Gesù ci lava la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 1-15)

E’ sempre bello poter rifarsi a qualcosa che ti incanta e ti incatena nello stesso tempo.

L’amore, per esempio, l’amore tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza: sei passato per caso, s’è accesa una passione, uno spasimo, una gioia che non puoi più contenere, hai fatto pazzie per capire, per incontrarti, per vedere come … “saziare” questo desiderio, come dargli un nome, come possederlo; non ce l’hai mai fatta perché ogni espressione non è mai stata capace di definirlo, di comprenderlo fino in fondo: c’è sempre stata una sete che non poteva esaurirsi.

La vita è così: accende forti passioni per farci alzare lo sguardo all’infinito, anche se noi facciamo finta che ci possiamo accontentare di qualcosa che vale molto meno: i soldi, il potere, il sesso fine a se stesso.

Ma nessuno si inganna con se stesso: sono tutte “pezze” di felicità che cercano di tappare un colabrodo che è la nostra vita e che fa acqua da tutte le parti.

Per noi cristiani una esperienza della stessa profondità dell’amore è l’Eucarestia, anche molto di più: questa semplicissima cena, in cui Gesù anticipa nei gesti, nei segni, nel pane e nel vino l’offerta di sé per la pienezza di vita del mondo, per colmare la sete di amore dell’uomo, per proporsi come riferimento alle nostre ricerche e alle nostre paure.

Proviamo brevemente a contemplare questo momento intenso, tragico, coinvolgente: immaginiamo di esserci tutti noi.

Quest’anno purtroppo lo possiamo soltanto proprio immaginare, non vediamo i segni perché non possiamo andare in chiesa, non possiamo partecipare a questa ri-presentazione in cui riviviamo l’ultima cena: possiamo soltanto “guardarla” alla Radio, a una TV o un tablet .

Però, per una sera voglio immergermi: Stasera ci sto anch’io.

Gesù tra l’annuncio di un tradimento e la crocifissione, prende tra le mani i piedi degli apostoli e li lava: quest’anno chi lava i piedi degli apostoli sono tutti quei medici e infermieri che stanno a curare, a consolare e confortare con grande dedizione i nostri malati.

Gesù – dicevo – ha preso tra le mani i piedi di ciascuno di noi, ha pensato a tutti i nostri percorsi sbagliati, le nostre fughe da lui, le nostre avventure incoscienti, i nostri tradimenti, ma prende tra le mani anche i piedi dei dottori, degli infermieri, delle persone che rischiano la vita per i nostri malati.

Stasera però Gesù vuol andare oltre e ci lava la vita.

E ci fa il suo più grande dono: “Vi dico che sono allo snodo fondamentale della mia missione: vi do la Mia Vita, perché vi voglio troppo bene. Non posso permettere più che il male sia l’ultima parola sui vostri sentimenti, sui vostri affetti, le vostre azioni, i vostri corpi e le vostre relazioni: questo pane spezzato e questo vino versato saranno sempre il segno di un dono senza rimpianti, di una vita donata senza ripensamenti; saranno il segno del Mio Corpo dilaniato e del mio Sangue versato per Amore, solo per Amore: il mio stesso corpo e il mio stesso sangue. E potrete sempre rifare questi miei gesti e ogni volta che li rifarete Io sarò lì ancora a dirvi che vi voglio bene, a dirvi che non immaginate che Padre avete nei cieli, a ricordarvi che è finita la schiavitù, che l’ultima parola non è la morte, anche se in cuore avrete odio, anche se userete questi miei segni per farvi belli, in una Chiesa dove state soltanto per dovere, in una comunità che usa la Messa per truccare l’odio e la falsità, anche quando i gesti li compirà un prete senza fede, senza amore, pieno di ambizioni: è un dono, per sempre, senza ripensamenti o nostalgie.

Ricordate che “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 24): questo è il paradosso a cui siamo chiamati anche stasera.

Se noi ci arroghiamo di essere i padroni della vita, la perdiamo.

La storia di ogni giorno ce lo insegna: non arrogandoci la vita per noi, ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla.

Questo è il senso ultimo della Croce, che domani metteremo al centro ancora di più del nostro essere cristiani: non prendere per sé, ma dare la vita.

E noi lo supplichiamo che ci lavi dalla nostra epidemia.

Abbiamo affidato alla medicina la purificazione che dobbiamo responsabilmente favorire e aiutare, ma c’è da lavare anche il nostro cuore che in questi tempi per molti di noi si è rattrappito nell’egoismo.

