Signore, mostraci il Padre e ci basta

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 7-14)

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Quante volte nella vita domandiamo con ansia, con curiosità, spesso anche con rabbia: “Dio dove sei? Se ci sei, fatti vedere? Che faccia hai? Che volto mi presenti in questo dramma che stiamo vivendo?”

Dalle ansie e paure, sofferenze e tensioni di questa pandemia ci nasce quasi una pretesa di sperimentare la presenza di Dio: la nostra vita resta sempre quasi sospesa senza una sicurezza e stabilità necessaria per vivere.

E’ giusto continuare a dire che l’esistenza è una ricerca continua di nuove conquiste, di nuovi equilibri, ma questo Dio può farsi vedere una buona volta o la mia vita passerà tutta ad immaginarmelo, senza un minimo di traccia di Lui, oggi che siamo abituati a vedere almeno un sacco di  immagini? 

Queste domande, in maniera più diretta, le ha rivolte Filippo – l’apostolo – a Gesù dicendo in maniera papale papale: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; nel suo entusiasmo un po’ ingenuo, forse Filippo si aspettava una apparizione di Dio come quelle del Primo Testamento, ma Dio non si rivela attraverso lampi e tuoni, fuoco e terremoto. 

Già – onestamente, nel primo testamento – c’è quel bellissimo incontro con Dio del profeta Elia che si affaccia alla imboccatura della caverna in cui aveva passato la notte, perché Dio gli aveva detto: “Esci e fermati alla presenza del Signore”.

Esce, sente, prova e vede vento impetuoso e gagliardo, terremoto, fuoco, ma Dio non era lì: alla fine percepisce il sussurro di una brezza leggera e in essa Dio si presenta

Nella vita quotidiana, semplice, piacevole Dio si presenta, è più presente a noi di quanto pensiamo: Dio ha preso un volto d’uomo, in Gesù Cristo e da quel momento in poi bisognerà scorgere il volto di Dio attraverso il Suo volto.  

Anzi, l’unico modo per “vedere” realmente Gesù, per attingere in qualche modo il mistero, è quello di vederlo nel suo intimo rapporto con il Padre. 

Gli apostoli erano rimasti molto meravigliati di come di notte Gesù stesse in dialogo con Dio Padre nella preghiera, tanto da chiedergli di insegnare a loro la Preghiera, il Padre nostro, la preghiera più bella! 

Se gli apostoli fossero penetrati più a fondo nella persona e nella vita di colui che è vissuto, come Gesù, nella loro familiarità, già si sarebbero accorti che il fine della vita è il Padre, che la via è il Figlio e che tra loro due c’è una correlazione così stretta che aderire all’uno vuol dire entrare in familiarità con l’altro.

Una conoscenza corretta di Gesù non si ferma alle sue opere esteriori o ai fatti della storia, ma rimanda continuamente al mistero dell’amore e della vita trinitaria.

La conoscenza vera e profonda di Gesù esige un affondo nella fede: non è solo un personaggio storico, è il Figlio di Dio. 

9 Maggio 2020
+Domenico

La ricerca di strada, un indirizzo preciso

Una Riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

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Credo che sia capitato a tutti di avventurarsi in un bosco, cercarne la via di uscita e girare sempre su se stessi: il sole è nascosto tra le nubi, hai perso qualsiasi orientamento; o ancora peggio quando sei in mare senza bussola e continui a girare e ti trovi al punto di partenza: lontano c’è la riva, ti sembra di esserti avvicinato invece ti trovi su un altro approdo.

In città oggi è anche peggio: domandi a qualcuno e immancabilmente ti dice che è di passaggio e non conosce la città; prima di provare panico riguardi il tom tom, ma ti trovi sempre da dove eri partito: non servono arrabbiature, maledizioni, occorre qualcuno che ti aiuta a trovare la strada.  

Finché si tratta di vie e di numeri civici, puoi arrangiarti, ma se invece questa confusione, questa incapacità di trovare la strada giusta riguarda quello che cerchi nella tua vita, la chiarezza di scegliere l’indirizzo giusto di come impiegarla, la risposta a domande assillanti e decisive per le scelte da cui non puoi più tornare indietro, la forza di uscire da difficoltà insormontabili, cosa fai?

Si capisce subito che la risposta ha esigenze molto più profonde di un numero civico, molto più difficili della lettura di una carta geografica o di una mappa.  

