Tu per chi vivi o hai vissuto?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-30)

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Non era sicuramente un giovane quel personaggio della parabola dei talenti che ricevutone uno lo va a seppellire perché lo vuol conservare e restituire a un padrone che si immagina esigente, ma ingenuo!

E’ difficile che un giovane seppellisca i suoi talenti: lui scatta, lavora, briga, è furbo, ha fantasia, creatività, non sta mai fermo, si entusiasma …

Chi si tiene il suo talento stretto e lo va a sotterrare, proprio non lo capisco: è un poveraccio! E’ vero: tu hai sempre moltiplicato le doti che ti trovi in corpo: la bellezza, la giovinezza, l’intelligenza, l’affetto, la vivacità. Quando eri in compagnia era una gioia averti dei nostri.

Spontaneità è la parola giusta: un giovane è spontaneo, gli viene facile esserci simpaticamente. Non ha bisogno di ascesi faticosa per lanciarsi.

Ma … posso farti una domanda? Per chi hai moltiplicato tutte le tue qualità? Quale era il motore di questa spontaneità? Quando ti sei trovato con la catena della vita a terra che hai fatto? Hai cambiato compagnia … allora non moltiplicavi che per te, ti facevi i fatti tuoi, avevi le tue mire; secondi fini sicuramente no, ma incoscienza molta, autocentratura massima e specchi a non finire. Sei sempre stato tu il centro di tutto: hai continuamente spostato il tempo delle tue decisioni, perché ti sembrava di andarti a seppellire se decidevi di sposarti o di prendere un impegno serio nella vita.  Forse non avevi sepolto i tuoi talenti, ma li andavi tutte le mattine a lucidare, a vedere se ancora c’erano, a calcolare che non si svalutassero, a mostrarli in vetrina per convincerti che il loro valore non diminuisse.

E’ come se li avessi sepolti: quando Dio ti chiamerà non potrai dire “eccone altri cinque”, o altri due o altri dieci, perché se li hai usati e moltiplicati solo per te saranno ancora gli stessi. Ti sembrerà di averli moltiplicati, ma li hai solo guardati con una lente di ingrandimento, sono sempre e solo quelli di partenza.

Potevi tenere per te l’amore? Potevi tenere per te gli affetti, l’intelligenza, il tuo sorriso, la tua gioia, la tua giovinezza? Potevi far girare attorno a te tutto il mondo? Potevi vivere continuamente di rendita, senza mai metterti a disposizione? Come hai fatto a pensare che il mondo potesse diventare migliore senza il tuo semplice, ma necessario contributo? Donare non è seppellire, ma moltiplicare! Scegliere di donare la vita non è bruciarsi, ma ritrovarla sempre piena.

Duro alla fine il padrone: li hai sprecati e quindi te li sei giocati. E’ meglio che li passi a qualcun altro che li metta a disposizione.

L’egoismo, l’autocentratura, il far girare tutti intorno a noi sono la sconfitta della vita, non solo di una fede: aspetti di essere nonno per capire che ciò che resta nella vita è solo quello che hai donato, non certo quello che hai accumulato per te?

Non sotterrare mai niente di quello che hai, perché stai sotterrando quello che sei.

15 Novembre 2020
+Domenico

Siamo ancora capaci di affidare a Dio la nostra vita umana?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,1-8)

Audio della riflessione

Non occorreva la pandemia, anche se questa ha calcato troppo la mano nel farci capire che è finito il tempo della autosufficienza: non c’è più nessuno che dice “basto a me stesso”.

Siamo tutti legati, “globalizzati”: la nostra personalità la dobbiamo giocare in un insieme di relazioni. Non è in gioco la nostra libertà se ci si fa sempre più coscienti di dover governare e prendere in mano le nostre relazioni. Per convincerci nella testa, ma anche nella difesa della vita nostra e altrui, ci hanno obbligato a portarci la mascherina: non puoi più pensare solo a te stesso.

