A te una spada trafiggerà l’anima

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 33-35)

In quel tempo, il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

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E’ l’ultima frase della saggezza di un uomo anziano, ma capace di aspettare e resistere a tutte le difficoltà e le delusioni della vita, una fiaccola che ha sempre tenuto acceso la speranza.

Ci sono ancora dei vecchi saggi che non stanno tutti i giorni a lamentarsi, a piangere su questo mondo moderno che va sempre peggio, che prendono spunto da ogni fatto di cronaca nera per dire che siamo alla fine: lui, invece, il vecchio Simeone va ogni giorno al tempio e aspetta giorno dopo giorno che si avverino i suoi sogni, i sogni del suo popolo, le attese delle generazioni che lo hanno preceduto e della sua … e il bambino appare nel tempio: è Gesù portato da Maria e Giuseppe.

“Ora posso morire in pace”, dice, ma la sua attenzione si fissa su questa giovane mamma, su questa ragazzina cresciuta in fretta con la sua maternità, che porta il bambino: “Una spada ti trafiggerà l’anima”.

Tutti ricordiamo di aver visto in qualche chiesa o in qualche processione una madonna vestita di nero, con un fazzoletto bianco tra le mani e con una spada conficcata nel cuore: una scena di dolore, una sofferenza portata con dignità, un pianto amaro in un viso non disperato… e’ l’addolorata, è la madre di Gesù che sola rimane accanto alla croce a sentire nel suo corpo tutti i colpi di disprezzo che infliggono a suo figlio fino all’ultimo colpo di lancia che attesta la morte avvenuta.

Quella lancia aveva già squarciato il suo cuore, era già stata conficcata nel cuore della madre: è l’immagine di tutte le madri che hanno a cuore i propri figli, la consapevolezza elevata a simbolo di una cura, di un  legame indissolubile tra la vicenda della propria vita e quella dei figli.

Le donne soffrono nel dare alla luce i propri figli e da quel dolore nasce un patto di acciaio che diventa attesa, difesa, attaccamento, protezione, speranza, apprensione, compagnia.

Quello che passa in quel cuore non è di tutti: quante volte le mamme sono insorte contro le violenze delle guerre, dei soprusi, delle violazioni della vita, delle sparizioni di tante vite! Se la strategia dei popoli lasciasse di più alle madri il potere di decidere le sorti del mondo non saremmo così crudeli e guerrafondai.

L’amore di una madre è speranza di vita come lo è stato quello incrollabile di Maria per il figlio Gesù. Noi ogni giorno questo figlio lo adoriamo, lo assumiamo come nostro vero cibo, lo proclamiamo al mondo intero come salvezza, pienezza, vita e risurrezione.

In ogni adorazione eucaristica ci fa bene fare memoria della mamma, perché veniamo a contatto con un corpo che fu portato per nove mesi nel suo grembo e ci ricorda che Maria ha portato anche noi perché è nostra mamma.

Questo corpo di Gesù è sempre parte del corpo di Maria.

15 Settembre 2021
+Domenico

Il suo trono è la croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,13-17)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».

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La trama l’avevano pensata alla perfezione: “di questo Gesù deve sparire tutto, non ci deve essere più nessuna traccia. Ha osato mettersi contro la legge e la legge lo seppellirà, lo farà scomparire nel nulla.”

Così aveva pensato il Sinedrio, così pensano ancora oggi tanti nemici di Gesù, dei cristiani, come hanno fatto per esempio col beato don Francesco Bonifacio i miliziani di Tito.

La morte è il primo passo: chi si spingeva fino sulle mura di Gerusalemme quel giorno di Parasceve, quel fine settimana concitato, poteva vedere la morte impietosa dei tre delinquenti che poco prima avevano disturbato la vigilia della festa e fatto deviare il traffico … una scena come tante che per altri 40 anni si sarebbe continuato a vedere fino al crollo di Gerusalemme.

Il suo corpo avevano deciso di seppellirlo in una fossa comune: c’è sempre una qualche foiba in cui si sparisce senza lasciare traccia, tanto più che il sangue di quel Gesù era “infetto”, aveva appiccicata sul rosso vivo la maledizione di Dio – secondo i farisei – se qualcuno lo toccava non poteva partecipare alla festa di Pasqua imminente.

