Del tuo prossimo o dici bene o non parlare

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 36-37) dal Vangelo del Giorno (Lc 6, 36-38)

«Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato;»

Siamo passati da una vita contadina, piuttosto controllata in tutto a una vita cittadina in cui la gente giustamente va e viene senza sentirsi continuamente “catalogata dagli altri.

Si è creato un anonimato di troppo, ma sicuramente più libertà.

Sembra però che non sia cambiato il vizio di giudicare gli altri, di farsi una idea preconcetta e di continuare a vivere di pregiudizi.

Artisti in questo sono i giornali, che ti dipingono una persona come vogliono, e te la fanno passare per l’immagine che ne hanno creato.

Così sono per esempio i giovani visti dagli adulti e spesso anche viceversa, così sono gli immigrati, visti dai residenti, così chi è vestito in un certo modo che viene valutato per come si “addobba”, così sono i cattolici nei confronti del dibattito pubblico.

Insomma, il problema, essenzialmente, sta nel non avere mai il coraggio di parlarsi di comunicare personalmente, di guardarsi negli occhi, di stare ad ascoltarsi: I nostri mezzi di comunicazione in questo sono conniventi

Il Vangelo invece dice che non si deve assolutamente MAI giudicare.

Si possono avere idee molto precise sui fatti in se stessi, ma per le persone occorre sempre avere grande rispetto.

Ognuno ha la sua coscienza, che è in dialogo profondo intimo con Dio, ognuno ha il suo tribunale interiore che lo giudica, che lo mette a nudo di fronte a se e a Dio.

Noi dobbiamo solo avere il massimo rispetto e la massima apertura di comunicazione, per poterci aiutare l’un l’altro a vivere e a sperare.

Del tuo prossimo, o dici bene, o non parlare. 

Non giudicare significa essere come un papà, che accetta senza condizioni suo figlio.

Non aspetta di farsene un’idea per volergli bene, non fa analisi, ricerche, appostamenti per volergli bene.

Il voler bene è un atto sempre unilaterale: Così lo deve essere di ciascun uomo verso l’altro.

Non giudicare significa che ho sempre le braccia aperte all’accoglienza, senza condizioni.  

Alla fine della vita, quando si compirà la nostra storia e appariremo davanti a Dio con tutta la verità della nostra vicenda, Dio ci leggerà il suo giudizio, ma la sua bontà è tale che Lui lascia scrivere a me il giudizio che leggerà, che definirà la mia vita davanti a Lui per l’eternità: ed è lo stesso che io oggi formulo sul mio fratello.

Non giudicare però è ancora troppo poco, l’amore di Dio sovrasta giudizio, colpa e condanna  con il perdono, proprio perché Lui non ci abbandona mai.

Può sembrare qualcosa di Dio, di non vero, ma se non arriviamo al perdono, non sapremo mai stare assieme.

9 Marzo 2020
+Domenico

   

La gioia di bucare il cielo almeno qualche volta

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,1-2) dal Vangelo del giorno (Mt 17, 1-9)

<<Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.>>  

È da un po’ di giorni che non riesci a vedere il fondo.

Sembra che tutto si accanisca su di te.

Posso avere pazienza di fronte a chi da sempre mi avversa, mi fa dispetti, gode nel vedermi soffrire … ma spesso mi sembra che anche Dio mi abbia abbandonato: mi sembra di essere stato proprio “scaricato”, non trovo più gusto nella vita e la preghiera assomiglia più a un’illusione che a una forza.

La mia vita sarà sempre in salita…

È vero che si dice che nel buio della vita c’è  sempre una luce per tutti, ma dove è questa luce? Siamo lasciati in questa esistenza ad arrangiarci da soli? O trovare appigli oggi che diventano delusioni domani?  

Non erano forse giunti ancora a questo punto gli Apostoli, ma dopo la generosa risposta alla chiamata di Gesù, dopo aver lasciato tutto per avventurarsi con Lui per le strade della Palestina, speravano di poter cominciare a portare a casa qualcosa.

Pietro: hai lasciato azienda, moglie e figli, per correre dietro a questo Gesù come un adolescente; Ma ti rendi conto che a parte un po’ di notorietà, non concludi niente?

Non ti accorgi che invece attorno a Gesù  si comincia a stringere il cerchio della gente che lo vuol far fuori?

