Vegliare, pregare, cercare con tenacia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

La vita dell’uomo è fatta di tante attese,  non tutte  vere, non tutte capaci di tenere l’animo sveglio e attento al bene, alla manifestazione di Dio: attende la mamma il suo bambino nella lunga gestazione, attende il ragazzo la sua ragazza all’uscita dalla scuola, attende il malato i risultati delle analisi, attende il giovane l’esito dell’ennesimo colloquio di lavoro, attendono i genitori che cigoli la porta di casa alle cinque del mattino per tirare un sospiro di sollievo: è tornato vivo! Attende il bambino il sorriso del papà al suo ritorno da scuola, attendono gli immigrati il permesso di soggiorno in fila fin dalle prime luci del mattino, attende l’anziano nella casa di riposo la visita di qualcuno che gli ricordi di essere vivo; attendono gli affamati un pane, gli esiliati la patria, tanti bambini la pace e non la sanno nemmeno immaginare tanto sono abituati a vivere sotto i colpi dei mortai.

Non è attesa invece quella del terrorista che ha già la mano sulla cintura esplosiva o sul telecomando del detonatore, non è attesa quella del pedofilo che sta tirando le maglie dei suoi ricatti, non è attesa la lunga coda di automobili che dobbiamo subire ogni giorno per andare e tornare dal lavoro; non è attesa l’aria greve che prende la piazza per l’arrivo dello spacciatore o l’appostamento lungo la strada per comperare il corpo di qualcuna o di qualcuno; non è attesa la solitudine di chi dopo tante tergiversazioni prende la finestra di corsa; e nemmeno quella dell’usuraio che ogni giorno torna a misurare il sangue succhiato ai poveri …

E’ attesa la tensione verso la vita, quella degli altri, la mia, quella del mondo; non è attesa la velocità dissennata per le strade, che disprezza la vita degli altri e la propria, quella percezione o orientamento alla  morte che spesso abita le nostre esistenze.

L’attesa vera di una meta alta, dello stesso Signore che viene, ha la capacità di tirarti dentro tutto, di trasformarti, di ridefinire la tua stessa identità, di farti crescere e capace di rimodulare la tua esistenza su quello che attendi: è una forza potente per concentrare energie, per dare organicità ai nostri molteplici impulsi, per canalizzare le qualità personali e di gruppo … questo ci dice Gesù quando ci invita a vegliare ad attendere il Signore che passa sicuramente nella vita di ogni persona, perché Lui non ci abbandona mai.

Santa Monica è stata una mamma cristiana, la mamma di sant’Agostino, che ha vissuto tutta la sua vita implorando Dio che aiutasse il figlio Agostino a cambiare strada, a convertirsi al Signore, tanto cercato, ma sempre velato un po’ dalla condotta libertina, molto da ricerche filosofiche.

E la Mamma di Sant’Agostino è vissuta continuamente in attesa.

Agostino ha fatto ricerche anche oneste che poi hanno dovuto aprirsi a Gesù, e quando questo è avvenuto la mamma era felicissima, e ha chiesto pure di morire perché il suo compito era stato raggiunto.

27 Agosto 2020
+Domenico

Guai a voi: Pane al pane e vino al vino

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23,27-32)

 La nostra è una società dell’apparire, dell’immagine, degli occhi e non del cuore e dell’intelligenza, lo diciamo spesso … forse è un tributo che dobbiamo pagare alla invasione di immagini nella nostra comunicazione: infatti non c’è mai stato un tempo in cui i rapporti tra le persone, gli eventi, le cose fossero così legati alle immagini, tanto che se non appari non esisti, se non sei visto non conti, se non traduci il tuo pensiero in immagini non sei capito.

Il progresso non è mai per definizione contro l’uomo, occorre però che l’uomo, a mano a mano che amplia le sue capacità comunicative, cresca interiormente e solidifichi i valori fondamentali del suo vivere.

E’ talmente vero tutto questo che anche in tempi non sospetti, tempi in cui di immagini non si parlava, né si usavano, Gesù dovette mettere in guardia dall’apparire, dal dare importanza solo a quello che si vuol far vedere.

C’è una interiorità della persona che è assolutamente prima di ogni immagine di essa: Il sepolcro può essere bello fuori, ma dentro è pieno di ossa; è l’interiorità che conta davanti a Dio, è la coscienza, è l’immagine interiore che ciascuno si costruisce nel segreto del suo rapporto con il Signore.