Sentirsi dire dal Vangelo Gesù che afferma «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me», sapendo che Gesù non è una guardia comunale, ma è la pienezza della vita, hai la gioia di trovare un vero punto di riferimento, una risposta e una indicazione sicura per vivere.  

Gesù è verità: è la rivelazione perfetta del Padre, dal quale tutte le cose traggono origine e nel quale tutti possono trovare la propria consistenza e la verità di se stessi. 

Gesù è vita, perché da sempre ci può far partecipare alla comunione con il Dio vivente, con la sorgente di tutto quanto esiste, di tutto il creato, di tutte le forme di vita che popolano l’universo.  

Ma soprattutto Gesù è la via, in quanto lui ha vissuto nella sua persona l’esperienza profonda dell’incontro tra Dio e l’uomo e comunica questa esperienza a tutti noi suoi fratelli.

Questo essere via di Gesù, non è l’incarnazione di un tom tom, qualcosa di esteriore, un arido procedimento tecnico tipo Google, ma una persona, la persona di colui che per primo si è incontrato con Dio ed è il luogo visibile di un patto d’amore con il Signore, con il Creatore: il Padre per eccellenza, insuperabile.

Da qui ancora meglio si coglie che la verità non è più un rapporto logico o una astratta conoscenza intellettuale, ma un rapporto personale con Dio nella persona di Gesù.

La vita si risolve allora non con una consultazione, da vocabolario, da enciclopedia o da wikipedia, ma dentro un dialogo d’amore in cui la nostra vita si affida, si confida,  si sviluppa e si realizza. 

8 Maggio 2020
+Domenico

Il cristiano è sempre al servizio del prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 16-20)

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Nella nostra vita ci sono degli stati d’animo ricorrenti, dei fatti molto sgradevoli che ti si propongono alla memoria, o per incontri particolari con qualcuno che te li riporta alla memoria, o per scrupoli di coscienza che ti assalgono senza volerlo.

Uno di questi fatti che non vorresti aver mai compiuto è un tradimento: ce ne sono di varia importanza, ci sono stati quelli tra amici nelle avventure sentimentali da adolescenti, ci sono situazioni che capitano nel mondo del lavoro, qualche volta nella vita di relazione.

Nella esperienza religiosa ci ha sempre colpito il tradimento di Giuda, che  ci sequestra l’attenzione quando si descrive l’ultima cena, che comincia con la lavanda dei piedi. 

Il rito della lavanda dei piedi ricorda che il segno di riconoscimento vero e definitivo del cristiano è il servizio ai fratelli, l’interesse verso gli ultimi, i bisognosi, i piccoli.

Se è vero che il pane e il vino consacrati sono segno di una specialissima presenza di Cristo morto e risorto, è altrettanto vero che il cristiano, con uguale fede, deve riconoscere la presenza di Dio nel povero, nell’oppresso, nel debole, nell’emarginato, in una parola nel fratello di cui ci si preoccupa di vedere il prossimo, e il bisogno. 

Perderebbe il suo senso la fede nell’Eucaristia e sarebbe una impostura la sua celebrazione, sarebbe un altro tradimento dell’amore di Gesù e della sua sequela, se essa non si prolungasse e non cercasse una verifica nella carità, nel servizio del prossimo: questo che è un impegno per ogni cristiano, diventa criterio di autenticità e giudizio di verità, soprattutto per quelli che nelle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle diocesi, nella Chiesa universale rivestono un servizio di autorità per la comunione in un impegno pastorale.  

Queste parole se le sentono addosso tutti i preti, io vescovo e papa Francesco che continuamente ci rivolge questo insegnamento e per questo – purtroppo – è indicato dai benpensanti, dai cattoliconi che la sanno sempre troppo lunga, è visto come uno che non parla mai di Dio, ma sempre dei poveri.

Tutti noi sentiamo che se non viviamo nella nostra vita il Vangelo così,  non siamo molto diversi dal traditore Giuda che ci viene di nuovo presentato nel Vangelo di questa giornata del tempo pasquale. 

