Liberi e felici è il dono che Dio ci fa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19,16-22)

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Voglio una vita alla grande: non mi bastano le mezze misure, non sono più appagato dallo stare a parlare … questa vita mi passa via e non me ne accorgo.

Sono stanco di stare a guardare, voglio mettermi nella mischia. Hai una ricetta di bontà da eseguire, il tuo segreto dove sta? Come fai tu ad essere così felice, a farti ascoltare da tutti? Quale è la formula vincente della vita?

Era la domanda ingenua, ma vera, che un giovane è andato a fare a Gesù: è la domanda che forse anche tanti di noi si sentono di dovere fare a Dio. Dove sta il segreto di una vita pienamente realizzata?

Se vuoi entrare  nella vita: osserva i comandamenti: Gesù lo mette di fronte alla sua vita, ai comportamenti normali di tutti, a quella legge naturale che fa da sola una certa bontà e il giovane è di quelli che queste cose le fa già, ma probabilmente non gli dicono niente.

Tutte queste cose le ho osservate. Che cosa ancora mi manca? 

C’è un altro giovane nel Vangelo che si trova in questa situazione: tutto a posto, tutto in regola, tutto casa e chiesa, azienda e babbo, tutto stalle e vitelli. “Io non sono di quelli che fanno storie, quello che c’è da fare lo si fa. Ogni giorno ha i suoi contrattempi, ma si può ben resistere.” E’ il figlio maggiore della parabola del padre misericordioso, che noi diciamo “Figliol Prodigo”.

Non s’accorge che è spento dentro, non c’è più niente che lo entusiasma. Si è abituato ad amare di più i vitelli del padre che suo padre. Non si fa più domande, ha soltanto da riscuotere nella vita.

Il giovane ricco almeno si è accorto che c’è qualcosa che non gira! Che cosa mi manca?  E Gesù gli dice: sei troppo attaccato a te stesso: e gli spara quella raffica di verbi, che sono i verbi della felicità: va, vendi, regala, vieni e seguimi. Staccati da tutto e sta con me.

Sei infelice perché ti riempi di cose, non ti decidi per niente e per nessuno. La vita è bella se ne fai dono, non se la rubi agli altri. Qui sta la tua infelicità.

Quel giovane sta troppo comodo nel suo loculo, col suo cellulare, con la sua automobile, con il suo cavallo o la sua moto, con le sue avventure e non ha forza di fare niente di questo e resta infelice. Come spesso restiamo pure noi.

Gesù ci offre di  vivere come “ da principio”: non solo il rapporto con l’altro, ma anche con i beni del mondo. Questi non sono il fine a cui sacrificare la vita propria e quella degli altri, ma il mezzo da usare tanto-quanto serve per vivere da figli i da fratelli, con piena libertà, senza lasciarci condizionare.

Quello che teniamo in proprio ci divide dagli altri, ciò che doniamo ci unisce, così ci ha creati Dio.

I beni materiali sono quindi benedizione e vita se liberamente condivisi, maledizione se compulsivamente accumulati.

Gesù ci dona di essere uomini e donne liberi, perché da principio tutto è dono: la nostra speranza è proprio nel mettere al centro Lui e fidarci: la felicità è immediata!

17 Agosto 2020
+Domenico

Signore fermati per me

Ispirata da Guglielmo di Saint-Thierry, monaco benedettino poi cistercense

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A volte, Signore, ti sento passare, non ti fermi per me, vai oltre; allora grido verso te come la Cananea.

Oso ancora avvicinarmi a te? Certo, poiché i cagnolini cacciati dalla casa del padrone continuano a ritornare, restano a far la guardia alla casa e ricevono il pane ogni giorno.

Cacciato, eccomi ancora; messo alla porta, grido; malmenato, supplico.

Come i cagnolini non possono stare lontano dagli uomini, neppure l’anima mia lontano dal mio Dio!

Aprimi, Signore! Lasciami arrivare a te per essere inondato della tua luce.

Tu abiti nei cieli, ti sei nascosto nelle tenebre, nella nube oscura; come dice il profeta: “Ti sei avvolto in una nube, così che la supplica non giungesse fino a te” (Lam 3,44).

