Sulla tua Parola, e con nel cuore una nuova luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 4-5) dal Vangelo del giorno (Lc 5, 1-11)

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».

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Capita a tutti nella vita di averle tentate tutte per riuscire in una impresa … per ricucire un amore strappato, per richiamare alla saggezza un figlio, per rimettere in sesto l’azienda, per ristabilire rapporti di buon vicinato con gli inquilini, per ridare pace a una parrocchia o a un gruppo …

Capita anche a una nazione o a un continente di affrontare problemi più grossi e più complicati, come la pandemia, di approntare vaccini e percorsi di sanificazione, ancora di più a problemi più grossi come la fame nel mondo.

Alla fine non se ne può più: non riesce niente, fiato e fatica sprecati, delusione e sconforto … il passo successivo è rassegnazione, è consapevolezza di impotenza, è scoraggiamento e in casi più gravi, in cose che ti prendono l’anima, è disperazione.

Forse era questo lo stato d’animo degli apostoli alla fine dei quella giornata di pesca: erano provetti, conoscevano palmo palmo il fondo di quel lago, ne studiavano i venti, le basse pressioni, i movimenti delle onde capaci di riportare fuori dal letargo i pesci … ma quella notte niente! Era proprio notte anche nei loro umori: erano amici di Gesù, Pietro il padrone delle barche, era intimo di Gesù, lo ospitava spesso a casa, si sentiva sempre riempire il cuore di gioia quando lo ascoltava … avrebbe potuto portargli un po’ di fortuna anche nella pesca oltre che nella sua “religiosità”, nella sua voglia di essere uomo onesto … e invece … niente! La vita era sempre dura e la fede ne stava volentieri ai margini.

Ma Gesù è lì presente ad aiutare i suoi futuri pescatori di uomini a cambiare testa, a fidarsi di Lui, a vivere veramente di fede: “Prendete il largo, ritornate a pescare, resistete al fallimento, siate perseveranti, fidatevi di una Parola, non di una congettura o di qualche colpo di fortuna. Io non vi lascio, Io sono qui a darvi la forza necessaria per lavorare per il regno di Dio. I miei apostoli non potranno accontentarsi di essere dei calcolatori, ma dovranno fare un salto di qualità, essere credenti, fidarsi di Dio, abbandonarsi nelle  sue mani di Padre”.

E gettarono le reti: “Sulla tua parola”.

Quella Parola per Pietro era già il Vangelo, era la luce degli uomini, era la forza della vita, la potenza fatta carne, era Gesù stesso … e Pietro tutte le volte che si rivolgerà in seguito alla sua Chiesa si porterà dentro questa forte esperienza di fiducia, questo sguardo alto, questo prendere il largo in ogni senso, e come papa darà alla Chiesa gli orizzonti della contemplazione e della missione: quando sarà al timone e si vedrà debole e vecchio non temerà perché quella Parola è potente e noi i cristiani, i credenti in Dio sapremo che dovremo essere sempre non solo docili, ma assieme ricercatori, collaboratori, creatori di nuovi mondi. di relazione fraterna, inventori di nuovi modelli di convivenza e corresponsabilità con tutti  e verso tutto il creato: questo è essere cristiani!

2 Settembre 2021
+Domenico

Signore curvati sempre sulla nostra umanità ferita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,40-42) dal Vangelo del giorno (Lc 4,38-44)

Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano demòni gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era il Cristo. Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e volevano trattenerlo perché non se ne andasse via da loro.

Audio della riflessione

Possiamo spesso parlare e farci raccontare da chi vive nelle corsie degli ospedali, da chi abita i pronto soccorso, da chi in questi giorni ha intercettato troppo tardi gli spasimi di chi è stato divorato dai fuochi appiccati per cattiveria e cattiva coscienza da persone assurde e che fanno parte della nostra umanità malata … insomma avrà potuto rendersi conto di che cumulo di sofferenze abita la nostra vita quotidiana: abbiamo fatto esperienza tutti, e non è ancora finita, delle sofferenze, solitudini, dolori, affanni dovuti alla pandemia. Tutti prima o poi passiamo dalla sofferenza fisica, da una malattia, da una cura, da un intervento ospedaliero e i pensieri che ci assalgono quando siamo malati sono sempre di grande pessimismo, di paura, di tensione.