Tu, Giovanni, sei giovane: a te piacciono le avventure, non devi rendere conto a nessuno del tempo che butti, ma questo Gesù ti sembra all’altezza dei tuoi ideali, del tuo entusiasmo, della tua voglia di vivere?

Già altri come te, hanno girato i tacchi e se ne sono andati.  

Sono le storie delle nostre vite, le domande della nostra fede, le prove di libertà che ognuno deve affrontare.

Il credente sa che … un Amore misterioso dirige la storia, anche quando gli eventi sembrano mostrare il contrario!

I nostri occhi sono miopi, le nostre menti non hanno la lucidità necessaria per capire il disegno di Dio nella nostra storia.

Soltanto la fede ci permette intravederlo …

E Gesù prese con sé Pietro Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto e si trasfigurò davanti a loro: si è dato a vedere per il Signore che egli è.

Non han parole per esprimere l’esperienza sconvolgente che fanno di Lui: «È bello per noi stare qui».

Questo è il mio Figlio amatissimo

Non dobbiamo anche noi trovarci degli spazi di contemplazione, di dialogo “a tu per tu” con il Signore?

Esistono nella vita umana e cristiana sempre squarci di luce: può essere una assemblea di preghiera particolarmente sentita, la visita coinvolgente a un santuario, l’incontro con un “testimone della fede” che ce la comunica con la forza della sua esistenza …

La quaresima può essere questo Tabor per noi, perché in essa incontriamo i poveri e contempliamo Gesù, incontriamo ammalati e in essi vediamo il volto di Gesù, facciamo la via Crucis e seguiamo Gesù oppure ci lasciamo incantare dall’adorazione del Risorto. 

Torneranno ancora dubbi e prove, certo: proprio a questi tre si appesantiranno gli occhi e le vite nel momento della prova del Getsemani, ma Lui è il Signore.

C’è una comunità cristiana che aiuta noi gente dalle infinite debolezze e illusioni nel trasfigurarsi in speranza? 

8 Marzo 2020
+Domenico

Dio non ha nessun nemico e così il cristiano

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-46) dal Vangelo del Giorno (Mt 5, 43-48)

<<Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?>>

Viviamo in un tempo in cui si moltiplicano i “nemici”.

Sarà il terrorismo, saranno le battaglie ideologiche, sarà la fragilità della nostra umanità, ma oggi sembra che l’arte principale sia quella di individuare i nemici e trovare tutte le motivazioni possibili per scatenare una guerra che li annienti.

Si ricorre anche alla “guerra di religione”: Si inventano guerre “sante” per dare la stura a tutto l’odio che cova tra uomo e uomo.  

L’amore ai nemici invece è l’essenza del cristianesimo: Dio non ha nessun nemico, per lui siamo tutti figli.

Quel Cristo crocifisso e immolato sulla croce era stato visto come il nemico numero uno di Dio ed era ed è il suo amatissimo Figlio.

Per rendere lode a Dio, lo hanno ammazzato.

Aberrazione dell’umanità non solo contro di lui, ma quando lo stesso lo si fa per un qualsiasi uomo, per una creatura che è sempre figlio di Dio. 

Non si tratta di … sforzi psicologici per mantenere la calma di fronte alle offese o una sufficiente capacità di autocontrollo per non lasciarsi coinvolgere in liti assurde, ma di un modo nuovo di pensare, di mettersi di fronte all’umanità con lo Spirito del Signore. 

Abbiamo bisogno di immergerci nella infinità e gratuità dell’amore di Dio per tutti gli uomini per cancellare dal nostro vocabolario la parola “nemico”.

E’ un continuo e costante esercizio di contemplazione del suo volto nel volto dell’uomo, della sua presenza in ogni vita che Lui ha fatto nascere.

Dio non potrà mai ordinare di uccidere.

Chi uccide in nome di Dio si è costruito una “ideologia funzionale” a disegni di potere e trova utile, e molto comodo, e molto promettente, strumentalizzare la fede di gente esasperata dalle ingiustizie o montata ad arte con l’odio per praticare operazioni puramente strategiche, sicuramente non religiose. 

