Datevi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 22-29)

Audio della riflessione

Noi pensiamo spesso di essere generosi, di avere ideali grandi, ma tante volte ci basta mettere a posto il nostro corpo con cose materiali e ne siamo soddisfatti.

Erano così anche quelli che sono andati alla moltiplicazione dei pani fatta da Gesù; infatti dirà: “voi mi cercate perché avete mangiato”, ma c’è un pane diverso che vi deve nutrire. 

Il nostro pane è Gesù: è Lui che ci nutre, che fa rinascere speranza, che permette alle nostre deboli forze di sostenere le difficoltà della vita.

Il pane è la Parola, è l’Eucarestia: nella celebrazione eucaristica si sposa la centralità dell’Eucarestia con il dono necessario dello Spirito; laddove  si va a pregare, soprattutto a celebrare l’Eucaristia, lo Spirito troverà la sua casa per illuminare le vite degli uomini di oggi.

In questa casa vorremmo che l’uomo disperato trovi speranza, l’affamato di luce trovi chiarezza, il povero trovi la solidarietà, il malato trovi non solo conforto o tamponi, o tute, o mascherine, ma guarigione piena

Avere bisogno di pane significa avere fame: forse noi oggi non abbiamo fame di Dio, ma di tante altre cose che non ci danno soddisfazione

Purtroppo quando facciamo ricerche personali sulle cause della nostra infelicità, depressione, scoraggiamento, insipienza nella vita, frustrazioni… non ci domandiamo mai: che posto ha Dio nella mia vita?

Se Lui è il nostro bene massimo, la nostra felicità senza misura, l’averlo estromesso dalle nostre  esistenze significherà qualcosa? Produrrà carenze determinanti, o Dio è solo un quadro o un soprammobile? 

Abbiamo – insomma – buttato fuori di Dio dalla vita, noi che siamo fatti a sua immagine e somiglianza, e crediamo che questa morte di Dio dentro di noi non sia assolutamente influente sulle nostre vite?

C’è un prototipo del nostro essere persone, una luce che la rischiara: noi l’abbiamo spenta e questo assassinio noi diciamo che non conta niente, che abbiamo bisogno appena di ricostituenti, di dialoghi tra noi, di passeggiate all’aperto, di tenere il corpo in forma.

Se non curiamo anche l’anima non possiamo sperare di guarire le nostre mille fragilità umane:

Certa nostra infelicità non ha origine fisiologica, è bisogno di Dio: occorre avere il coraggio di cercarlo e mettere la nostra vita con semplicità davanti a Lui; Lui sa moltiplicare non le nostre miserie, ma le nostre disponibilità; sa cambiare la debolezza in forza, purché lo cerchiamo con sincerità.

Lo Spirito ci guiderà a farlo presente e a fare della nostra vita una gratitudine e una sorgente del suo amore per tutti.

Se dopo l’epidemia il nostro ricostruire vita personale e sociale sarà fatto senza Dio, o addirittura contro, non speriamo nella felicità vera, saranno sempre passi utili, ma non tutti e non quelli definitivi. 

27 Aprile 2020
+Domenico

Un ragazzo diventa e offre il segno del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 1-15)

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Ci aiuta a entrare nel capitolo sesto di Giovanni, che accompagnerà alcune eucarestie di questi giorni, un giovane sconosciuto, ma importante come appare nel Vangelo: spontaneo, concreto, generoso, mescolato alla gente con una bisaccia piena di pane e qualche pesce.  

E’ un ragazzo che, come tutti, ha una vita davanti: va tutti i sabati in sinagoga a ripetere e cantare i versetti della Bibbia, qualcuno ogni tanto lo prende e lo molla con qualche lavoro, ma ha sentito parlare di Gesù: per lui Gesù è uno che parla chiaro, che va giù duro, che non fa le solite raccomandazioni di galateo.

Lo voglio sentire anch’io, voglio vederlo anch’io, voglio partecipare alla festa dell’esserci: e va all’incontro con Gesù che lo può infiammare, che lo fa sentire vivo.  

E parte, ma nella sua concretezza, più utile della saggezza di tanti noi adulti (poi dicono che i giovani sono sbadati), si prende una scorta di pane e due pesci seccati: sa che gli viene  un buco nello stomaco, soprattutto quando la vita va a mille. 