La malattia è una prova della vita, è un passaggio che ci riporta alla nostra debolezza, al nostro limite e spesso non lo sappiamo portare.

Gesù, nel suo continuo pellegrinare per le strade della Palestina, si curva su questa nostra umanità ferita e le offre un segno del Regno di Dio che sta per instaurare: non fa il “guaritore” per meravigliare, ma compie segni per indicare nuove prospettive cui è chiamato l’uomo.

Da quando il peccato è entrato nella vita umana, anche il corpo ne è stato colpito: la sofferenza ha iniziato a segnare le persone, le storie degli uomini … dentro questa storia di sofferenza si inscrive anche Gesù, ma per dire che non è definitiva, che c’è una vita futura bella, nuova, felice, come quella del suo Regno!

Lui guarisce, fa camminare, dona la vita, ridà una carne fresca al lebbroso, ricostruisce una possibilità di vita nuova: i suoi miracoli sono segni, sono donati per la fede, sono la  certezza che Dio ci vuole bene e che non ci sarà più niente che potrà impedire all’uomo di essere rinnovato dal suo amore.

Gesù non gioca e non ha mai giocato con la sofferenza, ma se la carica tutta sulle sue spalle: quei malati, noi malati nel cuore siamo, e saremo  sempre, presi in carico da Lui inchiodato sulla croce.

Per vincere il male dell’uomo non basta la sola bontà cristallina: occorre una esagerazione d’amore, quella della croce! Lì le corsie dei nostri ospedali, i rantoli, le disperazioni, gli incerti segni della speranza nelle terapie intensive, i pianti di disperazione per le ingiustizie subite, le nostre cattiverie sono accolte nel suo cuore e noi abbiamo la certezza di avere Gesù sempre come compagno di ogni nostro dolore, come lo era per i malati che incontrava

Gesù accoglie tutti, guarisce tutti poi si ritira sul monte a pregare: dice a noi tutti che la forza che lo sostiene, il messaggio che vuol dare è la bontà infinita del suo e nostro Padre; vuole farci capire che abbiamo tutti un Papà che ci ama, che il cielo sopra di noi non è vuoto, ma abitato da un Dio che ci perdona e ha pronto per ciascuno un posto nel suo regno. 

1 Settembre 2021
+Domenico

Gesù parla con autorità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,31-37)

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Per capire la vita ci vuole molta intelligenza, molta ricerca, molta pazienza, ma soprattutto occorre avere fede: non è possibile capire l’esistenza se non abbiamo un punto di vista non nostro, ma regalato, che ci aiuta a guardare all’esistenza oltre le nostre forze.

L’esistenza umana viene da Dio e se viene da Lui è solo Lui che ce ne può dare la chiave! Abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato … se poi in questa ricerca, che è fatta di piccole domande, di crisi inaspettate, di momenti di applicazione dell’intelligenza, di momenti di buio … riusciamo a incontrare qualcuno che ha autorevolezza nell’indicarci la via della vita, allora possiamo sperare di trovare la serenità e la fiducia che ci sono necessarie per continuare a svolgere il nostro lavoro, ad accettare quello che la vita ci offre.

Gesù è colui che parla con autorità! La religione di quel tempo era arrivata a un punto di non ritorno: occorreva tornare a sperare e la speranza non poteva nascere dalla routine, dalla ripetitività, dal sentito dire … ormai quando parlavano gli scribi davano l’impressione di chi inizia un discorso con “mi dicono di dire”: avevano una regia che dovevano seguire, era la regia del riportare fedelmente i versetti della torah, di chiosarli con i pareri autorevoli della scuola rabbinica da cui provenivano, e ne riportavano le flessioni, i punti e le virgole, e portavano a conoscenza la sapienza concentrata nei commentari.

Veniva spesso il dubbio che ci credessero, che si battessero per qualcosa di nuovo, di importante, di inedito … l’elogio migliore che si poteva fare di uno di loro sapete qual’era? “non profferì mai una parola che non avesse imparato dal suo maestro”. Mai una volta “io vi dico che… è stato detto sempre che, ma io…” sicuramente molto fedeli, ma senza autorità!

