamo peccatori ma ti vogliamo dare un bacio. 

Un bacio te lo diamo Gesù, non tener conto di come siamo stati e di quel che saremo. 

Avremo sempre bisogno della tua bontà e del tuo perdono, del tuo sguardo che hai lanciato a Pietro e di quello che hai detto all’adultera: va in pace e non peccare più

Dacci un momento di lucidità oggi, stasera: fallo durare una vita, ma accettalo anche se è solo un momento. 

10 Aprile 2020, Venerdì
+Domenico

Gesù ci lava la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 1-15)

E’ sempre bello poter rifarsi a qualcosa che ti incanta e ti incatena nello stesso tempo.

L’amore, per esempio, l’amore tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza: sei passato per caso, s’è accesa una passione, uno spasimo, una gioia che non puoi più contenere, hai fatto pazzie per capire, per incontrarti, per vedere come … “saziare” questo desiderio, come dargli un nome, come possederlo; non ce l’hai mai fatta perché ogni espressione non è mai stata capace di definirlo, di comprenderlo fino in fondo: c’è sempre stata una sete che non poteva esaurirsi.

La vita è così: accende forti passioni per farci alzare lo sguardo all’infinito, anche se noi facciamo finta che ci possiamo accontentare di qualcosa che vale molto meno: i soldi, il potere, il sesso fine a se stesso.

Ma nessuno si inganna con se stesso: sono tutte “pezze” di felicità che cercano di tappare un colabrodo che è la nostra vita e che fa acqua da tutte le parti.

Per noi cristiani una esperienza della stessa profondità dell’amore è l’Eucarestia, anche molto di più: questa semplicissima cena, in cui Gesù anticipa nei gesti, nei segni, nel pane e nel vino l’offerta di sé per la pienezza di vita del mondo, per colmare la sete di amore dell’uomo, per proporsi come riferimento alle nostre ricerche e alle nostre paure.

Proviamo brevemente a contemplare questo momento intenso, tragico, coinvolgente: immaginiamo di esserci tutti noi.

Quest’anno purtroppo lo possiamo soltanto proprio immaginare, non vediamo i segni perché non possiamo andare in chiesa, non possiamo partecipare a questa ri-presentazione in cui riviviamo l’ultima cena: possiamo soltanto “guardarla” alla Radio, a una TV o un tablet .

Però, per una sera voglio immergermi: Stasera ci sto anch’io.

Gesù tra l’annuncio di un tradimento e la crocifissione, prende tra le mani i piedi degli apostoli e li lava: quest’anno chi lava i piedi degli apostoli sono tutti quei medici e infermieri che stanno a curare, a consolare e confortare con grande dedizione i nostri malati.

Gesù – dicevo – ha preso tra le mani i piedi di ciascuno di noi, ha pensato a tutti i nostri percorsi sbagliati, le nostre fughe da lui, le nostre avventure incoscienti, i nostri tradimenti, ma prende tra le mani anche i piedi dei dottori, degli infermieri, delle persone che rischiano la vita per i nostri malati.

Stasera però Gesù vuol andare oltre e ci lava la vita.

E ci fa il suo più grande dono: “Vi dico che sono allo snodo fondamentale della mia missione: vi do la Mia Vita, perché vi voglio troppo bene. Non posso permettere più che il male sia l’ultima parola sui vostri sentimenti, sui vostri affetti, le vostre azioni, i vostri corpi e le vostre relazioni: questo pane spezzato e questo vino versato saranno sempre il segno di un dono senza rimpianti, di una vita donata senza ripensamenti; saranno il segno del Mio Corpo dilaniato e del mio Sangue versato per Amore, solo per Amore: il mio stesso corpo e il mio stesso sangue. E potrete sempre rifare questi miei gesti e ogni volta che li rifarete Io sarò lì ancora a dirvi che vi voglio bene, a dirvi che non immaginate che Padre avete nei cieli, a ricordarvi che è finita la schiavitù, che l’ultima parola non è la morte, anche se in cuore avrete odio, anche se userete questi miei segni per farvi belli, in una Chiesa dove state soltanto per dovere, in una comunità che usa la Messa per truccare l’odio e la falsità, anche quando i gesti li compirà un prete senza fede, senza amore, pieno di ambizioni: è un dono, per sempre, senza ripensamenti o nostalgie.

