Lo voglio vedere anch’io questo Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19,1-10)

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Qualcuno crede che sulla sua vita sia già stata detta l’ultima parola. Sicuro, tranquillo, incallito … so quel che devo fare, ho sentito tutti: preti, politici, santoni, fattucchiere … ho un abbonamento agli oroscopi e mi sono fatto una mia concezione della vita. Di questi nostri tempi è bene non esaltarsi, mantenersi né troppo caldi né troppo freddi, tirarsi fuori e farsi i fatti propri: le leggi vanno interpretate, un po’ furbi bisogna esserlo, altrimenti lo sono gli altri meglio di te e ti silurano. Sono anche disposto a pensare che in questa situazione si goda anche di una certa serenità: non è detto che la coscienza si faccia sentire, l’hai talmente addormentata che non dà più segni di vita.

Zaccheo, un borghese piccolo piccolo, di statura pure, doveva essere questo nostro autoritratto: probabilmente piccolo e tondo, un “pallone gonfiato”; lui è esattamente l’opposto del fariseo, del giusto, del regolare, del bravo ragazzo, della persona per bene che osserva  una vita del tutto semplice. Lui ha abbandonato la norma, si è costruito il suo giro di amici, i suoi affari; le strade che percorre non sono quelle normali di tutti: spaccia, si buca, ruba, si nasconde, l’orario della vita glielo detta la necessità di procurarsi la grana e come spenderla e farla spendere, glielo detta tutta quella serie di appostamenti che uno deve fare per vivere di sostanze. E’ dentro un giro da cui non si esce facilmente: ha il suo tam tam, le sue indicazioni, legge i cartelli in cui c’è scritto “Dio c’è” e si apposta. E’ una vita parallela: non va certo in parrocchia.

Non c’è proprio più niente da fare, ha trovato pure il suo dio: l’uomo nella prosperità non comprende – dice il salmo – è come gli animali che periscono.

Ma, grazie a Dio, gli nasce in cuore una vanità: “di questo Gesù parlano tutti, io non ne ho proprio bisogno, ma voglio vederlo. Purtroppo non fa concerti, perché mi prenderei facilmente dei biglietti in prima fila, con tutti i soldi che ho. Non è del mio tipo da quello che ho sentito dire, anzi mi pare un po’ fuori di testa per quel che dice; ma lasciatemelo vedere”.

Due elementi mette in chiaro il Vangelo in questa sua “ricerca”, due difficoltà: era piccolo di statura e c’era molta folla; due difficoltà collegate e, se leggiamo i vangeli come una cronaca la salita sull’albero è una buona scorciatoia per risolverle; ma se il Vangelo è pieno, come lo è sempre, di simboli, possiamo analizzare e dare significati più profondi anche per noi a queste difficoltà.

Era “piccolo di statura”: fosse l’essere piccolo del Vangelo, cioè affidato completamente alla bontà di un papà, allora sarebbe un titolo di privilegio per essere amati da Dio, ma qui la piccolezza è piccineria, è non avere slancio, è tutto quell’insieme di elementi che non ti permette mai di alzare lo sguardo, è adattarsi al ribasso, è avere la testa incapace di generosità, di gratuità, di gratitudine; è la piccineria di chi si gonfia come un pallone, non si sviluppa mai in altezza, ma si allarga e non passa più da nessuna parte.

L’altro Non poteva per la folla: se sei piccolo di testa e di cuore, sei vittima dell’opinione di tutti, ti fai condizionare dalla moda, da quel che dicono gli altri, non c’è il minimo di indipendenza. I tuoi amici del pub ti determinano la vita, per far piacere a loro non prendi nessuna decisione, non hai il coraggio di tirarti fuori dal mucchio, ti nascondi sempre dietro l’idea dominante: il piercing ultimo grido, il tatuaggio d’obbligo, la furbata al supermercato, la rimorchiata da raccontare, il pestaggio da fare. Credi di essere indipendente, moderno, libero, invece non riesci a decidere niente se non hai l’indice di gradimento della “folla” degli amici della compagnia, che, quando sei col morale ai tacchi, ti scarica o si diverte con te facendoti ubriacare.