La stessa esperienza dobbiamo conquistarla e vivere nei confronti di Dio: il 90% degli uomini dice di pregare in qualche modo, cioè ammette di rivolgersi a quel qualcuno più in alto di lui, a un trascendente, per “chiedere”.

Sono parole dette tra i denti, talora sono desideri intimi, spesso ci si affida … nei momenti di gioia sgorga un ringraziamento, nel bisogno una domanda accorata: senti che il desiderio che ciò di cui hai bisogno non ti sia donato per merito, ma per bontà e tenerezza.

La preghiera non è debolezza, ma capacità di progettare e di affidare a Dio il nostro progetto, perché ne sia lui il custode. In questi tempi stiamo chiedendo a Dio la fine della pandemia, solo che questa preghiera, come tutto del resto, non è come battere la tastiera di un telefonino o di un computer, non è inserire un gettone in una macchina, non risponde alla legge del tutto e subito, del commercio: è prima di tutto un dialogo e nel dialogo, quello che chiedi continua a ridefinirti in maniera diversa nei confronti degli altri, che devono essere aiutati a cambiare atteggiamento.

Entra in campo la scienza medica, l’organizzazione della sanità; abbiamo visto quanto siamo venuti meno agli standard di sicurezza della salute, sempre per risparmiare: non affibbiamo a Dio la colpa della nostra fame di risparmi e non di strumentazioni mediche. Chiedere la fine della pandemia è collaborare con la medicina, la medicina deve fare il suo dovere.

Un’altra grande domanda, richiesta che facciano a Dio è quella della pace: mentre chiedi pace ti scompare l’odio dal cuore; ripensi se anche tu sei causa di questa guerra, non pensi più alle armi: ti si apre una nuova visione della vita, e questa la affidi a Dio!

Dio sicuramente ci ascolta, ma troverà sempre gente disposta ad affidarsi a lui? O continuerà a opporre armamenti ad armamenti, invece che distruggere le armi.

Non ancora tutti gli stati hanno bandito l’uso della bomba atomica, Italia compresa. Che aspettiamo?

Dio troverà ancora fede sulla terra? O la nostra preghiera sarà solo un freddo rito e una insipida rivendicazione?

Pregare è desiderare e sentirsi operosi sempre nelle braccia di Dio.

14 Novembre 2020
+Domenico

Chi si avvinghia solo alla sua vita, la perde sicuramente

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 26-37)

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Giustamente la nostra vita economica deve ogni giorno misurarsi con bilanci, contratti, programmazioni di entrate e uscite: tutti siamo preoccupati di far quadrare ogni cosa, almeno di pareggiare, soprattutto non perdere e, se vogliamo vivere, correre, guadagnare.

Per dare alla produzione e all’economia la modernità necessaria ci siamo dotati di nuova terminologia: la mission, il target, il planning, il counseling … poi temiamo un occhio al Nasdaq e al mibtel … insomma siamo moderni, attrezzati e precisi. Entro il tal mese dobbiamo giungere al top, altrimenti qualcuno salta.

Solo che questa sicumera che ci eravamo fatti, non abbiamo dovuto aspettare la fine del mondo per vederla infrangersi come neve al sole. La pandemia ci ha sconvolti tutti e tentiamo di dpcm in dpcm di ritornare alla severità dei nostri progetti. Cambiano le parole inglesi e sperimentiamo i fallimenti sotto i piedi.

Se è vero dell’economia ancor più questo è vero della salute e della stessa vita … e Gesù candidamente se ne esce con questa frase: chi cercherà di preservare la sua vita la perderà, mentre chi la perderà, la conserverà.

Se stai attaccato a te, se tutto il tuo interesse è la tua vita, se tutto porti al tuo “star bene”, ti troverai con in mano niente. Se invece avrài il coraggio di fare della tua vita un dono, se giocherai in perdita perché sei generoso, disinteressato, distaccato, non avaro, non egoista, ma altruista, conserverai la tua vita.