Ricordate che “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 24): questo è il paradosso a cui siamo chiamati anche stasera.

Se noi ci arroghiamo di essere i padroni della vita, la perdiamo.

La storia di ogni giorno ce lo insegna: non arrogandoci la vita per noi, ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla.

Questo è il senso ultimo della Croce, che domani metteremo al centro ancora di più del nostro essere cristiani: non prendere per sé, ma dare la vita.

E noi lo supplichiamo che ci lavi dalla nostra epidemia.

Abbiamo affidato alla medicina la purificazione che dobbiamo responsabilmente favorire e aiutare, ma c’è da lavare anche il nostro cuore che in questi tempi per molti di noi si è rattrappito nell’egoismo.

9 Aprile 2020
+Domenico

Il tradimento: un tarlo che può rovinare tutto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 21-33.36-38)

Anche nei cuori più puliti, nelle intenzioni più belle e sincere, nelle amicizie più profonde c’è sempre la presenza di un tarlo che può rovinare tutto: il tradimento.

Lo abbiamo provato tutti nell’età dell’adolescenza, quando avevamo trovato un amico, una amica, che speravamo fosse la nostra ancora di salvezza, il nostro punto di confidenza … speravamo che fosse il superamento della nostra solitudine e poi … ci siamo visti le nostre confidenze messe in piazza, i nostri sentimenti buttati in pasto a tutti, soprattutto l’amico, con cui avevamo fatto patti di acciaio, farsi ostile e nemico, con il vantaggio di avere in mano tutti i nostri punti più deboli: traditore.  

Gesù passa attraverso questa dolorosissima esperienza, non nei giochi di una adolescenza, che per prove e difficoltà si fa più forte nell’affrontare la vita, ma nel pieno della sua missione.

E’ stato tradito: aveva riposto tutte le sue speranze nei dodici, ma aveva sempre avuto grande rispetto della libertà di tutti.

Giuda e Pietro siedono alla stessa mensa, a quella cena intima che Gesù ha voluto consumare prima degli eventi definitivi della sua missione: ambedue apostoli, ambedue collaboratori stretti di Gesù, ambedue alle prese con la propria coscienza, le  proprie paure, ambedue con un rapporto di amicizia con Gesù.

E satana scatena la sua battaglia, si insinua nelle loro vite, ne sfrutta le debolezze: Giuda lo tradisce con un bacio, Pietro con la paura. 

Gesù li ha chiamati entrambi, ha voluto far nascere nel loro cuore la sua passione per il Regno di Dio.

Giuda era un poco di buono, Iscariota è parola vicina a sicario; Gesù accetta la sfida: se vuoi puoi farti affascinare da un amore più grande di quello che provi oggi; Giuda era stato scelto per essere apostolo, chiamato all’intimità con Gesù, a partecipare al suo progetto di mondo nuovo, a partecipare al suo amore, alla sua missione, ma ha scelto di abbandonare e ha creduto che il peccato fosse più grande della misericordia. 

I trecento denari con cui aveva valutato quel vaso che aveva sentito infrangersi nella casa di Lazzaro qualche sera prima, al cambio del tradimento sono solo trenta miseri denari, tanto poco è valutato Gesù dai sacerdoti del tempio.  

Non ha capito che poteva sempre e solo sperare, perché Gesù è la speranza vera di ogni vita: anche là dove si costruisce la tana dei disperati, c’è sempre uno spiraglio di bontà.

La luce della speranza si insinua in ogni fessura e vince

E abbiamo visto in questi giorni quanta bontà hanno espresso ed esprimono le persone che si sono messe al servizio degli altri in questa durissima prova dell’epidemia.

In questi giorni, guardando alla sofferenza di Gesù vogliamo essere consapevoli di non essere mai soli nel dolore, perché Gesù ci è passato dentro alla grande, e ne porta ancora i nostri pesi. 

8 Aprile 2020
+Domenico