Ma Dio ha un altro piano: nel Sinedrio c’è un uomo, che aspetta il Regno di Dio, che ha davanti una meta, una prospettiva … ha sentito Gesù dire che il Regno di Dio è per gente che ha grinta, non è per le mezze cartucce … ha sentito il perentorio invito di Gesù “il Regno è qui, occorre cambiare testa e credere alla buona notizia”, e Lui ci sta. Non è riuscito a fermare le intenzioni omicide del Sinedrio, ma proprio perché si affida al futuro di Dio, al suo Regno, mentre Gesù esala l’ultimo respiro non si perde d’animo e va immediatamente da Pilato a chiedere il corpo di Gesù.

Non sarà scaraventato in una fossa comune, ma sepolto in un sepolcro nuovo: è  Giuseppe d’Arimatea rimette in discussione la sicumera del Sinedrio, diventa l’uomo della Provvidenza, con la missione di custodire e di difendere il corpo di Gesù e di prepararne la sepoltura in maniera tale che le bende, le fasce, la sindone, il sudario, gli aromi versati sul corpo risulteranno i segni inequivocabili che Giovanni e Pietro vedranno e che metteranno a disposizione motivi razionali per fare l’atto di fede nella risurrezione: entrò, vide e credette.

Anche il beato don Francesco Bonifacio ha avuto il suo Giuseppe d’Arimatea, che lo ha saputo trarre dall’annientamento delle foibe, anche se il suo corpo non fu più ritrovato. Il suo corpo sarà nella resurrezione di Dio, come ne ha anticipato il futuro la risurrezione del corpo di Gesù.

Non è così, per Gesù, del patibolo, di quei legni orrendi: “E questi legni dove li buttiamo?

A pochi metri più sotto quella specie di protuberanza del terreno a forma di cranio, Golgota appunto lo chiamavano, c’è un anfratto naturale. “Non useremo assolutamente mai questi legni per fare legna da fuoco. C’hanno addosso un sangue appiccicoso, una impurità blasfema. Dentro quella caverna li gettiamo. Li abbiamo sempre buttati lì.”

E lontani dagli occhi degli uomini dovettero restare almeno per tre secoli. Le rovine di Gerusalemme sono passate su quei luoghi come un rullo compressore.

L’orrore, la vergogna, il dispetto di avere un fondatore della religione giustiziato su una croce, brucerà nell’immaginario umano, ebreo, greco e romano: scandalo, pazzia, stupidità, assurdità … erano le pietre che continuamente gravavano sulla coscienza e affioravano al sentimento ogni volta che si parlava del Crocifisso.

Intanto nella coscienza dei cristiani quella croce diventava invece un simbolo, un’ancora, una strada necessaria, anche se discriminante.

La regina Elena farà scavare tutta l’area del Calvario e ritroverà la croce: la croce del Signore Gesù non è una vaga, anche se assurda, idea di dolore, non è un sentimento come il dispiacere, un vago senso di pena, ma un vero pezzo di legno, un oggetto barbaro su cui è stato inchiodato Gesù.

Eccolo: è proprio di legno come ogni trono, è il trono da cui Dio oggi ancora ci governa e ci salva … ma noi oggi vogliamo ancora contemplare Lui su quel legno perché a noi interessa … cioè senz’altro ci interessa la croce, ma soprattutto l’amore di Dio su quella croce.

Non misuriamo la qualità della nostra fede prima di tutto dalla forza delle nostre convinzioni, dalla generosità dei nostri gesti, dalla soddisfazione del nostro progresso umano e spirituale, dal grado della nostra serenità o dalla capacità di resistere alla nostra inquietudine, ma dal rinnovare la nostra disponibilità a colui che sulla croce dà la sua vita per noi, per te.

E contemplandolo capiterà a noi come agli ebrei stregati e avvelenati dai serpenti del deserto, noi che siamo avvelenati dai serpenti della vita, dai serpenti del peccato.

Guardiamo a Lui e saremo salvati!

Questo uomo innalzato tra cielo e terra è la nostra unica speranza.

