La nostra ricerca di Dio trova una via sicura, che è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 1-12)

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L’epidemia che abbiamo ancora alle costole ci ha dato uno scossone non piccolo sulla complessità del nostro vivere, del nostro metterci in relazione: ci ha fatto fare tante domande sul senso del nostro esistere, sulla verità da cercare.  

Noi produciamo tutto, possiamo trasformare tutto, cambiamo tradizioni, inventiamo nuovi modelli di vita, ci appassioniamo a tutte le novità, ma spesso abbiamo paura, temiamo di perdere il senso delle cose, non sappiamo se avremo futuro, se le cose che facciamo sono per il bene dell’umanità, sono per la vera felicità, anzi … ci siamo accorti che tante cose non sono proprio per la vera felicità. 

Abbiamo bisogno di discernere, di valutare, di soppesare, di vagliare tra generosità e verità, tra bontà e fedeltà, tra bene personale e bene comune.  

Gesù è la verità che ci aiuta a fare chiarezza, a discernere e a scegliere.  

L’amarezza, la delusione, l’afflizione, il pianto, l’offesa bruciante, le ferite che sanguinano sono costanti della nostra vita; abbiamo spesso preso scorciatoie maledette: molti che ci dicono di volerci bene, ci rimproverano, ci fanno sentire in colpa; sbagliamo strada, ma abbiamo bisogno di chi con amore ci riprende, ci aiuta a uscire dalle nostre piccole o grandi prigioni, ci aiuta a fare chiarezza e quindi anche capacità di comprendere. 

Gesù è la via, è dolcezza che rasserena, è pazienza che sorregge, è amore che comprende, è guida che dà sicurezza. 

Ci eravamo abituati alla routine dei nostri giorni quotidiani come al colore delle pareti, senza slancio, senza entusiasmo, senza lode e senza infamia: alla grinta avevamo sostituito la smorfia, all’ardore l’adattamento, al progetto un insieme di rattoppi; ci lasciamo andare perché ci sembra di aver perso la speranza. 

Gesù  è vita, è fervore che ridà anima alle nostre esistenze, alle nostre coscienze, alla fragilità che sperimentiamo e alla solidarietà che ci fa ben sperare.

Insomma, abbiamo bisogno di un colpo di reni per scrollarci di dosso il vecchiume dell’abitudine: questa via, verità e vita hanno bisogno di essere dette fino in fondo, approdano da Gesù allo stesso Dio Padre.

Conoscere Gesù esige di vederne in filigrana lo stesso Dio Padre: ecco allora il salto di qualità che è proposto ad ogni credente a partire dagli apostoli. 

Un giorno si avvicinano al gruppo dei discepoli che stanno accanto a Gesù, alcuni stranieri; sicuramente sono stati colpiti da quanto si dice in giro di Gesù: un tam tam popolare lo aveva reso celebre, tutti ne riconoscevano la grande personalità, si sentivano consolati e affrancati dalla sua parola.

Ecco allora naturale la richiesta di un gruppo di greci: “Vogliamo vedere Gesù; vogliamo parlargli, incontrarlo, conoscerlo; vogliamo anche noi poter stare con Lui.

La persona di Gesù la volevano vedere in tanti e Filippo era specializzato nel presentare Gesù; ora però nasce a Filippo una curiosità ancora più profonda: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», e Gesù quasi lo rimprovera: “Ma come? è una vita che sto con te e ancora non mi hai conosciuto?”  

Bellissimo questo scambio di persone: Filippo chiede di vedere il Padre e Gesù presenta se stesso; anche Filippo deve fare un salto nella visione di fede, nel capire fino in fondo che Gesù non è solo un uomo con grandi capacità oratorie o di fare miracoli, grande bontà, chiara sapienza, ma è il figlio di Dio, è Dio stesso.  

10 Maggio 2020
+Domenico

Signore, mostraci il Padre e ci basta

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 7-14)

Audio della Riflessione?