Papa Francesco ci ha detto tra l’altro, in questo tempo in cui vogliamo vivere da risorti, di ribaltare le numerose pietre del nostro egoismo, pensando a quello che ci spetta dopo la pandemia; e si domanda, Papa Francesco, “Saremo capaci di agire responsabilmente di fronte alla fame che patiscono tanti, sapendo che c’è cibo per tutti? Continueremo a guardare dall’altra parte con un silenzio complice dinanzi a quelle guerre alimentate da desideri di dominio e di potere? Saremo disposti a cambiare gli stili di vita che subissano tanti nella povertà, promuovendo e trovando il coraggio di condurre una vita più austera e umana che renda possibile una ripartizione equa delle risorse? Adotteremo, come comunità internazionale, le misure necessarie per frenare la devastazione dell’ambiente o continueremo a negare l’evidenza? La globalizzazione dell’indifferenza continuerà a minacciare e a tentare il nostro cammino …

Che Dio ci trovi con gli anticorpi necessari della giustizia, della carità e della solidarietà.   

7 Maggio 2020
+Domenico

Il testo integrale di un articolo pubblicato da una rivista spagnola dove il Papa si fa queste domande è apparso sull’Osservatore Romano, e può leggersi anche all’indirizzo http://www.settimananews.it/papa/esercizi-di-speranza/

Nel buio della nostra storia Gesù è la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)

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La parola tenebra ci fa un poco paura.

Nella nostra civiltà, che tra le tante esagerazioni ha un coefficiente di illuminazione elevatissimo – tanto che i pochi osservatori del cielo posti in genere sopra un colle si devono difendere con leggi speciali per poter essere almeno efficienti in qualche ora della notte – tenebra vuol però proprio dire non vedere niente, non avere riferimenti per muoverti, brancolare nel buio – si dice – camminare a tentoni.  

C’è poi una tenebra spirituale che significa “non capire più niente nella tua vita”, “non avere alcuna indicazione per come uscire da certi problemi”, “non vedere nessuna luce in fondo al tunnel in cui ti sei immerso”: la pandemia non una volta sola ci ha dato questa sensazione di trovarci nella tenebra, di non avere possibilità di uscirne, di difendersi, di trovare una certezza di riparo: è un buio esistenziale.  

Ecco, Gesù nel vangelo si presenta come luce del mondo e lo gridò a gran voce – dice il Vangelo – «Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre».

E’ una parola che è detta a noi soprattutto oggi, in questi momenti che sperimentiamo cecità per le deformazioni e le ferite alla nostra umanità, date da incertezza sul nostro futuro, di salute fisica e di saldezza economica, certezza di lavoro e di prospettive anche a breve termine.

Il Signore vede le nostre miserie, vede le nostre desolazioni e fatiche, ma noi continuiamo ad allontanarci da Lui: siamo pervicaci a non rinunciare a niente delle false conquiste che hanno oscurato la strada della nostra vita. 

Gesù però ci dice con passione che è venuto non per condannare, ma per salvarci; occorre che ascoltiamo la Sua Parola: lui non ci condanna, è la parola stessa che ci giudica, che attiva la nostra libertà di ascolto. 

Gesù non obbliga nessuno a salvarsi, offre a tutti però la possibilità di aprire gli occhi e di farsi illuminare: siamo noi che siamo sempre in cerca di strade buie.

La sua luce non fa crescere l’oscurità o il dramma: ci indica solo una strada per uscire da ciò che è sbagliato, per non farci prendere da inganni.

Allora dobbiamo camminare in questa luce!

Papa Francesco, in queste giornate drammatiche ci indica la strada da fare: Lui è interprete autorevole della luce che è Gesù, che ci può far essere nel mondo e nella storia di oggi una risposta credibile e luminosa agli interrogativi sul nostro presente e sul nostro futuro. 

Tra l’altro ci dice che dobbiamo rompere … “tutto il fatalismo in cui ci eravamo immersi e ci permetterà – questo – di sentirci nuovamente artefici e protagonisti di una storia comune e, così, rispondere insieme a tanti mali che affliggono milioni di persone in tutto il mondo. ”

E il Papa continua “Non possiamo permetterci di scrivere la storia presente e futura voltando le spalle alla sofferenza di tanti. È il Signore che ci domanderà di nuovo: «Dov’è tuo fratello» e, nella nostra capacità di risposta, possa rivelarsi l’anima dei nostri popoli, quel serbatoio di speranza, fede e carità i cui siamo stati generati e che, per tanto tempo, abbiamo anestetizzato e messo a tacere.” 

Parole Sante.