Ascolta Gesù che parla, si mescola alla gente e gli viene fame: apre la sua bisaccia, ma è proprio il momento in cui tra gli apostoli si diffonde il panico.

Gesù li provoca: occorre dare da mangiare a questa gente. 
Sì! – risponde Filippo – noi che ci facciamo?

E Andrea: “L’unico che sta bene è questo ragazzetto qui, più avveduto di tutti questi adulti, che pensano di campare gratis.”

Il ragazzo qualche meraviglia l’avrà avuta, sentendosi togliere il pane dalla bocca, ma il suo entusiasmo per Gesù, lo fa pure diventare generoso; sta di fatto che quei cinque pani e quelle sardine arrivano a Gesù: il ragazzo nella sua concretezza, semplicità e generosità li mette a disposizione, e tutti mangiano, e tutti si saziano, e tutti si scatenano e si scaldano.

Erano solo la scorta di un ragazzo per la sua avventura in cerca di vita, diventano il segno di un pane insaziabile, che è Gesù; erano una debolezza, di fronte al problema, sono diventati, attraverso Gesù, la forza. 

Anche noi oggi possiamo metterci davanti a Dio come quel ragazzo che porta i suoi semplici pani e le sue secche sardine; la nostra preghiera può essere molto semplice, ma vera: “Gesù, noi siamo questo, noi ti mettiamo a disposizione il poco che abbiamo per la Tua gloria; ti preghiamo di cambiare quel poco che siamo in pane della speranza, della libertà, della santità per tutti coloro che incontriamo in casa, sul lavoro, nelle nostre responsabilità sociali”. 

Il nostro pane è Gesù: è Lui che ci nutre, che fa rinascere speranza, che permette alle nostre deboli forze di sostenere le difficoltà della vita.

Il pane è la Parola, è l’Eucaristia: ecco perché tanto la desideriamo noi cristiani, questa eucarestia.

Se in questi giorni, finalmente, potremo accostarci, o sarà più vicino il giorno che lo potremo fare, non dobbiamo più essere cosi restii a nutrirci dell’Eucaristia, perché la nostra forza è Gesù

24 Aprile 2020
+Domenico

Contemplare sempre la Pasqua

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 31-36)

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Ci possiamo domandare: come mai ci sono stati anni in cui la nostra vita cristiana è implosa, anziché esplodere? Forse perché non abbiamo contemplato, ma solo organizzato o custodito, abbiamo dato alla preghiera il significato solo di un dovere, di un compito da fare, e non vogliamo più nasconderci nessuna delle domande profonde di umanità, dobbiamo percepire la sete dell’uomo di oggi, constatare il fascino di un mondo male orientato: oggi c’è una pervasività del male e delle tenebre, come dice il vangelo di Giovanni, che esige uno sbilanciamento dalla parte della luce.

Il primo nostro scopo è di contemplare: la contemplazione è luogo di ricerca, spazio in cui ci si fanno domande, non si dà niente per scontato, dove c’è posto anche per il dubbio, la dialettica, il lavoro della ragione e dei sentimenti, delle emozioni, dei comportamenti … vogliamo scavare in profondità, a far emergere tutte le riserve umane che nascono nei confronti della fede, del mondo religioso, della propria appartenenza alla Chiesa, per essere più veri!   

Questi giorni pasquali sono un tempo in cui è possibile l’ascolto, il confronto, lo studio, l’incontro con Gesù, nel silenzio del raccoglimento o nella ricerca comune, nella preghiera o nel dialogo.  

Ogni tanto è utile una visita al cimitero – se ce lo permettono, anche in questi giorni – dove sono sepolti i nostri avi, quelli che non siamo nemmeno riusciti a portare alla sepoltura e sono stati portati senza un minimo di nostra partecipazione, verso i quali oggi siamo debitori di cristiana pietà e di preghiera; quelli che ci hanno passato il testimone della fede, che nei secoli hanno tenuta viva la luce della fede e ce l’hanno tramandata: hanno creato esperienze di vita cristiana, hanno affrontato la vita con la speranza nel Signore risorto. 

Vogliamo guadagnarci una nuova adesione, anche sofferta, ma decisa e felice, alla vita di fede; vogliamo confessare che Gesù è il Figlio di Dio: dobbiamo tornare da Gesù a dire quel “Mio Signore e mio Dio”, dell’affidamento, della preghiera, della celebrazione, della vita sacramentale, dell’accostamento ai tesori della Chiesa, ed in questo tempo ne abbiamo sentito la mancanza.