Quante volte nella vita domandiamo con ansia, con curiosità, spesso anche con rabbia: “Dio dove sei? Se ci sei, fatti vedere? Che faccia hai? Che volto mi presenti in questo dramma che stiamo vivendo?”

Dalle ansie e paure, sofferenze e tensioni di questa pandemia ci nasce quasi una pretesa di sperimentare la presenza di Dio: la nostra vita resta sempre quasi sospesa senza una sicurezza e stabilità necessaria per vivere.

E’ giusto continuare a dire che l’esistenza è una ricerca continua di nuove conquiste, di nuovi equilibri, ma questo Dio può farsi vedere una buona volta o la mia vita passerà tutta ad immaginarmelo, senza un minimo di traccia di Lui, oggi che siamo abituati a vedere almeno un sacco di  immagini? 

Queste domande, in maniera più diretta, le ha rivolte Filippo – l’apostolo – a Gesù dicendo in maniera papale papale: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; nel suo entusiasmo un po’ ingenuo, forse Filippo si aspettava una apparizione di Dio come quelle del Primo Testamento, ma Dio non si rivela attraverso lampi e tuoni, fuoco e terremoto. 

Già – onestamente, nel primo testamento – c’è quel bellissimo incontro con Dio del profeta Elia che si affaccia alla imboccatura della caverna in cui aveva passato la notte, perché Dio gli aveva detto: “Esci e fermati alla presenza del Signore”.

Esce, sente, prova e vede vento impetuoso e gagliardo, terremoto, fuoco, ma Dio non era lì: alla fine percepisce il sussurro di una brezza leggera e in essa Dio si presenta

Nella vita quotidiana, semplice, piacevole Dio si presenta, è più presente a noi di quanto pensiamo: Dio ha preso un volto d’uomo, in Gesù Cristo e da quel momento in poi bisognerà scorgere il volto di Dio attraverso il Suo volto.  

Anzi, l’unico modo per “vedere” realmente Gesù, per attingere in qualche modo il mistero, è quello di vederlo nel suo intimo rapporto con il Padre. 

Gli apostoli erano rimasti molto meravigliati di come di notte Gesù stesse in dialogo con Dio Padre nella preghiera, tanto da chiedergli di insegnare a loro la Preghiera, il Padre nostro, la preghiera più bella! 

Se gli apostoli fossero penetrati più a fondo nella persona e nella vita di colui che è vissuto, come Gesù, nella loro familiarità, già si sarebbero accorti che il fine della vita è il Padre, che la via è il Figlio e che tra loro due c’è una correlazione così stretta che aderire all’uno vuol dire entrare in familiarità con l’altro.

Una conoscenza corretta di Gesù non si ferma alle sue opere esteriori o ai fatti della storia, ma rimanda continuamente al mistero dell’amore e della vita trinitaria.

La conoscenza vera e profonda di Gesù esige un affondo nella fede: non è solo un personaggio storico, è il Figlio di Dio. 

9 Maggio 2020
+Domenico

La ricerca di strada, un indirizzo preciso

Una Riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

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Credo che sia capitato a tutti di avventurarsi in un bosco, cercarne la via di uscita e girare sempre su se stessi: il sole è nascosto tra le nubi, hai perso qualsiasi orientamento; o ancora peggio quando sei in mare senza bussola e continui a girare e ti trovi al punto di partenza: lontano c’è la riva, ti sembra di esserti avvicinato invece ti trovi su un altro approdo.

In città oggi è anche peggio: domandi a qualcuno e immancabilmente ti dice che è di passaggio e non conosce la città; prima di provare panico riguardi il tom tom, ma ti trovi sempre da dove eri partito: non servono arrabbiature, maledizioni, occorre qualcuno che ti aiuta a trovare la strada.  

Finché si tratta di vie e di numeri civici, puoi arrangiarti, ma se invece questa confusione, questa incapacità di trovare la strada giusta riguarda quello che cerchi nella tua vita, la chiarezza di scegliere l’indirizzo giusto di come impiegarla, la risposta a domande assillanti e decisive per le scelte da cui non puoi più tornare indietro, la forza di uscire da difficoltà insormontabili, cosa fai?