Sicuramente Gesù non parlava di economia, nè di affari, ma parlava di qualcosa che sta prima degli affari e delle economie; parlava di un cuore, di una vita, di una dimensione dell’esistenza che fonda anche il tuo benessere materiale.

Il pericolo è che spostiamo il criterio giusto per l’economia, anche se spesso è impietoso e potrebbe avere maggior umanità che è la risorsa più importante anche per gli affari, lo spostiamo, dicevo, nella vita di relazione, nell’amore, nel rapporto genitori – figli, nell’assistenza agli anziani, nell’amore a chi si sente di nessuno; qui esiste un’altra legge: un papà e una mamma che si dedicano ai figli, perdono proprio la loro vita perché mentre questi crescono, loro invecchiano. Ma che se ne farebbero della loro vita, se non la vedessero crescere nei figli?

Così è dell’amore tra due giovani: per volersi veramente bene occorre imparare a donare, a togliersi dal centro, a mettere al centro l’altra persona.

Ma a me cosa resta? Stai ancora a calcolare la vita, l’amore con la bilancia? A contare torti e regali? Devi vivere di speranza che è un attendere certo che la tua vita la riavrài piena.

Ieri questi pensieri e problemi erano di chi possedeva imprese, con responsabilità sociali, oggi sono di tutti! Abbiamo la capacità e l’umiltà di guardare a Dio in questa percezione di tramonto e far crescere speranza, che non è ingenuità di pensiero, ma molla di azione generosa con tutti, e Dio non ci farà mancare il necessario.

13 Novembre 2020
+Domenico

Per il Regno di Dio non servono transenne

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17, 20-25)

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Siamo continuamente stuzzicati dal Vangelo con alcune domande che ci sono sempre sembrate di catechismo. Il regno di Dio c’è? Quando viene? E’ qualcosa in cui dobbiamo entrare? Già la Chiesa mi pare stretta e intendo che cosa vuol dire appartenervi.

Questo fantomatico regno che è ? ‘ndo sta?

Proviamo a pensare al regno di Dio come stiamo invocando la fine di questa pandemia, che, tronfi come sempre, avevamo prima negato, poi sminuito, ora più cauti speriamo almeno di non tornarci dentro come in primavera.

Insomma anche sulle cose di Dio noi siamo sempre quelli: saputelli, mancanza di senso del limite, scienziati che tagliano il capello in 4 … invece dobbiamo avere consapevolezza che di fronte alla scienza siamo sempre alla scuola primaria e di fronte alla grandezza e bontà di Dio nemmeno alla scuola materna.

Il progetto di Dio sul mondo l’abbiamo ridotto al Vaticano, la sua misericordia a un elenco di peccati rassicurante, ben recitato; il suo amore per noi, che appare sempre gigante sulla croce una sorta di non senso….

Alle nostre domande vere anche se non sempre profonde, tipo «Quando verrà il regno?». «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione – dice Gesù – Il regno di Dio è in mezzo a voi.»

Gesù ci libera da tutte le delusioni che la nostra piccineria inanella!

Io ho studiato matematica e da questa visione la fisica: non finisco mai di stupirmi. E Dio, il suo progetto lo scrivo su una lavagna? Lo ritengo il solito discorso religioso di chi campa i piedi per l’aria?

Gesù sorpassa il nostro tendere a rinchiudere tutto dentro qualche pur incerto confine rassicurante.

Siamo tanto intelligenti e pieni di fede in Dio che la prima preoccupazione che abbiamo avuto in questi ultimi tempi era un investimento sulle transenne, un ricupero di sagrati, un posto in piedi nei banchi soprattutto davanti.