E lo vede: sale su un albero, una tribuna naturale, e comincia già a sentirsi appagato … non c’è niente di nuovo!

Ma ora è Gesù che lo vede: alzò lo sguardo, con quello sguardo che ti lacera dentro e gli dice: lo spettacolo è finito, adesso sono io che voglio vedere te fino in fondo.

Il resto è quello che tutti in fondo sogniamo per la nostra vita, una gioia senza fine e senza merito, una vita che cambia radicalmente: “Do la metà dei miei beni a poveri e quattro volte tanto a chi ho frodato”.

Alla sua vita mancava solo Gesù, come spesso manca alla nostra.

Anch’io voglio vedere Gesù.

17 Novembre 2020
+Domenico

Dio lo devi cercare anche con le unghie anche con le unghie.

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,35-43)

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Si racconta nelle storie dei guru, di questi maestri di spiritualità, che c’era un giovane, bramoso di avere risposte a domande impossibili che continuamente rivolgeva a se stesso, a chi incontrava con passione, con ingenuità, talvolta quasi per scherzo.

Il desiderio che più lo assillava era poter vedere Dio: “Fammi incontrare Dio”, diceva al guru, “Me lo puoi mostrare tu che sembri uno che lo fissa tutti i giorni negli occhi?”. E il guru, con quel suo atteggiamento di estraneità a tutto quel che si muove, come sempre tace, lascia il giovane nelle sue domande.

Un giorno mentre fanno il bagno nel fiume, il guru quasi preso da un raptus, con mossa fulminea prende il giovane per il collo e lo costringe sott’acqua: il giovane si dibatte, tenta di divincolarsi, scalcia, si difende finché il guru vistolo all’estremo delle sue possibilità di respirare, allenta la presa e lo fa riemergere.

Il giovane meravigliato, dopo aver ripreso la possibilità di respirare chiese al guru: “Perché mi hai fatto questo scherzo?”.

“Vedi”, rispose il guru: ”Dio ti si darà a vedere se lo saprai desiderare più di quanto desideravi l’aria quando stavi per affogare”.

E’ ciò che è capitato a un cieco che ha incontrato Gesù a Gerico.

Stava lì a mendicare ai bordi della strada, come capita tante volte a noi di mendicare ai bordi della vita: che cosa andremo a mendicare anche oggi? Quali affetti, quali successi, quali beni cercheremo petulanti, senza accorgerci che guadagneremo solo piccole schiavitù?

Ebbene il cieco stava a mendicare: sente dire che si sta avvicinando Gesù, ne ha sentito parlare; Forse il suo mendicare non è stato del tutto inutile alle grandi speranze che coltivava; mentre gli dava la possibilità di vivere, gli permetteva di sognare, di aprirsi alla speranza. Aveva sentito parlare di Gesù: si sarà detto tante volte ” Se potessi incrociarlo!… Figurati se sarò così fortunato! A me non ne va bene una!”. Invece il vociare che sente è di quelli che fanno capire che c’è qualcuno, qualcosa: è lui, quel Gesù che tutti dicevano. Allora non capisce più niente, si mette a urlare. Non contano coloro che vogliono zittirlo, quelli che prima gli hanno acceso una speranza dicendogli che Gesù passava e adesso gliela vogliono spegnere.

Quella, certo, è l’unica possibilità che gli è data. Dio ti si darà a vedere solo se lo desidererai più dell’aria. E Gesù si fa incontrare. Gli dice: ”La tua fede ti ha salvato”, la tua cocciutaggine, la tua disperazione aperta…

Vivere mendicando è troppo normale, urlando lavoglia di incontrare la vita, la nostra ricerca di senso è meglio; se poi è una preghiera urlata a Dio è la certezza di fare centro. Smollati qualche volta di più, abbi l’umiltà di chiedere, di pregare, di urlare la tua paura, la tua sofferenza a Dio, la tua ricerca di luce della vita, la tua ricerca di indipendenza …

16 Novembre 2020
+Domenico

Tu per chi vivi o hai vissuto?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-30)

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Non era sicuramente un giovane quel personaggio della parabola dei talenti che ricevutone uno lo va a seppellire perché lo vuol conservare e restituire a un padrone che si immagina esigente, ma ingenuo!