L’amore al nemico non toglie che ci siano leggi che aiutano il rispetto, che controllano i comportamenti errati e definiscono diritti e doveri, pene e riabilitazioni, giustizia nei rapporti interpersonali e sociali, ma tutto questo lavoro ha bisogno assolutamente di un colpo d’ala, che è appunto l’amore verso i nemici. 

I martiri cristiani hanno sempre saputo perdonare e dare la vita per dei fratelli che li uccidevano, che non hanno mai ritenuto nemici.

Questo dai ragazzi agli anziani ultraottantenni che venivano ammazzati e fatti martiri. 

Questo amore non è opera nostra, ma di quel Dio che non ci abbandona mai.

7 Marzo 2020
+Domenico
 

Trovate sempre belle le vostre tradizioni … ma io vi dico

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 20-22) dal Vangelo del Giorno (Mt 5, 20-26)

<<Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.>>  

I rapporti tra di noi spesso sono senza un minimo di gentilezza, di rispetto, di accoglienza reciproca: sono i toni della vita di relazione in famiglia, tra gli amici, a scuola o sul lavoro, spesso nella politica o nel mondo degli affari.

Tante persone sono sempre in lite: Liti verbali, si dice, ma sicuramente di rapporti tra di noi avvelenati si tratta.

Non è questione di galateo, anche se un po’ di educazione non guasterebbe, ma di dignità delle persone: E’ sempre violenza che si scatena e che pone le basi per una impossibilità di convivenza pacifica.  

Il discorso della montagna, invece, parte da un altro punto di vista: non sta a vedere quali sono i comportamenti essenziali per poter sopravvivere in rapporti “passabili”, ma ci dice che siamo tutti figli di Dio, che il nostro ideale è la perfezione di Dio Padre.

Per questo l’ira con il proprio fratello è un omicidio del cuore.

Se l’altro è il nemico da abbattere, non è più un fratello e quindi io non sono più figlio.

Il disprezzo è già l’uccisione dell’altro; descrivermi l’altro dentro di me come non degno di vivere è già prepararne la morte.

Fanno così tutte le campagne che vogliono accreditare la guerra: inventano delitti orribili, nefandezze, stragi, avvelenamenti … che il nemico dovrebbe aver fatto così che si è autorizzati a uccidere; Descrivono l’altro, il fratello come un assassino, un “senza cuore”, un ingiusto per poter avere il diritto di ammazzarlo. 

Ma l’altro è sempre un fratello, è sempre un figlio di Dio come me.

Per vivere da fratelli occorre fare un salto di qualità nei rapporti: è necessario passare dalla sopportazione o dallo stare “appena assieme”, all’amore, e Gesù nel vangelo si propone con grande autorità: Qui si vede che è il Figlio di Dio, non un profeta qualunque.

Gesù si esprime come un legislatore della nuova legge: <<Avete sentito che fu detto … ma io vi dico>>. 

Un profeta non si poteva permettere di parlare in prima persona, doveva sempre e solo riecheggiare nei suoi discorsi la Parola scritta, o se non altro il parere dei più grandi interpreti di essa: era un “mandato” che trasmetteva.

Invece Gesù è l’inviato, il Cristo che ha la stessa autorità di Dio.

Questa sarà la grande accusa per farlo morire, ma questa è la consolante verità che ci consegna Gesù come il Figlio dell’eterno Padre, il Salvatore, il Dio che non ci abbandona mai.   

6 Marzo 2020
+Domenico

La paternità di Dio non viene mai meno

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7, 11) dal Vangelo del Giorno (Mt 7, 7-12)

<<Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!>>

Chiedere sta diventando l’arte di far diventare l’oggetto della richiesta un progetto: Molti giovani si stanno specializzando nel costruire il proprio curriculum perché il lavoro è talmente precario che occorre continuamente girare a chiederlo.

All’inizio si parte tentando il colpo di fortuna, non sai nemmeno tu quello che vuoi, e qualche volta ti va bene … poi se non sei soddisfatto ritenti di nuovo, hai affinato la tua ricerca, ti si sono chiariti i gusti e soprattutto la capacità professionale e il desiderio di realizzarti in un certo modo.

Così a mano a mano che chiedi, chiarisci a te stesso che cosa vuoi fare, che cosa ti è necessario, chi vuoi essere.  

E’ così anche con il Signore.