Gesù invece è diverso: parla in prima persona, non ha una autorità di professione anche molto curata, ma sempre imparata: Lui è l’autorità, la sorgente del suo dire e del suo potere. Ha davanti a sé un indemoniato, ma non prende il libro degli esorcismi, non moltiplica preghiere formule e scongiuri, non si dilunga in formule interminabili misteriose, spesso di sapore magico, con cui si tentava ai suoi tempi di liberare gli ossessi. Al demonio non dice “per favore lascialo in pace” ma esprime un comando perentorio “taci, esci da quest’uomo!” Non ammette discussioni e Satana sopraffatto non osa resistere. Anzi i demoni hanno paura!

Gesù parlava con autorità, non vendeva speranze a buon mercato, era lui la speranza! Non cercava mediazioni, ma offriva soluzioni!

Per chi cerca ragioni di vita questa è l’unica strada possibile e noi con Gesù la possiamo percorrere.

Parlare con autorità è il parlare della Chiesa, perché parla a nome di Dio: è il parlare del presbitero, è il parlare di chi ha fede e crede al Vangelo.

Parlare con autorità significa parlare in modo che chi ti ascolta risponda ponendosi su un piano inedito di relazioni personali e che desideri non tanto argomentare, ma incontrare la persona del maestro, di cui noi parliamo, e affidarsi a Lui.

31 Agosto 2021
+Domenico

Non ci si deve mai abituare alla Messa: è sempre la novità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4, 16-30)

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La vita è fatta di tante liturgie “stanche”, di tanti gesti automatizzati che ogni giorno devi fare: può essere la levata del mattino – ahimè sempre troppo presto – il congedo da quelli di casa, l’arrivo sul posto di lavoro, il caffè e il giornale con gli amici, le pratiche dell’ufficio … oppure anche liturgie più solenni come quelle ufficiali della deposizione di una corona di fiori, di una dichiarazione alla televisione, o di una messa in chiesa … spesso le portiamo avanti “stancamente” come la vita, senza slancio, anche se ne vediamo la necessità: diventano penitenza quotidiana invece di essere caricate di significato vitale!

Così capita a Gesù, quando di sabato entra nelle sinagoghe dei paesi della Palestina: gente stanca che prende la Torah, il libro della bibbia, ne legge un pezzo lo fa commentare, poi tutti ritornano alla propria vita.

Non sono così anche le nostre liturgie domenicali? Spesso sono più un dovere che un atto di amore!

Ebbene un giorno Gesù entra in una di queste liturgie scontate e ribalta la vita di chi lo ascolta! Legge il libro di Isaia che prevede per il popolo un futuro diverso e dice perentoriamente “Questo futuro oggi è qui con voi, e sono Io. Io sono stato mandato a dare speranza ai poveri, a dirvi che sta scoppiando la potenza di Dio nel mondo, che Dio è un Padre, che è finito il tempo delle lagne, una nuova presenza di Dio comincia oggi, la speranza comincerà a colorare le vostre vite, i poveri trovano fiducia, i deboli si rinfrancano, i diseredati trovano casa e accoglienza. Io sono qui a garantirvi questo amore invincibile di Dio: mi credete?”

Lo stupore di chi lo ascolta è grande, erano andati a compiere il solito rito e si sono trovati davanti alla verità concreta che quel rito evocava e non ci hanno creduto! Se tu, tutti i giorni,  ti adatti alla vita senza entusiasmo, non t’accorgerai mai del senso che vi è nascosto, dell’amore che vi è inscritto e promesso … hanno dato per scontato questo loro concittadino: erano loro i primi a non stimarsi e a non stimare. Avevano chiuso Gesù nei loro schemi “paesani” e non poteva sicuramente essere la promessa di Dio.

“Non vorrai che Dio abiti proprio tra noi, in questo comunissimo giovane?”

Invece Dio abita tra noi, ha il volto del nostro vicino, ha i pensieri di bontà di chi ci dedica la vita, ha la forza di chi ci contrasta nel male … e questa diventa la speranza della nostra vita: poterlo scorgere, vedere, incontrare nella storia di ogni giorno.

30 Agosto 2021
+Domenico

Diamo dignità alla nostra umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-8.14-15.21-23)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. E diceva [ai suoi discepoli]: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.