E’ difficile che un giovane seppellisca i suoi talenti: lui scatta, lavora, briga, è furbo, ha fantasia, creatività, non sta mai fermo, si entusiasma …

Chi si tiene il suo talento stretto e lo va a sotterrare, proprio non lo capisco: è un poveraccio! E’ vero: tu hai sempre moltiplicato le doti che ti trovi in corpo: la bellezza, la giovinezza, l’intelligenza, l’affetto, la vivacità. Quando eri in compagnia era una gioia averti dei nostri.

Spontaneità è la parola giusta: un giovane è spontaneo, gli viene facile esserci simpaticamente. Non ha bisogno di ascesi faticosa per lanciarsi.

Ma … posso farti una domanda? Per chi hai moltiplicato tutte le tue qualità? Quale era il motore di questa spontaneità? Quando ti sei trovato con la catena della vita a terra che hai fatto? Hai cambiato compagnia … allora non moltiplicavi che per te, ti facevi i fatti tuoi, avevi le tue mire; secondi fini sicuramente no, ma incoscienza molta, autocentratura massima e specchi a non finire. Sei sempre stato tu il centro di tutto: hai continuamente spostato il tempo delle tue decisioni, perché ti sembrava di andarti a seppellire se decidevi di sposarti o di prendere un impegno serio nella vita.  Forse non avevi sepolto i tuoi talenti, ma li andavi tutte le mattine a lucidare, a vedere se ancora c’erano, a calcolare che non si svalutassero, a mostrarli in vetrina per convincerti che il loro valore non diminuisse.

E’ come se li avessi sepolti: quando Dio ti chiamerà non potrai dire “eccone altri cinque”, o altri due o altri dieci, perché se li hai usati e moltiplicati solo per te saranno ancora gli stessi. Ti sembrerà di averli moltiplicati, ma li hai solo guardati con una lente di ingrandimento, sono sempre e solo quelli di partenza.

Potevi tenere per te l’amore? Potevi tenere per te gli affetti, l’intelligenza, il tuo sorriso, la tua gioia, la tua giovinezza? Potevi far girare attorno a te tutto il mondo? Potevi vivere continuamente di rendita, senza mai metterti a disposizione? Come hai fatto a pensare che il mondo potesse diventare migliore senza il tuo semplice, ma necessario contributo? Donare non è seppellire, ma moltiplicare! Scegliere di donare la vita non è bruciarsi, ma ritrovarla sempre piena.

Duro alla fine il padrone: li hai sprecati e quindi te li sei giocati. E’ meglio che li passi a qualcun altro che li metta a disposizione.

L’egoismo, l’autocentratura, il far girare tutti intorno a noi sono la sconfitta della vita, non solo di una fede: aspetti di essere nonno per capire che ciò che resta nella vita è solo quello che hai donato, non certo quello che hai accumulato per te?

Non sotterrare mai niente di quello che hai, perché stai sotterrando quello che sei.

15 Novembre 2020
+Domenico

Siamo ancora capaci di affidare a Dio la nostra vita umana?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,1-8)

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Non occorreva la pandemia, anche se questa ha calcato troppo la mano nel farci capire che è finito il tempo della autosufficienza: non c’è più nessuno che dice “basto a me stesso”.

Siamo tutti legati, “globalizzati”: la nostra personalità la dobbiamo giocare in un insieme di relazioni. Non è in gioco la nostra libertà se ci si fa sempre più coscienti di dover governare e prendere in mano le nostre relazioni. Per convincerci nella testa, ma anche nella difesa della vita nostra e altrui, ci hanno obbligato a portarci la mascherina: non puoi più pensare solo a te stesso.

La stessa esperienza dobbiamo conquistarla e vivere nei confronti di Dio: il 90% degli uomini dice di pregare in qualche modo, cioè ammette di rivolgersi a quel qualcuno più in alto di lui, a un trascendente, per “chiedere”.

Sono parole dette tra i denti, talora sono desideri intimi, spesso ci si affida … nei momenti di gioia sgorga un ringraziamento, nel bisogno una domanda accorata: senti che il desiderio che ciò di cui hai bisogno non ti sia donato per merito, ma per bontà e tenerezza.