Il regno non è transennabile! Semmai è vero il contrario: il regno è già presente, ci avvolge e ci abita e senza strepitare ti si para davanti, ce l’hai davanti e non lo hai mai percepito. Frequenta il nostro intimo mondo interiore e tutte le dinamiche delle nostre relazioni. Non è manipolabile il Regno di Dio, non è imbottigliabile in luoghi, tempi, esperienze, sentimenti, concetti. Nemmeno dogmatici o morali.

Ho il difetto di aver studiato più matematica che dogmatica forse, ma almeno di non poter vivere senza il Vangelo non solo in tasca.

Dio e il suo regno debordano sempre. Dio desidera abitare con noi, incarnarsi nei nostri poliedrici mondi. Quanto mi piace questa fotografia del regno di Dio che spesso usa papa Francesco: un “poliedro” con tante facce tutte in comunicazione piena e non soffocante, come forse farebbe pensare di più l’immagine della sfera.

Non teme, Dio, di sporcarsi di vita umana: è qui per renderla piena e divina.

12 Novembre 2020
+Domenico

Un percorso da lebbroso caratterizza ancora l’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17,11-19)

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Per tanti secoli e oggi ancora per troppi anni, le periferie di villaggi, di città, di luoghi di ricco transito di persone sono stati abitati da bande di poveracci in cerca di elemosina, di aiuto, di una minima attenzione. Tra questi sempre purtroppo si sono ritagliati un posto di maggior miseria i lebbrosi: poveri e senza dignità, con scritta nella carne una condanna senza assoluzione alcuna.

Gesù non li trascura si mette a dialogare con loro e dare anche per la nostra umanità di oggi il dono che Lui è. Da loro nasce una invocazione insistente, intuiscono che non passerà come un viandante qualunque … dicono “Gesù, Maestro” ( ne conoscono nome e grande qualità di tracciatore di vie anche per loro)

Gesù risponde, non stigmatizza la loro situazione, li vuol sanare, guarire, riammettere al mondo delle relazioni di tutti: “Andate e presentatevi ai sacerdoti”.

Un ebreo sapeva che guarire dalla lebbra significava avere una sorta di salvacondotto dei sacerdoti del tempio: hanno la fiducia del centurione, perché partono e lungo il cammino guariscono tutti alla grande.

Ci possiamo fare alcune domande anche noi: Dov’è che mi riconosco lebbroso nella mia vita? Che tipo di lebbra mi disarticola il corpo, un possibile percorso, una compagnia con qualcuno? Cosa mi tiene lontano dagli altri, da Dio? Dove ho bisogno di guarigione? Sono capace ancora di una preghiera fiduciosa in Dio? Oso chiedere cose grandi? Oppure sono ormai troppo rassegnato, in fondo sfiduciato nella mia preghiera? I lebbrosi sono guariti strada facendo. Mi fido abbastanza di Dio da intraprendere il cammino, fiducioso che Lui compirà in me quello che non vedo ancora? In questa pandemia mi affido di più alle statistiche, alle previsioni o ci metto anche tutta la mia voglia di vivere e di far vivere sostenuta da un fiducioso abbandono in Gesù?

Tutti contenti i lebbrosi di aver posto fine a quella tragica reclusione dalla vita, uno solo, il meno pio, il meno “praticante”, anzi in contrasto etnico con il popolo di Israele perché è samaritano, riconosce che Gesù è grande, e ne riconosce onnipotente quel Dio che chiama sempre suo Padre.  

Io ho ancora la saggezza di aprire la testa di alzarne gli occhi per vedere l’azione di grazia di Dio in me? Mi costruisco un animo riconoscente ?

Posso ancora essere tra gli altri nove che non tornano, che faticano a riconoscere l’azione di Dio. Siamo tra quelli che prendono l’azione di Dio per scontata, e sono perciò incapaci di riconoscerne la presenza straordinaria in questa dura lotta per la vita che ci accomuna a tutto il mondo. Colgo l’occasione per riprendere il mio cammino di fede?