9 Aprile 2020
+Domenico

Il tradimento: un tarlo che può rovinare tutto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 21-33.36-38)

Anche nei cuori più puliti, nelle intenzioni più belle e sincere, nelle amicizie più profonde c’è sempre la presenza di un tarlo che può rovinare tutto: il tradimento.

Lo abbiamo provato tutti nell’età dell’adolescenza, quando avevamo trovato un amico, una amica, che speravamo fosse la nostra ancora di salvezza, il nostro punto di confidenza … speravamo che fosse il superamento della nostra solitudine e poi … ci siamo visti le nostre confidenze messe in piazza, i nostri sentimenti buttati in pasto a tutti, soprattutto l’amico, con cui avevamo fatto patti di acciaio, farsi ostile e nemico, con il vantaggio di avere in mano tutti i nostri punti più deboli: traditore.  

Gesù passa attraverso questa dolorosissima esperienza, non nei giochi di una adolescenza, che per prove e difficoltà si fa più forte nell’affrontare la vita, ma nel pieno della sua missione.

E’ stato tradito: aveva riposto tutte le sue speranze nei dodici, ma aveva sempre avuto grande rispetto della libertà di tutti.

Giuda e Pietro siedono alla stessa mensa, a quella cena intima che Gesù ha voluto consumare prima degli eventi definitivi della sua missione: ambedue apostoli, ambedue collaboratori stretti di Gesù, ambedue alle prese con la propria coscienza, le  proprie paure, ambedue con un rapporto di amicizia con Gesù.

E satana scatena la sua battaglia, si insinua nelle loro vite, ne sfrutta le debolezze: Giuda lo tradisce con un bacio, Pietro con la paura. 

Gesù li ha chiamati entrambi, ha voluto far nascere nel loro cuore la sua passione per il Regno di Dio.

Giuda era un poco di buono, Iscariota è parola vicina a sicario; Gesù accetta la sfida: se vuoi puoi farti affascinare da un amore più grande di quello che provi oggi; Giuda era stato scelto per essere apostolo, chiamato all’intimità con Gesù, a partecipare al suo progetto di mondo nuovo, a partecipare al suo amore, alla sua missione, ma ha scelto di abbandonare e ha creduto che il peccato fosse più grande della misericordia. 

I trecento denari con cui aveva valutato quel vaso che aveva sentito infrangersi nella casa di Lazzaro qualche sera prima, al cambio del tradimento sono solo trenta miseri denari, tanto poco è valutato Gesù dai sacerdoti del tempio.  

Non ha capito che poteva sempre e solo sperare, perché Gesù è la speranza vera di ogni vita: anche là dove si costruisce la tana dei disperati, c’è sempre uno spiraglio di bontà.

La luce della speranza si insinua in ogni fessura e vince

E abbiamo visto in questi giorni quanta bontà hanno espresso ed esprimono le persone che si sono messe al servizio degli altri in questa durissima prova dell’epidemia.

In questi giorni, guardando alla sofferenza di Gesù vogliamo essere consapevoli di non essere mai soli nel dolore, perché Gesù ci è passato dentro alla grande, e ne porta ancora i nostri pesi. 

8 Aprile 2020
+Domenico

Si può tradire in tanti modi

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,21-25) dal Vangelo del giorno (Gv 13, 21-33. 36-38)

«In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”».  

La settimana santa entra nella sua pienezza e si porta dentro i nostri sentimenti. 

Abbiamo bisogno di allargare la nostra visione della vita oltre i nostri dolori, le nostre pene: è il tempo delle grandi pulizie, che oggi vorremmo anche più fisiologiche per i nostri mali. 

La luna sta facendosi piena per risplendere al massimo, dalla tragica sera del Getsemani all’alba di Pasqua.  

Altri personaggi ci vengono presentati oggi dal Vangelo, sono Pietro e Giuda: due traditori, due personaggi che ci rappresentano molto bene.

Sono l’immagine della debolezza del nostro amore, della incapacità di buttarci con generosità per gli altri o per l’altro, sono il simbolo della fragilità che sperimentiamo ogni giorno, che vogliamo camuffare con maldestra fantasia.

Di fronte a Gesù si svelano le intenzioni del cuore.  

Pietro, sicuro della sua incrollabile fedeltà, fa l’indagine, cerca il traditore al di fuori di sé: “chi è che ha il coraggio di tradirti?”