E’ questione ancora di apparenza quando ci si riferisce al passato e si prendono le distanze dalle responsabilità di chi ci ha preceduto e si pensa che gli errori fatti da loro non possano essere anche i nostri.

Occorre un giudizio vero, ma sempre capace di cogliere che anche noi spesso non saremmo stati migliori di chi ci ha preceduto.

E’ sempre Dio che ci dà la grazia di vivere bene: se fosse solo per noi il mondo sarebbe già caduto in rovina!

E’ tipico della nostra ipocrisia far fuori la gente e dopo pochi anni fare un monumento: certo la colpa non è stata nostra, ma di chi ci ha preceduto, ma forse abbiamo ancora lo stesso cuore, la stessa cattiveria, e non siamo disposti a convertirci, e così ritornano guerre, ingiustizie, perché non abbiamo il coraggio di imparare la lezione della storia, cambiando il nostro cuore.

C’è adesso la mania di buttar giù tutti i monumenti fatti: la storia non si cambia però!

Nessuno si può chiamare fuori dalla storia dell’umanità: importante è capire che dobbiamo sempre essere alla sequela di Gesù, dobbiamo sempre seguire Gesù, che ci aiuta a costruirne una nuova di umanità, nel suo amore e nella sua giustizia, ma questo è compito di una vita per noi, è compito di tempi lunghi per uno stato, di tempi abbastanza ampi per un continente … per il mondo insomma.

E’ la storia nostra, e dobbiamo continuamente portarla in questa direzione.

26 Agosto 2020
+Domenico

Non può essere tutto grigio, sempre

Una riflessione sul Vangelo Secondo Matteo (Mt 23, 23-26)

Accovacciate sempre in noi abbiamo delle deviazioni culturali, pratiche o legalistiche: sono da riconoscere e non farcene dominare per non uccidere come Caino, il fratello e il nostro essere figli.

Le parole di Gesù richiamano le famose “invettive” dei profeti: servono per scuotere la nostra pericolosa tranquillità del male, una sorta di pace perniciosa; al bianco e al nero preferiamo di solito la confusione indistinta del grigio uniforme.

I guai che Gesù lancia agli scribi e farisei nei loro comportamenti ipocriti sono invettive all’ipocrisia che spesso si confonde proprio col grigio, ma dentro c’è rapina e imbroglio.  

La nostra è la civiltà della fotografia, del montaggio, del virtuale, della trasformazione della realtà attraverso le immagini: le immagini ti creano belle emozioni, ti permettono di godere a lungo di momenti che sarebbero fuggenti ricordi, puoi analizzare i particolari, fermare un sorriso, uno sguardo, un sentimento … siamo stupiti di vedere certe fotografie che ti rendono vicino chi non potresti mai accostare, che ti portano in casa avvenimenti che non potresti mai sapere che esistono, ti fanno partecipare a un dolore e a una gioia che definiscono il tuo essere fratello universale.

Serie di immagini costruite ad arte però possono portare all’inganno: le chiamano appunto “fiction”, finzioni, rappresentazioni mirate della realtà o della fantasia, simboli del reale, spesso creati per trarre in inganno, non per comunicare, ma per soggiogare, per vendere … e nel gioco entra anche la vita delle persone che fanno consistere l’esistenza nell’apparire e non più nell’essere; quello che conta è l’immagine, non più la coscienza.

Gesù nel vangelo lancia una serie di “guai” a gente proprio come questa, che guarda alla forma esteriore, cura l’immagine, e nasconde una interiorità di peccato, di ingiustizia, di male. 

La vita è un bicchiere pulito ed elegante all’esterno, un piatto sfavillante, che dentro si porta rapina e intemperanza: è un invito a dare all’interiorità, alla sorgente del misterioso, ma vero, necessario, intenso rapporto con Dio che è la coscienza il posto decisivo.

E lì nel profondo di un dialogo dell’anima con Dio … è li che nasce la dignità e la nobiltà dell’uomo, la disponibilità alla sua Parola che è come spada a doppio taglio che penetra nell’intimo e dirime il bene dal male.