Si capisce subito che la risposta ha esigenze molto più profonde di un numero civico, molto più difficili della lettura di una carta geografica o di una mappa.  

Sentirsi dire dal Vangelo Gesù che afferma «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me», sapendo che Gesù non è una guardia comunale, ma è la pienezza della vita, hai la gioia di trovare un vero punto di riferimento, una risposta e una indicazione sicura per vivere.  

Gesù è verità: è la rivelazione perfetta del Padre, dal quale tutte le cose traggono origine e nel quale tutti possono trovare la propria consistenza e la verità di se stessi. 

Gesù è vita, perché da sempre ci può far partecipare alla comunione con il Dio vivente, con la sorgente di tutto quanto esiste, di tutto il creato, di tutte le forme di vita che popolano l’universo.  

Ma soprattutto Gesù è la via, in quanto lui ha vissuto nella sua persona l’esperienza profonda dell’incontro tra Dio e l’uomo e comunica questa esperienza a tutti noi suoi fratelli.

Questo essere via di Gesù, non è l’incarnazione di un tom tom, qualcosa di esteriore, un arido procedimento tecnico tipo Google, ma una persona, la persona di colui che per primo si è incontrato con Dio ed è il luogo visibile di un patto d’amore con il Signore, con il Creatore: il Padre per eccellenza, insuperabile.

Da qui ancora meglio si coglie che la verità non è più un rapporto logico o una astratta conoscenza intellettuale, ma un rapporto personale con Dio nella persona di Gesù.

La vita si risolve allora non con una consultazione, da vocabolario, da enciclopedia o da wikipedia, ma dentro un dialogo d’amore in cui la nostra vita si affida, si confida,  si sviluppa e si realizza. 

8 Maggio 2020
+Domenico

Il cristiano è sempre al servizio del prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 16-20)

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Nella nostra vita ci sono degli stati d’animo ricorrenti, dei fatti molto sgradevoli che ti si propongono alla memoria, o per incontri particolari con qualcuno che te li riporta alla memoria, o per scrupoli di coscienza che ti assalgono senza volerlo.

Uno di questi fatti che non vorresti aver mai compiuto è un tradimento: ce ne sono di varia importanza, ci sono stati quelli tra amici nelle avventure sentimentali da adolescenti, ci sono situazioni che capitano nel mondo del lavoro, qualche volta nella vita di relazione.

Nella esperienza religiosa ci ha sempre colpito il tradimento di Giuda, che  ci sequestra l’attenzione quando si descrive l’ultima cena, che comincia con la lavanda dei piedi. 

Il rito della lavanda dei piedi ricorda che il segno di riconoscimento vero e definitivo del cristiano è il servizio ai fratelli, l’interesse verso gli ultimi, i bisognosi, i piccoli.

Se è vero che il pane e il vino consacrati sono segno di una specialissima presenza di Cristo morto e risorto, è altrettanto vero che il cristiano, con uguale fede, deve riconoscere la presenza di Dio nel povero, nell’oppresso, nel debole, nell’emarginato, in una parola nel fratello di cui ci si preoccupa di vedere il prossimo, e il bisogno. 

Perderebbe il suo senso la fede nell’Eucaristia e sarebbe una impostura la sua celebrazione, sarebbe un altro tradimento dell’amore di Gesù e della sua sequela, se essa non si prolungasse e non cercasse una verifica nella carità, nel servizio del prossimo: questo che è un impegno per ogni cristiano, diventa criterio di autenticità e giudizio di verità, soprattutto per quelli che nelle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle diocesi, nella Chiesa universale rivestono un servizio di autorità per la comunione in un impegno pastorale.  

Queste parole se le sentono addosso tutti i preti, io vescovo e papa Francesco che continuamente ci rivolge questo insegnamento e per questo – purtroppo – è indicato dai benpensanti, dai cattoliconi che la sanno sempre troppo lunga, è visto come uno che non parla mai di Dio, ma sempre dei poveri.