14 Settembre 2021
+Domenico

La fede è capace di ribaltare la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 7, 1-10)

In quel tempo, Gesù, quando ebbe terminato di rivolgere tutte le sue parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafàrnao. Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. Costoro, giunti da Gesù, lo supplicavano con insistenza: «Egli merita che tu gli conceda quello che chiede – dicevano –, perché ama il nostro popolo ed è stato lui a costruirci la sinagoga». Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa, quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: «Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa». All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!». E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.

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Non è raro, anche ai nostri giorni, incontrare gente che ha una fede incrollabile: quando si parla del loro futuro, della loro esperienza, della vita di famiglia, dei progetti della propria esistenza vanno avanti con una decisione invidiabile … “Ci sentiamo sicuri nelle mani di Dio. Affidiamoci a Dio che sicuramente ci aiuterà; se siamo nelle mani di Dio, non ci capiterà niente di male” … noi invece spesso siamo titubanti, viviamo di se e di ma, di forse e di verbi al condizionale … “sarebbe bello se… certo ci potrebbe capitare che” ….

Un uomo invece tutto di un pezzo è questo pagano, questo capitano che ha a casa un servo che sta male e gli interessa vederlo tornare sano; lui è un militare, è abituato a comandare, ha idee chiare, sa di chi può disporre e come disporne, non ammette tergiversazioni: “Fa questo, fa quell’altro, sbrigati, prendi questa posizione” …

Abbiamo tutti in mente come sono determinati e come non ammettano eccezioni tutti i militari di questo mondo … ebbene il centurione paragona la sua vita a quella di Gesù: se Gesù viene a offrire agli uomini una parola di salvezza e dice di essere in contatto con Dio tanto da dichiararsi suo Figlio deve essere assolutamente risoluto e capace di ottenere quello che vuole! Che figlio di Dio sarebbe se dovesse anche lui vivere di congetture, aspettarsi qualche decisione di maggioranza per fare qualcosa?

Avere fede è un vago sospiro di chi alza gli occhi al cielo più rassegnato che convinto … o è un investimento serio sulla nostra vita che ci apre orizzonti nuovi possibilità impensate, dialogo confidente con il Signore?

Ecco, lui si immagina che la fede sia una forza, una certezza, non certo matematica, ma capace di ribaltare una vita e di farla crescere e rendere più bella e vera … e Gesù lo loda: dice il vangelo che Gesù restò ammirato e disse che una fede così non la vedeva nemmeno tra i credenti.

Il problema è che tante volte ci abituiamo alla fede senza renderci conto della novità e della forza che ha: non la valorizziamo e talvolta ci sembra un peso!

Abbiamo bisogno di imparare da chi non crede per vedere quanto siamo fortunati ad essere credenti … solo che spesso la nascondiamo, e non immaginiamo quanto invece manca a chi non crede e non s’accorge che è un bene inestimabile: gli aprirebbe gli occhi oltre i suoi stretti sguardi sulla vita e sul mondo, sulla stessa pandemia e sulla solidarietà nella malattia.

Per il centurione la fede è una cosa seria: domanda a Gesù, o fa chiedere a Gesù, di poter dare vita al suo servo, e non è neanche degno che Gesù vada a casa sua … gli basta la sua parola, e con questa parola lui si affida completamente a Gesù!

La fede non è un optional o un altro tentativo di tirare a campare: è una vita bella, felice e piena di speranza.

13 Settembre 2021
+Domenico

Tu sei la pienezza di vita di Dio con un amore che porta alla croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 8, 31-33) dal Vangelo del giorno (Mc 8, 27-35)

E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

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Quando ci si incontra, ci si saluta e, se non ci si conosce, ci si fa una presentazione sommaria: nome e cognome, relazione con qualcun altro di conoscenza vicendevole, professione, luogo in cui si abita, motivo per il quale ci si trova in quella occasione, se non è evidente dalla situazione, e qualche altra nota … una sorta di carta di identità che dice qualcosa, ma che copre ancora molto, se non tutto. Occorrerà parlare a lungo, fare qualcosa assieme, uscire dalla ufficialità e superficialità dei saluti per sapere chi è la persona con cui stiamo parlando.

Molte volte può anche capitare che si frequentano dei compagni di gioco, di scuola o di lavoro, ma non ci si conosce mai: si sanno solo le informazioni da carta di identità e si scopre solo dopo anni di frequentazione chi veramente si è, quali affetti, quali risorse e problemi, quale fede, quale impegno sociale, quali sentimenti, quali sogni e attese si nutrono nella vita di ciascuno.