Non pensa a sé, è sicuro delle sue scelte: Gesù è per Lui il figlio di Dio, l’aveva detto solennemente quando Gesù aveva fatto la sua inchiesta … bella frase, bel suggerimento dello Spirito, ma la vita ha bisogno di accogliere in profondità e con un tirocinio severo ogni dono di Dio.

Lui non pensa affatto che sarà messa a prova la sua fedeltà, il suo entusiasmo, la sua prontezza, la sua decisione, la sua leadership; invece farà i conti con l’inganno e la troppa fiducia in se stesso e il tradimento cova già dentro di lui i suoi artigli. 

L’altro è Giuda: lui ha già nel cuore la decisione presa, ha già costruito a tavolino la trama, si è già preso i soldi; Il suo cuore è lancinato: è il cuore di tutti noi quando siamo costretti a fingere; vorremmo che tutto fosse già finito, ne portiamo un peso insopportabile, ma non siamo capaci di tornare indietro.

Ci siamo visti fragili, ma non riconosciamo l’errore.

Non ne può più, ed esce sbattendo la porta: quei soldi che ieri rimproverava a Maria di aver buttato con quel lussuoso profumo versato sui piedi di Gesù, oggi li ha in mano lui, anche se sono solo trenta denari anziché i trecento del profumo, gli pesano troppo, va a disfarsene, ma è tardi. 

Non è invece mai tardi per chiedere perdono per affidarsi a Dio: io spero che gli sia bastato quell’istante in cui ha fatto il salto nel vuoto dall’albero, appeso a quella corda; spero che abbia visto in lontananza l’altro albero, quello della salvezza: la croce

Noi questo albero della croce chiediamo a Dio di vederlo, di adorarlo, di baciarlo, come salvezza dalla nostra triste condizione umana di epidemia e di dolore, di disfacimento e di disperazione, perché si accenda ancora la speranza, che è l’ultima a morire e che non vogliamo farci rubare da questa epidemia. 

7 Aprile 2020
+Domenico

Tra un gesto d’amore e un calcolo di tradimento

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 1-11)

E’ bello ascoltare storie, evocare sentimenti, osservare descrizioni di personaggi, vedersi rispecchiare in figure che ci aiutano a leggere più in profondità le nostre stesse emozioni e a dare voce ai nostri sentimenti.

La settimana più decisiva della vita di Gesù ce ne presenta tanti: sei giorni prima della grande festa, sei giorni prima della Pasqua, proprio come oggi, ancora tutto è normale, non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio.

Gesù sente di essere braccato, quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio: non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa.

“O adesso o mai più”, pensano i sommi sacerdoti: quel che Gesù ha fatto è troppo.

E Gesù si concede un momento di intimità con gli amici: Va a Betania nella casa dell’amico Lazzaro; la casa è piena di tanti amici, ma la scena che ha al centro Gesù è animata da due presenze in particolare: Maria, la sorella di Lazzaro e Giuda.  

Da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolatore pieno di sicurezza e di disprezzo, frustrato e tentato di tradimento.

Maria rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo: sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile.

E’ un gesto d’amore, ed è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù, ed è una donna che lo compie.  

La vita di Gesù stava arrivando al termine cruento e violento: alla sua nascita aveva avuto la cura delicata di sua madre, in quella estrema povertà, ma sicuramente in un abbraccio d’amore, il più bello che possa immaginare l’umanità, l’abbraccio di Maria.

La sua vita poi era proseguita, aveva provato tutti i sentimenti umani: l’affetto di coloro che si era scelto, il desiderio di ascoltarlo di molti poveri, la sincera gratitudine dei miracolati, l’odio strisciante dei suoi oppositori.

Proverà tra poco il massimo di cattiveria che il cuore umano può esprimere, quando viene strattonato da una stanza all’altra del palazzo del potere, nella passione, sul Calvario, lungo le vie della città, con qualche gesto di umana pietà.

Ma ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda: quello non sarà amore, ma tradimento.  

Quel bacio viene preparato da un conteggio che passa per la mente di Giuda: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore.

Vale ben trecento denari: il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento. 

La nostra vita si snoda tra un atto di amore e un tradimento: siamo Maria che si vota a Cristo e nello stesso tempo siamo Giuda che calcola; per Maria e per noi spesso Gesù è tutto, ma purtroppo abbiamo la tragica possibilità di essere anche Giuda, di non capire Gesù, di vendicarci su di Lui con la nostra cattiveria.

E’ la Settimana Santa, dobbiamo prendere posizione: o contro Gesù o con Lui!