Tutti noi sentiamo che se non viviamo nella nostra vita il Vangelo così,  non siamo molto diversi dal traditore Giuda che ci viene di nuovo presentato nel Vangelo di questa giornata del tempo pasquale. 

Papa Francesco ci ha detto tra l’altro, in questo tempo in cui vogliamo vivere da risorti, di ribaltare le numerose pietre del nostro egoismo, pensando a quello che ci spetta dopo la pandemia; e si domanda, Papa Francesco, “Saremo capaci di agire responsabilmente di fronte alla fame che patiscono tanti, sapendo che c’è cibo per tutti? Continueremo a guardare dall’altra parte con un silenzio complice dinanzi a quelle guerre alimentate da desideri di dominio e di potere? Saremo disposti a cambiare gli stili di vita che subissano tanti nella povertà, promuovendo e trovando il coraggio di condurre una vita più austera e umana che renda possibile una ripartizione equa delle risorse? Adotteremo, come comunità internazionale, le misure necessarie per frenare la devastazione dell’ambiente o continueremo a negare l’evidenza? La globalizzazione dell’indifferenza continuerà a minacciare e a tentare il nostro cammino …

Che Dio ci trovi con gli anticorpi necessari della giustizia, della carità e della solidarietà.   

7 Maggio 2020
+Domenico

Il testo integrale di un articolo pubblicato da una rivista spagnola dove il Papa si fa queste domande è apparso sull’Osservatore Romano, e può leggersi anche all’indirizzo http://www.settimananews.it/papa/esercizi-di-speranza/

Nel buio della nostra storia Gesù è la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)

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La parola tenebra ci fa un poco paura.

Nella nostra civiltà, che tra le tante esagerazioni ha un coefficiente di illuminazione elevatissimo – tanto che i pochi osservatori del cielo posti in genere sopra un colle si devono difendere con leggi speciali per poter essere almeno efficienti in qualche ora della notte – tenebra vuol però proprio dire non vedere niente, non avere riferimenti per muoverti, brancolare nel buio – si dice – camminare a tentoni.  

C’è poi una tenebra spirituale che significa “non capire più niente nella tua vita”, “non avere alcuna indicazione per come uscire da certi problemi”, “non vedere nessuna luce in fondo al tunnel in cui ti sei immerso”: la pandemia non una volta sola ci ha dato questa sensazione di trovarci nella tenebra, di non avere possibilità di uscirne, di difendersi, di trovare una certezza di riparo: è un buio esistenziale.  

Ecco, Gesù nel vangelo si presenta come luce del mondo e lo gridò a gran voce – dice il Vangelo – «Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre».

E’ una parola che è detta a noi soprattutto oggi, in questi momenti che sperimentiamo cecità per le deformazioni e le ferite alla nostra umanità, date da incertezza sul nostro futuro, di salute fisica e di saldezza economica, certezza di lavoro e di prospettive anche a breve termine.

Il Signore vede le nostre miserie, vede le nostre desolazioni e fatiche, ma noi continuiamo ad allontanarci da Lui: siamo pervicaci a non rinunciare a niente delle false conquiste che hanno oscurato la strada della nostra vita. 

Gesù però ci dice con passione che è venuto non per condannare, ma per salvarci; occorre che ascoltiamo la Sua Parola: lui non ci condanna, è la parola stessa che ci giudica, che attiva la nostra libertà di ascolto. 

Gesù non obbliga nessuno a salvarsi, offre a tutti però la possibilità di aprire gli occhi e di farsi illuminare: siamo noi che siamo sempre in cerca di strade buie.

La sua luce non fa crescere l’oscurità o il dramma: ci indica solo una strada per uscire da ciò che è sbagliato, per non farci prendere da inganni.

Allora dobbiamo camminare in questa luce!