Gesù aveva con sé, da un po’ di tempo gli apostoli: con loro condivideva il cammino, la missione, le idee, le attese, il progetto di Regno di Dio, ma vedeva che i discepoli facevano fatica a entrare nel suo ordine di idee e un giorno domanda “che dice la gente di me? Come mi pensa?”

Lui vuol però sapere chi pensavano loro stessi che egli fosse! E’ una domanda che tutti ci facciamo su Gesù. “Chi è Gesù per me?”

Anche noi abbiamo tante risposte, ma molte delle nostre non vanno al centro della verità che è Gesù, come quelle degli apostoli! Gesù, per loro, era sicuramente un predicatore, un uomo buono e attento alle persone, un taumaturgo, un uomo socievole, affabile, deciso, abile nel trascinare verso il bene, coraggioso nei confronti di tutti, capace di tener testa a dotti e sapienti, a scribi e farisei, un uomo religioso, di preghiera, sobrio.

Così si potrebbe desumere da quanto Gesù faceva da tempo nel suo pellegrinare continuo per le strade della Palestina … ma questo non era proprio sufficiente: come avrebbero potuto sostenere da lì a poco la vicenda della croce? Come avrebbero potuto capire lo scandalo della passione se non si ponevano su quell’altro piano che spesso tentava di far balenare davanti alle loro coscienze?

E’ solo Pietro che riesce ad avere le idee chiare: Tu sei il Cristo.

Aveva intuito in Lui la sua vocazione più profonda: tu sei il mandato, sei colui che Dio ci ha messo e promesso da secoli, sei l’atteso da tutto il popolo, sei la ragione che tiene in vita la speranza di Israele, sei la presenza di Dio che non ci abbandona mai, sei l’amore senza riserve di Dio per l’umanità, sei il figlio di Dio!

Aiutaci però a capire che questo amore ti porta alla croce.

12 Settembre 2021
+Domenico

Siamo alberi e siamo conosciuti dai nostri frutti

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 43-49)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

Audio della riflessione

Il principio della bontà o meno, siamo buoni o no, non sta certo nelle cose, ma nel cuore: se è “bonificato”, se cioè è pieno della carità di Cristo e vive di questo tesoro, farà frutti di misericordia e saprà cambiare il male in bene; diversamente rimane un capitale di cattiveria e vediamo che cosa sta capitando nel mondo di oggi: morti per “negligenza programmata” sul lavoro, femminicidi senza scrupolo, delitti per vile interesse di danaro o per futili motivi, respingimenti di vite, cimiteri in mare per interessi ideologici.

La nostra vita diventa sempre più una spartizione di “dividendi di cattiverie” che si moltiplicano e non solo si sommano: il problema non è solo di fare frutti buoni invece che cattivi, perché il nostro povero cuore non può che produrre rovi e spine. Il problema è di poter ricevere in cambio di un cuore di pietra, un cuore di carne, come dice Ezechiele il profeta, in cui è scritta la legge di misericordia del Signore.

E si percepisce la presenza di un cuore misericordioso, non dalle opere, ma prima ancora dalle parole: la bocca precede la mano e la parola precede i fatti rendendoli disumani, umani o divini.

La parola di misericordia deve entrarmi dall’orecchio nel cuore e risanarlo, pulirlo, addolcirlo! Allora avrò occhio buono e parola buona e metterò in atto frutti di misericordia.

La lingua è come il timone dell’uomo e della donna e ne guida tutti i rapporti: può far vivere e far morire e sappiamo che ne uccide più della spada, e come dice san Giacomo con essa l’uomo e la donna comunicano con l’altro e lo accolgono o gli fanno un muro davanti.

Avere un cuore buono dal Signore è costruire la mia casa, la mia vita, la comunità, la società stessa sulla roccia e non sulla sabbia: è un innesto del cuore di Dio nel nostro cuore che assicura le nostre vite e le nostre comunità, nazioni, mondo intero sulla roccia indistruttibile della bontà e della misericordia.

Allora … la nostra casa non crolla al sopraggiungere della piena delle acque delle prove, delle stesse tribolazioni quotidiane, delle pandemie, delle superficialità! Far aderire il nostro cuore a Cristo è cementare la nostra vita sulla pietra.