Allora la Chiesa prenderà nuovo slancio: la nostra comunità diventerà casa abitabile da tutti, soprattutto dai giovani, che sono sempre il nostro futuro. 

La Chiesa oggi ricorda e venera san Giorgio, cui sono dedicate nazioni, compagnie, tante parrocchie, chiese, bandiere: è un difensore contro le forze del male e ne abbiamo sempre bisogno, noi e ogni comunità cristiana, perché dobbiamo vincere il male con il bene

23 Aprile 2020
+Domenico

Guardare alla croce, soprattutto al Crocifisso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-21)

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Avere un ideale ti aiuta molto a vivere!

Avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà, ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, di avere visioni di mondo belle, di catalizzare le forze su prospettive nuove: non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia … ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza la costringe.  

Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove magari manca anche acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica: ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto civile. 

Noi ci meravigliamo, e perfino rimproveriamo gli immigrati perché hanno tutti una parabolica: proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti e anche di radici, di riferimenti al proprio passato per immaginare un futuro, rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro.

Solo che le TV spesso vendono solo se stesse e non costruiscono vera speranza: nel nostro male dell’epidemia, qualcosa hanno imparato forse anche le TV, a non propinarci solo distrazioni e pubblicità.  

Così è stato per gli ebrei nel deserto: Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento.

E’ una immagine ardita, ma usata dal Vangelo, di Gesù sulla croce: la croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni persona può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto,  per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’Amore che vi è depositato nella persona del crocifisso.

Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio: guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore del Signore che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.

Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi: lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita

Non abbiamo anche noi pensato proprio così e avuto forza impensata quando quella sera di pioggia scrosciante in piazza san Pietro a Roma, Papa Francesco s’è fatto pellegrino a quel Crocifisso, anch’esso lavato dalla pioggia e contemplato da tutti come segno di speranza, voglia di resistere, passione da vivere nella solidarietà e nella pietà?!  

Fosse meno – la croce – un ornamento e più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune, avremmo forse più coraggio nell’affrontare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.

Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza, e lo abbiamo provato nei giorni più bui della nostra pandemia, anche il Venerdì Santo, se abbiamo avuto il coraggio di baciare quel Crocifisso che abbiamo in casa non potendolo baciare in Chiesa come ogni anno.

22 Aprile 2020
+Domenico
 

Occorre il vento dello Spirito che ci sostiene nella rinascita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 7-8) dal Vangelo del Giorno (Gv 3, 7b-15)

«Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 

Audio della Riflessione

Ci capitano alcune volte delle esperienze di vita in cui diciamo “mi sembra di rinascere, mi sento rinato a una vita diversa”: può essere l’aver trovato un lavoro, l’essere uscito dall’incubo di una malattia, di cui non si vedeva la fine, l’esperienza gratificante dell’aver incontrato la persona a cui dedicare l’amore della nostra esistenza, una forte esperienza spirituale, la fine dell’incubo dello stare a casa…  

Ecco, nel discorso notturno tra Gesù e Nicodemo si parla proprio di questo vento misterioso dello Spirito che entra nella vita di una persona inaspettatamente e la cambia.

Nicodemo, come ricordate, era andato da Lui di notte, forse la sua posizione di prestigio nel Sinedrio non gli permetteva di avere contatti “ufficiali” con Lui, forse voleva tenere per sé e non sbandierare a tutti i tentativi di ricerca della verità per trovare quella felicità cui tutti siamo chiamati: sicuramente Gesù lo aveva incantato e in Lui era sicuro di trovare risposta a tutti i suoi perché.   

E la risposta non si fa attendere: occorre rinascere.

La vita va riportata a un nuovo inizio: non si può vivere di restauri, di pezze, di aggiustamenti, occorre affrontarla ex novo, da un altro punto di vista.

Capita spesso così anche a noi, quando vediamo che non ce la facciamo a cambiare, a dare una svolta positiva al nostro continuo tornare nel peccato, nel vizio, sulle strade dello spacciatore o del venditore di illusioni, del gioco o dell’alcool.