Papa Francesco, in queste giornate drammatiche ci indica la strada da fare: Lui è interprete autorevole della luce che è Gesù, che ci può far essere nel mondo e nella storia di oggi una risposta credibile e luminosa agli interrogativi sul nostro presente e sul nostro futuro. 

Tra l’altro ci dice che dobbiamo rompere … “tutto il fatalismo in cui ci eravamo immersi e ci permetterà – questo – di sentirci nuovamente artefici e protagonisti di una storia comune e, così, rispondere insieme a tanti mali che affliggono milioni di persone in tutto il mondo. ”

E il Papa continua “Non possiamo permetterci di scrivere la storia presente e futura voltando le spalle alla sofferenza di tanti. È il Signore che ci domanderà di nuovo: «Dov’è tuo fratello» e, nella nostra capacità di risposta, possa rivelarsi l’anima dei nostri popoli, quel serbatoio di speranza, fede e carità i cui siamo stati generati e che, per tanto tempo, abbiamo anestetizzato e messo a tacere.” 

Parole Sante.

6 Maggio 2020
+Domenico

La scelta necessaria: ascoltare la voce del nostro pastore, Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 22-30)

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La fede non è mai il risultato di ragionamenti o di una serie di sillogismi, di dimostrazioni intellettuali, non è collocata nella chiarezza di enunciati, di definizioni, anche se non disprezza la ragione, le motivazioni, la valutazione personale, e all’inizio una grande fiducia che si accresce nella consuetudine, nella conoscenza, nella comunione di intenti, nella comunione di visioni di vita, di atteggiamenti e di adesione del cuore.

E per arrivare a questo, per avvicinarsi al suo mistero occorre – usando le parole del Vangelo – appartenere al Suo gregge e ascoltare la Sua voce.  

Coloro cui si rivolgeva Gesù non hanno fatto nessuno sforzo per accettarlo, per riconoscerlo come Messia, non si sono messi nemmeno per prova a seguire il suo cammino: si facevano condizionare in forma invincibile da un accecamento volontario e responsabile; si sono radicalmente dimostrati incapaci di appartenere al suo gregge e – fuori di metafora – di far parte del suo popolo, della sua compagnia, della gente che condividesse paure e speranze, dialogo e fiducia, ricerca sincera e disponibilità, solidarietà e coraggio, dedizione e voglia di superare pericoli e cecità. 

Tante volte noi non vogliamo credere e non sappiamo nemmeno perché: abbiamo in cuore una decisione irrevocabile che ci condanna al nostro vuoto e la scambiamo per sicurezza.

Chi vuole seguire Gesù deve vincere la sua autosufficienza, deve provare seriamente ad ascoltare la sua voce e nessuno, nemmeno la nostra cocciutaggine, potrà rapirci a Lui, perché gli siamo stati tutti affidati da Dio Padre. 

Di fronte all’epidemia, quante idee abbiamo dovuto cambiare, quante certezze che sembravano incrollabili abbiamo trovate false e inconsistenti, quante abitudini inveterate, cui nemmeno più pensavamo e che ci portavano a una vita grama, abbiamo capito.

Quanta sicumera abbiamo lasciato, quanta autosufficienza si era annidata in noi e abbiamo dovuto ammettere che da soli non riusciamo anche solo a vivere e non solo a godere della vita.  

Abbiamo dovuto capire che di questo passo non si va da nessuna parte, eppure eravamo campioni nel giudicare, nel pontificare, nella sicurezza, nel comportamento; il rapporto con la natura da cambiare: ci sembravano idee di qualche ragazzetta che non  ha esperienza del duro lavoro quotidiano, della fatica del vivere, abituati solo a farsi mantenere. 

Se la nostra situazione materiale, fisica, lavorativa, imprenditoriale deve cambiare, nel nostro spirito dobbiamo far cadere molti preconcetti, nel rispetto della vita nascente e terminale: dobbiamo fare scelte più evangeliche: nel nostro atteggiamento verso il prossimo e le molte fragilità e povertà non possiamo più voltarci dall’altra parte.