La coscienza non è una piazza, non è una fiction: è la tua identità di fronte a Dio e deve diventare la tua vera faccia di fronte a tutti gli uomini; non è rifugio nell’intimità, ma coraggio di partire dall’interno di giustizia e di pace per diffondere ovunque, soprattutto all’esterno, anche nelle immagini, anche nelle fiction ciò che veramente abita nel cuore dell’uomo.

Ci fosse più attenzione alla coscienza, cambierebbe anche tutto il mondo comunicativo con le immagini, che sono una faccia dell’anima, non la maschera del cuore e della verità.

Qui nel profondo della coscienza c’è sempre quel Dio che non ci abbandona mai.

25 Agosto 2020
+Domenico

Schietto, deciso, generoso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 43-51)

Si trova ancora gente schietta, che dice pane al pane e vino al vino, che non usa mille circonlocuzioni per dire quello che pensa, perché vorrebbe far capire e non capire.

Qualcuno ha imparato l’arte del politichese: non riesci mai a capire che cosa ti promette e che cosa ti nega; non è da meno l’arte dell’ecclesialese, del parlare di Dio complicandolo in maniera tale da aggiungere confusione anziché introduzione al mistero grande e bello di Dio, che si è fatto comprensibile nel Vangelo che è la sua parola fatta carne, che ha voluto proprio mescolarsi a noi per comprenderci e farsi comprendere.

In genere sono i giovani i più schietti, quelli che non hanno ancora maschere, che preferiscono andare al cuore della questione; qualcun altro invece – ed è più grave se è un adulto – è invece insolente, buzzurro, grossolano dice quello che pensa, ma non pensa quello che dice.

E’ del primo tipo invece quel giovane – si chiama Natanaele – che Gesù vede da lontano un po’ discosto dai suoi amici che invece sono andati diritti a Gesù per dirgli la loro voglia di stare con Lui.

Natanaele ha delle riserve, si è fermato al sentito dire, alle beghe di paese, alle voci che circolano sempre in ogni piccola borgata per mettere la zizzania anche nel Padre nostro.

C’è qualcuno che ha la vocazione a tagliare panni addosso alla gente, a seminare dubbi, a inserire sospetti, a far trionfare il disprezzo, e Natanaele, seguendo radio scarpa, pensa fuori dai denti e lo dice pure ad alta voce vedendo Gesù, che gli hanno presentato come proveniente da Nazaret: ma che può uscire di buono da Nazaret, da un paese da fame, da una borgata dimenticata da Dio e dagli uomini?!

Gesù non s’offende, ammira la schiettezza, ma lo provoca a sua volta: sei pulito, sei integro, non fai complimenti, non ti nascondi dietro maschere, ma queste tue doti devi lanciarle su orizzonti più ampi … “Mettile al servizio del Regno di Dio, mettiti a parlare agli uomini con schiettezza che c’è un Dio che ci ama, vieni con me a fare vangelo, a produrre notizie vere e non affittare la tua bella intelligenza ai luoghi comuni, ci sta.”

Natanaele scatta sorpreso, ci sta; qualche giorno dopo sarà con Lui alle nozze di Cana, perché lui è di Cana e a Cana nascerà proprio la speranza, che da apostolo convinto e deciso col nome di Bartolomeo porterà nel suo annuncio al mondo intero.

Un apostolo schietto, deciso, verace.

24 Agosto 2020
+Domenico

Pietro sei una Pietra incrollabile per la mia Chiesa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-20)

Audio della riflessione

Ci sono spesso delle domande che qualcuno ti fa e che non ti aspetti, e che ti mettono pure in difficoltà … per esempio questa: chi sono io per te? Non è crisi di identità, ma è voler sapere che relazione ho con questa persona. Immaginiamo quanto può essere delicata, se la fa un marito a sua moglie o viceversa, dubitando magari di un amore tra di loro che si sta scolorendo; se la pongono papà e mamma ai propri figli perché si sentono solo portinai di un albergo.

E’ così anche quando la pone Gesù ai suoi discepoli che da molto tempo si frequentano, si scambiano esperienze, condividono gli stessi ideali; certo Gesù parte in forma indiretta: chi dicono gli altri chi io sia – cosa che pure gli interessa sapere da loro – ma poi va al centro: “e voi che dite? Chi sono per voi?”

Non è un sondaggio di opinioni, ma a Gesù sta a cuore sapere se gli apostoli sono stati capaci di andare oltre la scorza viva, ma non facilmente penetrabile, la scorza della sua umanità, dentro il suo grande segreto che non una volta sola tenta di svelare loro.