La preghiera non è debolezza, ma capacità di progettare e di affidare a Dio il nostro progetto, perché ne sia lui il custode. In questi tempi stiamo chiedendo a Dio la fine della pandemia, solo che questa preghiera, come tutto del resto, non è come battere la tastiera di un telefonino o di un computer, non è inserire un gettone in una macchina, non risponde alla legge del tutto e subito, del commercio: è prima di tutto un dialogo e nel dialogo, quello che chiedi continua a ridefinirti in maniera diversa nei confronti degli altri, che devono essere aiutati a cambiare atteggiamento.

Entra in campo la scienza medica, l’organizzazione della sanità; abbiamo visto quanto siamo venuti meno agli standard di sicurezza della salute, sempre per risparmiare: non affibbiamo a Dio la colpa della nostra fame di risparmi e non di strumentazioni mediche. Chiedere la fine della pandemia è collaborare con la medicina, la medicina deve fare il suo dovere.

Un’altra grande domanda, richiesta che facciano a Dio è quella della pace: mentre chiedi pace ti scompare l’odio dal cuore; ripensi se anche tu sei causa di questa guerra, non pensi più alle armi: ti si apre una nuova visione della vita, e questa la affidi a Dio!

Dio sicuramente ci ascolta, ma troverà sempre gente disposta ad affidarsi a lui? O continuerà a opporre armamenti ad armamenti, invece che distruggere le armi.

Non ancora tutti gli stati hanno bandito l’uso della bomba atomica, Italia compresa. Che aspettiamo?

Dio troverà ancora fede sulla terra? O la nostra preghiera sarà solo un freddo rito e una insipida rivendicazione?

Pregare è desiderare e sentirsi operosi sempre nelle braccia di Dio.

14 Novembre 2020
+Domenico

Chi si avvinghia solo alla sua vita, la perde sicuramente

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

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Giustamente la nostra vita economica deve ogni giorno misurarsi con bilanci, contratti, programmazioni di entrate e uscite: tutti siamo preoccupati di far quadrare ogni cosa, almeno di pareggiare, soprattutto non perdere e, se vogliamo vivere, correre, guadagnare.

Per dare alla produzione e all’economia la modernità necessaria ci siamo dotati di nuova terminologia: la mission, il target, il planning, il counseling … poi temiamo un occhio al Nasdaq e al mibtel … insomma siamo moderni, attrezzati e precisi. Entro il tal mese dobbiamo giungere al top, altrimenti qualcuno salta.

Solo che questa sicumera che ci eravamo fatti, non abbiamo dovuto aspettare la fine del mondo per vederla infrangersi come neve al sole. La pandemia ci ha sconvolti tutti e tentiamo di dpcm in dpcm di ritornare alla severità dei nostri progetti. Cambiano le parole inglesi e sperimentiamo i fallimenti sotto i piedi.

Se è vero dell’economia ancor più questo è vero della salute e della stessa vita … e Gesù candidamente se ne esce con questa frase: chi cercherà di preservare la sua vita la perderà, mentre chi la perderà, la conserverà.

Se stai attaccato a te, se tutto il tuo interesse è la tua vita, se tutto porti al tuo “star bene”, ti troverai con in mano niente. Se invece avrài il coraggio di fare della tua vita un dono, se giocherai in perdita perché sei generoso, disinteressato, distaccato, non avaro, non egoista, ma altruista, conserverai la tua vita.

Sicuramente Gesù non parlava di economia, nè di affari, ma parlava di qualcosa che sta prima degli affari e delle economie; parlava di un cuore, di una vita, di una dimensione dell’esistenza che fonda anche il tuo benessere materiale.

Il pericolo è che spostiamo il criterio giusto per l’economia, anche se spesso è impietoso e potrebbe avere maggior umanità che è la risorsa più importante anche per gli affari, lo spostiamo, dicevo, nella vita di relazione, nell’amore, nel rapporto genitori – figli, nell’assistenza agli anziani, nell’amore a chi si sente di nessuno; qui esiste un’altra legge: un papà e una mamma che si dedicano ai figli, perdono proprio la loro vita perché mentre questi crescono, loro invecchiano. Ma che se ne farebbero della loro vita, se non la vedessero crescere nei figli?