Allora almeno mi metto in preghiera, in conversazione a tu per tu con il Signore, come un amico parla ad un amico e  trovo la gioia di dirgli grazie perché l’ho ritrovato. Posso fare come il povero che si avvicina a San Martino e ne riceve copertura sotto il suo mantello, accolto e scaldato dall’amore.

11 Novembre 2020
+Domenico

Siamo solo servi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 17,7-10)

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C’è un dono dello Spirito Santo che vien regalato ad ogni cresimando, il “timor di Dio”: nessuno dei ragazzi lo scambia con l’aver paura di Dio, ma sa che significa soprattutto riconoscere Dio come il nostro creatore e noi essere creature.

Invece da parecchio tempo un male sottile si insinua nelle nostre vite, colorandosi di grande attualità e necessità: l’autorealizzazione, il protagonismo, essere creatori e signori assoluti di noi stessi.

Siamo noi che decidiamo quando vivere e quando morire, che volto dare a questo universo, chi ritenere degno di stare su questo pianeta e chi no, chi ammettere alla mensa della vita e chi scartare, che senso dare ai nostri giorni e al mondo, decidere che cosa è bene e che cosa è male … e più progrediamo nella costruzione di questo nostro “castello”, più l’umanità precipita ai limiti della sopravvivenza.

Ieri comandava l’ignoranza che veniva scambiata per divinità, oggi comanda la superbia scambiata per intelligenza e progresso.

L’equilibrio non è facile, ma un principio cui ispirarci e a cui orientare la nostra vita il Vangelo ce lo dice: siamo semplicemente servi. L’uomo è qualcuno e può dire una parola significativa sul mondo, sulle cose, sulla vita solo se è Dio a dargli la parola, a renderlo soggetto attivo.

Essere servi non significa essere schiavi, significa sapere che non siamo i padroni dell’universo, degli altri uomini, della vita, del bene e del male, della giustizia e della verità, ma solo semplicemente servitori: servitori e figli che hanno un riferimento assoluto in Dio, che si fanno misurare dalla sua parola, che lavorano e respirano nell’aria del suo amore.

E’ la riconoscenza, la gratuità, la dignità riconosciuta di ogni uomo, il rispetto la collaborazione, la solidarietà, il perdono vicendevole, il sentirsi in debito gli uni verso gli altri e tutti nei confronti di Dio: questi sono i veri sentimenti della persona, dell’uomo, della donna, del giovane, del vecchio, del ragazzo, del bambino … non certo il potere, la sopraffazione, il disprezzo, la tirannia, l’ubriacatura dell’onnipotenza, la manipolazione della vita.

L’intelligenza delle cose belle, le intuizioni dello sviluppo umano, la ricerca del progresso, le scoperte scientifiche, la crescita in umanità, le soluzioni dell’economia, gli approfondimenti dei misteri della natura e della vita nascono e si sviluppano nella direzione giusta solo se ci sentiamo semplicemente “servi”, come dice il Vangelo.

10 Novembre 2020
+Domenico

Il tempio non c’è più, le nostre chiese sono preghiera e abbandono in Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-22)

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Anche in questa pandemia l’immagine che ci danno radio e televisioni sono sempre di gente fatta di compratori e venditori: giusto che si dia vita al commercio che permette a molte persone di vivere onestamente … si fanno talmente intelligenti le pubblicità che ti diverti pure mentre ti spremono e ti alleggeriscono il portafogli.

Se poi vai in un paese del terzo mondo vedi che tutti vendono e comprano di tutto, in tutti gli spazi possibili delle strade: non c’è catapecchia che non esponga il suo banchetto vendita. La più nobile ci ha pure una vetrinetta per il posteggio delle mosche.

Vendere e comprare è sentirsi vivi, è sperare, e avere relazioni è riempire la vita. Perché  non lo dovrebbe essere anche l’esperienza  religiosa, questo bisogno profondo dell’uomo, questo lato misterioso della vita umana?