C’è un uomo di Cirene che viene coinvolto all’inizio … senza spontaneità, ma poi un po’ alla volta con amore, ci sono i ladri, crocifissi con Lui: uno ci sta, l’altro si ribella; c’è il centurione che alla fine crolla nella sua indifferenza e fa il primo atto di fede; c’è Giovanni ai piedi della croce, c’è Maria, ci sono gli apostoli in fuga.

Ecco … noi dobbiamo prendere questa settimana la nostra posizione.

Gesù ci aspetta: decidiamo di fare Pasqua nella coscienza, ad assumere la nostra responsabilità di fronte a Lui. 

Siamo evidentemente costernati e preoccupati per questo continuo contagio di un male fisico, ma anche spirituale di scoraggiamento, di egoismo, di impotenza: a Dio ci rivolgiamo con maggior fiducia rivivendo il suo dolore. 

Iniziamo un’altra “settimana di passione” anche noi con l’epidemia che ci stravolge la vita: Signore, siamo nelle tue mani, riempile di misericordia per tutta l’umanità che soffre e spera. 

6 Aprile 2020
Lunedì Santo
+Domenico

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11, 49-50) dal Vangelo del Giorno (Gv 11, 45-56) 

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!? (Gv 11, 45-56) 

<<Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera>> 

Ci sono sempre “tattiche politiche” che usano far fuori il leader per disperdere correnti di pensiero o di lotta, per fermare movimenti della gente che toglierebbero ai potenti il controllo sulle vite e sulle cose: in certi paesi si dice che si vuole la pace, ma quando è veramente prossima a qualche accordo che la potrebbe far balenare concretamente davanti agli occhi, si programma un attentato o si progetta un assassinio.

La nostra storia recente ce ne mostra tanti esempi: certi gruppi violenti vanno proprio a prendere le persone migliori, quelle che veramente anche nel nascondimento tessono le linee di un mondo diverso e le ammazzano per fermare la storia. 

Così il sinedrio pensa di Gesù: questo uomo sta portandoci via il popolo, sta sconvolgendo il nostro mondo religioso; già tanta gente lo sta seguendo: cominciano a risponderci male, come quel cieco di alcuni giorni fa che si faceva beffe di noi, che insinuava se anche noi eravamo discepoli di questo Gesù.

Occorre fermarlo!  

Un gruppo che esercita la violenza ha una necessità assoluta da cui partire: deve trovarsi d’accordo, completamente, tutto il gruppo; ciascuno deve essere possibilmente lui stesso l’autore dell’assassinio che si progetta, altrimenti si defila e rompendo la compattezza, rende perdenti. 

E’ meglio che muoia!

E’ la sentenza nei confronti di Gesù: la condanna di Pilato sarà una farsa, la morte di Gesù era già stata decisa molto prima.  

Qui la cattiveria dell’uomo si incontra con il progetto di Dio … “è meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” … certo, la salvezza che pensava il sinedrio era quella dell’autoconservazione, del controllo sulle coscienze e sulla religione, invece nei piani di Dio la morte di Gesù è veramente il segno di un passaggio epocale da cui non si torna indietro: l’umanità viene salvata.

In quella sentenza c’è la prospettiva nuova che la morte e la risurrezione di Gesù porterà.  

Quel “meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” è la scelta di dono radicale di sé di Gesù, è la sua scelta di amore, è la realizzazione del piano di Dio fino dall’eternità.

La cattiveria di questi uomini non solo non ferma il piano di Dio, ma si svuota dall’interno per far posto al più grande gesto d’amore della storia: su quella croce finirà l’amore di Dio che non ci abbandona mai.

Questa croce sarà sempre un segno di grande solidarietà del Signore con tutte le nostre sofferenze, che non devono portarci alla disperazione, ma a una nuova speranza, perché la sofferenza non è stata l’ultima parola anche per Gesù: che ci aiuti, e ci dia la gioia di poterci ritrovare assieme tutti a ringraziarlo del pericolo passato.

Questa nostra pasqua sia un passaggio dalla malattia alla salute, dal mare di sofferenza e di tribolazione alla ritrovata terra della salute e della consolazione. 

4 Aprile 2020
+Domenico

Vogliamo starci anche noi in questa imminente Settimana Santa

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,31-42)

Non avevano potuto lapidare l’adultera, si erano loro aperte le mani a forza per lasciare cadere il sasso, ciascuno aveva rivisto al rallentatore la sua vita ed erano stati costretti a reprimere una condanna fin troppo comoda, irresponsabile, assassina … ricordate … quando c’era quella donna colta in adulterio, che volevano lapidare?