Audio della riflessione

Riusciremo a riscrivere il vangelo nella nostra vita, nelle nostre abitudini, nella nostra mentalità che tende sempre ad adattarsi, a cercare sicurezza esterna per non cambiare?

Questo brano del Vangelo di Marco lo ritengo particolarmente indirizzato a noi, per le nostre vecchie tentazioni di inventare un modo “comodo” per distinguere il bene dal male, per tracciare i confini del lecito e dell’illecito, senza coinvolgerci e coinvolgere la nostra interiorità.

Dividere nel creato le cose buone da quelle cattive, le cose di Dio da quelle di satana, le persone pure da quelle impure, i figli di Dio da eventuali figli degeneri è sempre una operazione facile, perché non ci scomoda! Al massimo ci impone delle regole: qualche sacrificio … non mangiare questo, non frequentare quello; difenditi dalla TV, lascia perdere i delinquenti, non ti immischiare coi violenti…ti devi creare un cordone sanitario che ti costringe a qualche privazione, ma che ti dà una certezza. Il tuo cuore è al sicuro se non entra questa melma, il tuo gruppo, gli amici della parrocchia sono un cenacolo, la tua vita è esemplare… Difenditi dalla fogna!

Invece Gesù ancora ci provoca, ci richiama alla grande dignità della nostra umanità: la vita non è nessuna fogna! La fabbrica del bene e del male è nella coscienza, in quell’intimo dialogo tra noi e Dio: cuore lo chiama il Vangelo di oggi.

Dio ha fatto bene le cose e si è affidato alla nostra libertà per condurle, non ci ha deresponsabilizzato, ma ha affidato alla profondità e alla qualità della nostra umanità la realizzazione del regno delle coscienze e non sulle coscienze.

Certo è una strada in salita: decidere nella nostra coscienza, illuminata dalla fede, se un atto è buono o cattivo, ci porta a vivere spesso nell’oscurità, nel non sapere bene come vivere il Vangelo in ogni situazione, nel non avere la certezza del comportamento giusto negli affetti, nel lavoro, nelle relazioni, nella visione di sé, nella costruzione di un ambiente giusto, nella stessa vita di famiglia…

Pure per noi preti è vivere anche quella laicità che dobbiamo sentire in ogni cristiano! Il senso del Vangelo di oggi è nato a Nazareth dove iniziò l’incarnazione di Gesù.

Gesù continuamente ha  aiutato i suoi discepoli a cambiare mentalità, ad assumere i criteri della Incarnazione, che ci ha portato a vivere la nuova umanità.

Da quando Dio si è fatto uomo tutta la nostra vita, la nostra storia, il nostro tempo è vita e tempo che condividiamo con Dio: non c’è più distinzione tra sacro e profano, l’unica profanità è il peccato, che nasce nel cuore dell’uomo, non è scritto nelle cose.

Tutto il verbo si è fatto carne e Maria è Donna: è lo spazio fisico e spirituale insieme in cui è avvenuta l’Incarnazione.  

Nel suo piano imperscrutabile Dio ci pone Maria davanti agli occhi perché ritorniamo a contemplare questo dono di umanità riconsegnata alla nostra libertà che spesso usiamo male.

Il simbolo di questo male sono le nostre sofferenze che proprio per l’Incarnazione smettono di essere maledizione, ma ancora passando nel cuore dell’uomo, nel nostro cuore ne possono uscire come collaborazione con Dio per la nostra salvezza … e la Madonna è lo spazio fisico e spirituale della laicità cristiana.

29 Agosto 2021
+Domenico

Doni ne abbiamo tutti, ma non sempre li facciamo fruttare

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-15) dal Vangelo del giorno (Mt 25,14-30)

«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì …».

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C’è stato un tempo, non molto lontano dai nostri giorni, in cui si pensava che tutti gli uomini erano uguali: tutti con gli stessi diritti, tutti con gli stessi doveri, tutti alla pari. Venivamo da un mondo in cui tanti diritti fondamentali erano conculcati per molte persone, per esempio la vita, la cura della salute, il lavoro, lo studio, la stessa giustizia! Era giusto che si … lottasse perché tutti potessero avere le stesse possibilità di fronte all’esistenza.