Il Signore conosce già molto bene quello di cui abbiamo bisogno, solo che noi invece siamo abbagliati da chimere, o siamo scoraggiati e rinchiusi in noi stessi; abbiamo perso e spento i desideri, abbiamo messo la sordina sulla nostra progettualità, viviamo a caso … crediamo che la vita sia un “terno di fortuna”.

Invece Dio è contento di fare da “partner” nella costruzione del nostro futuro: <<Chiedete e otterrete, bussate e vi sarà aperto>>.

Chiedere, bussare, pregare, non sono verbi di umiliazione e di passività, ma di desiderio e di progettualità. 

In pratica è come se dicessi: Signore io ho un progetto che dà senso alla mia vita,  te lo metto nelle mani; desidero che sia tu il custode del mio progetto.

Questa preghiera suppone che io sia disponibile a tutti i cambiamenti che il Signore potrà introdurre nel mio progetto. 

E Dio non manca all’appuntamento.

La sua paternità è già scritta nelle nostre; non dà sassi al posto del pane né scorpioni al posto dei pesci; non ci inganna, non ci sconvolge la vita se non per il meglio per noi e per la nostra felicità.

Abbiamo almeno la delicatezza di mettere nel suo cuore quello che, da sempre, di buono ha seminato nei nostri.  

Purtroppo tanti ragazzi oggi non possono contare su un papà che li ama, o su una madre che si sacrifica per loro, anche se moltissimi papà e mamme sono l’immagine della bontà di Dio.

Se guardiamo a queste immagini ci aiutiamo gli uni gli altri ad aprire la nostra fiducia nel Signore, ad affidargli con serenità la nostra vita, a vederlo sempre paterno e a braccia aperte per noi.

Se c’è una immagine assoluta che Gesù ha voluto far passare lungo tutta la sua vita è proprio stata l’immagine di Dio come Padre, l’immagine di un papà, perchè così ci ha insegnato a chiamarlo.

Dio è un Padre stravede per noi, e non ci abbandona mai

5 Marzo 2020
+Domenico

Cercate sempre prove, ma io vi darò il grande segno, anticipato da Giona

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 29-32)

Il bambino che gioca in casa da solo ogni tanto si alza di scatto e va a cercare la mamma: Non vuol sentirsi solo, vuole conferme di una presenza rassicurante.

L’innamorato chiede spesso all’innamorata un segno di questo amore che è nato tra loro: è una carezza, un bacio, un pensiero un sms, un regalo, uno sguardo profondo negli occhi …

So che mi vuoi bene, ma voglio esserne sicura.

Le realtà vere, ma invisibili agli occhi, hanno bisogno di qualche elemento concreto: il “segno”, appunto, che veicola quel bene invisibile.  

E quando questi segni non sono all’altezza del loro compito nasce la tensione: la gelosia, la sfiducia, la voglia di prove, la pretesa di una dimostrazione …

Sono così anche i contemporanei di Gesù: Lo sentono dire cose meravigliose, lo sentono attribuirsi prerogative inimmaginabili in un uomo, attributi e azioni che sono solo di Dio.

<<Ci dai una prova per convincerci che è vero quello che dici? Siamo disposti a seguirti, ma ci dai un segno che aiuta tutti a orientare la nostra intelligenza nella direzione delle tue pretese?>>

Certo, era un esigenza fin troppo esagerata … questa …

Ma Gesù dice: “il segno che vi do non è una rispostina che chiude la ricerca e la responsabilità di ciascuno di fronte alle scommesse della vita, ma una ulteriore ricerca di significato; non è una dimostrazione che mette a posto la coscienza o l’intelligenza, non è una fredda proposizione di plausibilità, ma … un passo ulteriore che dovete fare, una decisione di stare dalla parte della proposta rischiando la propria sicurezza “comoda”.

Il segno è: “la morte e la mia Resurrezione, è l’incapacità della morte di dire su Gesù l’ultima parola”.

E’ significato, tutto questo, nell’episodio di quel predicatore avvilito, di nome Giona, che stanco dell’insuccesso, o meglio pauroso di non farcela a seguire il comando di Dio, fugge dalla sua missione, viene buttato in mare e viene ingoiato da un grosso cetaceo, che dopo tre giorni lo ributta a riva, vivo. 