Loro saranno i continuatori della sua opera, del suo sogno di salvezza piena.

La risposta decisa, come sempre fa Pietro, che poi spesso viene smentito, è occasione per Gesù questa volta non di correggere Pietro perché in genere è pieno di slancio, non sempre forte e profondo, vero e necessario, ma di investirlo della sua personale e unica responsabilità di condurre la chiesa a nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo. Potremmo dire che è l’esito del primo conclave, senza le fumate e la loggia delle benedizioni, se non banalizziamo forse troppo quanto gli dice Gesù: è un atto di somma fiducia, di grande amore, di tenerezza di comprensione, di responsabilità divina.

Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa.

Il primato di Pietro fu occasione di tante separazioni antiche e recenti, in Oriente e Occidente. Il sevizio chiesto a Pietro all’unità nella fede e nella carità è stato spesso scandalo, motivo di divisione.

Non è poi sempre facile vedere in quale misura ciò sia dovuto al cattivo modo di servire e in quale invece alla inevitabilità dello scandalo stesso della verità, che è sempre segno di contraddizione.

Anche l’identità di Gesù, vero uomo e vero Dio, è stata ed è occasione di tutte le eresie. Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente: questa è la fede cristiana trasmessa a noi dagli apostoli e che loro hanno maturato alla scuola viva di Cristo.

E non possiamo concludere che con un grande augurio a papa Francesco e una costante preghiera per il suo servizio petrino come lui stesso ci chiede.

23 Agosto 2020
+Domenico

La Parola di Dio non è legge, ma comunione con Lui

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23, 1-12)

Audio della riflessione

Le leggi sono certamente necessarie: l’uomo senza di esse non vive e nemmeno può vivere con gli altri. Sono positive se nascono dallo Spirito, se vengono dall’amore e portano all’amore che è il compimento pieno della legge, e diversamente distruggono la vita da figli, in un miserevole  qualunquismo, senza diversità e alterità.

Ogni istituzione , spontaneamente tende ad autoconservarsi centrandosi su di sé.

Ma dice il vangelo che chi vuol salvare la sua vita la perde e solo chi  perde la sua vita per amore del Signore la salva. Se poi chi legifera pone  la sua bravura nel far fare agli altri quello che lui nemmeno si sogna di fare, siamo all’ipocrisia crassa.

L’ipocrisia è la firma di chi pone sempre al centro se stesso e non il Signore: la voglia di occupare sempre il centro, di farsi vedere, di apparire, di essere onorato e considerato, di stare al di sopra della media è sempre una grande tentazione per tutti. La vita che abbiamo sembra non abbia sapore se non siamo gente che conta, senza il plauso degli altri.

Capita allora che abbiamo un compito importante da fare e quel che conta è la nostra persona e non il compito che dobbiamo fare: così era dei farisei, che erano dedicati a far conoscere al popolo la Legge, la Parola dei profeti, ma mettevano al centro se stessi, non più la Parola di Dio.

I cristiani invece sanno che il centro di ogni servizio della fede è Gesù: Lui solo è il maestro e noi dobbiamo sempre essere discepoli, Lui solo è buono e noi abbiamo sempre bisogno della sua bontà, Lui è il nostro Dio e noi siamo sue creature.

Questo ci dà forza quando cadiamo per la nostra debolezza e dobbiamo sempre avere il coraggio di annunciare la sua parola: se annunciassimo solo la Parola che sappiamo mettere in pratica saremmo sempre tutti muti; invece se mettiamo Dio al centro, se Gesù occupa il primo posto nella nostra vita, potremo sempre dire a tutti che assieme dipendiamo da Lui, che abbiamo bisogno di farci salvare da Lui, tutti, perchè Lui solo è il maestro e lo supplichiamo di darci la grazia di potergli essere fedeli.

Tanti di noi sono papà, sono padri, ma sappiamo che uno solo è il vero padre di tutti, Dio: da Lui impariamo la paternità, è Lui che ci aiuta a fare il padre, oggi soprattutto che è difficile esserlo con amore, ma anche con decisione, con forza, con lungimiranza e con generosità, pensando al vero bene dei figli e non a ricatti affettivi.