Io giaccio sulla terra, col cuore come in un pantano … le stelle non brillano per me, il sole si è oscurato, la luna non dà più la sua luce. Sento cantare le tue meraviglie nei salmi, gli inni e i cantici spirituali; risplendono di luce nel Vangelo le tue parole e i tuoi gesti; gli esempi dei tuoi servi …

Le minacce e le promesse della Scrittura di verità sono ben davanti ai miei occhi e vengono a bussare ai miei orecchi sordi … ma il mio spirito si è indurito; ho imparato a dormire di fronte allo splendore del sole; mi sono abituato a non vedere più tutto ciò che così si dona a me… 

Io ti cerco Signore: non aspiro al pane, mi bastano le briciole. Non mi arrogo diritti di figliolanza, mi basta fare il cagnolino che gira tra le gambe dei commensali, prendendo qualche volta calci tra i denti. Non ho pretese di privilegi o di doni, mi accontento di ciò che avanza della tua mensa, perché per me anche una briciola del tuo amore, fa la mia felicità.

Fino a quando, Signore, fino a quando aspetterai a squarciare i cieli, a scendere per venire a scuotere il mio torpore? Possa io non essere più quello che sono! Possa convertirmi e tornare almeno verso sera come un cagnolino affamato.

Cammino per la tua città; è ancora in parte pellegrina sulla terra, anche se  molti dei suoi abitanti con il Covid-19, rubati dalle loro case, staccati dagli affetti più cari, isolati in un purgatorio senza speranza, hanno almeno trovato gioia nei cieli.

Forse anch’io troverò lassù la mia dimora?

San Rocco che hai fermato col tuo amore non una peste sola, tu che con il tuo fedele cagnolino hai visitato e confortato tutti i malati di pandemia, intercedi presso il Signore e fa terminare questa pandemia.

16 Agosto 2020
+Domenico

Mi bastano le tue briciole

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

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Gesù non era un personaggio televisivo, non bucava il video, ma stanava dai cuori speranza e per questo “non poteva restare nascosto, lo cercavano tutti”, dice il Vangelo.

C’è tra la folla una donna coraggiosa, decisa – sfacciata, direbbe qualcuno – che bada più alla sostanza che alla forma. E’ di origine greca, non è del giro degli ebrei, per questo si sente più libera, ma anche più disperata.

Le è stata strappata la figlia dal demonio, le è stato tolto il suo bene sommo; non è più la stessa da quando il demonio gliel’ha stregata: se ne è carpito il corpo, il cuore e l’anima, le ha distrutto tutti i legami di affetto; si sente in casa non solo un corpo estraneo, ma il male in persona e questo male sta in sua figlia, in colei che ha partorito con dolore e segue con indomabile amore.

Sa che c’è Gesù e va da Lui: non le importa niente delle convenzioni sociali, si butta ai suoi piedi; lei straniera, donna, intrusa e disperata, ma con la speranza puntata in Gesù e osa, osa dire quello che il suo cuore le chiede, quello che da tempo sente di affidargli.

“Gesù qui c’è mia figlia, ma il male me l’ha rapita; Tu che sei la vita vera, Tu che ami la gioia di vivere, Tu che non hai niente in comune con il maligno, Tu che sei l’innocente: guariscila, restituiscila alla vita, alla bontà, non permettere che sia preda di un male più grande di noi e che noi non possiamo vincere.”

Gesù sepolto dalla folla rumorosa dei suoi connazionali, avverte che c’è una domanda pressante, una umanità ferita davanti a sé: coglie la disperazione, ma sa di essere circondato da una mentalità arroccata su un’alta concezione di sé.

Dice alla donna quel che la gente pensa: “Ti rendi conto che stai esagerando, non c’è pane per l’estraneo, per l’intruso; ci sono figlie e figli che hanno bisogno di ritrovare salute, appartenenza piena al popolo santo di Dio! Che pretendi, tu che non sei dei nostri?”

Lo pensiamo sempre tutti – e lo diciamo pure – che vogliamo goderci quel che abbiamo e che non ne possiamo più degli intrusi, degli stranieri, dei poveracci che disturbano la nostra già fragile quiete ed equilibrio: stessero tutti a casa loro, noi vogliamo godere della nostra vita da soli; noi abbiamo sudato il nostro benessere e non vogliamo spartirlo; non solo non siamo accoglienti, ma ci appropriamo anche di quello che Dio ci ha dato per tutti.