Occorre affidarsi allo Spirito per rinascere: la risurrezione, che ancora sta al centro della riflessione e della esperienza pasquale, è questa novità che dobbiamo abituarci a fare nostra; non siamo destinati, ma chiamati; non siamo abbandonati, ma ricuperati; non siamo condannati, ma salvati

La tentazione di vivere come se non fossimo destinati alla risurrezione è grande: la nostra scarsa fantasia prevede sempre che tutto sia come prima, che si tratti di piccole correzioni di rotta, di qualche sentimento un po’ più buono che dopo Pasqua possiamo nutrire; invece è una vita nuova che deve risorgere: è una vera conversione.

Questa forse è la parola che più permette di capire che cosa Dio sta scrivendo nelle nostre esistenze: un cambiamento, una nuova meta, una vita del tutto diversa, un insieme di desideri e di ideali alti cui sempre occorre rispondere.

E’ lo Spirito Santo che soffia dentro le nostre vite e le lancia su nuovi orizzonti, gli orizzonti di quel Dio che non ci abbandona mai

Ma non vi sembra che stiamo proprio tentando questo, se ci aiutiamo l’un l’altro, dopo la botta dell’epidemia?! 

21 Aprile 2020
+Domenico

La notte di Nicodemo non è sballo, ma rinascita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 1-8)

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Rinascere è l’aspirazione di ogni uomo che ha provato delusioni nella vita, che si è dovuto incontrare con esperienze negative che gli stanno intorbidando l’esistenza.

Nei computer c’è una operazione facilissima che ci permette di partire da capo, dopo che in maniera maldestra – come faccio io spesso – hai fatto confusione, hai rovinato file e programmi: questa operazione si chiama “resettare”, portare il sistema allo stato iniziale; permette di cancellare tutto e di ripartire di nuovo.

Reimpostare, cambiare modo di lavorare, di scrivere, di progettare … la vita la possiamo resettare? C’è un comando facile che ci permette di tornare ai box di partenza come se niente fosse? 

E’ stata la domanda di Nicodemo a Gesù: c’è andato di notte, perché lui era un uomo in vista e la sua posizione non gli permetteva di avere consuetudini con Gesù, io dico anche perché era giovane e già allora amava la notte per non venire catalogato da tutti senza essere conosciuto, come fanno i giovani di oggi; e la domanda che gli fa è di poter riuscire a intravedere un nuovo progetto del vivere.

Aveva sentito parlare Gesù tante volte, parlare di regno di Dio, di un nuovo mondo, una storia di bontà e di amore, “ma è possibile vederne nascere un germe?”

E Gesù: “per vedere un mondo nuovo occorre nascere di nuovo“; c’è una nuova nascita che il cristiano deve accogliere e deve cercare: è la nascita dall’acqua e dallo Spirito.  

Noi lo chiamiamo battesimo, è l’unica possibilità che ci è data di morire a un mondo vecchio e nascere a un mondo nuovo: possiamo “resettare” la vita solo così, lasciandoci immergere nella morte di Cristo e nella sua risurrezione.

Per questo è fondamentale per il cristiano il battesimo: è un “lavoro” che fa solo lo Spirito Santo, perché è soltanto Lui che ricostruisce nella vita degli uomini i lineamenti della vera vita, quella di Gesù.

Lui è artista, Lo Spirito Santo è scultore: Lui è forza, Lui è l’Amore.  

A noi sembrano solo gocce di acqua che passano scivolando sulla testa dell’uomo, del bambino, della persona: invece è una vera e autentica collocazione del nuovo cristiano nel mondo di Dio.

Lavare i peccati non è opera di bucato, ma è generazione a una nuova vita: non solo cancella, ma fa rivivere; non solo libera, ma fa diventare liberi: è la sorgente da cui zampilla speranza vera, vita nuova, è la condizione che ci unisce tutti come cattolici, dal papa al più piccolo dei battezzati. 

Siamo miracoli viventi di Grazia e di figliolanza di Dio, e ne siamo sempre entusiasti! 

Il battesimo è gesto semplice, che passa sulla testa dei bambini incoscienti, ma amati da Dio, fin dal seno materno: è una vita ricuperata e la sua vera valenza ci colloca tutti nelle mani di Dio. 

Potremo resettare anche il lungo tempo dell’epidemia? Forse ci ha resettato lei – l’epidemia – con tutte le morti e i dolori che ha fatto provare a tutti, ma anche con tutte le domande di generosità che ci ha richiesto, cui molti hanno risposto e molti altri ci siamo solo ritirati, perché era l’unico modo di non fare il suo gioco.