Non è però vero che tutti rispondono alle proprie risorse con lo stesso impegno … non solo, ma Dio ci ha creati diversi, con gusti e desideri, carattere e qualità diverse, e ci ha chiesto di far fruttare quello che ciascuno ha.

“Talenti”, chiama il vangelo tutte le risorse che l’uomo ha a disposizione: chi ha dieci deve lavorare per dieci altrimenti non è fedele alla sua vita e a Dio che gliel’ha data, chi ha cinque deve lavorare per i suoi cinque, non si deve sentire inferiore se non ha tutte le qualità che hanno altri; purtroppo c’è chi ne ha solo uno e si crede furbo a non farlo fruttare, a star comodo a vivere di rendita.

La parabola del Vangelo non è un testo di economia, ma un invito a sentirsi nell’esistenza, nella vita sempre a contatto con Dio con tutte le nostre forze!

Dio ha dato a tutti la possibilità di rispondere al suo amore, anche se abbiamo avuto genitori cattivi, disgrazie impensabili, malattie, ingiustizie… Dio sa andare sempre al cuore, all’interiorità e lì ci siamo solo noi con la nostra coscienza che diciamo a Dio la nostra voglia di vivere, la nostra decisione di fare della nostra esistenza un dono, di scavare tutte le possibilità che Lui ci ha dato.

Dio è esigente come è generoso: non vuole che noi ci adattiamo al ribasso, che il fuoco della sua vita divenga un fumo evanescente.      

Molti di noi anziché far fruttare la propria vita per la felicità di tutti la buttano, la sperperano, stanno comodi, vivono alle spalle degli altri, si scoraggiano … è bello invece pensare che anche se ci sembra di avere poco quello che Dio ci ha dato può fare miracoli e salvare anche altri dalla disperazione e dalla infelicità.

Occorre gente – insomma – che aiuta sempre tutti ad alzare lo sguardo al cielo per vedervi la gioia di Dio che ci ha dato la possibilità di raggiungerlo per sempre!

Sant’Agostino, che ricordiamo oggi – e fare la sua festa significa lasciarci aiutare lui ad incontrarci con Gesù – ha fatto fruttare al massimo tutti i doni che Dio gli ha dato: all’inizio li ha sperperati, ma è sempre stato in attesa, in tensione, in sincerità con se stesso, in profonda ricerca di Dio! Il suo cuore era sempre inquieto finchè tutta la sua vita rimasta in ricerca del vero, del bello e del bene si è riversata su Gesù ed ha aiutato l’umanità a cercare … a cercare Lui, indicando tutte le strade possibili.

28 Agosto 2021
+Domenico

Nella vita occorre collaborare e non sfruttare e saper attendere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 11-13) dal Vangelo del giorno (Mt 25, 1-13)

Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

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Essere preparati a vivere bene tutti gli avvenimenti che la vita ti porta non è sempre facile: talora siamo in ansia, come quando si aspetta la nascita di un bambino, la data di un esame, il giorno del matrimonio … altre volte invece ci si adatta, ci si spegne … e anche le cose più importanti ti passano senza che te ne accorga e perdi occasioni belle, determinanti e decisive.

Hai messo il silenziatore alla tua vita, ti sei collocato in “stand by” e aspetti che la vita si faccia da sola, le decisioni si realizzino automaticamente … e invece la vita passa e non te n’accorgi.

Erano così anche quel gruppo di ragazze che dovevano fare festa allo sposo: dovevano aspettarlo per celebrare con lui le nozze, per dire con le loro grazie la bellezza della vita … cinque di loro erano sveglie, in attesa, preparate, sollecite, le altre invece tranquille … ancor peggio adattate e assopite, svogliate e pigre … sembrano il ritratto del nostro tirare a campare “ma sì, vedrai che a tutto si trova un rimedio: molti si affannano, ma vedrai che noi all’ultimo momento troveremo di intrufolarci in qualche parte, riusciremo come sempre a soffiare il posto a qualcun altro e a sfruttare l’occasione. Se siamo in ritardo passiamo sulla corsia di emergenza!”

Una vita che non prende mai decisioni, si adatta e naviga a vista, non progetta, né prevede; non costruisce, ma vive di rimedi; non collabora, ma sfrutta.