6 Maggio 2020
+Domenico

La scelta necessaria: ascoltare la voce del nostro pastore, Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 22-30)

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La fede non è mai il risultato di ragionamenti o di una serie di sillogismi, di dimostrazioni intellettuali, non è collocata nella chiarezza di enunciati, di definizioni, anche se non disprezza la ragione, le motivazioni, la valutazione personale, e all’inizio una grande fiducia che si accresce nella consuetudine, nella conoscenza, nella comunione di intenti, nella comunione di visioni di vita, di atteggiamenti e di adesione del cuore.

E per arrivare a questo, per avvicinarsi al suo mistero occorre – usando le parole del Vangelo – appartenere al Suo gregge e ascoltare la Sua voce.  

Coloro cui si rivolgeva Gesù non hanno fatto nessuno sforzo per accettarlo, per riconoscerlo come Messia, non si sono messi nemmeno per prova a seguire il suo cammino: si facevano condizionare in forma invincibile da un accecamento volontario e responsabile; si sono radicalmente dimostrati incapaci di appartenere al suo gregge e – fuori di metafora – di far parte del suo popolo, della sua compagnia, della gente che condividesse paure e speranze, dialogo e fiducia, ricerca sincera e disponibilità, solidarietà e coraggio, dedizione e voglia di superare pericoli e cecità. 

Tante volte noi non vogliamo credere e non sappiamo nemmeno perché: abbiamo in cuore una decisione irrevocabile che ci condanna al nostro vuoto e la scambiamo per sicurezza.

Chi vuole seguire Gesù deve vincere la sua autosufficienza, deve provare seriamente ad ascoltare la sua voce e nessuno, nemmeno la nostra cocciutaggine, potrà rapirci a Lui, perché gli siamo stati tutti affidati da Dio Padre. 

Di fronte all’epidemia, quante idee abbiamo dovuto cambiare, quante certezze che sembravano incrollabili abbiamo trovate false e inconsistenti, quante abitudini inveterate, cui nemmeno più pensavamo e che ci portavano a una vita grama, abbiamo capito.

Quanta sicumera abbiamo lasciato, quanta autosufficienza si era annidata in noi e abbiamo dovuto ammettere che da soli non riusciamo anche solo a vivere e non solo a godere della vita.  

Abbiamo dovuto capire che di questo passo non si va da nessuna parte, eppure eravamo campioni nel giudicare, nel pontificare, nella sicurezza, nel comportamento; il rapporto con la natura da cambiare: ci sembravano idee di qualche ragazzetta che non  ha esperienza del duro lavoro quotidiano, della fatica del vivere, abituati solo a farsi mantenere. 

Se la nostra situazione materiale, fisica, lavorativa, imprenditoriale deve cambiare, nel nostro spirito dobbiamo far cadere molti preconcetti, nel rispetto della vita nascente e terminale: dobbiamo fare scelte più evangeliche: nel nostro atteggiamento verso il prossimo e le molte fragilità e povertà non possiamo più voltarci dall’altra parte.

Ogni persona è nelle mani di Dio e – dice  Gesù nel Vangelo – “nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”. 

5 Maggio 2020
+Domenico

Il buon pastore è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 11-18)

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Abbiamo sempre bisogno di un riferimento per la nostra esistenza, un punto – insomma – a cui guardare nelle difficoltà che incontriamo.

Non sempre viviamo in tempi tranquilli, con orari ripetitivi, occasioni ricorrenti, futuri intuiti, già segnati e tranquilli: di fatto stiamo uscendo – per esempio – a fatica da questa pandemia che ci ha scombussolato i nostri giorni, ha cancellato le nostre abitudini, ci ha obbligato a inventare ogni giorno qualcosa di impensato perché ci ha tolto dal nostro tran-tran, che senza saperlo ci creava forse noia, ma non certo insicurezza e ansia.

Stiamo ore ad ascoltare le previsioni, i comunicati, la protezione civile: ci dicono che va meglio, ma non del tutto, che occorre non far lavorare troppo la fantasia; ci siamo radicati nella ricerca di riferimenti più sicuri, persone di cui avere fiducia che non ci ingannano, e che non speculano sulla nostra fragilità. 

Forse, senza rifarci a visioni bucoliche antiche (hanno pure usato, in questo Covid-19, il tema del gregge, di cui molti che vivono in città non hanno nemmeno l’immagine), e riusciamo a capire la figura del pastore che Gesù si attribuisce: abbiamo cioè dentro la necessità di una guida per la vita, di qualcuno di cui ci possiamo fidare.