È sempre facile la tentazione di farsi una coscienza pulita scaricando la colpa sugli altri, su quella povera donna, su quella famiglia fallita … stavolta però sono tornati i sassi in quelle mani, e la presa è più forte e sicura.  

Immagino i pensieri dei farisei: “Noi saremo moralmente non irreprensibili; siamo fatti tutti di carne, è pur vero, ma … bestemmiatori mai! Noi sappiamo stare al nostro posto. Dio è l’altissimo, sia sempre benedetto il suo Nome, noi sappiamo di essere creature; la nostra religione è la forza che ci tiene assieme, che tiene assieme il nostro popolo; Lui è la roccia, noi siamo il popolo e gregge del suo pascolo.” 

In quelle mani contratte, in quelle dita che trattengono nervosamente le pietre c’è tutta la storia, la cultura, ma anche l’ingessatura di un cuore indurito, di una religione diventata fondamentalismo: e Gesù tenta di smontare questa schiavitù interiore, ne va della sua missione!

Dio Padre, l’abbà dei miei colloqui quotidiani, non è il Dio delle lapidazioni, ma dell’Amore!

Cercavano allora di prenderlo di nuovo: Gesù era veramente braccato, doveva giocare d’astuzia.  

Il suo primo nemico non era solo l’ “establishment”, ma la gente di “parrocchia”, i cristiani della messa prima, i cattolici del conformismo, noi che ci siamo abituati a Dio come al colore delle pareti: e noi ci trova dovunque fuorché nel Getsemani, là dove ci si deve convertire, purificare, affrontare anche nella solitudine il necessario cambiamento di vita.

Gesù sente urgente ritornare al Giordano, e ritorna a quel luogo che gli aveva dato lo stile della prima predicazione del Regno: purtroppo non c’è più Giovanni, hanno decapitato con lui tutti i suoi sogni, ma c’è ancora gente che spera, che vuole continuare la conversione.

Qui al Giordano aveva avuto l’investitura del Regno. Qui si erano formati i primi nuclei di nuova evangelizzazione: Non è stato un bagno nei ricordi, ma una nuova definitiva partenza.

Gesù non si fa più illusioni; è tempo di offrirsi.  

Non verrà sorpreso con l’inganno, non sarà sfortunato, ma si offrirà: Il suo è un gesto di amore.

Nessuno deve stringere sassi nelle mani per lapidarlo, nessuno si dovrà appostare, lui grida: quello che vuoi fare, fallo subito! Sono pronto!

Ci vogliamo stare anche noi in questa imminente Settimana Santa: torniamo al nostro Giordano, alla incandescenza dei nostri ideali e non lasciamo Gesù solo, tanto più che vorremmo vivere una Settimana Santa, mai vissuta cosi, con i nostri malati, solidali con gli operatori sanitari e sociali, come segno di una Pasqua che vogliamo non tardasse più. 

3 Aprile 2020
+Domenico

Dio … è un Dio crocifisso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 51-59)

Si fa un gran parlare, anche su nuovi libri che vengono composti da pubblicisti, giornalisti, “opinion leader” … di Gesù: della sua vita, dei suoi miracoli, delle sue parole, del suo Vangelo ….

Il problema cruciale però è la sua identità: Chi è Gesù?

È un predicatore? È un imbonitore, un taumaturgo, un prodotto della fantasia di discepoli troppo succubi? È il frutto di una operazione mediatica dei tempi passati?
È una persona veramente esistita?

Insomma … si avanzano tante ipotesi storiche, tanti dubbi sulla veridicità delle testimonianze, per questo si cerca soprattutto in testimonianze storiche anche al di fuori dei Vangeli, in scritti laici, in storiografie dell’impero romano.

E di Lui, in esse, si parla!  

Ma non è sufficiente: al cristiano interessa che Gesù sia visto non come un uomo soltanto, ma come il figlio di Dio … e qui i libri laici che pure sono molto utili se sono corretti dal punto di vista storico, fanno fatica evidentemente ad ammetterlo.

Ma Gesù non è compreso bene se non si fa questo “salto”, se almeno non si apre l’intelligenza a questa ulteriore definizione, che è quella più importante.