Presso il tempio di Gerusalemme, punto di convergenza di tutto un popolo, crocevia di attese, di sofferenze, di speranze, crocevia di illusioni e di tensioni, rivoluzioni, vendere e comperare era diventato connotazione determinante.

Non andrai davanti a Dio a mani vuote?! Come puoi pensare che Dio ti benedica se sei così spilorcio? La vuoi pagare quella grandine che hai evitato o ti vuoi proprio rovinare senza evitare la prossima? Sarai un poveraccio, ma due spiccioli per un paio di tortore li puoi scucire anche tu.

Non erano preghiere, non erano dialoghi con Dio, non era abbandonarsi nelle sue mani, era “commerciare” con lui, era ridurre Dio a mercante.

Arriva Gesù, non è la prima volta che va al tempio, anche Giuseppe e Maria  un giorno si erano comperati un paio di colombi, ma questa volta non riesce più a “sopportare” questo ritratto che fanno del Suo Padre amatissimo. Il Regno di Dio non è fatto così, il povero non ha pedaggio da pagare per farsi ascoltare dal Signore; la religione di Dio, suo Padre, è la religione del cuore non della borsa.

Dio non si compera, ma si ama!

“Avete fatto della casa di mio Padre un mercato” … e butta all’aria tutto. Quando poi gli chiedono che autorità ha di fare questo rincara la dose e lancia una sfida: “distruggete questo tempio e in tre giorni lo riedificherò”. Dire questo era un reato punibile con la morte, e poco dopo gliela daranno con la crocifissione.

Dice il Vangelo che gli apostoli tennero in mente questo che Gesù aveva detto e capirono più tardi che il tempio era il suo corpo, la sua vita, risorto dopo tre giorni.

Il tempio di marmi e ori non avrà vita molto lunga: a parte la distruzione del 70 da parte dei romani nel giro di poco tempo tutti quei sacerdoti dovranno “cambiare lavoro”. Un rapporto di un procuratore romano degli inizi del II secolo dopo Cristo riferirà a Roma che sono in crisi le macellerie: perchè non si sacrificava più nessun tipo di bestiame.

“Voglio misericordia non sacrifici, il cuore contrito non un portafoglio più appiattito!” … e il tempio per incontrare Dio cambierà completamente.

Anche questo cambiamento di modo di mettersi in relazione con Dio verrà caricato sul conto di Gesù: non tocchi mai impunemente i soldi di nessuno, ma ne esce ripulito, più vero, più autentico il volto di Dio Padre.

9 Novembre 2020
+Domenico

Non fa l‘fanatico, vedrai che ce la facciamo lo stesso

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

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Nella vita ci capitano spesso cose improvvise, nonostante tutte le precauzioni che abbiamo preso: gli incidenti stradali, le malattie, eccetto il COVID-19, che però sai che c’è, pratichi tutte le mascherine e abluzioni possibili, poi ti trovi che sei positivo, le stesse persone che incontri dopo tanto tempo ti spaventano.

Ci sono cose però che pur vengono all’improvviso, però sai che arrivano, ti alleni a vigilare per il lavoro stesso che tu fai. Qui ci deve essere sempre molta attenzione devi stare sempre all’erta.

Essere preparati a vivere bene tutti gli avvenimenti che la vita ti porta non è sempre facile: talora siamo in ansia, come quando si aspetta la nascita di un bambino, la data di un esame, il giorno del matrimonio, altre volte invece ci si adatta, ci si spegne e anche le cose più importanti ti passano senza che te ne accorga e perdi occasioni belle, determinanti e decisive.

Hai messo il silenziatore alla tua vita, ti sei collocato in stand by e aspetti che la vita si faccia da sola, le decisioni si realizzino automaticamente … e invece la vita passa e non te ne accorgi.