E Gesù ci dice proprio «Io sono il  buon pastore», e ci offre alcuni criteri per riconoscerlo:  Egli dà la vita per le sue pecore, ha cioè il massimo disinteresse per se stesso e si mette in gioco completamente per il nostro bene, costi quel che costi. 

Non è assolutamente obbligato a fare questo, ma lo sceglie lui liberamente; non nasconde dietro le sue parole incertezze e soprattutto inganni – diremmo oggi fake news – addolcimenti per captare fiducia: è in gioco la sua vita per noi. 

Ancora, Gesù conosce a fondo le sue pecore: la sua conoscenza di noi è nel senso biblico, molto di più di qualcosa di mnemonico o di intellettuale, ha con noi una relazione personale, intima, di profonda conoscenza di noi e della nostra situazione personale, o anche comunitaria; richiama una comunanza di vita fondata sull’amore, una conoscenza esistenziale che permette di giungere alla nostra persona come essere vivo, di entrare nel mistero profondo del nostro cuore. 

E ancora Gesù si preoccupa dell’unità e di radunare il suo gregge: questo è ancora più importante, perché il pastore va alla ricerca delle sue pecore; è Lui che va alla ricerca: Gesù cerca il suo popolo, anche se il suo popolo abbandona. 

E’ Gesù che ci cerca, ancor prima che ne avvertiamo la presenza e nasca nel nostro cuore il bisogno di Lui; è Lui che ci mette assieme, che non fa della distanza sociale una distanza anche del cuore e degli affetti, della compagnia e della solidarietà.

Il dono della fede è sempre una iniziativa divina: a noi basta che ci facciamo accogliere.

Ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche queste devo condurre: Le nostre iscrizioni alla sua amicizia non vengono respinte per nessuna incapacità di accoglienza da parte sua.

Per Lui non c’è mai soprannumero, non ci sono code kilometriche da fare in notturna, anche se la sua porta è stretta, perché desidera un cuore innamorato: e allora noi decidiamo di stare con lui, il nostro buon pastore. 

4 Maggio 2020
+Domenico

Gesù è pastore, e ci conduce alla vita pienamente umana

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

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La vita di ogni persona, uomo e donna, ragazzo e ragazza, nonno o nonna, ha bisogno di relazioni, per svilupparsi, per crescere, per arrivare a pienezza: è vera relazione umana sentire di voler bene a qualcuno, dialogare, sognare assieme,  progettare vita. 

Se le relazioni sono intense ed escono dal sospetto e dalla superficialità hanno bisogno però, a un certo punto, di aprire il nostro cuore e varcare la soglia del cuore altrui per condividere i sentimenti e le nostre intenzioni. 

Se poi, la relazione si sviluppa nell’amore ci fa compiere piccoli passi che ci permettono di addentrarci nel vissuto della persona amata, di aprire una porta che ci introduce in un universo nuovo e sconosciuto che è il mondo dell’altro, che progressivamente si svela ai nostri occhi e diventa un tutt’uno con il nostro mondo.

Si ama veramente solo quando si attraversa la porta della vita della persona amata e lì, in quella nuova condizione, ci si impegna con fedeltà e, se occorre, per sempre.  

La relazione che vuol stabilire con noi Gesù è di questo tipo: è un pastore che entra per la porta della nostra vita, si prende cura di noi, stabilisce un dialogo, una comunicazione, in cui noi lo sentiamo come più intimo a noi di noi stessi.

Non siamo mai anonimi per Gesù, ma siamo chiamati a uno a uno: Lui scrive la sua presenza in noi da amico; per Lui noi abbiamo un volto, un nome, una dignità.  

Ogni cristiano che si spinge nella sua vita verso l’altro, deve imitare sempre Gesù, essere come lui, perché Lui è la porta da cui passare, la porta di ogni profonda relazione umana che veicola la fede in Lui, una vita piena, una vita capace di arrivare fino al dono di sé per il bene degli altri.  

Questo atteggiamento di Gesù spiegato ai suoi discepoli, agli stessi apostoli, li metteva in guardia dal diventare usurpatori della vita degli altri, legulei senza cuore, oppressori di coscienze, “ladri di vite” in una parola.