Molti di noi sono insegnanti, maestri, ma uno solo è colui che ci insegna la verità, noi spesso la tradiamo, la abbassiamo alle nostre opinioni, ai nostri mutevoli sentimenti! Il nostro insegnare deve essere sempre ispirato a Gesù, alla sua tenacia nel vivere e morire per la verità, non per le ideologie che vogliamo imporre senza rispetto della libertà.

Paternità e insegnamento sono sempre servizi e mai poteri.

Alzare sempre lo sguardo a Lui irrobustisce la nostra vita: se guardiamo sempre a noi e facciamo di tutto per stare al centro, saremo sempre dei poveracci frustrati e non felici di vivere per qualcuno, come esige la nostra vocazione e al nostra felicità.

22 Agosto 2020
+Domenico

La persona è sempre trasparenza di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22, 34-40)

Audio della riflessione

Ci sono dei periodi nella vita in cui le uniche cose che ti interessano sono quelle concrete, quelle che vedi, che tocchi, che possiedi: rischi di farti ingoiare dal fare, dalle cose, dal denaro, dalle realizzazioni … tutto quello che ha senso nella vita è qui dentro ben percepibile, palpabile, “è immanente” – diciamo con le parole difficili.

In altri periodi invece hai bisogno di aria fresca, di poesia: hai sete di cose che non finiscono, di spiritualità; vedi fino all’evidenza che il senso non sta nelle cose, che quattro soldi non possono decidere tutto, che la tua vita è portata sulle mani di qualcuno che sta oltre.

Hai bisogno di un “trascendente”, di uno che va oltre: O ti schiacci su un orizzonte o ti astrai in una fuga.

Era anche questa la domanda che la gente faceva a Gesù: Tu che te ne intendi, che dici parole che vanno dritte al cuore, ci aiuti a trovare la strada vera della vita? Siamo condannati a restare divisi in cerca di fragili equilibri che non ci lasciano mai soddisfatti o ci puoi indicare la strada vera dell’esistenza? Sono le cose che ci misurano o è possibile una fuga consolatoria?

E Gesù: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso. Se hanno un senso le vostre tradizioni, se ha un senso quella legge che tanto venerate, se ha un significato per noi quanto ci hanno detto i Profeti è solo perché vi dicono questo.”

Né trascendenza (oltre), né immanenza (dentro), ma trasparenza: A Dio devi giungere, ma lo incontri se passi dall’uomo! L’uomo, la persona, devi servire, ma non ti puoi fermare, lui è trasparenza di Dio, immagine, continuo rimando a Lui.

L’uomo vivente è gloria di Dio e vita dell’uomo è la visione di Dio, diceva Sant’Ireneo.

È un modo originale di pensare Dio, di pensare la vita, di vivere atteggiamenti religiosi. Nel cristianesimo non c’è spazio per la fuga dalla vita e nemmeno timore di restarne imprigionati, c’è sempre una trasparenza da guadagnare, un Dio da incontrare nell’uomo e un uomo da vedere in filigrana in Dio.

Per questo il segreto della vita è l’amore, l’azione più alta in cui possiamo identificarci, sicuri che se è vero amore non è né una fuga, né una prigione ma la vita stessa di Dio, che ogni persona può sperimentare già cominciare a sperimentare nella sua quotidianità, nel suo vivere ogni giorno i suoi rapporti e le sue relazioni, con grandi soddisfazioni o poche soddisfazioni, ma dentro concretame in quello che ci sta a cuore, e che vogliamo vivere sempre bene.

21 Agosto 2020
+Domenico

A vivere in questo mondo siamo invitati come a una festa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 22,1-14)

Audio della riflessione

Il senso del nostro vivere sarà sempre un grande e affascinante mistero: qualcuno ci dovrà sempre aiutare a capire perché un giorno abbiamo cominciato a vivere, come questa vita che ci sembra tanto fragile non si spegnerà più, ma rimarrà indelebile nell’universo … c’è stato qualcuno che ci ha chiamato all’esistenza o siamo frutto di una combinazione tra le infinite possibili?

Non solo questa vita non è nata a caso, ma questa nostra esistenza è un invito per ogni uomo e per ogni donna a un banchetto di nozze: non siamo nel mondo a caso e non ci siamo senza meta; non solo, ma la vita dell’uomo sulla terra si configura come regno di Dio, come regalo di amore di un Padre.