Il gioco può essere anche bello, ma lo sposo, il centro della festa, lo sposo che è il Signore Gesù, non lo si può aspettare addormentati sulle nostre comodità, invischiati nei nostri egoismi e pigrizie, calcolando inganni a danno dei buoni.

Il Signore passa e se non trova un cuore pulito che lo invita, gli fa posto, non forza, non costringe, non toglie la libertà che stiamo usando male, la rispetta e passa oltre: altri sono in attesa di lui, hanno fame della sua parola, sanno che le sue nozze sono determinanti per la loro vita. Lo avranno, lo accoglieranno, faranno di lui il centro della loro festa! Infatti il Vangelo, in maniera quasi inaspettata per il nostro buonismo che non permette mai di dire si, si e no, no, ma che continua con falsa pietà a giustificare tutto, dice perentorio “e la porta fu chiusa”. Fu chiusa la porta non della bontà e della misericordia di Dio, ma della coscienza, della libertà spesa bene, della vita generosa, della ricerca della vera felicità. Fu chiusa la porta delle scelte, per entrare nella delusione dell’adattamento.

E’ in gioco la nostra vera gioia, ma dobbiamo essere coscienti che Dio è sempre esigente! Santa Monica, la mamma di sant’Agostino, che oggi ricordiamo, c’ha messo tutta la vita a chiedere a Dio e a farsi in quattro per fare in modo che Agostino diventasse credente cattolico, sempre rispettosa, sempre mamma, sempre in attesa attiva … e la sua vita si è proprio chiusa con la meta raggiunta, dopo che lo sposo si è incontrato alla grande con suo figlio. 

27 Agosto 2021
+Domenico

L’attesa è stato d’animo bello di ogni persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 24, 42-51)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. Chi è dunque il servo fidato e prudente, che il padrone ha messo a capo dei suoi domestici per dare loro il cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così! Davvero io vi dico: lo metterà a capo di tutti i suoi beni. Ma se quel servo malvagio dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda”, e cominciasse a percuotere i suoi compagni e a mangiare e a bere con gli ubriaconi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli ipocriti: là sarà pianto e stridore di denti».

Audio della riflessione

Attendere un compimento, una completezza è la caratteristica più comune della nostra vita umana: siamo crepacci assetati di infinito, inquietudini in attesa di appagamento, terre assetate in attesa di una sorgente, notti che attendono l’alba, nebbie che invocano il sole.

Attendono i genitori la crescita e l’esplosione della vita dei figli, attendono i prigionieri la libertà, attende il giovane la persona cui donare il suo amore, attende il bambino il ritorno della mamma e del papà, attendono gli esuli e i profughi di tornare in patria … sulle carrette del mare, vittime dei predoni di speranza, si attende l’approdo per una vita almeno possibile; nei letti dell’ospedale si cerca di intuire nei tratti del volto del medico una soddisfazione, almeno di non vederlo rassegnato …

Attende giustizia chi si vede continuamente defraudato dei suoi diritti; attende un salario più giusto chi lavora; si aspetta gratitudine e compagnia l’anziano che ha speso la vita per i suoi; è in attesa di una giusta pensione chi ha lavorato una vita; attendete tutti voi di prendervi in mano il vostro futuro e che si realizzino i vostri sogni …

Siamo proiettati verso qualcosa che ci viene incontro e non siamo felici finché non è avvenuto il contatto … salvo a vedere che non c’è niente che ci appaga definitivamente: oOgni attesa ne ha in grembo un’altra, ogni desiderio è stato fatto per scavarne un altro; ogni aspettativa ne nasconde una successiva … e la nostra vita si snoda di attesa in attesa. Quando sarà compiuta questa attesa? E’ il supplizio senza fine di Tantalo, assetato e affamato, che vede giungere alla sua bocca l’acqua e il cibo e allontanarsene appena prima di toccargli le labbra in un eterno continuo inganno oppure c’è qualcuno che appaga i nostri desideri?

Perché nel nostro cuore è inscritta una attesa inappagabile? Perché arrivati a un orizzonte, se ne aprono davanti sempre di nuovi, raggiunti i quali se ne aprono ancora?