11 Settembre 2021
+Domenico

Gli occhi sono sempre finestra dell’anima

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6,39-42 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

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Avete mai provato a porre attenzione a come usate i vostri occhi quando parlate con le persone, quando incrociate i loro occhi? Spesso non riusciamo a sostenere lo sguardo e li abbassiamo, qualche volta li usiamo come lama per fare del male a chi ci sta davanti, come strumento di potere per umiliare o soggiogare, altre volte invece diventano la comunicazione profonda di un amore, di un sorriso, di una comprensione: sono dichiarazione di disponibilità, sono la lingua della nostra interiorità, una finestra o meglio – senza troppo poesia – il video della nostra anima sono i nostri occhi.

Non puoi nascondere troppo con gli occhi: solo i bambini, quando son felici non si stancano di guardarti, di cercare il tuo sguardo, di fissarlo senza problemi … tra adulti li abbassiamo subito!

Gesù aveva uno sguardo potente, un occhio cristallino, coinvolgente: sapeva guardare le persone, dal suo sguardo nasceva l’amore! “Fissatolo, lo amò” dice il Vangelo di un incontro tra Gesù e un giovane che lo voleva guardare negli occhi e carpirgli il segreto di una vita piena.

Gesù lo guardò, ma lui ha abbassato subito lo sguardo: gli stava leggendo dentro un cuore distribuito a brandelli sulle ricchezze che possedeva.

Anche a noi spesso basta guardarci negli occhi per fissare impietosamente l’inganno, la falsità, la meschinità di chi ci sta di fronte… e la tentazione grande è quella del giudizio: con gli altri siamo tremendamente impietosi! I difetti altrui li fotografiamo da artisti: primi piani, zoomate, particolari, sezioni, visioni dall’alto, dal basso, angolature ardite … senza metterci troppo impegno siamo dei lucidi spettatori, ma proprio per questo siamo drammatici attori!

Avessimo la stessa lucidità nel guardare la nostra vita, come vediamo quella degli altri: non potremmo più guardare in faccia nessuno, dovremmo girare col bastone bianco o il cane per ciechi!

“Vedi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non t’accorgi della trave che occupa il tuo” … eEd è da noi che spesso nascono i rapporti sbagliati con gli altri, proprio quando non siamo capaci di verità con noi stessi.

Si stende sempre sulla nostra vita come un velo quasi automatico di difesa quando non è una lente  trasformante, ingannevole, che cambia addirittura i veri colori della nostra vita.

Se ci vedessimo invece con verità scopriremmo la nostra condizione di persone perdonate, ci vedremmo in un debito inesauribile, ma non umiliante, nei confronti della misericordia di Dio: allora il nostro sguardo sui difetti degli altri diventa condivisione della voglia di limpidezza e aiuto vicendevole per incontrare la bontà di Dio.

10 Settembre 2021
+Domenico

Distinguere sempre il fatto dalla persona che lo compie: Il fatto si giudica, la persona mai!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 36-37) dal Vangelo del giorno (Lc 6, 27-38)

«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.».

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Siamo passati da una vita contadina, piuttosto controllata in tutto, a una vita cittadina in cui la gente giustamente va e viene senza sentirsi continuamente catalogata dagli altri: si è creato un anonimato di troppo, ma forse più libertà … sembra però che non sia cambiato il vizio di giudicare le persone, di farsi una idea preconcetta e di continuare a vivere di pregiudizi.

Artisti in questo sono i giornali che ti dipingono una persona come vogliono e te la fanno passare per l’immagine che ne hanno creato: così sono per esempio i giovani visti dagli adulti e spesso anche viceversa, così sono gli immigrati visti dai residenti, così chi è vestito in un certo modo che viene valutato per come si addobba, così sono i cattolici nei confronti di un qualsiasi dibattito televisivo o pubblico.

Il problema essenzialmente sta nel non avere mai il coraggio di parlarsi, di comunicare personalmente, di guardarsi negli occhi, di stare ad ascoltarsi: i nostri mezzi di comunicazione in questo sono conniventi.