Accettare la vita, quando non sapevamo che cosa era, è stato facile: ci siamo mostrati subito entusiasti, esigenti, egocentrici, attaccati; non abbiamo detto di no. Da bambini ci ha pensato l’istinto della conservazione a sostenerci, l’amore di chi ci ha generato a coltivarci.

Poi viene per tutti  l’invito a un salto di qualità: Ci stai a fare della tua vita un dono? Un’opera d’arte? Ci stai a passare dall’istinto all’amore, dalla necessità al progetto, dalla dipendenza obbligata alla collaborazione, dalla barbarie dell’egoismo alla civiltà dell’amore?

E’ l’invito a nozze del Vangelo, è la passione d’amore incontenibile che ha riempito la vita di Gesù e che lo ha portato sulla croce.

E sono cominciate le nostre risposte: “ah, ma io che ci guadagno a lasciare i miei affari, a uscire dal mio comodo loculo, a tagliare le fasciature dorate delle mie abitudini? Perché non mi posso costruire i miei piaceri, o godere la mia sessualità, o accumulare soldi e comprare affetti? Perché non bado solo ai fatti miei e mi costruisco il mio regno, il mio mondo?”

La vita non è più stata vista come un invito, ma come un possesso: due tappi alle orecchie, due mani sugli occhi, e una pietra al posto del cuore.

Ma la forza di Dio è inarrestabile: non pone condizioni, al suo banchetto ci possono stare tutti. L’invito deve arrivare, non c’è ufficio postale che seleziona: la sua mailing list ha gli indirizzi di tutti, nessuno può fare da filtro, soprattutto quelli che hanno accettato il suo invito.

Con chi lo segue è esigente: nessuno può illudersi di sentirsi a posto!

La vita è sempre una sorpresa, si porta dentro sfide nuove. Se poi questo banchetto è la vita cristiana, è l’esperienza di una comunità credente, è la vita di fede, questa ha sempre bisogno di prendere il largo, ha bisogno di conversione, di vigilanza, di misura alta … e noi  oggi decidiamo di assumere modi di vivere questa misura alta della vita cristiana; in questa celebrazione festiva vogliamo invocare Dio perché in Gesù morto e risorto ci illumini il cammino, ci renda coscienti dei nostri errori, condizione necessaria per avere una veste nuova, e ci dia la forza di compiere sempre la sua volontà, per realizzare con Lui il suo regno.

20 Agosto 2020
+Domenico

Né commercio, né pretesa con il Signore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 20, 1-16)

Audio della riflessione

Se c’è una logica che ci caratterizza tutti è la logica del possesso e della pretesa: questo è mio; ho un diritto sacrosanto di essere pagato; questo  mi spetta e non devo chiederlo a nessuno…

Il Vangelo di oggi, che tratta di lavoratori chiamati a lavorare in vari momenti della giornata e alla fine la sorpresa di essere pagati tutti allo stesso modo … questo Vangelo non è un trattato di economia, ma inscrive nella nostra mentalità un atteggiamento diverso di fronte alla vita, che non può essere mai ridotta a commercio o a scambio.

Davanti a Dio nessuno può vantare titoli di credito per ciò che è puro dono di grazia: è in contrasto con l’etica del capitalismo, materiale o spirituale.

Non è contro la legge o la giustizia: infatti agli operai della prima ora e a tutti gli altri viene dato ciò che è stato pattuito. Siamo però invitati a capire che la legge e la giustizia di Dio è quella dell’amore e della liberalità; la sua retribuzione eccede ogni merito: è un  premio dato a tutti per misericordia.

Nel nostro mondo a modello commerciale, dove quello che più conta è la capacità di barattare, di stabilire accordi, scambi vantaggiosi, condizioni favorevoli, sfruttare l’occasione, intuire le debolezze del compratore per fare guadagni, farsi creativi nel collocare la nostra merce, pensiamo che il nostro rapporto con Dio sia un grande commercio.

L’idea forse la danno anche certe nostre pratiche di rapporto con le cose sacre, con i sacramenti, con le offerte, con i servizi liturgici, con gli oggetti sacri, le visite ai santuari … spesso li facciamo diventare luoghi di commercio anziché di incontro tra la nostra povera vita e la grandezza di Dio.