Ogni persona è nelle mani di Dio e – dice  Gesù nel Vangelo – “nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”. 

5 Maggio 2020
+Domenico

Il buon pastore è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 11-18)

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Abbiamo sempre bisogno di un riferimento per la nostra esistenza, un punto – insomma – a cui guardare nelle difficoltà che incontriamo.

Non sempre viviamo in tempi tranquilli, con orari ripetitivi, occasioni ricorrenti, futuri intuiti, già segnati e tranquilli: di fatto stiamo uscendo – per esempio – a fatica da questa pandemia che ci ha scombussolato i nostri giorni, ha cancellato le nostre abitudini, ci ha obbligato a inventare ogni giorno qualcosa di impensato perché ci ha tolto dal nostro tran-tran, che senza saperlo ci creava forse noia, ma non certo insicurezza e ansia.

Stiamo ore ad ascoltare le previsioni, i comunicati, la protezione civile: ci dicono che va meglio, ma non del tutto, che occorre non far lavorare troppo la fantasia; ci siamo radicati nella ricerca di riferimenti più sicuri, persone di cui avere fiducia che non ci ingannano, e che non speculano sulla nostra fragilità. 

Forse, senza rifarci a visioni bucoliche antiche (hanno pure usato, in questo Covid-19, il tema del gregge, di cui molti che vivono in città non hanno nemmeno l’immagine), e riusciamo a capire la figura del pastore che Gesù si attribuisce: abbiamo cioè dentro la necessità di una guida per la vita, di qualcuno di cui ci possiamo fidare.

E Gesù ci dice proprio «Io sono il  buon pastore», e ci offre alcuni criteri per riconoscerlo:  Egli dà la vita per le sue pecore, ha cioè il massimo disinteresse per se stesso e si mette in gioco completamente per il nostro bene, costi quel che costi. 

Non è assolutamente obbligato a fare questo, ma lo sceglie lui liberamente; non nasconde dietro le sue parole incertezze e soprattutto inganni – diremmo oggi fake news – addolcimenti per captare fiducia: è in gioco la sua vita per noi. 

Ancora, Gesù conosce a fondo le sue pecore: la sua conoscenza di noi è nel senso biblico, molto di più di qualcosa di mnemonico o di intellettuale, ha con noi una relazione personale, intima, di profonda conoscenza di noi e della nostra situazione personale, o anche comunitaria; richiama una comunanza di vita fondata sull’amore, una conoscenza esistenziale che permette di giungere alla nostra persona come essere vivo, di entrare nel mistero profondo del nostro cuore. 

E ancora Gesù si preoccupa dell’unità e di radunare il suo gregge: questo è ancora più importante, perché il pastore va alla ricerca delle sue pecore; è Lui che va alla ricerca: Gesù cerca il suo popolo, anche se il suo popolo abbandona. 

E’ Gesù che ci cerca, ancor prima che ne avvertiamo la presenza e nasca nel nostro cuore il bisogno di Lui; è Lui che ci mette assieme, che non fa della distanza sociale una distanza anche del cuore e degli affetti, della compagnia e della solidarietà.

Il dono della fede è sempre una iniziativa divina: a noi basta che ci facciamo accogliere.

Ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche queste devo condurre: Le nostre iscrizioni alla sua amicizia non vengono respinte per nessuna incapacità di accoglienza da parte sua.

Per Lui non c’è mai soprannumero, non ci sono code kilometriche da fare in notturna, anche se la sua porta è stretta, perché desidera un cuore innamorato: e allora noi decidiamo di stare con lui, il nostro buon pastore. 

4 Maggio 2020
+Domenico

Gesù è pastore, e ci conduce alla vita pienamente umana

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

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La vita di ogni persona, uomo e donna, ragazzo e ragazza, nonno o nonna, ha bisogno di relazioni, per svilupparsi, per crescere, per arrivare a pienezza: è vera relazione umana sentire di voler bene a qualcuno, dialogare, sognare assieme,  progettare vita. 