Il Vangelo invece dice che non si deve assolutamente giudicare: si possono avere idee molto precise sui fatti in sé, ma per le persone occorre sempre avere grande rispetto! Ognuno ha la sua coscienza, che è in dialogo profondo intimo con Dio, il suo tribunale interiore che lo giudica, che lo mette a nudo di fronte a sé e al Signore.

Noi dobbiamo solo avere il massimo rispetto e la massima apertura di comunicazione, per poterci aiutare l’un l’altro a vivere e a sperare: del tuo prossimo o dici bene o non parlare.

Non giudicare significa essere come un papà, che accetta senza condizioni suo figlio: non aspetta di farsene un’idea per volergli bene, non fa analisi, ricerche, appostamenti per volergli bene.

Il voler bene è un atto unilaterale! Così lo deve essere di ciascun uomo verso l’altro: non giudicare significa che ho sempre le braccia aperte all’accoglienza della dignità della persona, senza condizioni.

Alla fine della vita, quando si compirà la nostra storia e appariremo davanti a Dio con tutta la verità della nostra vicenda, Dio ci leggerà il suo giudizio, ma la sua bontà è tale che Lui lascia scrivere a me il giudizio che leggerà, che definirà la mia vita davanti a Lui per l’eternità: è lo stesso che io oggi formulo sul mio fratello.

Non giudicare però è ancora troppo poco, l’amore di Dio sovrasta giudizio, colpa e condanna con il perdono, proprio perché Lui è misericordia senza limiti. 

9 Settembre 2021
+Domenico

Santi e peccatori stanno nella genealogia di Gesù: è la nostra umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo  (Mt 1, 1-16.18-23)

Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo.
Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Urìa, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.

Audio della riflessione

Ogni uomo che nasce a questo mondo è una sicura originalità: basti pensare che con le impronte digitali si riesce a distinguere qualsiasi persona da un’altra; gli stessi  genitori vedono crescersi i figli e sono sorpresi dei loro comportamenti del tutto originali: all’inizio stanno a vedere a chi assomiglia, rintracciano in loro i tratti dei parenti, dei nonni, degli zii … poi si devono adattare a vedere e giustamente che non sono la somma di nessuno, ma una originalità assoluta, un nuovo carattere, una nuova sensibilità, un nuovo modo di pensare e di reagire, di trovare ragioni di vita e di organizzare l’esistenza.

Ciascuno però è il punto di arrivo delle generazioni precedenti, si porta dentro dei segni di chi lo ha preceduto: il sorriso della nonna, o la tenacia dello zio, la dolcezza della mamma, lo scatto di impazienza del nonno, l’andatura del fratello, la litigiosità o l’imprenditorialità di qualcun altro…

E’ stato così anche di Gesù: nel prendere carne, nell’assumere un corpo si è messo, in maniera del tutto originale come ogni uomo, ma anche in totale incarnazione, nella fila delle generazioni che lo hanno preceduto … ed è interessantissimo che il vangelo di Matteo – che si legge nelle chiese oggi – che è la festa della nascita della Madonna, metta in fila le generazioni che hanno preceduto Gesù, in termini non soprattutto cronologici, ma genealogici.

Ed è sorprendente vedere come in questa fila ci stanno grandi personaggi, oscuri avi, gente giusta e prode, peccatori e delinquenti, uomini e donne di fede e persone violente, cultori della pace e disonesti mercanti di guerre.

Nel sangue di Gesù scorre tutta l’umanità che lo ha preceduto: ci stiamo tutti noi! Dio si è fatto uomo, ha condiviso tutto della nostra vita eccetto il peccato. La sua carne è il punto di arrivo di tutti i tentativi anche falliti di umanità di chi lo ha preceduto.

Questo Figlio di Dio prende su di sé tutte le nostre caratteristiche umane, direi quasi somatiche e ci viene a dare coraggio, a dire che l’umanità è sempre in cammino verso il bene e lui ci sta dietro, se la prende tutta su di sé, ci carica tutti sulle sue spalle e ci porta nelle braccia del Padre.

Non siamo né abbandonati, né disperati, ma accompagnati e tenuti per mano, inscritti nella carne del Figlio di Dio e di Maria, speranza certa per tutti gli uomini anche per i più abbandonati.