Ma la donna ha una disperazione nel cuore: questa è fede pura, lo dice anche Gesù, e le briciole che la donna sperava si trasformano in pane della vita, e la straniera, la siro-fenicia, la pagana, l’immigrata si rivede donata, libera, vera, guarita, ricostruita nella sua dignità e nella sua figliolanza la sua creatura, la sua figlia, che prima era del demonio.

16 Agosto 2020
+Domenico

L’arca dell’alleanza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 39-56)

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Ciascuno di noi ha degli oggetti cui è molto attaccato: gli ricordano momenti importanti della vita, incontri, promesse, esperienze determinanti … e quando si sposta se li porta con sé o se li mette addosso se sono di moda.

Sono anelli, nastrini, fotografie da mettere nel portafoglio, collane, brillantini, chiodi infissi nelle orecchie come piercing … i bambini hanno i loro giocattoli che si portano dietro fino a età non troppo infantile: un set di barbie da risistemare tutte le mattine sul letto, qualche orsacchiotto di pelouche … insomma, con questi elementi si sente più tranquillo, si ritrova con la sua vita.

Ebbene anche gli ebrei si portavano dietro dovunque andavano un’arca, detta “arca dell’alleanza”, in cui erano collocati oggetti che definivano la loro storia con Dio: la manna del deserto, le tavole della Legge,  qualche pietra significativa della loro storia, il bastone di Mosè …

L’arca era il segno della presenza concreta di Dio nella loro vita: Dio si era fatto incontrare in momenti precisi della loro storia e aveva lasciato dei segni, che dovevano parlare a tutti quelli che avrebbero fatto parte del popolo di Israele.

Oggi che è la festa dell’Assunta, quel cammino deciso di Maria attraverso la montagna ci richiama proprio l’arca dell’alleanza: Maria è simbolo dell’Arca proprio perché portava dentro di sé la presenza di Dio, tanto da esserne madre; era già stato concepito Gesù e lo portava con se: nella sua carne era carica di un dono concreto di Dio, sperimentabile, vivo: Gesù Cristo, il patto tra Dio e l’uomo fatto persona, la nuova alleanza fatta non più con sacrifici di animali, ma con il dono della vita stessa di Dio … e il punto di arrivo dell’arca degli ebrei era  Gerusalemme e sarà quella la meta in cui arriverà Gesù alla fine della vita assieme a sua madre Maria: a Gerusalemme, l’immagine del regno di Dio, del luogo dell’incontro con Dio … e Maria assunta fa l’ingresso nel cielo, come l’arca faceva l’ingresso in Gerusalemme.

A questo noi crediamo quando facciamo la festa dell’Assunta: la nostra fede ci dice che  il corpo di Maria non ha conosciuto la corruzione, ma è entrato dietro a suo Figlio nella gloria definitiva, che con la risurrezione di Gesù è garantita ad ogni persona che si affida a Dio.

Allora due verità vengono sottolineate:

  • La grandezza di Maria che ci apre a Dio, a Gesù, ci offre colui che ci svela il senso della vita, il punto di arrivo delle nostre aspirazioni, il Signore Gesù;
  • Il suo punto di arrivo che è la Gerusalemme celeste: oggi la contempliamo in questa gloria finale della sua esistenza.

Maria ci ha aperto la strada per arrivare a Dio per l’eternità: La processione è iniziata e ha già la testa nel cielo, la seguirà anche tutto il corpo, che siamo noi che siamo incamminati nella sua direzione.

15 Agosto 2020
+Domenico

Una storia d’amore garantita dal Signore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19,3-12)

Dopo una ricerca talora faticosa o drammatica, ma sempre bella, vissuta con alle spalle uno sguardo d’amore, si decide di sposarsi: gli sposi mobilitano direttamente il Creatore, toccano un nervo scoperto che fa aprire il cielo, sbalzano dal letto il buon Dio perché stanno incarnando di nuovo sulla terra il suo amore e lo stanno “colorando” del loro amore.

È massima cura di Dio questo amore che si promettono e che hanno costruito assieme: per questo l’amore del matrimonio deve e può essere un amore che non muore, perché ha la forza stessa di Dio.