“Siamo fatti per Te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te!”: l’attesa non sarà mai una delusione o un inganno se saprà veramente orientarsi al nuovo, al sorprendente;  il compimento non è una botola su un tombino, una pietra per chiudere una buca, ma una nuova apertura della vita!

Chi attende veramente è pronto a lasciarsi sorprendere, a predisporsi a una nuova configurazione di se stesso! Se il papà o la mamma aspettassero il loro figlio come un ingranaggio di una loro ruota già predeterminata e finita, lo soffocherebbero …. ma se lo aspettano come una sorpresa, come un dono, ribalta loro l’esistenza!

Questo è il significato dell’essere vigilanti: noi subito pensiamo che bisogna star svegli altrimenti ti fregano, ti sorprendono … abbiamo il senso della vigilanza ridotto allo stare attenti per evitare l’autovelox! Essere vigilanti significa invece essere sentinelle del mattino e non becchini di un cimitero.

Quando non c’è vigilanza viene a mancare una dimensione importante della fede: la capacità costante di passare da uno stato di provvisorietà … a un altro! Immaginate quanto è necessario questo atteggiamento nelle precarietà cui siamo costretti a vivere oggi, soprattutto se giovani.

Tutte le nostre più belle attese non ci hanno appagato, ma ci hanno ribaltato, ci hanno aiutato a dare alla nostra vita un’altra prospettiva, proprio perché le abbiamo accolte come un dono, come una vita! Anche i cimiteri sono pieni di loculi che attendono di essere colmati … ma lì ci metteranno cadaveri.

Noi spesso nella vita attendiamo come i loculi: incaselliamo le persone, le vicende, le professioni, le speranze per cambiare tutto in delusioni, oggetti, scheletri.

Ci sarà nella vita qualche altro modo di attendere? Come si può attendere Dio? Come Erode con la spada per ucciderlo? Come il potere per combatterlo? come il miscredente per metterlo alla prova o come Maria che ha messo a disposizione tutto: vita, pensieri, affetti, progetti, sogni, amore?

26 Agosto 2021
+Domenico

L’interiorità è prima di ogni immagine che se ne fa

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 23,27-28) dal Vangelo del giorno (Mt 23,27-32)

In quel tempo, Gesù parlò dicendo: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.».

Audio della riflessione

La nostra è una società dell’apparire, dell’immagine, degli occhi e non del cuore e dell’intelligenza … forse è un tributo che dobbiamo pagare alla invasione di immagini nella nostra comunicazione: infatti non c’è mai stato un tempo in cui i rapporti tra le persone, gli eventi, le cose fossero così legati alle immagini, tanto che se non appari non esisti, se non sei visto non conti, se non traduci il tuo pensiero in immagini non sei capito.

Il progresso non è mai per definizione contro l’uomo … occorre però che l’uomo a mano a mano che amplia le sue capacità comunicative cresca interiormente e solidifichi i valori fondamentali del suo vivere: è talmente vero tutto questo che anche in tempi non sospetti, tempi in cui di immagini  non si parlava, né si usavano, Gesù dovette mettere in guardia dall’apparire, dal dare importanza solo a quello che si vuol far vedere.

C’è una interiorità della persona che è assolutamente prima di ogni immagine di essa: il sepolcro può essere bello fuori, ma dentro è pieno di ossa. 

E’ l’interiorità che conta davanti a Dio, è la coscienza, è l’immagine interiore che ciascuno si costruisce nel segreto del suo rapporto con Dio.

E’ questione ancora di apparenza quando ci si riferisce al passato … e si prendono le distanze dalle responsabilità di chi ci ha preceduto … e si pensa che gli errori fatti da loro non possano essere anche i nostri.

Occorre un giudizio vero, ma sempre capace di cogliere che anche noi spesso non saremmo stati migliori di chi ci ha preceduto!

E’ sempre Dio che ci dà la grazia di vivere bene: se fosse solo per noi il mondo sarebbe già caduto in rovina! E’ tipico della nostra ipocrisia far fuori la gente e dopo pochi anni fare un monumento.