Questi tre giorni sono una tipica qualità, o immagine, del tempo della morte e risurrezione di Gesù. 

Questo è l’unico segno: la prova, il fatto su cui fondare la vostra fede.

Non è una certezza matematica, non è una dimostrazione, ma vi dà la possibilità di giocare tutta intera la vostra libertà.

L’amore non ha bisogno mai di prove, ma di segni.

Altrimenti non viene giocata la speranza, ma la propria incapacità di affidarvi.

“e Io vorrei che voi vi affidaste: abbiate fiducia in Me.” 

4 Marzo 2020
+Domenico

O Signore, per noi sei proprio un Papà

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

La preghiera è un atteggiamento tipico di ogni uomo: Ciascuno di noi prega qualche volta nella vita.

E’ una reazione spontanea a un momento di dolore, un canto per un momento di gioia: insomma, sentiamo che la vita non ce la siamo data noi, il mondo non è opera nostra; ci sentiamo “regalati” in ogni momento.

Chi pensa al caso forse può fare a meno di pregare … allora si affida spesso alla scaramanzia, alla magia, alla fortuna, a un caso benevolo, che non osa pensare come un papà, perché gli sembra una “debolezza razionale”.

Gesù pregava molto e passava notti in dialogo con Dio.

Faceva impressione ai suoi discepoli vederlo assorto e beato in Dio, nelle notti di luna, come sarà quella del Getsemani, nelle sere estive, quando stanchi venivano invitati a stare con lui … tanto che gli hanno chiesto: “Tutti gli uomini che hanno seguito un maestro, un profeta, una figura che a loro rappresentava il Signore, hanno insegnato preghiere, perché noi dobbiamo farne a meno? insegnaci a pregare!”

E ne è nata una preghiera che ogni cristiano ha imparato e che a fior di labbra ogni tanto diciamo.

Padre nostro, né solo mio, né solo tuo, ma di tutti noi che viviamo su questa terra, di quelli che ci hanno preceduto e che ci seguiranno.

Per noi sei un papà.

Ci sentiamo bisognosi di essere sorretti dalle tue braccia forti e amorose, ci possiamo perdere, ma vogliamo essere sicuri che fuori dalle tue braccia non cadremo mai.

Abbiamo un padre e una madre che Tu ci hai regalato, ci sostengono nella vita, ci accompagnano, ma poi ci devono lasciare soli.

Anche noi diventiamo padri e madri a nostra volta, facciamo fatica ad esserlo sempre come vuoi Tu, per questo delle Tue braccia solide abbiamo sempre bisogno.

Sappiamo di stare a cuore a Te, sappiamo che non ci abbandoni, anche quando non riusciamo a capire che cosa ci capita nella vita, quando siamo provati da sofferenze che pensiamo ingiuste e inutili, insopportabili e esagerate.

Ma sappiamo che anche Tu da Padre hai visto soffrire tuo figlio e non lo hai abbandonato: lo hai sorretto e gli hai dato la risurrezione, gli hai regalato una vita piena, inimmaginabile, la vita che vuoi dare anche a tutti noi.

Non conosciamo la Tua Volontà: Tu reggi il mondo, Tu non sei amato da tutti, molti ti odiano e ti offendono, ma sappiamo che Tu vuoi a tutti solo bene e la Tua volontà è sempre e solo amore nei nostri confronti, anche se non riusciamo a capirla e a viverla, e vorremmo che questa sia sempre fatta.

Siamo sempre in attesa del Tuo regno, di un mondo nuovo, e la nostra vita è molto “terra-terra”, concreta: ogni giorno dobbiamo mangiare, vivere in luoghi di pace, in case che ci fanno da tenda, in cui ciascuno può trovare un pane; dacci la gioia di costruire assieme a Te questo regno che Tu ci regali oltre ogni nostro merito.

Spesso ti tradiamo, fuggiamo, da Te: Tu non ci lasciare nel nostro male, ma rialzaci sempre e anche noi ci daremo da fare per chi, per fragilità o per ostilità, ti vuol dimenticare.

Tu tienici sempre come tuoi figli, noi ci fidiamo di Te, perché Tu non ci abbandoni mai, in nessuna tentazione che la vita ci costruisce e con la quale ci alletta.