Nella diatriba con i giudei del capitolo 8 di Giovanni il discorso torna sempre: è il risultato anche di tutte le discussioni, gli approcci a Gesù del primo secolo, delle prime comunità cristiane … e non per niente il popolo ebreo si è poi distaccato da Gesù e ha continuato a definirlo un usurpatore della sua “uguaglianza” con Dio, un bestemmiatore: non aveva senso per loro e non lo ha per la nostra razionalità.  

Ma il Vangelo di Giovanni è esplicito: «In verità, in verità vi dico …», e quando si usa questo, nel Vangelo si intende che segue una affermazione decisiva per la fede, «… prima che Abramo fosse, Io sono». 

La consecutio temporum, cioè il modo di collegare in termini corretti i tempi dei verbi in un periodo, qui è da errore gravissimo, ma quell’ «Io sono» richiama ancora non un verbo semplicemente, ma la Persona del Dio di Mosè, del Dio dell’Esodo, del Dio del roveto ardente.

Gesù è “contemporaneo” di Dio: è Dio stesso … e come reagiscono quei Giudei?  Prendono pietre per punire il bestemmiatore, fra poco lo inchioderanno alla croce per riparare la bestemmia, lo consegneranno a quel legno.

E qui ancora non è finita: è difficile capire che Gesù sia Dio, ma ancor di più che questo Dio sia un “Dio crocifisso”.

La ricerca continua nella nostra vita sotto questo nostro cielo che non è vuoto, lungo le nostre strade spaesate, dentro le tribolazioni quotidiane, dentro l’epidemia che ci coinvolge tutti, dentro questa sofferenza che sembra … sempre un insulto all’umanità, ma che è esperienza dentro cui si deve passare.

Invochiamo sempre Dio … che sia un vero passaggio: pasqua vuol proprio dire passaggio, che sfoci in una umanità rinnovata!

E ci vogliamo far aiutare a fare questa passaggio dalla potente figura di san Giovanni Paolo II: oggi siamo a 15 anni dalla sua morte.

Abbiamo tutti negli occhi quella dolce sera di aprile … interrotta da un annuncio atteso, ma che desideravamo continuamente spostare e rimuovere: quella notte tanti di noi non hanno potuto continuare a vivere come se niente fosse.

È stato il sabato sera più diverso che abbiamo vissuto nella nostra storia: si sono svuotati i locali del divertimento, si sono interrotti gli appuntamenti notturni, non abbiamo più potuto proseguire i nostri nervosi continui spostamenti sulle strade, ci è sgorgata spontanea una preghiera anche se da tempo non ne facevamo più: abbiamo recitato quella più tenera e facile che abbiamo imparato da bambini, l’Ave Maria; qualche lacrima è sgorgata dai nostri occhi duri e impenetrabili, abbiamo tolto le cuffie e abbiamo sentito passare un vento, il vento di Dio.

Abbiamo tentato di incontrarci per dirci la nostra pena, le nostre emozioni, abbiamo trovato naturale andare verso le chiese, anche se ne avevamo perso ormai la strada, e molte le abbiamo trovate chiuse: si diceva che era un papa che riempiva solo le piazze, forse perché le chiese sono troppo spesso inaccessibili

Oggi la sua figura si staglia nella nostra coscienza ancora più bella, più soave: non riusciamo più a vedere quelle ultime immagini di dolore da quella finestra, da cui metteva in piazza tutta la sua voglia di comunicarci l’amore di Dio, e invece la sua impotenza a farlo.

Lo pensiamo oggi nelle braccia di Dio, bello come Lui, potente intercessore: ne vediamo realizzati i sogni nelle vite di tanti di noi.

Non lo rimpiangiamo, ma cominciamo a invocarlo, abbiamo ripreso a riascoltare la sua voce, le sue parole, a meditare sui suoi gesti: lo rivediamo sofferente, ma sempre affettuoso; infermo, ma indomito; tenero, ma deciso e fermo.

Oggi lo vogliamo contemplare nelle braccia di quel Dio che ha fedelmente servito, amato, cercato, offerto a tutti noi: lo vogliamo partecipe del suo amore che può essere ancora riversato sulle nostre miserie e le nostre ricerche di vita vera.  

Ogni tanto Dio ci dona figure così, perché abbiamo a vedere i segni della sua presenza nel mondo.

No … Dio non ci abbandona mai: Dio mette continuamente “frecce” sul nostro cammino perché lo possiamo incontrare, ne possiamo seguire le indicazioni … siamo noi che siamo distratti e non abbiamo occhi puliti per vedere.