Crediamo di poter commerciare la nostra salvezza, di comperare la sua misericordia, di sostituire l’amore vero profondo, con le nostre cose, di tenerci il cuore e di dare a Dio solo le cose che abbiamo … e allora accampiamo diritti, rimproveriamo Dio perché non tiene conto di quello che abbiamo fatto, riteniamo di esserci guadagnati il paradiso, una vita bella, felice, solo perché noi abbiamo dato, abbiamo fatto, abbiamo vissuto in un certo modo.

Sono tanti nel Vangelo gli episodi e le parabole che ci mettono in guardia dal trattare Dio come un commerciante, dal vedere la vita credente come un investimento di potenza e di mezzi, come  insomma un grande “do ut des”, ti do perché tu mi dia, un baratto con pretese e furbizie: è così la vita del tempio, quando Gesù rovescia le bancarelle dei cambiavalute che hanno fatto diventare la casa di Dio una spelonca di ladri, una borsa di contrattazione; è così quando Gesù mette al centro i bambini come segno di una vera appartenenza al regno di Dio; è così con la parabola dei lavoratori che vengono pagati tutti allo stesso modo dal padrone a partire da quelli che secondo i nostri calcoli hanno lavorato di meno, hanno meno diritto di essere ricompensati di altri.

Gesù qui è molto deciso: “Prendi il tuo e vattene, devo chiedere a te come posso usare la mia bontà, vuoi essere tu a regolare il fiume della mia carità, l’irruenza del mio amore? Sei tu che butta sangue da ogni poro della mia pelle per amore di questi uomini? Credi che ci sia un prezzo per la vita che io volentieri do per tutti? Ti sei fatto un qualche diritto sul mio sangue, sulla mia gioia di dare senza riserve?”

Gesù non è ingiusto e l’amore suo per noi non ha misura: dobbiamo esserne solo contenti!

19 Agosto 2020
+Domenico

La ricchezza ti può fasciare il cuore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 23-30)

Audio della riflessione

Essere ricchi, si dice, è una fortuna: non hai problemi quando devi comperare qualcosa, hai il cibo assicurato, non rischi di rimanere senza casa, non ti prende l’assillo delle scadenze delle bollette, degli affitti, del mutuo … ti puoi divertire di più, puoi permetterti qualche avventura, puoi viaggiare, ma non ti puoi comperare né il tempo, né la vita.

Anzi, dice il Vangelo, se sei ricco non passi per la porta stretta della felicità senza fine, del paradiso: un cammello non passa per la cruna di un ago … abbiamo tentato con tante belle interpretazioni di allargare questa cruna dell’ago, immaginando che fosse una porta stretta e bassa, ma non così minima.

Al Vangelo non si possono fare sconti: la ricchezza può essere un dono di Dio, ma anche una tremenda “fasciatura”. Il discorso che fa Gesù non è di tipo marxista, non ce l’ha a morte con i ricchi, che vede solo come ingiusti e ladri, non lotta per la dittatura del proletariato, ma guarda dentro la coscienza delle persone che si affidano a quello che hanno, continuano ad accumulare, se lo tengono ben stretto e non si accorgono che perdono la pace interiore, muoiono dentro e proprio perché muoiono dentro fanno morire anche fisicamente altri di fame, e diventano ingiusti.

Sappiamo tutti che i soldi non fanno la felicità, ma tutti li cerchiamo come se fossero la soluzione dei nostri problemi. Sappiamo tutti che i mali più grandi della società, le nostre semplici e tranquille amicizie, le nostre stesse relazioni parentali spesso sono rovinate per quei quattro soldi, per cui litighiamo e che tra l’altro non ci sono necessari per vivere, eppure la tentazione è sempre grande.

 Chi ha, continua ad accumulare, non si accontenta, non s’accorge che rovina la famiglia, che non segue i figli, che all’interno di una casa c’è di tutto, ma manca il necessario: il sorriso, la comprensione, la gratuità, lo stare in compagnia, il tempo, la stessa preghiera.

Come ci possiamo liberare da tutto ciò? Come si può invertire questa corsa sfrenata?

Dice candidamente il Vangelo: se non è possibile agli uomini, è possibile a Dio! E’ da un nuovo rapporto di fede con Dio che si può vincere l’incanto della ricchezza, è la contemplazione di lui povero che ci può far cambiare vita e aiutare a dare al denaro il suo semplice e giusto posto, solo per vivere e fare dono come Dio ha fatto di sé con noi, senza mai abbandonarci.

18 Agosto 2020
+Domenico