Dobbiamo anche noi però ora nascere di nuovo, non per dimenticare, ma per vivere meglio, per andare sempre al centro dell’esistenza, non dell’autosufficienza, non del l’ “ognuno si arrangi”, non della vendetta per il male, ma della costruzione di una Italia più giusta e dell’amore che è sempre una vittoria, e una necessaria risorsa contro ogni male e contro ogni offesa. 

20 Aprile 2020
+Domenico

Per la sua dolorosa passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31) 

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Ci incuriosiscono quei quattro ebrei che stanno rintanati presso amici compassionevoli, e che si stanno leccando le ferite di una avventura forse non calcolata bene in tutte le sue conseguenze: avevano lasciato tutto per correre dietro a Gesù, questo Galileo, con uno sguardo penetrante e un fascino travolgente. 

Dice Sant’Agostino: Bello è il Verbo, Bello quando nasce fanciullo mentre succhia il latte nel seno materno, mentre è portato in braccio; è Bello in cielo, ma è Bello anche in terra; Bello nei miracoli, Bello nei supplizi, Bello sulla croce, Bello nel sepolcro; Bello sul Tabor, Bello salendo in cielo, ovunque è Bello… 

Ebbene l’incontro è finito: sono tappati in casa, diremmo noi oggi, a leggere le partecipazioni alla morte! Non ce ne sono molte: è morto come un delinquente, mancano quelle della gente che conta, solo qualche poveraccio cui ha fatto miracoli e non tutti: neanche quelli! E si accingono a pensare qualche frase di ringraziamento: almeno preparano qualche segno per una dignitosa sepoltura, un piccolo monumento per andare a piangere ogni tanto, in attesa di ritornare tutti alla vita di prima; qualcuno farà compagnia a sua madre, poi il ricordo svanirà, e ciascuno si terrà in cuore i suoi sogni e le sue delusioni.  

Invece no! Si sente la sua voce, il suo saluto: Pace a voi, shalom, salve – noi diremmo ciao – come state? Sono qui! 

Una esperienza troppo vera per creare una illusione: palpatemi, toccatemi, abbracciatemi, parlatemi, non avete qualcosa da mangiare? Guardatemi ancora negli occhi! 

Tommaso, metti le tue dita in questi buchi di luce, la tua mano in questo petto squarciato dalla lancia: la tua sincerità, i tuoi sani dubbi, le tue domande vere, giuste, il tuo cuore in subbuglio fallo incontrare con questo corpo che ha ancora i segni della crocifissione, del mio amore. 

È troppo dirompente, nella vita di questi quattro ebrei, una esperienza così: d’ora in poi avranno un cuor solo e un’anima sola e nessuno dirà sua proprietà quello che gli appartiene, ma ogni cosa sarà fra loro comune. 

Quanti possiedono campi e case li vendono, portano il ricavato ai piedi degli apostoli, di Pietro e tutto viene distribuito a ciascuno secondo il bisogno: ma non è ancora questo che sognano tanti uomini e donne che lavorano, che faticano, che si consumano?

Non è ancora questa giustizia di base, questa pari dignità che ogni lavoratore cerca, per incontrare quel Cristo risorto, anche egli operaio, carpentiere come tanti? 

E soprattutto ancora oggi, nelle condizioni di precarietà che non sembrano finire, ci rifugiamo nella grande misericordia di Dio, e torniamo a dire fiduciosi e sicuri di essere accolti: “per la sua dolorosa passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero”, come ci ha insegnato papa San Giovanni Paolo II, in quella che ha istituito,la “festa della Divina Misericoria”.

 La imploriamo questa misericordia, anche in questo tempo pasquale, per le ferite, le sofferenze, le morti che ci hanno segnato e che dobbiamo continuamente aprire al sole di Pasqua.  

19 Aprile 2020
+Domenico

Gli apostoli si rimettono assieme

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-14)

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La piccola comunità degli apostoli ha ripreso la sua vita, ma si porta dentro una verità che prima o poi dovrà esplodere: la gente li ritiene i poveri illusi che hanno avuto un po’ di notorietà al tempo di quel Gesù che è finito male, loro dicono per consolarsi che è risorto, ma sono tutte illusioni.

Intanto sono saggi: se si sono lasciati montare la testa ieri, oggi almeno sono tornati a pescare e hanno la concretezza di non vivere di miracoli, “in quella notte non presero nulla”, dice il Vangelo.