Erano con attese di questo secondo tipo, anche se non erano della protezione civile, quelle ragazze che dovevano fare festa allo sposo: dovevano aspettarlo per celebrare con lui le nozze, per dire con le loro grazie la bellezza della vita; cinque di loro erano sveglie, in attesa, preparate, sollecite; le altre invece tranquille, ancor peggio adattate e assopite, svogliate e pigre. Sembrano il ritratto del nostro “tirare a campare”: ma sì, vedrai che a tutto si trova un rimedio … molti si affannano, ma vedrai che noi all’ultimo momento troveremo di intrufolarci in qualche parte, riusciremo come sempre a soffiare il posto a qualcun altro, a sfruttare l’occasione. Se siamo in ritardo passiamo sulla corsia di emergenza!

Una vita che non prende mai decisioni, si adatta e naviga a vista, non progetta, né prevede, non costruisce, ma vive di rimedi, non collabora, ma sfrutta. Il gioco può essere anche bello, ma lo sposo, il centro della festa, lo sposo che è il Signore Gesù, non lo si può aspettare addormentati sulle nostre comodità, invischiati nei nostri egoismi e pigrizie, calcolando inganni a danno dei buoni.

Il Signore passa e se non trova un cuore pulito che lo invita, gli fa posto, non forza, non costringe, non toglie la libertà che stiamo usando male, la rispetta e passa oltre.

Altri sono in attesa di lui, hanno fame della sua parola, sanno che le sue nozze sono determinanti per la loro vita: lo avranno, lo accoglieranno, faranno di lui il centro della loro festa.

Infatti il Vangelo, in maniera quasi inaspettata per il nostro buonismo che non permette mai di dire “si, si; no, no” ma che continua con falsa pietà a giustificare tutto, dice perentorio quella frase tremenda e agghiacciante “e la porta fu chiusa”.

Fu chiusa la porta non della bontà e della misericordia di Dio, ma della coscienza, della libertà spesa bene, della vita generosa, della ricerca della vera felicità. Fu chiusa la porta delle scelte, per entrare nella delusione dell’adattamento.

E’ in gioco la nostra vera gioia, ma dobbiamo essere coscienti che Dio è sempre esigente, proprio perchè ci dà tutto quello che è necessario per fare la scelta giusta. 

8 Novembre 2020
+Domenico

Non si può tenere il piede in due scarpe

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 9-15)

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Diciamo tenere il piede in due scarpe il comportamento molto diffuso di chi è incapace di decidersi, di prendere posizione, di stare dalla parte giusta che ha scelto, di tergiversare continuamente, di dare ragione a tutto e al suo contrario. Il vangelo a questo riguardo è molto netto. Non potete servire due padroni, Dio e mammona per esempio. Sono due posizioni contrastanti e che si negano a vicenda eppure ci specializziamo a tenere il piede in due scarpe.

Dio invece è l’unico Signore e deve esserlo realmente: la fede in Dio si gioca nella fedeltà in ciò che egli ci ha affidato.

C’è una falsa astuzia che fa porre la fiducia, invece che nel Creatore, nelle creature: è scambiare volutamente e confondere i mezzi con il fine, per cui la maledizione che questo “tenere il piede in due scarpe” si porta dietro, è che invece di servirci dei mezzi secondo un nostro progetto, un fine chiaro, magari conquistato a fatica, diventiamo servitori e schiavi dei mezzi.

Non è tanto poi una astuzia, ma una dabbenaggine, una grossa e deleteria ingenuità in cui molta parte dell’umanità sta soffocata, quella cioè di ritenere il benessere e il progresso materiale come fine dell’uomo e del suo stesso vivere sociale: è una autentica falsità che non tenendo conto del vero e del bene porta a operare l’ingiustizia e a sacrificare il vero bene dell’uomo, persino lo stesso bene materiale.

La vera astuzia, la giusta furbata è di chi sa che tutto ciò che c’è è dono di Dio ed è sempre un mezzo per entrare in comunione con Lui che ci è Padre e con i fratelli. Da qui derivano due ottimi atteggiamenti: vivere in rendimento di grazie sempre e sfociare questa contemplazione nella condivisione.