Il mondo religioso di quel tempo si stava intorbidando in queste schiavitù, fatte passare per vita autentica: invece era una vita incatenata; forse anche oggi, quando non passiamo per questa porta che è Gesù rischiamo di imprigionare coscienze invece che liberare felicità vera e pienezza di vita.  

Questo ci dobbiamo chiedere noi preti, me lo chiedo io Vescovo, se lo devono chiedere i genitori nei confronti dei figli, gli educatori, oso dire anche gli allenatori di una squadra sportiva di giovani, di ragazzi; questo se lo devono chiedere i maestri di vita, gli stessi amici e ogni esperienza che chiede fiducia. 

Varcare la soglia della vita altrui deve essere sempre e solo una profonda imitazione di Gesù, che è sempre la porta della vita; l’entrare attraverso Gesù significa aver davanti chiaro e unicamente il bene di ogni persona, ed impegnare tutte le energie per il suo raggiungimento: è partecipare alla dedizione di Gesù perché si realizzi la felicità vera di ogni persona.  

3 Maggio 2020
+Domenico

Noi decidiamo di stare con te sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)

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Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di misurarci le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida: spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro; spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera.

San Giovanni Paolo II, quando incontrava i giovani, li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava: molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la Chiesa, per i poveri, dietro la sua spinta.  

Era così anche Gesù, evidentemente: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava; dice il Vangelo: “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui”.

Era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue: inaudito, impossibile, troppo arduo da capire … e Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli: “Volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? Non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?”

Non posso qui non ricordare che questo brano di Vangelo che si propone oggi nelle Messe era quello che san Giovanni Paolo II propose nella Messa conclusiva della giornata mondiale della gioventù del 2000, di fronte a due milioni di giovani, andando contro alla tradizione delle giornate mondiali, che alla Messa conclusiva propone sempre  il brano di Vangelo che ne contiene il motto, in quel caso nel 2000 era “Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi”: era il primo capitolo di Giovanni.

Aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto: poteva raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzandolo di più questo mondo giovanile, addolcendo il Vangelo con altre belle frasi, che sempre Vangelo sono … invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del Vangelo “Volete andarvene anche voi?” 

La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte: il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena – la vita eterna: “che devo fare per avere la vita eterna?” – lo aveva lasciato; Giuda lo abbandonerà tradendolo; qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va, lo ha incontrato pure lui: molti al momento giusto sono fuggiti. 

La debolezza va messa in conto, e non spaventa mai Gesù: Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa; infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con la sua solita ingenuità: “Signore che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza, alla gioia che ci doni, alla pienezza di vita che ci hai fatto balenare davanti agli occhi? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te.”

E Pietro, nella figura di papa Francesco, continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù. 

2 Maggio 2020
+Domenico

Il sapore e la forza della vita è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 47-48) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 44-51)

«In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita.»

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In tempi di grande confusione come sono i nostri non è raro farsi domande del tipo: “dove sta il segreto per avere una vita vera, non succube delle strane teorie che ogni tanto qualcuno vende per definitive? E’ possibile trovare pienezza di vita o dobbiamo accontentarci sempre di ritagli, di piccoli adattamenti?” 

Il Vangelo non ha dubbi: la vita piena, bella, felice, completa, degna di essere vissuta, determinante, definitiva ce l’ha solo chi crede, chi si affida, chi mette la sua vita nelle braccia di Dio, chi ha colto in Dio la direzione del suo percorso e lo continua a seguire, a cercare, a percorrere.

Per essere felici occorre avere una fede: noi cristiani diciamo “occorre avere la fede nel Dio di Gesù Cristo”.  

Purtroppo molti dicono che la fede provoca fanatismi e intolleranze: addirittura si fanno guerre, si creano contrapposizioni, si mina la pace sociale e quindi è meglio starsene tranquilli, senza esporsi, facendosi ciascuno i fatti propri …

A parte che qualche contrapposizione naturale, qualche confronto anche duro per chiarire i nostri ideali e sostenerli è sempre meglio della pace del cimitero, e inoltre pace e serenità non possono consistere nel lasciarsi fare la vita dai più furbi, mettersi in balia di chi ha la capacità di farci ragionare come lui vuole, perché è potente, perché è persuasivo, ha tutte le immagini possibili di felicità da propinarci per svariate ore ogni giorno. 