In questa fila di creature c’è però un salto di qualità, si inscrive Maria, l’Immacolata, la stella del mattino, la tutta pura, colei  in cui  si realizzano le promesse della nostra salvezza:

  • in Lei si rispecchia la bellezza primigenia con cui Dio aveva concepito l’umanità;
  • in Lei rinasce il colloquio degli Angeli con l’uomo innocente;
  • in Lei rifulge una integrità verginale che il mondo ammira e non ha;
  • in Lei il sovrano mistero dell’Incarnazione si compie per la gloria di Dio e la pace sulla terra;
  • in Lei il silenzio profondo dell’anima perfetta e aperta all’infinito si fa amore, si fa parola, si fa vita, si fa carne, si fa Cristo;
  • in Lei ogni pietà, ogni gentilezza, ogni sovranità, ogni poesia è donna viva, ideale e reale;
  • in Lei il dolore raggiunge acerbità impensate, che nessun cuore di madre ha egualmente provato;
  • in Lei la fede, la fortezza, la bontà, l’umiltà, la grazia infine, nella sua più splendida e misteriosa realtà, hanno espressioni sovrumane;
  • in Lei, come in lampada viva, splende lo Spirito e irradia Cristo Gesù.

Le feste della Madonna sono tutte fontane traboccanti di gaudi e di consolazioni incomparabili: l’esaltazione della nostra povera umanità all’altezza e alla bellezza dei privilegi della Vergine Maria, è una gioia unica per il nostro mondo, soggetto al peccato, alla corruzione, alla disperazione, alla maledizione.

Piove sul mondo e specialmente sulle anime fedeli, ad ogni festa della Madonna, una effusione di letizia, che solo nella Chiesa Cattolica si conosce. Non per nulla Maria è celebrata come “causa nostrae letitiae” e la invochiamo come madre che ci aiuta a prendere la strada vera della vita, con il suo consiglio, la sua luce e la sua profezia.

8 Settembre 2021
+Domenico

Se vuoi fare buone scelte, prima prega

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 12-13) dal Vangelo del giorno (Lc 6, 12-19)

In quei giorni, Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli.

Audio della riflessione

Essere umani, significa … avere la capacità di scegliere: mettersi di fronte a un progetto, intuirlo e vedere subito che occorre fare delle scelte, per esempio da che squadra  deve essere portato avanti e aver la possibilità di scegliere le persone che la devono comporre, dove collocare il progetto …. insomma, non è sempre facile perché occorre conoscenza, stima, tratto, capacità di coinvolgimento e intuito; spesso abbiamo chiari gli obiettivi, ma non sappiamo conoscere a fondo le persone e stentiamo a fidarci, se si tratta, per esempio, della educazione dei figli, della conduzione di una azienda già in difficoltà…

Gesù aveva da scegliersi una squadra importante per l’annuncio della Sua buona novella: ne sarebbe andato di mezzo il suo piano di salvezza, la formazione della stessa Chiesa…

La prima cosa che ha fatto Gesù è stata quella di passare la notte in preghiera prima di scegliere i dodici apostoli: li aveva osservati sulle rive del lago mentre lavoravano, alcuni li aveva visti stare con Giovanni il Battista, altri facevano vita di ufficio, commercio … ciascuno aveva il proprio carattere, una mentalità data dalle esperienze della vita, una propria collocazione all’interno della religione ebraica e del rapporto con i romani occupanti. Soprattutto, Gesù doveva fidarsi di come avrebbero usato la loro di libertà di accogliere il suo progetto di regno di Dio: dovevano essere persone decise a tutto e costituirsi come nucleo di predicatori del vangelo, della bella notizia.

Quella notte si  è messo in dialogo col Padre, in contemplazione della profondità dell’amore che sgorga dal cuore della Trinità, per leggere in essa le vite di questi dodici uomini, le loro libertà, i loro sogni, i desideri di spendersi per gli altri.

Immagino la preghiera per Pietro, per tutti i suoi slanci e le sue debolezze, la preghiera per Giovanni, il ragazzo entusiasta e fragile, deciso e bisognoso di cura, di sostegno, di fiducia come tutti i giovani; penso alla decisione di assumersi il rischio di scegliere Giuda: lo vedeva entusiasta per una causa, lo sapeva legato a una visione di mondo violento, ma ha voluto rischiare nel dialogo profondo con Dio di puntare su una chiamata che doveva risultare chiara in ognuno e augurarsi che l’uso della libertà di ciascuno fosse al massimo delle loro convinzioni interiori; queste convinzioni le avrebbero elaborate al suo seguito, durante i suoi incontri con la povera gente, i malati, i peccatori, le stesse autorità del Tempio.