3 Marzo 2020
+Domenico

Farsi carico della vita dell’altro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,37-40)

<<Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?” Rispondendo, il re dirà loro: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me >>

La vita cristiana, di fronte a Dio, esige sempre consapevolezza del bisogno del suo perdono: Questo bisogno non è una fiction in cui i cristiani possono giocare a mettersi la maschera della contrizione, del digiuno.

La visione del giudizio finale di Matteo, che ben si colloca nel ricordo dei defunti, ci toglie ogni illusione di recitare “commedie”.

Alla fine del mondo, l’esame di coscienza e di laurea  per il paradiso sarà di tutt’altro tipo.  

Le domande risolutive saranno molto semplici: “Che avete fatto al povero che petulante bussa alla vostra porta? all’handicappato che non può salire nessuna scala? Che avete fatto al carcerato che aspetta che gli si venga data una pena certa e una possibilità di riabilitazione? all’immigrato che è venuto a chiederti alloggio o un lavoro? e al demente che viene accollato, solo, sulle spalle dei suoi vecchi genitori?” 

Abbiamo mandato assegni alla caritas, abbiamo fatto petizioni in comune, abbiamo fatto manifestazioni in piazza, abbiamo dato quattro soldi per levarceli di torno, abbiamo fatto lavare i vetri ai semafori … 

Ero Io, in quel povero, in quel demente, in quell’immigrato, in quel carcerato…  Mi hai guardato negli occhi? mi hai degnato di un sentimento di amore o hai provato solo pietà … e magari distacco? 

In giornate come oggi, in cui il pensiero e il passo si fanno riflessione  occorre avere il coraggio di guardarsi in faccia e riconoscere in ciascuno il volto di Gesù.

Fare la carità, oggi, ma è sempre stato così, non è facile: occorre farsi carico della vita dell’altro, anche negando il denaro che non risolve nessun problema, offrendo la canna per imparare a pescare e non il pesce, aiutando a trovare lavoro perché ciascuno si costruisca il suo futuro, offrendo un microcredito, magari, che possa ridare fiato al momento sfavorevole.

Molta povertà è solo frutto di inedia, di forze inoccupate e orientate all’ozio e quindi al vizio.  

Come fanno questi poveri a capire che Dio non li abbandona?

Solo se troveranno persone che vedranno in loro il volto di suo figlio e lo metteranno al centro della loro esistenza.

Ricordate il Vangelo di Matteo: <<Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero nudo e mi avete vestito, malato in carcere e siete venuti a trovarmi>>

insomma, ero io che facevo la fila alla caritas, ma mi sono trovato accolto nel caldo di una famiglia, che tu mi hai proposto. 

2 Marzo 2020
+Domenico

Bellezza e fatica di scegliere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,1-2)

<<Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame>>

Proprio perché siamo persone libere, ci si presentano sempre davanti delle scelte da fare: Non siamo automi, non abbiamo un istinto infallibile che ci costringe a stare da una parte, a fare determinate azioni, abbiamo una coscienza, una libertà, un discernimento, una capacità di scegliere che è tutta umana, e che caratterizza la nostra dignità di persone. 

 Ci sono periodi della nostra vita in cui ci adattiamo a farci condurre, in cui stiamo “comodi” nelle indicazioni di comportamento date dall’esterno alla nostra esistenza, ma c’è per ciascuno un tempo in cui vogliamo essere noi coloro che decidono di noi e della nostra vita, vogliamo essere noi che dà un colore ai nostri atti, che vuol realizzare una meta, che desidera dare all’esistenza quella direzione che ci sentiamo come forza urgente dentro di noi. 

E’ il gioco della libertà che si muove tra alternative, tra bivi, tra diverse opportunità …

In certi luoghi le opportunità sono scarse, in altri sono eccessive, in molti casi non si riescono ad avere gli strumenti per decidere in libertà. 

Ecco, anche Gesù ha sperimentato la bellezza e la fatica della scelta tra le tante strade e opportunità che si ponevano sul suo cammino nel realizzare la missione che aveva accettato di svolgere nel mondo.

Chi manderò io e chi andrà per noi? Si sono chiesti in quel misterioso retroscena trinitario.

Ecco io vengo o Dio a fare la tua volontà, rispose Gesù. 

Ora è nel deserto, non è solo, ma condotto dallo Spirito.