Possiamo inventare anche teorie economiche più elaborate per nascondere non i principi di una sana imprenditorialità o aggressività nell’affrontare la vita con tutta l’intelligenza possibile, ma una verità che il Vangelo ci pone davanti con pacatezza e fermezza: la ricchezza tende a diventare idolo; essa finisce per richiederti una sorta di adesione di fede, ti domanda a poco a poco un attaccamento del cuore che ti toglie libertà e si pone nella tua vita come un assoluto, diventa come signore alternativo all’unico Signore.

I farisei che erano amanti del denaro, così esplicitamente dice Luca, deridevano Gesù al sentirlo dare questa lampante verità del non poter servire due padroni: secondo loro le sue parole erano stolte e pazze, di uno che è fuori dal mondo.

Il cristiano però sa e deve tenere per certo che il Cristo salva non con mammona e il potere, ma con la povertà e la debolezza della sua croce.

Per questo da ricco che era, si fece povero per arricchire noi con la sua povertà e fu crocifisso per la sua debolezza.

7 Novembre 2020
+Domenico

Il cristiano o è sentinella sveglia o ci si è sbagliati ad affidargli il Vangelo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 1-8)

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L’idea che domina nella mentalità comune è che un cristiano è sostanzialmente buono, ma soprattutto un incapace: se devono affidare una attività importante non la danno in mano a un cattolico, perché in genere è visto come uno senza grinta, piuttosto tranquillo, pacifico, che non si aspetta nulla dalla vita.

Non so perché c’è in giro questa mentalità, che sicuramente non ci viene dal Vangelo: probabilmente è perché come cristiani ci siamo seduti e non vediamo più come scandaloso il Vangelo; abbiamo dimenticato che Gesù dice “il regno di Dio è dei violenti”, indicando con questa parola la necessaria capacità di andare controcorrente, di non stare nell’acqua tiepida.

Un cristiano forse si è seduto perché crede che essere cristiani significhi non dare noia a nessuno, starsene buoni buoni a vedere come va a finire.

C’è qualcuno che per i suoi interessi, si danna l’anima e noi per far trionfare la giustizia, la pace, la libertà, la bontà crediamo che sia tutto spontaneo, automatico; anzi molti innestano nella loro vita cristiana il pilota automatico, perché tanto tutto è sotto controllo. Invece ti capita che per essere coerente con il Vangelo devi lottare, che per difendere il povero devi cadere in disgrazia di chi lo affligge, che per aiutare la famiglia o i figli a crescere secondo il Vangelo devi inventarle tutte per offrirne la bellezza, che per vivere da cristiano spesso ti è chiesto il martirio.

I figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce, dice Gesù vedendo quanto siamo seduti, mentre nel mondo dilaga il male e nella nostra stessa vita si insinua la stanchezza, l’indifferenza, la noia per la sua Parola. Prende l’occasione di due furbate fatte da un amministratore scaltro che coi soldi del suo padrone scontati a due debitori si assicura un aiuto per il dopo del suo licenziamento. 

Se sei cristiano – ci dice Gesù – non c’è niente che ti viene regalato se non la fede: Lui sparge il seme della sua parola alla grande, tocca a te offrire un terreno produttivo.

 Il mondo di oggi si sta attrezzando in tutti i modi per comunicare i suoi modelli e il cristiano che fa? Si chiude in sacrestia a fotografare il calo della partecipazione alla Messa? Il male si organizza per persuadere i deboli e il cristiano che fa? Si sta a lamentare e a dire: ai miei tempi?

Bisogna rimboccarsi le maniche se vogliamo essere fedeli al Vangelo. Noi sappiamo che è Dio la nostra speranza, ma noi dobbiamo metterci la forza della nostra intelligenza e l’amore del nostro cuore.

6 Novembre 2020
+Domenico