Ecco perché Gesù nel Vangelo vuole richiamarci al principio, al progetto di Dio, al dono che ha fatto all’umanità e ha cura che sia bello: è stato collocato nella storia realizzata da Dio, come un dono speciale di vita umana e spazio di continuazione del dono della vita questo matrimonio.

In Italia ci stiamo accorgendo che abbiamo abbandonato troppo facilmente questo piano di Dio: oggi il matrimonio non è né migliore, né peggiore di una volta, ma può diventare ciò che veramente è, dono d’amore reciproco e fedele tra uomo e donna, riflesso in terra del mistero grande di Dio; però sapete cosa impressiona? però non tanto il numero di matrimoni che falliscono, ma la sfiducia che un matrimonio possa riuscire; ci si mette assieme “finché va”, poi ci si lascia quando non va più, e i limiti di ciascuno dei due non sono più luogo di accettazione e comunione, ma di rifiuto e di divisione.

La proposta di Gesù punta in alto: la relazione di coppia è rivelazione e partecipazione alla vita di Dio. Questo caratterizza tutto il periodo di preparazione per educarsi all’amore coniugale e cercare le condizioni concrete che lo favoriscono.

Questa è arte: non è un prodotto di serie, ma è qualcosa di artigianale, creativo, pieno di speranza e di apertura al dono dell’amore che solo Dio può dare.

Si potrà anche sbagliare, non esserne veramente all’altezza di un dono così bello e impegnativo, con il dono però della misericordia e del perdono di Dio, bisogna fare del male il luogo di conoscenza ed esperienza più profonda di Dio.

Ogni persona che ama, sa di poter contare sul perdono reciproco, che nasce dal perdono di Dio.

Ricordiamo oggi San Massimiliano Kolbe, che ha offerto la sua vita in campo di concentramento ad Auschwitz in cambio di quella di un papà, che così poteva ritornare alla vita matrimoniale con la sua sposa e i sui figli, regalandogli la perennità e la continuità del matrimonio.

14 Agosto 2020
+Domenico

Perdono è farsi incrociare dallo sguardo di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-19,1)

«Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte? ”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.»

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Pietro domanda un giorno a Gesù quante volte deve perdonare … si perdona sempre, perché abbiamo sempre bisogno noi di perdono.

Avere bisogno di perdono significa essere consapevoli di aver tradito un amore smisurato e sentirsi addosso insistente una continua proposta d’amore che ogni giorno rimette in discussione la nostra vita.

Bisogno di perdono è constatazione di tradimento, dopo insistite promesse di fedeltà e patti di amicizia; bisogno di perdono è percezione di una inconsistenza esistenziale, dovuta alla sperimentazione di questa una assurda autosufficienza che abbiamo – basto a me stesso – che ha disarticolato il  nostro senso del limite, il sentirsi creature, e aprirsi a Dio che solo può riempire la nostra vita vuota; bisogno di perdono è consapevolezza che il male profondo che è il peccato non possiamo guarirlo da noi, non abbiamo la capacità di ricucire le nostre ferite: è solo Dio che lo può fare.

L’accoglienza del perdono è un atto di contemplazione, prima che la constatazione di un rimorso o di un pentimento: è incrociare lo sguardo di Gesù sulla nostra vita, è immergersi nel suo stato d’animo, nella sua innocenza assoluta, nella sua tenerezza; non è guardarci addosso per dire quanto siamo sbagliati, per aver vergogna di quello che siamo, per disprezzarci e registrare un altro smacco, un altro venir meno ai nostri impegni, un altro “non son capace di fare niente”.

Il bisogno del perdono cristiano non è “godere” di essere indegni, non è nemmeno dispiacersi di non aver avuto coerenza, ma è prima di tutto contemplazione di un amore, è capacità di lasciarci guardare con amore, è avere negli occhi lo sguardo di Gesù, risentire nel cuore il calore della sua amicizia, scomparire per far brillare la sua grazia.

Il centro è Lui, non il nostro smacco o la nostra umiliazione.

Spesso siamo più dispiaciuti di non essere stati all’altezza del nostro compito che di aver offeso Gesù: è Lui che dobbiamo mettere al centro, è Lui che dobbiamo contemplare in tutti i suoi gesti umanissimi di amore.