Oggi c’è chi ci aiuta a tenerli aperti e fissi su Dio: San Giovanni Paolo II, e noi lo imploriamo, che ci aiuti, anche a passare da questa epidemia alla salute.

2 Aprile 2020
+Domenico 

Libertà è conoscere la verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 31-32)  dal Vangelo del Giorno (Gv 8, 31-42)

<<Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”>>.

Essere liberi è l’aspirazione di ogni uomo: non è il fine, ma sicuramente una componente necessaria per giungere alla felicità e all’amore.

Viviamo … tante esperienze anche belle di liberazione, ma poche di libertà.

Liberazione è aver distrutto le catene, avere i polsi liberi dai ceppi, ma non necessariamente avere la testa di un uomo libero.

Sentirsi liberi è seguire la verità a tutti i costi, è il massimo della fedeltà al vero, al bene.

Essere liberi non è fare quel che piace anche perché tante volte non abbiamo niente che ci piace da fare e passiamo le giornate nella noia: se invece in noi splende una verità, una parola sicura, allora siamo trascinati nel goderla e realizzarla. 

Gesù dice che la libertà è fedeltà alla sua Parola, è conoscere la verità.

Siamo tutti e sempre imbrogliati, ingannati: spesso sono piccoli inganni come quelli della pubblicità, altre volte sono i “tollerati” inganni degli oroscopi e passiamo tutta la giornata ad aspettare che si avverino se sono buoni o a premunirci perché non ci capitino se sono cattivi per noi … stiamo in tensione, legati a quella falsità.

Spesso gli inganni sono ancora più grandi: sono ideologie, filosofie che ti trascinano in un vortice pure di violenza; ti incatenano, perché esigono tutto.   

Quanto invece è più distensivo l’abbandono alla Parola di Dio, la consapevolezza che quello che Lui ci dice è per il nostro bene: la Verità che la Parola di Dio ci offre ci allarga gli orizzonti, ci libera dai compromessi, scioglie i nostri legacci.

Sapere di poter contare su una Parola che non inganna, che dirada le nebbie del dubbio, dell’incertezza è la prima gioia di una giornata: allora sgorga la preghiera perché la verità allarghi in noi spazi di libertà e esperienze di dono.

Questa libertà è soprattutto interiore, può esserci anche se esternamente vivi incatenato al tuo letto di dolore, a una situazione di vita difficile, a rapporti di coppia spesso insopportabili.

Se tu vivi secondo verità, secondo la Parola di Dio, la libertà ti nasce da dentro ed è capace di cambiare anche le situazioni più difficili, perché la verità della sua Parola è il segno che Dio non ci abbandona

In questa situazione di solitudine, e per molti di estrema generosità nella propria professione, offerta perché tutti si stia bene, perché chi soffre sia guarito, perché chi si dispera possa contare sulle preghiere di tutti, abbiamo, dalla Parola di Dio, indicata la strada della verità e della vera libertà … pure in questi giorni, in cui libertà diventa scelta di stare alle regole anche dure, ma non certo niente a paragone di chi sta male, di stare in casa e di evitare contatti con altri, per il bene di tutti.

1 Aprile 2020
+Domenico
 

Le mie vie non sono le tue vie

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 23)  dal Vangelo del Giorno (Gv 8, 21-30)

<<E diceva loro: “Voi siete di quaggiù, io sono di lassù; voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo.”>>

Un difetto piuttosto diffuso caratterizza chi è nato in contesti religiosi e cristiani e accoglie il dono della fede attraverso l’ambiente sociale in cui vive: a poco a poco crede di poter guardare Dio negli occhi e lo abbassa al livello delle sue pulsioni, dei suoi desideri, delle sue miserie.

Se non è come noi, poco manca: senza accorgerci … perdiamo il senso della sua alterità, della sua grandezza, della sua irriducibilità alla nostra vita.

Sappiamo che Dio si è fatto uomo, e lo fissiamo nel nostro mondo: tentiamo continuamente di rendere “passabile”, ragionevole ogni Parola di Dio. 

Allora facciamo fatica a capire il Vangelo: lo vorremmo ridurre al diario di un uomo, e tutto ciò che vi si racconta è … che noi “non possiamo fare” o essere”, lo diciamo solo “fantasia e devozione”, mito e leggenda.

Guardiamo al mondo, lo vediamo cattivo e sconvolto, e pensiamo che Dio abbia sbagliato qualche conto e gli chiediamo ragione del male: lo mettiamo alla sbarra, come si fa con un qualsiasi delinquente.