Se le relazioni sono intense ed escono dal sospetto e dalla superficialità hanno bisogno però, a un certo punto, di aprire il nostro cuore e varcare la soglia del cuore altrui per condividere i sentimenti e le nostre intenzioni. 

Se poi, la relazione si sviluppa nell’amore ci fa compiere piccoli passi che ci permettono di addentrarci nel vissuto della persona amata, di aprire una porta che ci introduce in un universo nuovo e sconosciuto che è il mondo dell’altro, che progressivamente si svela ai nostri occhi e diventa un tutt’uno con il nostro mondo.

Si ama veramente solo quando si attraversa la porta della vita della persona amata e lì, in quella nuova condizione, ci si impegna con fedeltà e, se occorre, per sempre.  

La relazione che vuol stabilire con noi Gesù è di questo tipo: è un pastore che entra per la porta della nostra vita, si prende cura di noi, stabilisce un dialogo, una comunicazione, in cui noi lo sentiamo come più intimo a noi di noi stessi.

Non siamo mai anonimi per Gesù, ma siamo chiamati a uno a uno: Lui scrive la sua presenza in noi da amico; per Lui noi abbiamo un volto, un nome, una dignità.  

Ogni cristiano che si spinge nella sua vita verso l’altro, deve imitare sempre Gesù, essere come lui, perché Lui è la porta da cui passare, la porta di ogni profonda relazione umana che veicola la fede in Lui, una vita piena, una vita capace di arrivare fino al dono di sé per il bene degli altri.  

Questo atteggiamento di Gesù spiegato ai suoi discepoli, agli stessi apostoli, li metteva in guardia dal diventare usurpatori della vita degli altri, legulei senza cuore, oppressori di coscienze, “ladri di vite” in una parola.

Il mondo religioso di quel tempo si stava intorbidando in queste schiavitù, fatte passare per vita autentica: invece era una vita incatenata; forse anche oggi, quando non passiamo per questa porta che è Gesù rischiamo di imprigionare coscienze invece che liberare felicità vera e pienezza di vita.  

Questo ci dobbiamo chiedere noi preti, me lo chiedo io Vescovo, se lo devono chiedere i genitori nei confronti dei figli, gli educatori, oso dire anche gli allenatori di una squadra sportiva di giovani, di ragazzi; questo se lo devono chiedere i maestri di vita, gli stessi amici e ogni esperienza che chiede fiducia. 

Varcare la soglia della vita altrui deve essere sempre e solo una profonda imitazione di Gesù, che è sempre la porta della vita; l’entrare attraverso Gesù significa aver davanti chiaro e unicamente il bene di ogni persona, ed impegnare tutte le energie per il suo raggiungimento: è partecipare alla dedizione di Gesù perché si realizzi la felicità vera di ogni persona.  

3 Maggio 2020
+Domenico

Noi decidiamo di stare con te sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)

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Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di misurarci le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida: spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro; spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera.

San Giovanni Paolo II, quando incontrava i giovani, li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava: molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la Chiesa, per i poveri, dietro la sua spinta.  

Era così anche Gesù, evidentemente: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava; dice il Vangelo: “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui”.

Era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue: inaudito, impossibile, troppo arduo da capire … e Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli: “Volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? Non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?”

Non posso qui non ricordare che questo brano di Vangelo che si propone oggi nelle Messe era quello che san Giovanni Paolo II propose nella Messa conclusiva della giornata mondiale della gioventù del 2000, di fronte a due milioni di giovani, andando contro alla tradizione delle giornate mondiali, che alla Messa conclusiva propone sempre  il brano di Vangelo che ne contiene il motto, in quel caso nel 2000 era “Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi”: era il primo capitolo di Giovanni.

Aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto: poteva raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzandolo di più questo mondo giovanile, addolcendo il Vangelo con altre belle frasi, che sempre Vangelo sono … invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del Vangelo “Volete andarvene anche voi?” 