Abbiamo bisogno di trovare Grazia presso Dio, come l’ha trovata Maria, di essere immersi in un mare di gratuità, in una pienezza del tempo, in quel vortice della storia della salvezza che Dio ha sempre pensato per l’uomo, da quando ha deciso di rischiare sulla nostra libertà.

Abbiamo usato la libertà per vivere da schiavi; diventare figli non è più opera nostra; è solo per la pienezza del perdono di Dio, che non ci abbandona mai però.

Il peccatore della parabola, che non sa perdonare un suo debitore, mentre lui è stato perdonato da Dio alla grande non sa proprio che cosa significa essere perdonati: ha fatto una veglia penitenziale, ha giocato, e ritorna ad essere nel suo peccato.

13 Agosto 2020
+Domenico

Il cristiano non viva le fede da single

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 15-20)

«In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. 20 Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».

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Essere cristiani non è mai stata una esperienza da single. E’ importante la coscienza personale, la libertà di decisione. Sei tu che sei chiamato non il tuo gruppo o la tua famiglia.

E’ verissimo che occorre partire sempre dalla propria libertà personale: sono finiti i tempi in cui si diventava cristiani perché lo erano tutti quelli del nostro ambiente, paese, città, famiglia, anche se la cultura ha il suo influsso sempre, e così le tradizioni … ma quello che è assolutamente sempre vero è che la fede non è un fatto privato, non si chiude nella coscienza, non si isola dal mondo.

Non si può essere cristiani senza creare relazioni positive con gli altri, non si può amare Dio se non si ama  il prossimo: essere credenti in Cristo esige aprire la propria vita a una relazione di bontà con gli altri.

Proprio perché la fede è un atto d’amore e l’amore è vero se non termina su se stesso, ma si apre all’altro.

Ecco allora i tanti insegnamenti del vangelo sulla necessità dell’amore a Dio e al prossimo contestualmente, del vivere uniti per chiamare nell’esistenza la presenza di Dio.

“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome lì ci sono io.”

Ci si domanda spesso, dove sta Dio? Ci aiuta? È a noi vicino?

Il modo più sicuro per sperimentare la sua presenza è stare assieme nel suo nome e lì c’è Lui: le nostre comunità cristiane allora diventano palestre di comunione, anche se è la comunione più impossibile perché ci stiamo tutti noi con le nostre divergenze, i nostri difetti, le visioni opposte di vita, le condizioni contrastanti … eppure Dio fa il miracolo di tenerci assieme, come ha tenuto assieme gli apostoli, i primi cristiani, popoli barbari e civili, potenti e deboli, schiavi e liberi.

Spesso la nostra testimonianza non è compresa dal mondo perché viviamo disuniti, perché non siamo capaci di mostrare il dono dell’unità: se non siamo capaci di stare uniti nel suo nome, lui non c’è, non può starci, è contrario al suo stesso essere; siamo noi che lo buttiamo fuori.

Come è bello che i fratelli vivano assieme diceva il salmo, è un unguento sulle nostre ferite, un balsamo per la nostra cattiveria, una speranza per le innumerevoli solitudini, una certezza della sua presenza tra noi.

Se vi amerete a vicenda allora io sarò in mezzo a voi e loro crederanno a me perché li amate.

12 Agosto 2020
+Domenico

Ne manca una all’appello: Lui cerca e non ci molla

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 12-24)

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Il gioco della libertà degli uomini è sempre una gran bella realtà, ma anche un grande mistero: ci stanno fratelli o figli, tutti educati nella stessa maniera, nelle stesse condizioni, da genitori onesti e laboriosi … uno diventa un buon cittadino e un buon cristiano, l’altro non ha fede e non è capace di stare alla larga dal male; uno si fa un sacco di amici che lo stimolano a diventare migliore, l’altro si crea una banda e ogni tanto devi andare dai carabinieri a riparare qualche danno; uno si fa in quattro e costruisce una azienda, l’altro ti si attacca come una sanguisuga e ti manda in malora.

Ma non sono stati tutti educati alla stessa maniera? Non hanno avuto tutti le stesse opportunità? Non siamo stati bravi genitori con tutti? Qualcuno può dire che gli sono mancate le carezze della mamma? Eppure ciascuno si sceglie la sua vita, ciascuno ha il compito di affrontare in libertà il rischioso mestiere di vivere.