Li ha scelti, ma non li ha forzati! Li ha amati in Dio Padre e non li ha plagiati: ciascuno ha presentato a Gesù la sua vita aperta al suo messaggio e nella propria libertà ha risposto.

Con questa squadra si è messo subito all’opera: li ha coinvolti nella sua avventura, ha voluto aver bisogno di loro e ha affidato nelle loro mani il tesoro del suo corpo e del suo sangue, il futuro del suo messaggio.

Lo Spirito Santo li avrebbe giorno dopo giorno forgiati e temprati, avrebbe delineato in loro i tratti stessi di Gesù …

Tutti noi siamo chiamati così da Dio, nessun cristiano è generico! Non siamo nel mondo a caso, ma soprattutto non siamo cristiani a caso, siamo sempre oggetto di una chiamata personale di Gesù! Per noi c’è un piano suo, una vocazione, una vita da vivere in un certo modo.

Lui  ha pensato a uno a uno ogni cristiano, ogni persona per la nostra missione in questa grande e bella notte di preghiera.

7 Settembre 2021
+Domenico

Dio al centro, non destabilizza l’uomo, anzi lo rafforza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 6-11)

Audio della riflessione

Di fronte a fatti straordinari noi siamo sempre un po’ scettici, anche se la tendenza di oggi è molto credulona, si lascia attrarre da fenomeni strani … sta di fatto però che è difficile accettare che avvengano cose contro le leggi della natura, come le abbiamo pensate noi. Ne sentiamo spesso parlare, abbiamo negli occhi tanti miracoli di padre Pio per esempio, ma … vorremmo essere stati lì a vedere, vorremmo provare, anche se chi ci racconta è persona credibile abbiamo sempre delle riserve non sulla sincerità, ma sul possibile inganno in cui può essere caduto pure lui.

Nell’antichità invece era molto più naturale credere a eventi meravigliosi perché si era molto più convinti che esisteva Dio, che c’era una realtà soprannaturale, che c’era un fatto che a Dio era sempre tutto possibile.

E’ comprensibile il comportamento dei cultori della Bibbia, quando Gesù vincendo la naturale ritrosia di un uomo che aveva una mano inservibile per la sua vita, tutta storpiata e quindi inutilizzabile per il suo lavoro, per la cura di sé, per la normalità di una esistenza, dopo averlo chiamato in mezzo alla sinagoga ben visibile da tutti, gli chiede di stendere la mano davanti a sé perché tutti vedano e gliela guarisce all’istante.

Discutevano pieni di rabbia – dice il vangelo – invece di restare coinvolti in  una guarigione e di ringraziarne Dio. Che era successo? Era successo  che questo fatto fu compiuto solennemente in un giorno di sabato con tutta la forza di provocare al cambiamento che caratterizzava molti gesti di Gesù: il sabato era giorno sacro per l’ebreo, giorno in cui non si poteva effettuare nessuna opera, anche quella di guarigione.

La cosa più importante quindi per loro era di vedere se Gesù stava agli schemi: non importava loro farsi domande sul significato dei segni che Gesù metteva in evidenza, ancor meno guardavano la persona ammalata che veniva guarita, l’umanità quindi.

Avevano già allontanato da Dio la sofferenza umana, e quindi la misericordia alla fine: non interessava loro mettersi in ascolto, ma solo essere severi guardiani di un passato che ingessava il rapporto tra gli uomini e il Signore.

Il Dio che avevano in mente non si commuoveva per il male di cui soffriva un uomo, ma era più interessato alla legge che stabiliva regole.

La vita di fede deve essere sempre un mettere in discussione – invece – le nostre comodità, le nostre caselle che ci siamo costruiti per controllare tutto, anche Dio … il centro siamo noi, non Lui! Invece Gesù ci ribalta e dice che c’è speranza in una vita vera se ci sappiamo rinnovare nel contemplare la Sua vita e allora anche la nostra si nutrirà di speranza e non di regole o, ancor peggio, di galateo.

6 Settembre 2021
+Domenico