Sono tornati alla durezza della vita, ma la compagnia è di gente con dentro una certezza: Lui è risorto. Se lo dice Pietro, se lo dice Tommaso che è con Lui … ha tergiversato, si è ostinato, ma non ha potuto non credere: quel “mio Signore e mio Dio” gli ha riempito la vita. 

C’è Natanaele un giovane schietto: ha sempre detto pane al pane, vino al vino, si è lasciato affascinare da Gesù; c’è Giovanni il giovane entusiasta intuitivo, con l’occhio limpido e il cuore sgombro: è lui che riconosce laggiù sulla riva Gesù, «È il Signore!» dice a tutti.  

Avere questa capacità di vedere nella vita il Signore è compito di ogni cristiano, riuscire ad andare oltre i fatti, oltre le nebbie del nostro egoismo, essere capaci di andare al cuore della vita per incontrarne il Signore, è frutto di pazienti avvistamenti fatti di ascolto della Sua Parola, di preghiera, soprattutto di amore: Giovanni era giovane e innamorato.  

L’amore ti pulisce la vista: Giovanni lo vede e Pietro si butta a nuoto per andargli incontro, stavolta è Pietro che precede Giovanni, non è come la sera di Pasqua che Giovanni l’aveva battuto nella corsa al sepolcro, stavolta è Pietro che raggiunge Gesù.

Il suo nuotare nel mare è simbolo del nostro andare verso Gesù: è una concentrazione di energia, di sguardo verso la meta, di coordinamento dei movimenti, di sforzo costante, di desiderio di arrivare.

Gesù lo si raggiunge così, non a caso: è lui che si offre, ma sei tu che lo devi desiderare, e ricordiamoci che il luogo più frequente in cui lo incontriamo è sempre il prossimo, il povero, chi è di nessuno, la tua coscienza, la croce.

E il prossimo non è un elenco di persone, ma sei tu che ti devi fare prossimo a chi la vita ti presenta. 

In questi mesi ci siamo fatti tante domande: dove è Dio, se siamo così tribolati? Che devo fare? Chi devo essere per le persone che non posso incontrare nemmeno più? Siamo rientrati in noi stessi, ci siamo ripresi in mano la vita, ma non è sufficiente, la nostra solitudine diventa luce e capace di futuro se siamo capaci di convertirci.

17 Aprile 2020
+Domenico
 

La Pasqua è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 11-18)

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Ci troviamo oggi a fare il punto sulla nostra esperienza di vita quaresimale, e ora pasquale: abbiamo seguito Gesù nella sua forza irrompente di annuncio del Regno di Dio, abbiamo fatto fatica a seguirlo, abbiamo celebrato in maniera del tutto inaspettata, per le nostre pasque celebrate sempre, la sua gloriosa passione e morte, ci siamo rallegrati della Pasqua.

La nostra vita purtroppo, la vita pubblica, è stata ferita dalla epidemia, dalle guerre infinite del medio oriente, dalle sofferenze che questa guerre senza tregua che stanno portando, dalla stessa migrazione e respingimento di famiglie. 

Oggi ritorniamo ancora alla nostra condizione, che sembra senza fine, di assediati dalla epidemia, ma desideriamo  dare gambe alla speranza di una quotidianità normale: le feste passano presto, a noi resta la vita dura di tutti i giorni, da far diventare un gesto d’amore sempre a Dio e alle persone.

Ci aiuta questo pianto sconsolato della Maddalena, l’annunciatrice del risorto: ha scatenato la gioia in tutti, in tutti i potenti ha messo un dubbio, nell’animo degli apostoli ha provocato un terremoto e ora sente la mancanza di Gesù e piange. 

Il pianto non è sempre un dolore: può diventare liberazione, invocazione, richiesta di riempimento di una assenza; la Maddalena è sconsolata, ma è ancora troppo concentrata su di sé, ha ancora nel cuore il desiderio di concludere con un gesto di pietà la sua avventura cristiana: le sembra che l’unica cosa da fare sia “imbalsamare”.

È immagine della ricerca dell’amore che nel cantico dei cantici fa percorrere all’amata tutti sentieri più impervi della vita per ricongiungersi all’amato, e lei invece vuole andare ad imbalsamare.  

Ma sente risuonare con dolcezza il suo nome: Maria.