Certo la colpa non è stata nostra, ma di chi ci ha preceduto, ma forse abbiamo ancora lo stesso cuore, la stessa cattiveria, e non siamo disposti a convertirci … e così ritornano guerre, ingiustizie, perché non abbiamo il coraggio di imparare la lezione della storia, cambiando il nostro cuore.

Nessuno si può chiamare fuori dalla storia dell’umanità! Importante è capire che dobbiamo sempre seguire Gesù che ci aiuta a costruire una nuova nel suo amore e nella sua giustizia.

Oggi nella pandemia è chiesto a tutti di cambiare il cuore se vogliamo cambiare il mondo, se vogliamo uscire da questa morsa mortale che ci distrugge sicuramente se decidiamo di uscirne isolati nei nostri interessi senza condividere e guarire tutti assieme.

Che Dio ci doni questa volontà!

25 Agosto 2021
+Domenico

Schiettezza è verità praticata sempre

Una riflessione sul vangelo secondo Giovanni (Gv 1, 43-51)

Audio della riflessione

Se hai deciso di intraprendere una strada, non puoi restare solo: se ti si è fatta chiara una missione hai bisogno di condividerla, se hai trovato quello che da una vita cercavi per lo meno lo dici agli amici, non vuoi far perdere loro l’occasione di fare una esperienza che tu hai vissuto e che ti ha dato felicità.

Così è stato delle prime persone che Gesù ha scelto: Lui, da un po’ di tempo gira avanti e indietro per il lago, vede la vita tenace e impegnata della gente, tutti i giorni a faticare per vivere, a lavorare sodo per darsi una minima possibilità di esistenza … ha ascoltato le parole le conversazioni della gente, ha visto la forza che ci mettevano nel perseguire i loro interessi.

Tante volte li ha squadrati … “Chi mi potrà dare  una mano ad annunciare il Vangelo, che di questi saprà scaldarsi per il mio Regno? chi avrà forza e disponibilità a seguire una vita ardua e difficile?”

Occorrerà prima o poi scegliere … ma sono loro gli abitanti delle rive del lago che si incuriosiscono di lui, che voglio sapere che fa, che pensa, di che cosa vive, quali segreti ha in cuore … infatti erano incantati da lui: alcuni erano stati con Giovanni il battezzatore, ma nel sentire Gesù si apriva ancora di più il loro cuore e vedevano che proprio di Lui avevano bisogno!

Poi finalmente Gesù comincia a  scegliere: “Tu, Filippo seguimi, vienimi dietro” … e Filippo non può tenere per sé la gioia che prova a stare con Lui, a condividere la sua passione per la vita di tutti, a partire dalla intimità con Dio Padre che ha …. si fa in quattro per coinvolgere altri: lo dice a Natanaele, che lo gela con una battuta quasi insolente, se non fosse preziosa per la sincerità e la voglia di cose grandi che si porta dentro … ma che vuoi che venga fuori di buono da un paesetto sperduto, fatto di montanari come Nazaret, che non ha mai prodotto niente di buono, se non amici con cui ogni tanto sbaraccare?

Ma anche Natanaele di fronte a Gesù crolla: è schietto, non ha maschere … e Gesù non ha paura di chi dice come la pensa, non gli piacciono quelli che continuano a tergiversare, a mettere davanti scuse a una decisone urgente.

Più tardi alcuni gli diranno di volerlo seguire, ma accamperanno tutte le scuse possibili, compresi i contratti di compravendita, compresi i tranelli affettivi … alla loro età, alcuni hanno risposto: lo vado a chiedere a mio papà … Ma prenditi in mano la tua vita finalmente, non nasconderti dietro scuse che non portano a niente: la vita non ti salta addosso, tante volte ti schiva e ti lascia a far niente e a consumarti nell’inedia …

… e hanno il coraggio di guardare in cielo, non lo trovano vuoto, ma pieno dell’amore di Dio.

Oggi celebriamo san Bartolomeo apostolo, comunemente indicato proprio con Natanaele: nato a Cana di Galilea, fu condotto da Filippo a Cristo Gesù presso il Giordano e il Signore lo chiamò poi a seguirlo, aggregandolo ai Dodici. Dopo l’Ascensione del Signore si tramanda che abbia predicato il Vangelo del Signore in India, dove sarebbe stato coronato dal martirio.

24 Agosto 2021
+Domenico