La pecora, che quella sera non torna all’ovile, è cresciuta come tutte le altre: ha sempre fatto la fila, ha sempre giocato e scherzato con le altre, ma un giorno non torna più … ha voluto giocare la sua libertà o qualcuno gliel’ha tolta con inganno.

L’importante è che qualcuno si accorga di lei: purtroppo non si accorgono gli amici, i fratelli, i colleghi, i compagni di squadra, si accorge solo Lui, il pastore buono, che ogni sera stanco, fa la conta e gli viene un tonfo al cuore quando ne vede mancare una all’appello.

E’ come la mamma che al mattino non trova nel letto il figlio che stanotte non è tornato; si gira nel letto, tende l’orecchio a tutti i suoni, lancia sms, chiama, ormai non dorme più, si mette a rassettare la casa, ma non riesce a concentrarsi. Se sente in lontananza una sirena, le viene un terrore freddo; Aspetta, cerca col cuore.

Ecco, Gesù fa così: si mette a cercare e esce di nuovo nella notte a cercare la pecora sbadata, sfortunata, magari sbagliata e discola, cattiva e strafottente, ma sempre in pericolo, soprattutto sempre lontana dalla sorgente, dalla gioia, dalla bellezza.

Gesù rincorre così tutti noi senza se e senza ma: non si lascia intimorire dalle nostre bestemmie. Il suo amore non calcola le volte che ci ha perdonato, i tempi di attesa che ha vissuto, mentre noi lo insultavamo e parlavamo male di lui, lo rinnegavamo.

Pietro ne sa qualcosa: Giuda l’aveva intuito, ma è fuggito di nuovo, Paolo s’è fatto buttare a terra perché ancora non riusciva a capire quanto male stava facendo e si stava facendo.

Aspetta, cerca, non ci molla … e finalmente trova la pecora smarrita: non ne deve mancare mai nessuna.

Santa Chiara – che oggi noi ricordiamo – seguendo san Francesco ha imparato a mettersi sempre in ricerca di Dio; a Lui ha donato la sua vita perché tutte le pecore disperse potessero incontrarlo di nuovo e smettessero di fuggire da Lui.

La sua preghiera costante e la sua contemplazione  ha attirato a Dio tante persone sia nella vita contemplativa che nella vita di annunciatori del Vangelo.

11 Agosto 2020
+Domenico

Siamo un chicco di grano

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12,24-26)

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L’istinto della conservazione è una forza indispensabile per poter vivere: il bambino lo esprime con tutte le forze che ha, lo comunica con tutte le modulazioni del suo pianto … non intende ragioni quando ha fame, gli puoi far vedere che ti stai preparando, che è quasi pronto, che bisogna aspettare perché scotta, ma lui non cede, gli è stata messa dentro una forza che neanche lui può controllare, le sue mani portano tutto a sé; poi cresce, si relaziona coscientemente agli altri e diventa capace di scambio e finalmente di dono, d’amore disinteressato.

Ecco, molti di noi adulti forse siamo regrediti ancora al primo stadio, tanto siamo attaccati a noi stessi, alle nostre cose, alla nostra vita, ai nostri diritti, alle nostre precedenze, ai nostri gusti o pensieri; e così abbiamo costruito anche la nostra società, in difesa sempre e soprattutto.

Prendiamo o doniamo con una mano per rubare con l’altra, non siamo ancora riusciti a estirpare dal nostro spirito la guerra, ci sono voluti secoli per cancellare la parola schiavitù – anche se ultimamente ce n’è un ritorno subdolo – ma non siamo ancora capaci di pensarci sicuri, uomini liberi, solidali con tutti senza porre confini, senza attaccare per primi, abolendo la parola guerra. È ancora pensata come fatto ineluttabile, e la guerra esterna è prima di tutto ancora guerra dentro di noi.

Chi ama la sua vita la perde: se ti attacchi a quel che sei ti trovi che le tue mani stringono aria; ti sembra di essere sicuro, ma senza che te ne accorgi resti solo, vuoto assetato.

È una legge della vita da cui tutti dobbiamo passare se vogliamo amare, se vogliamo costruirci un futuro.