Così è dell’amore tra due giovani: per volersi veramente bene occorre imparare a donare, a togliersi dal centro, a mettere al centro l’altra persona.

Ma a me cosa resta? Stai ancora a calcolare la vita, l’amore con la bilancia? A contare torti e regali? Devi vivere di speranza che è un attendere certo che la tua vita la riavrài piena.

Ieri questi pensieri e problemi erano di chi possedeva imprese, con responsabilità sociali, oggi sono di tutti! Abbiamo la capacità e l’umiltà di guardare a Dio in questa percezione di tramonto e far crescere speranza, che non è ingenuità di pensiero, ma molla di azione generosa con tutti, e Dio non ci farà mancare il necessario.

13 Novembre 2020
+Domenico

Per il Regno di Dio non servono transenne

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

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Siamo continuamente stuzzicati dal Vangelo con alcune domande che ci sono sempre sembrate di catechismo. Il regno di Dio c’è? Quando viene? E’ qualcosa in cui dobbiamo entrare? Già la Chiesa mi pare stretta e intendo che cosa vuol dire appartenervi.

Questo fantomatico regno che è ? ‘ndo sta?

Proviamo a pensare al regno di Dio come stiamo invocando la fine di questa pandemia, che, tronfi come sempre, avevamo prima negato, poi sminuito, ora più cauti speriamo almeno di non tornarci dentro come in primavera.

Insomma anche sulle cose di Dio noi siamo sempre quelli: saputelli, mancanza di senso del limite, scienziati che tagliano il capello in 4 … invece dobbiamo avere consapevolezza che di fronte alla scienza siamo sempre alla scuola primaria e di fronte alla grandezza e bontà di Dio nemmeno alla scuola materna.

Il progetto di Dio sul mondo l’abbiamo ridotto al Vaticano, la sua misericordia a un elenco di peccati rassicurante, ben recitato; il suo amore per noi, che appare sempre gigante sulla croce una sorta di non senso….

Alle nostre domande vere anche se non sempre profonde, tipo «Quando verrà il regno?». «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione – dice Gesù – Il regno di Dio è in mezzo a voi.»

Gesù ci libera da tutte le delusioni che la nostra piccineria inanella!

Io ho studiato matematica e da questa visione la fisica: non finisco mai di stupirmi. E Dio, il suo progetto lo scrivo su una lavagna? Lo ritengo il solito discorso religioso di chi campa i piedi per l’aria?

Gesù sorpassa il nostro tendere a rinchiudere tutto dentro qualche pur incerto confine rassicurante.

Siamo tanto intelligenti e pieni di fede in Dio che la prima preoccupazione che abbiamo avuto in questi ultimi tempi era un investimento sulle transenne, un ricupero di sagrati, un posto in piedi nei banchi soprattutto davanti.

Il regno non è transennabile! Semmai è vero il contrario: il regno è già presente, ci avvolge e ci abita e senza strepitare ti si para davanti, ce l’hai davanti e non lo hai mai percepito. Frequenta il nostro intimo mondo interiore e tutte le dinamiche delle nostre relazioni. Non è manipolabile il Regno di Dio, non è imbottigliabile in luoghi, tempi, esperienze, sentimenti, concetti. Nemmeno dogmatici o morali.

Ho il difetto di aver studiato più matematica che dogmatica forse, ma almeno di non poter vivere senza il Vangelo non solo in tasca.

Dio e il suo regno debordano sempre. Dio desidera abitare con noi, incarnarsi nei nostri poliedrici mondi. Quanto mi piace questa fotografia del regno di Dio che spesso usa papa Francesco: un “poliedro” con tante facce tutte in comunicazione piena e non soffocante, come forse farebbe pensare di più l’immagine della sfera.

Non teme, Dio, di sporcarsi di vita umana: è qui per renderla piena e divina.

12 Novembre 2020
+Domenico

Un percorso da lebbroso caratterizza ancora l’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19)

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Per tanti secoli e oggi ancora per troppi anni, le periferie di villaggi, di città, di luoghi di ricco transito di persone sono stati abitati da bande di poveracci in cerca di elemosina, di aiuto, di una minima attenzione. Tra questi sempre purtroppo si sono ritagliati un posto di maggior miseria i lebbrosi: poveri e senza dignità, con scritta nella carne una condanna senza assoluzione alcuna.