La scelta fatta nell’intimità della vita divina oggi diventa un insieme di passi concreti in mezzo agli uomini, nelle nostre vie contorte, nei meandri delle nostre infedeltà e scorciatoie, nei tentativi di adattamento e di abbassamento degli ideali pur belli che Dio ci ha messo in cuore. 

E’ Satana che si fa carico di presentare a Gesù il ventaglio delle scelte sbagliate, i tradimenti camuffati di efficienza e di abilità nel manipolare le coscienze. 

E’ il diavolo, il divisore che Gesù incontra nel suo sforzo deciso di riportare l’umanità alla comunione con Dio, all’unità massima della sua vita.

E lui, il divisore, continua a seminare divisione.    

Ma Gesù vince: ci dimostra che la libertà si può usare bene, che non siamo soli di fronte alle tentazioni della vita, che Lui con lo Spirito le ha superate e ha dato alla sua missione la bellezza che da sempre la doveva caratterizzare.

Anche nelle tentazioni, Dio proprio non ci vuole abbandonare: non ci abbandona mai. 

1 Marzo 2020
+Domenico

Subito lo seguì, scattò, volò

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 27-32)

<<Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi! ”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì.>>

Sentirti prospettare davanti una scelta di vita chiara, decisa cui puoi rispondere risoluto, senza tentennamenti è bello.

Purtroppo invece tante nostre vite si devono trovare la strada nell’incertezza, devono vivere di tentativi, prove, ripensamenti, approssimazioni: Ne imbocchi una che sembra la più adatta e non t’accorgi che è un vicolo cieco, hai fatto tanti sogni, ti han promesso che si sarebbero realizzati se avessi seguito quella strada, se avessi scelto quella facoltà, quegli studi, quella professione, poi alla resa dei conti non conta più niente, è cambiato il contesto, sono diverse le aspettative della società.  

Chi ti ha consigliato e ti ha messo in cuore prospettive di futuro o faceva i suoi interessi e gli servivi soltanto o non si portava dentro le risposte alle promesse che faceva.

Gesù invece sa guardare nel cuore degli uomini e vede che sono fatti per cose grandi e osa stanarli dai loro loculi, osa tirar fuori anche noi dal nostro piccolo orizzonte autosufficiente che è sicuro solo di accontentare non di esaltare e portare a piena realizzazione. 

E’ così quando passa davanti al banco delle imposte.

Lì c’è gente che conta i soldi, che li riscuote, che li sa far fruttare, li impiega, li gira, fa bonifici, costruisce piani di finanziamento, accontenta e spreme. Il guadagno è sicuro.

E’ proprio un bel lavoro: comodo, pure onesto, se non fosse per quel rapporto con i romani, gli occupanti che vivono da parassiti.

Una vita può ben essere impostata così: 9-12, 15-18. Che vuoi di più?

Mi resta anche del tempo libero.

Ma il cuore vaga altrove, il pensiero si porta ogni giorno  su domande destabilizzanti:

  • Ma è proprio qui tutta la mia vita?
  • Sono venuto al mondo per stare dietro a un banco a contare e a far quattrini?
  • La forza che mi sento dentro, la voglia di spaccare il mondo, il desiderio di pienezza si può arenare su questi registri o chiudere in questa cassaforte? 

Gesù legge quello che bolle in questa vita, è Lui che ne conosce il segreto, che ci ha messo un desiderio incolmabile di bontà e lo chiama: perentorio, deciso, senza lasciare dubbi.

Non è: potresti riflettere, fare un bilancio tra entrate e uscite nel registro della tua vita. Non ti sembra che forse potresti… Non c’è nessun condizionale.

C’è un imperativo: seguimi, vienimi dietro, stammi attaccato, lascia tutto e cambia, vieni,. Quei soldi che conti non ti fanno felice, quella cassaforte che custodisci, sta blindando anche la tua vita, sta chiudendoci dentro anche i tuoi sentimenti. Seguimi.  

E Levi lasciando tutto si alzò e lo seguì.

E non si pentì mai di avere deciso di stare dalla sua parte.

Si è messo a girare il mondo per dire a tutti che Dio non ci abbandona mai neanche nello scegliere la nostra strada. 

29 Febbraio 2020
+Domenico