Il nostro vecchio mondo occidentale opulento ha già in sé i segni della morte, perché la vita esplode altrove, la capacità di rischiare, è altrove, noi costruiamo solo confini per difendere.

È così anche la vita di fede: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto. Noi siamo quel chicco di grano, noi abbiamo dentro il sogno di una grandezza di una vita, di uno slancio vitale, di una promessa assolutamente da attendere e compiere; noi siamo solo un chicco che se si chiude, si cementa in se stesso, non fa scoppiare la vita che ha dentro.

Il seme non è da contemplare o da custodire, farebbe la fine del talento sotterrato: il seme invece va interrato, marcisce, esige rischio e soprattutto speranza, anche perché questa terra in cui muore non è una fredda tomba, ma l’amore tenerissimo di un Padre che ti ricostruisce e regala nuova la vita.

Gesù ha anticipato per tutti l’esperienza di questo abbandono nella braccia del Padre. Chicchi di grano seminati così sono stati tutti i martiri, lo è stato anche san Lorenzo, di cui oggi facciamo memoria, lo sono stati tutti i suoi compagni compreso il papa san Sisto.

Sono tutti nelle braccia del Padre con pienezza di vita, quella a cui tutti aspiriamo.

10 Agosto 2020
+Domenico

Gesù è da imitare o da seguire?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

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Il mare e una barca sono stati mote volte gli elementi che si sono prestati a Gesù per i suoi insegnamenti: spesso in essi si affrontano tempeste, dialoghi serrati e insegnamenti di Gesù, rimproveri e ricerche appassionate degli apostoli che rappresentano la vita di tutti noi.

Vogliamo porre attenzione alla impetuosa richiesta di Pietro di poter camminare sulle acque come sta facendo Gesù che dalla riva si avvicina alla loro barca, disturbata dalle onde non troppo calme: Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli “Vieni!”; quell’andare verso Gesù può essere inteso come una scelta di vita di seguire Gesù – che chiamiamo “sequela” – o come una un’imitazione quasi esteriore di capacità particolare che riguarda solo l’acqua, la gravità della persona che non affonda … Un modo insomma quasi sportivo di destreggiarsi, imparando da Gesù.

Pietro inizia a camminare sulle acque … finché Pietro presume di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capace di “imitarlo”, di poter essere o fare come lui, va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e lui va a fondo.

Egli comincia a capire che non si tratta di una imitazione miracolistica, ma di un invito più profondo di  “seguire” Gesù e gli grida: «Signore, salvami!».

La differenza tra imitazione e sequela non consiste tanto in ciò che si fa’, ma nello spirito con cui lo si fa: o accettiamo di metterci umilmente al seguito di Gesù, oppure abbiamo la pretesa di essere o fare come lui.

In questo caso si tratta proprio di imitazione e dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze.

Gesù chiama Pietro “piccolo di fede”: ha fede scarsa, una “malattia” che molti interlocutori di Gesù presentano nei loro dialoghi e incontri con Lui; Pietro non è assolutamente diffidente, come invece si erano dimostrati i compaesani di Gesù, ma uno che non ha ancora imparato a crescere, a maturare un nuovo rapporto con Lui, fatto anche di preghiera semplice, urlata con il suo grido “Signore salvami”.

E’ la condizione di ognuno di noi. Che ci limitiamo a fare qualche imitazione di Gesù e non a sentire di camminare sul suo passo, avere in Lui la massima fiducia, scegliere i suoi criteri di giudizio, la sua stessa preghiera al Padre.    

Quando Gesù e Pietro salgono sulla barca il vento cessa e il mare si placa, allora – dice il Vangelo – “quelli che stavano sulla barca” ,cioè i discepoli, fanno la loro solenne confessione messianica, anticipatrice di quella che farà Pietro in forma solenne, quando Gesù lo farà papa.

Essi riconoscono Gesù come il Figlio di Dio e si prostrano davanti a lui. Quello di prostrarsi è l’unico gesto autentico che si può compiere davanti a Gesù: lo avevano fatto i Magi, lo faranno le donne quando incontreranno Gesù risorto e ci dobbiamo preparare a farlo sempre ciascuno di noi.

9 Agosto 2020
+Domenico