La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte: il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena – la vita eterna: “che devo fare per avere la vita eterna?” – lo aveva lasciato; Giuda lo abbandonerà tradendolo; qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va, lo ha incontrato pure lui: molti al momento giusto sono fuggiti. 

La debolezza va messa in conto, e non spaventa mai Gesù: Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa; infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con la sua solita ingenuità: “Signore che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza, alla gioia che ci doni, alla pienezza di vita che ci hai fatto balenare davanti agli occhi? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te.”

E Pietro, nella figura di papa Francesco, continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù. 

2 Maggio 2020
+Domenico

San Giuseppe Lavoratore: primo maggio, festa del lavoro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 54-58)

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Primo Maggio, festa del lavoro, inizio del mese della Madonna: ricordiamo San Giuseppe.

Da buoni cittadini italiani, non vogliamo nella nostra esperienza ecclesiale snobbare una festa civile: oggi è festa del  lavoro, e da sempre in questa giornata la Chiesa ha voluto fare memoria – nella Messa – dell’esperienza semplice, quotidiana, faticosa di un lavoro con cui Gesù si è misurato, necessario per vivere concretamente la vita dell’umanità, una incarnazione vera. 

Aveva imparato a guadagnarsi da vivere da san Giuseppe, se i Vangeli lo ricordano come il figlio del carpentiere: da ragazzo non giocava soltanto, non viveva facendo passerotti di creta da far volare miracolosamente, come dicono alcuni Vangeli apocrifi. 

Gesù torna nella sua patria, dove era cresciuto, dove era stato per trent’anni, dove aveva fatto il falegname; Gesù aveva imparato ad affrontare il rischioso mestiere di vivere che tocca ad ogni uomo e donna: la fatica, la quotidianità, la ripetitività, le relazioni, le scoperte, le incomprensioni; insomma tutto ciò che avviene in un paese e che avviene in ogni paese, l’ha vissuto pure lui: ha vissuto quelle cose che noi cerchiamo di schivare, o per lo meno non apprezziamo, perché non hanno  significato, e sono la quotidianità.

Importantissimi quei trent’anni invece! Ed entra nella sinagoga, dove ha imparato a leggere, a scrivere, ha imparato la Parola di Dio, è cresciuto, dove ha tutti i suoi ricordi, i suoi compagni, e la gente rimane stupita e alla fine lo rifiuta.  

Noi diciamo spesso “gli oscuri anni di Nazareth”, anche perché nei confronti di Gesù abbiamo ancora la stessa mentalità dei suoi compaesani: anche noi non capiamo perché Gesù ha vissuto la maggior parte della sua esistenza, in un paese anonimo, in un’esistenza incolore, con millenni di attesa, secoli di preparazione e arriva il Messia, e per trent’anni: niente. Non fa, non dice nulla che non sia “strettamente normale”. 

Quando il vangelo ci dice che lui è il figlio del carpentiere, ci fa capire che era subentrato nel lavoro del padre; non è un lavoro qualificato: aggiustava gli attrezzi, gli utensili da lavoro, costruiva pezzi che potevano rimettere a posto mobili disfatti; viveva – insomma – lavorando per altri.

Gli “oscuri anni di Nazareth”, sono una rivelazione del modo con cui Dio si inserisce nel nostro quotidiano e lo vive in un modo diverso: dà un grande significato positivo, profondo al lavoro quotidiano; il lavoro è il cantiere allora del Regno di Dio: è in esso che la persona si “allena”, si forma al senso della vita, della collaborazione, della solidarietà, della concretezza, dell’approfondimento della sua umanità, della sua dignità.

Quanto siamo ingiusti se lasciamo la gente senza lavoro: le viene a mancare, oltre che la possibilità di vivere, la stessa dignità umana.

Oggi che l’epidemia forse sta mollando la presa, ci lascia un grande impegno per tutti e per le istituzioni: ridare e offrire un lavoro dignitoso per tutti. 

E’ un compito che ci deve vedere impegnati tutti, da persone e da cristiani. 

1 Maggio 2020
+Domenico