Ogni persona ha una sete di vita che non può passare con l’adattamento: la persona, l’umanità, è un vulcano di energie, di amore, di intelligenza, di forza e deve trovare direzioni verso cui esprimerle, e la direzione che il Vangelo ci dice è quella della fede, e per prendere questa direzione Dio si pone nella vita come il pane, il nutrimento di base, la solida possibilità di crescere nella prospettiva di Lui.

Questo pane è il sapore della vita, e il sapore è Lui; è la forza della vita, e la forza è Lui.

Dice Gesù: “Io sono il pane della vita, io sono a disposizione per ogni vostra fame, io sono la forza di quel Dio che non vi abbandona mai.”

Se facciamo digiuno eucaristico in questi tempi di epidemia è perché c’è una giustizia e un amore più grande che viene prima, una attenzione ai più fragili, ma molti di noi lo hanno sempre fatto volutamente e cocciutamente senza motivo, per superficialità, per supponenza, tutti atteggiamenti che non hanno ragione di stare in un cristiano. 

Anche questa è una conversione che dobbiamo “attuare”.

30 Aprile 2020
+Domenico

Signore dacci sempre questo pane

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,30-35)

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Fame e sete sono bisogni che assillano ancora molta parte dell’umanità; fame e sete di pane, di nutrimento, di acqua, degli elementi fondamentali della vita umana dividono -purtroppo – ancora l’umanità in ricchi e poveri, in affamati e sazi, in denutriti e obesi.

Parole come pane e acqua in alcuni nostri contesti non dicono niente, in altri sono l’assillo quotidiano: il bisogno di pane e di acqua, la fame e la sete non sono solo di un momento, ma tornano sempre finché viviamo, ci accompagnano per tutta la vita; oltre che necessario nutrimento, sono anche segno di salute, di voglia di vivere.  

E Gesù parte da questa esperienza determinante per aprire l’umanità a una prospettiva più ampia nella sua esistenza: c’è una fame e una sete che non passa col cibo e con l’acqua; ci sono dei bisogni profondi che non si possono esaudire con cibo e bevanda; c’è una sorgente di acqua zampillante che è fatta per un’altra sete, un pane che è fatto per un’altra fame: è la sete di felicità, è la fame di amore, è il bisogno di Dio e di contemplazione di un riferimento alto per la nostra vita. 

Per questi bisogni occorre un altro pane e un’altra acqua.  

Aveva provato – se ricordate – quella donna al pozzo in Samaria a dialogare con Gesù di acqua, di pani, ma Gesù subito la smaschera: “non ti nascondere dietro questi bisogni, tu hai un’altra sete più profonda dentro! Abbi il coraggio di guardarti nella coscienza e di leggere che hai una vita da alimentare con lo Spirito”.

Gesù si pone davanti agli uomini come il pane della vita, il sostegno vero, il nutrimento necessario, normale, quotidiano: “vai cercando felicità ovunque, perché non la cerchi nella Mia vita, nella Mia Parola? Perché non ti decentri dal tuo continuo guardarti addosso e non alzi lo sguardo a me per aprirti alla bellezza di Dio, alla pienezza della felicità?” 

Gesù risorto si presenta al mondo proprio così: il pane della vita, il sapore dei nostri giorni, il nutrimento della nostra fame di verità, di gioia, di amore; non solo, ma si rende presente in questo pane e ogni chiesa ne è la casa, la custodia del pane della vita, di quel Dio che non ci abbandona mai

Resta qualche compito da fare anche alla nostra portata? Credo di si, perché ogni famiglia non deve accontentarsi solo del cibo, ma deve offrire affetto, compagnia, solidarietà, dritte, condivisione, deve “fare famiglia“.

Così anche una amministrazione pubblica deve offrire ai cittadini futuro con il lavoro, sicurezza per la casa, l’ambiente, la vita quotidiana, la convivenza pacifica, progetti che anche a lunga scadenza possono essere utilissimi, importanti per i giorni che Dio ci concederà, con lungimiranza, con disinteresse, amore alla gente e alla propria terra, e anche a chi possiamo ospitare. 

Deve pure avere in massimo conto la salute di tutti, gli elementi fondamentali per mantenerla, condividerla e garantirla a tutti, poveri inclusi, ospiti inclusi, barboni inclusi. 

28 Aprile 2020
+Domenico