Gesù non li trascura si mette a dialogare con loro e dare anche per la nostra umanità di oggi il dono che Lui è. Da loro nasce una invocazione insistente, intuiscono che non passerà come un viandante qualunque … dicono “Gesù, Maestro” ( ne conoscono nome e grande qualità di tracciatore di vie anche per loro)

Gesù risponde, non stigmatizza la loro situazione, li vuol sanare, guarire, riammettere al mondo delle relazioni di tutti: “Andate e presentatevi ai sacerdoti”.

Un ebreo sapeva che guarire dalla lebbra significava avere una sorta di salvacondotto dei sacerdoti del tempio: hanno la fiducia del centurione, perché partono e lungo il cammino guariscono tutti alla grande.

Ci possiamo fare alcune domande anche noi: Dov’è che mi riconosco lebbroso nella mia vita? Che tipo di lebbra mi disarticola il corpo, un possibile percorso, una compagnia con qualcuno? Cosa mi tiene lontano dagli altri, da Dio? Dove ho bisogno di guarigione? Sono capace ancora di una preghiera fiduciosa in Dio? Oso chiedere cose grandi? Oppure sono ormai troppo rassegnato, in fondo sfiduciato nella mia preghiera? I lebbrosi sono guariti strada facendo. Mi fido abbastanza di Dio da intraprendere il cammino, fiducioso che Lui compirà in me quello che non vedo ancora? In questa pandemia mi affido di più alle statistiche, alle previsioni o ci metto anche tutta la mia voglia di vivere e di far vivere sostenuta da un fiducioso abbandono in Gesù?

Tutti contenti i lebbrosi di aver posto fine a quella tragica reclusione dalla vita, uno solo, il meno pio, il meno “praticante”, anzi in contrasto etnico con il popolo di Israele perché è samaritano, riconosce che Gesù è grande, e ne riconosce onnipotente quel Dio che chiama sempre suo Padre.  

Io ho ancora la saggezza di aprire la testa di alzarne gli occhi per vedere l’azione di grazia di Dio in me? Mi costruisco un animo riconoscente ?

Posso ancora essere tra gli altri nove che non tornano, che faticano a riconoscere l’azione di Dio. Siamo tra quelli che prendono l’azione di Dio per scontata, e sono perciò incapaci di riconoscerne la presenza straordinaria in questa dura lotta per la vita che ci accomuna a tutto il mondo. Colgo l’occasione per riprendere il mio cammino di fede?

Allora almeno mi metto in preghiera, in conversazione a tu per tu con il Signore, come un amico parla ad un amico e  trovo la gioia di dirgli grazie perché l’ho ritrovato. Posso fare come il povero che si avvicina a San Martino e ne riceve copertura sotto il suo mantello, accolto e scaldato dall’amore.

11 Novembre 2020
+Domenico

Siamo solo servi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17,7-10)

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C’è un dono dello Spirito Santo che vien regalato ad ogni cresimando, il “timor di Dio”: nessuno dei ragazzi lo scambia con l’aver paura di Dio, ma sa che significa soprattutto riconoscere Dio come il nostro creatore e noi essere creature.

Invece da parecchio tempo un male sottile si insinua nelle nostre vite, colorandosi di grande attualità e necessità: l’autorealizzazione, il protagonismo, essere creatori e signori assoluti di noi stessi.

Siamo noi che decidiamo quando vivere e quando morire, che volto dare a questo universo, chi ritenere degno di stare su questo pianeta e chi no, chi ammettere alla mensa della vita e chi scartare, che senso dare ai nostri giorni e al mondo, decidere che cosa è bene e che cosa è male … e più progrediamo nella costruzione di questo nostro “castello”, più l’umanità precipita ai limiti della sopravvivenza.

Ieri comandava l’ignoranza che veniva scambiata per divinità, oggi comanda la superbia scambiata per intelligenza e progresso.

L’equilibrio non è facile, ma un principio cui ispirarci e a cui orientare la nostra vita il Vangelo ce lo dice: siamo semplicemente servi. L’uomo è qualcuno e può dire una parola significativa sul mondo, sulle cose, sulla vita solo se è Dio a dargli la parola, a renderlo soggetto attivo.