Il criterio di verità che usiamo è il nostro, il criterio di giustizia è il nostro, l’esperienza dell’amore è solo quella che a noi pare bene vivere.

Invece, spesso, nel Vangelo e nella Bibbia si fa notare che c’è una assoluta diversità, che il farsi uomo da parte di Dio è per elevare l’uomo alla grandezza di Dio, non per ridurre Dio all’orizzonte umano.

Le Mie vie non sono le tue vie.

C’è una apertura, bella, verso l’oltre, che deve sempre aprire la nostra intelligenza: il mondo che il Vangelo ci presenta sta stretto, sempre, nelle nostre eventuali realizzazioni di esso.  

Questa alterità di Dio era molto avvertita dal “pio ebreo”, tanto che di Dio non si poteva fare nessuna rappresentazione iconografica e non si poteva pronunciare nemmeno il suo nome: erano persino esagerati, proprio perché dovevano combattere l’idolatria, la elevazione di se stessi e delle creature a divinità. 

Noi pensiamo sempre a queste idolatrie come … a delle statuette, che rappresentano qualche Dio, ma l’idolatria più vera è quella che … noi viviamo nei confronti del del denaro, nei confronti di tutti i vizi che siamo stati capaci di mettere assieme.

Noi oggi non siamo tentati di costruirci idoli verso i quali esercitare un culto, ma … in maniera molto più furbesca, facciamo diventare Dio le cose, il denaro, il divertimento, il successo.

Ci facciamo una religione su misura.

Ma Dio … non è di questo mondo: Lui non ci abbandona mai, non per livellarci al ribasso, ma per esaltarci e portarci nella sua pienezza.  

31 Marzo 2020
+Domenico

Vediamo se Gesù abbassa l’amore a commercio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,1-11)

La prima pietra che riempie col suo sibilo di morte il porticato del tempio dove hanno tratto a spintoni una donna che vendeva il suo corpo forse agli stessi che la strattonavano, è la parola della legge, una parola di Dio, colta in “flagrante adulterio” dice il Vangelo.

Così sappiamo pure usare la Bibbia noi nella nostra crudeltà: la usava così anche il demonio quando voleva tentare Gesù nel deserto, la usa come un coltello chi si erge a giudice degli altri, chi non sa accogliere l’amore misericordioso di Dio.  

Ebbene quella gente ha già in mano altre pietre vere, acuminate, pronte a far giustizia, a scaricare odio, in una saga quasi purificatoria, sicuri di sentirsi meno sporchi dentro quando avranno tolto dagli occhi quella donna, non perché la ritenevano una offesa a Dio, ma perché ricordava a loro il proprio peccato.

Ma è Gesù che deve dire l’ultima parola.  

Lui … è stimato da tutti, è saggio, è rispettoso della legge, ha detto che nemmeno uno “iota”, un segnetto della scrittura, può essere cambiato.

Vediamo se è proprio così, se anche lui non fa come tutti di questi tempi imbarbariti in cui si punta sempre al ribasso, in questi tempi di buonismo in cui non si ha il coraggio di dire la verità, oggi che si smussano tutti gli angoli sciogliendo la vita in un galateo da melassa.

Vediamo se questo Gesù che è la pienezza in persona con quegli occhi estasiati che non sanno guardare nessuno con il minimo di malizia riesce a lasciare correre questo costume laido, che abbassa l’amore a commercio e compera i corpi distruggendo le anime. 

Nelle domande di quella gente, che ha già in mano le pietre, c’è tutta l’analisi della decadenza dei costumi: hanno prestato parole a tanti fatti dei nostri giorni e a tanti nostri commenti.

E Gesù che fa? Scrive per terra: costringe ciascuno a lasciare le analisi roboanti e a prendersi in mano la vita, prima di tutto la vita di questa povera donna e la propria.

Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di Lei.”  

E se ne andarono uno a uno.

E’ il primo miracolo che sa fare Gesù: se ci lasciamo guardare dentro da Lui, fa cadere le nostre pietre pronte a colpire, a fare del male, riapre le dita per farle passare da una stretta di morte a un gesto di pace, di accoglienza, di solidarietà, di perdono.

Non siamo ancora maestri, ma peccatori che devono lasciarsi convertire.

L’unico maestro è lui, che non nega la necessità di prendere la strada opposta del peccato, ma restituisce la donna alla sua dignità.

Sulla sabbia aveva disegnato un mondo nuovo, il regno dei cieli dove non si può entrare con le pietre in mano.

30 Marzo 2020
+Domenico