Sentirsi chiamati per nome è una tra le cose più belle della vita: è la chiamata di chi ci vuol bene, di chi ha fiducia che noi lo possiamo aiutare, di chi ci aspetta e sogna che noi possiamo essere la sua felicità.

E’ la chiamata alla vita: è la chiamata a cambiare direzione perché spesso abbiamo sbagliato proprio la direzione della vita vera … e Maria Maddalena, sentitasi chiamare, cambia direzione: si volta, si converte, cambia modo di pensare.

Gesù non è più un misero corpo da imbalsamare, ma un Dio da seguire; non è un  passato da piangere, ma un futuro da aspettare, da preparare; non è un possesso da tenere per sé, ma un dono da offrire a tutti: «Va dai miei fratelli e dì loro» sono le parole che le rivolge Gesù!

Anche noi siamo chiamati a stare tra noi da fratelli e dire con la vita che crediamo nel Risorto, dire con la solidarietà che Dio non abbandona nessuno, annunciare che non siamo dimenticati, ma amati, aspettati, chiamati per nome da Dio.

Testimoniare la risurrezione oggi non è dire parole, ma esprimere solidarietà, condivisione: è contemplare tra le pieghe della vita il bene che va aiutato a esplodere, a farsi casa, quando Dio vorrà, nelle nostre relazioni private e pubbliche, nel nostro lavoro e nel nostro rischioso mestiere di vivere. 

Ci sentiremo negli orecchi, oggi e sempre, quella voce di Gesù che ci chiama per nome e che ci vuole suoi collaboratori per la gioia di tutti.  

14 Aprile 2020
+Domenico

La risurrezione è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-10)

Oggi è al culmine la Settimana Santa: l’abbiamo vissuta all’insegna dei ricordi, delle tradizioni, delle usanze ereditate dai nostri genitori; abbiamo forse rimpianto – stando in casa – quando ci siamo improvvisati attori, registi, sceneggiatori di fatti più grandi di noi …. e siamo potuti risalire alla nostra infanzia, all’incanto di ogni fanciullezza, e quest’anno abbiamo visto soltanto in TV o nell’isolamento, giovani interpretare Gesù Cristo, uomini maturi fare Pilato, anziani fare i sommi sacerdoti, il solito – segnato a dito – fare Giuda.

Poi si sono fatti passare di mano in mano quella croce.

Potevamo essere tentati solo di esprimere tradizioni, folklore, appuntamenti con la storia, oggi però la cosa cambia di netto: ieri era possibile stare indifferenti, stare sulle nostre, non scomodarci troppo, oggi non è più possibile, dobbiamo fare il salto della fede

Oggi ci viene chiesta la fede: non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il “risorto”, perché li ci vuole un atto di fede; appendiamo solo un  crocifisso, che richiama la storia e pietà di un uomo, anche se molti ci negano anche quella. 

Oggi facciamo il salto nell’oltre: riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori, è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. 

Colui che è morto così miseramente, senza nessuno stoico coraggio, è il Figlio di Dio; e dice uno dei quattro Vangeli nel racconto di questa giornata memorabile: «Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28, 1-2).

E’ un discorso difficile, perché occorre affidarsi: occorre avere il coraggio di leggere il “terremoto” di cui si parla nel Vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione; questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio: è il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.

Abbiamo avuto – e molti hanno ancora – il terremoto del coronavirus che ci sta cambiando l’esistenza, che ci mette alla prova, ma non ci può togliere la speranza di questo terremoto della risurrezione. 

E’ il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili di vita della nostra esistenza, della speranza oltre ogni paura e ogni dolore. 

Il terremoto del coronavirus ci fa paura, e ogni tanto anche qualche altro terremoto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia: è questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore.  

Ognuno di noi ha il suo macigno, una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro: è il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato.

E’ questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martiri anche di questi tempi, di tanti giovani sgozzati, crocifissi perché cristiani. 

Sono stato non poche volte a celebrare Messa in una qualche scuola in occasione della Pasqua e ho trovato ragazzi, giovani, che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni: questo spesso è il coraggio della nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private; la nostra fede “per mestiere”, il nostro forzato credere per  non creare problemi dove siamo. 

Ma Dio è grande, e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia!

Risurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie e più autentico dei nostri giuramenti. 

Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai”, perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nelle braccia di Dio.

Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazzareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.  

12 Aprile 2020, Pasqua di Resurrezione
+Domenico