Essere servi non significa essere schiavi, significa sapere che non siamo i padroni dell’universo, degli altri uomini, della vita, del bene e del male, della giustizia e della verità, ma solo semplicemente servitori: servitori e figli che hanno un riferimento assoluto in Dio, che si fanno misurare dalla sua parola, che lavorano e respirano nell’aria del suo amore.

E’ la riconoscenza, la gratuità, la dignità riconosciuta di ogni uomo, il rispetto la collaborazione, la solidarietà, il perdono vicendevole, il sentirsi in debito gli uni verso gli altri e tutti nei confronti di Dio: questi sono i veri sentimenti della persona, dell’uomo, della donna, del giovane, del vecchio, del ragazzo, del bambino … non certo il potere, la sopraffazione, il disprezzo, la tirannia, l’ubriacatura dell’onnipotenza, la manipolazione della vita.

L’intelligenza delle cose belle, le intuizioni dello sviluppo umano, la ricerca del progresso, le scoperte scientifiche, la crescita in umanità, le soluzioni dell’economia, gli approfondimenti dei misteri della natura e della vita nascono e si sviluppano nella direzione giusta solo se ci sentiamo semplicemente “servi”, come dice il Vangelo.

10 Novembre 2020
+Domenico

Il tempio non c’è più, le nostre chiese sono preghiera e abbandono in Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-22)

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Anche in questa pandemia l’immagine che ci danno radio e televisioni sono sempre di gente fatta di compratori e venditori: giusto che si dia vita al commercio che permette a molte persone di vivere onestamente … si fanno talmente intelligenti le pubblicità che ti diverti pure mentre ti spremono e ti alleggeriscono il portafogli.

Se poi vai in un paese del terzo mondo vedi che tutti vendono e comprano di tutto, in tutti gli spazi possibili delle strade: non c’è catapecchia che non esponga il suo banchetto vendita. La più nobile ci ha pure una vetrinetta per il posteggio delle mosche.

Vendere e comprare è sentirsi vivi, è sperare, e avere relazioni è riempire la vita. Perché  non lo dovrebbe essere anche l’esperienza  religiosa, questo bisogno profondo dell’uomo, questo lato misterioso della vita umana?

Presso il tempio di Gerusalemme, punto di convergenza di tutto un popolo, crocevia di attese, di sofferenze, di speranze, crocevia di illusioni e di tensioni, rivoluzioni, vendere e comperare era diventato connotazione determinante.

Non andrai davanti a Dio a mani vuote?! Come puoi pensare che Dio ti benedica se sei così spilorcio? La vuoi pagare quella grandine che hai evitato o ti vuoi proprio rovinare senza evitare la prossima? Sarai un poveraccio, ma due spiccioli per un paio di tortore li puoi scucire anche tu.

Non erano preghiere, non erano dialoghi con Dio, non era abbandonarsi nelle sue mani, era “commerciare” con lui, era ridurre Dio a mercante.

Arriva Gesù, non è la prima volta che va al tempio, anche Giuseppe e Maria  un giorno si erano comperati un paio di colombi, ma questa volta non riesce più a “sopportare” questo ritratto che fanno del Suo Padre amatissimo. Il Regno di Dio non è fatto così, il povero non ha pedaggio da pagare per farsi ascoltare dal Signore; la religione di Dio, suo Padre, è la religione del cuore non della borsa.

Dio non si compera, ma si ama!

“Avete fatto della casa di mio Padre un mercato” … e butta all’aria tutto. Quando poi gli chiedono che autorità ha di fare questo rincara la dose e lancia una sfida: “distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò”. Dire questo era un reato punibile con la morte, e poco dopo gliela daranno con la crocifissione.

Dice il Vangelo che gli apostoli tennero in mente questo che Gesù aveva detto e capirono più tardi che il tempio era il suo corpo, la sua vita, risorto dopo tre giorni.

Il tempio di marmi e ori non avrà vita molto lunga: a parte la distruzione del 70 da parte dei romani nel giro di poco tempo tutti quei sacerdoti dovranno “cambiare lavoro”. Un rapporto di un procuratore romano degli inizi del II secolo dopo Cristo riferirà a Roma che sono in crisi le macellerie: perchè non si sacrificava più nessun tipo di bestiame.

“Voglio misericordia non sacrifici, il cuore contrito non un portafoglio più appiattito!” … e il tempio per incontrare Dio cambierà completamente.

Anche questo cambiamento di modo di mettersi in relazione con Dio verrà caricato sul conto di Gesù: non tocchi mai impunemente i soldi di nessuno, ma ne esce ripulito, più vero, più autentico il volto di Dio Padre.

9 Novembre 2020
+Domenico

Non fa l‘fanatico, vedrai che ce la facciamo lo stesso

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

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Nella vita ci capitano spesso cose improvvise, nonostante tutte le precauzioni che abbiamo preso: gli incidenti stradali, le malattie, eccetto il COVID-19, che però sai che c’è, pratichi tutte le mascherine e abluzioni possibili, poi ti trovi che sei positivo, le stesse persone che incontri dopo tanto tempo ti spaventano.

Ci sono cose però che pur vengono all’improvviso, però sai che arrivano, ti alleni a vigilare per il lavoro stesso che tu fai. Qui ci deve essere sempre molta attenzione devi stare sempre all’erta.

Essere preparati a vivere bene tutti gli avvenimenti che la vita ti porta non è sempre facile: talora siamo in ansia, come quando si aspetta la nascita di un bambino, la data di un esame, il giorno del matrimonio, altre volte invece ci si adatta, ci si spegne e anche le cose più importanti ti passano senza che te ne accorga e perdi occasioni belle, determinanti e decisive.

Hai messo il silenziatore alla tua vita, ti sei collocato in stand by e aspetti che la vita si faccia da sola, le decisioni si realizzino automaticamente … e invece la vita passa e non te ne accorgi.

Erano con attese di questo secondo tipo, anche se non erano della protezione civile, quelle ragazze che dovevano fare festa allo sposo: dovevano aspettarlo per celebrare con lui le nozze, per dire con le loro grazie la bellezza della vita; cinque di loro erano sveglie, in attesa, preparate, sollecite; le altre invece tranquille, ancor peggio adattate e assopite, svogliate e pigre. Sembrano il ritratto del nostro “tirare a campare”: ma sì, vedrai che a tutto si trova un rimedio … molti si affannano, ma vedrai che noi all’ultimo momento troveremo di intrufolarci in qualche parte, riusciremo come sempre a soffiare il posto a qualcun altro, a sfruttare l’occasione. Se siamo in ritardo passiamo sulla corsia di emergenza!

Una vita che non prende mai decisioni, si adatta e naviga a vista, non progetta, né prevede, non costruisce, ma vive di rimedi, non collabora, ma sfrutta. Il gioco può essere anche bello, ma lo sposo, il centro della festa, lo sposo che è il Signore Gesù, non lo si può aspettare addormentati sulle nostre comodità, invischiati nei nostri egoismi e pigrizie, calcolando inganni a danno dei buoni.

Il Signore passa e se non trova un cuore pulito che lo invita, gli fa posto, non forza, non costringe, non toglie la libertà che stiamo usando male, la rispetta e passa oltre.

Altri sono in attesa di lui, hanno fame della sua parola, sanno che le sue nozze sono determinanti per la loro vita: lo avranno, lo accoglieranno, faranno di lui il centro della loro festa.

Infatti il Vangelo, in maniera quasi inaspettata per il nostro buonismo che non permette mai di dire “si, si; no, no” ma che continua con falsa pietà a giustificare tutto, dice perentorio quella frase tremenda e agghiacciante “e la porta fu chiusa”.

Fu chiusa la porta non della bontà e della misericordia di Dio, ma della coscienza, della libertà spesa bene, della vita generosa, della ricerca della vera felicità. Fu chiusa la porta delle scelte, per entrare nella delusione dell’adattamento.

E’ in gioco la nostra vera gioia, ma dobbiamo essere coscienti che Dio è sempre esigente, proprio perchè ci dà tutto quello che è necessario per fare la scelta giusta. 

8 Novembre 2020
+Domenico