Ci serve la gloria di Dio per vivere, cioè la sua misericordia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 1-10)

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Occorre spesso un colpo d’ali per alzarsi in volo sulla nostra vita e coglierne le dimensioni infinite che si porta dentro; siamo troppo appiattiti sulla terra, troppo ingolfati nella materia; con la scusa che dobbiamo risolvere i nostri problemi, che tutto quello che diciamo deve avere un riscontro concreto, ci siamo abituati a calcolare tutto secondo un interesse materiale: quanto costa? A che cosa serve? Che cosa mi viene in tasca? Alla fine che cosa mi porto a casa? Sono le domande più normali con cui affrontiamo la vita.

Poi, grazie a Dio ci accorgiamo che ci sono realtà importanti che non stanno in questi angusti schemi: il gioco, la musica, la bellezza, l’amore, lo spirito …

La religione è proprio di questo tipo: deve aiutarci a librarci nel cielo della gratuità di Dio. Siamo le pecorelle che si sono stancate di star dietro al pastore e ci vogliamo prendere le nostre strade, ma sono strade di dispersione, scorciatoie che finiscono in strade senza uscita, in una sorta di prigione.

Tanta nostra infelicità è dovuta all’appiattimento, alla prigione che ci siamo costruiti: ci siamo collocati in un bicchiere d’acqua e continuiamo a sbattere contro le pareti, mentre il nostro vero habitat è il vasto mare della vita che viene dall’alto, dal misterioso mondo di Dio.

C’è un vento dello Spirito che soffia su di noi e dà vita vera: la creazione lo ha atteso, Gesù lo ha inviato. Abbiamo bisogno di un’anima per tutte le cose: quest’anima viene dall’alto! La risurrezione ha aperto i nostri confini, ha offerto gli orizzonti infiniti di quel Dio che anche in questo momento è sempre con noi.

In questo tempo  possiamo addentrarci anche noi in un dialogo serio con il Signore come hanno fatto tanti con Gesù; abbiamo bisogno di ritornare a casa, di sentirci trasportati sulle spalle del buon Pastore.

“Dove vai? Dove scappi? Non ti accorgi che scappi da te stesso? Che vita ti stai preparando, che dolori vai a creare a tutti quelli che ti stanno vicini? Ti vengo a prendere Io. Fatti trovare! Le novantanove che stanno a casa si sono dimenticate di te, ma non Io.”

Anche noi abbiamo bisogno di rigenerare la nostra fede. Il nostro è un tempo che ci chiede di uscire allo scoperto, di prendere decisioni, di stare della parte della verità, di contemplare il Signore, ascoltare la sua parola, vivere non solo e soprattutto per noi stessi.

In questi giorni di pandemia vogliamo non nasconderci nessuna delle domande profonde di umanità, dobbiamo percepire la sete dell’uomo di oggi, difenderci dal fascino di un mondo male orientato.

Oggi c’è una pervasività  del male e delle tenebre da cui ci siamo lasciati incantare: occorre tornare e sbilanciarci dalla parte della luce!

Vogliamo allora scavare in profondità, per far emergere tutte le riserve umane che nascono nei confronti della fede, del mondo religioso, della propria appartenenza alla Chiesa: è un tempo di semiprigionia in cui è possibile l’ascolto, il confronto, lo studio, l’incontro con Gesù, nel silenzio del raccoglimento o nella ricerca comune, nella preghiera o nel dialogo.

Possiamo continuare proprio a partire dal nostro camposanto, che abbiamo visitato in questi giorni, dove sono sepolti i nostri cari, quelli che ci  hanno passato il testimone della fede, che nei secoli hanno tenuta viva la luce della fede e ce l’hanno tramandata, hanno creato esperienze di vita cristiana, hanno affrontato la vita con la speranza del Signore risorto.

Da qui, dove forse da poco abbiamo consegnato alle braccia accoglienti di Dio una persona cara, da qui vogliamo guadagnarci una nuova adesione, anche sofferta, ma decisa e felice alla vita di fede.

Vogliamo confessare che Gesù è il Figlio di Dio: dobbiamo tornare da Gesù a dire quel “Mio Signore e mio Dio”, dell’affidamento, della preghiera, della celebrazione, della vita sacramentale, dell’accostamento ai tesori della Chiesa.

Allora la Chiesa prenderà nuovo slancio, la nostra comunità diventerà casa abitabile da tutti, soprattutto dai giovani, che sono sempre il nostro futuro oltre che il nostro presente.

5 Novembre 2020
+Domenico

Essere cristiani non è mai barcamenarsi, ma una decisione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 25-27) dal Vangelo del giorno (Lc 14, 25-27)

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In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo».

Una vita riuscita sta nelle scelte di mezzo tra lo slancio entusiasta del giovane e la ponderatezza eccessiva dell’adulto? Si deve preoccupare di più delle sensibilità, delle reazioni, dei malumori da non esasperare, per cui si prefigge di accontentare tutti, non tanto della bellezza della vita? Oppure sta in scelte decise, radicali, senza mezze misure, sbilanciate da una qualche parte e quindi provocatorie, non convenzionali e attendiste?

Fatta salva la classica prudenza e il rispetto di tutti, soprattutto dei più deboli, esclusa ogni forma di giudizio, la vita cristiana che è sempre vita di un uomo riuscito e pienamente realizzato nella sua vera dignità umana, secondo il Vangelo, non sta nelle scelte di mezzo, nell’acqua tiepida, né fredda, né calda (vomitevole direbbe l’Apocalisse), ma nella decisione anche provocatoria di dedicarsi senza riserve al Regno di Dio, di sbilanciarsi dalla parte della giustizia e delle esigenze profonde di verità e libertà da tutti i condizionamenti del galateo.

Per questo Gesù non teme di offendere i sentimenti tenui e dice: “chi non odia padre, madre, fratelli e sorelle, chi non si butta senza rete di protezione non può essere mio  discepolo; chi non osa abbracciare la sua croce, il suo supplizio, la sua sofferenza, il suo dolore non è degno di stare dalla parte del Vangelo”.

Non si tratta di  odio, tomba dell’amore, ma di assoluto primo posto di Dio nella vita di ogni credente, di precedenza assoluta dell’amore su ogni legame o calcolo, di centralità di Dio in ogni vita  e convivenza umana.

Non vogliamo essere nè “talebani” ne fondamentalisti, ma di aver chiaro che la fede cristiana ha in sé la forza di ridare significato profondo a tutta la vita, di ridire la sua vera dignità, di essere atto intellettualmente onesto, laicamente dignitoso e umanamente capace di dare senso all’intera esistenza personale e del mondo.

La fede in Gesù ha una sua dignità di razionalità che sta alla pari di ogni ricerca umana, non teme alcun giudizio, né si colloca nell’irrazionale.

Essere cristiani è stare dalla parte del Vangelo, dalla parte del fuoco che Gesù viene a portare sulla terra e che desidera ardentemente che si accenda e porti calore al povero e sostegno al debole.

Il cristiano è “uomo di parte”, non perché fonda un partito, ma perché sceglie di stare sulla croce come Gesù, di stare dalla parte della bontà contro la malvagità: non avrà mai vita facile quindi, ma vita felice e beata.

La vita cristiana non è un atto eroico che si consuma all’istante, non è un sollevamento pesi, è un peso da trasportare: esige pazienza e resistenza al grigiore e al tran tran della vita quotidiana; è anche un peso leggero dirà Gesù, che si fa sempre più portabile, perché Gesù stesso ne ha già portato il peso impossibile al Calvario e la nostra croce se la appoggia  alla sua e ci dà la forza necessaria per trasportarla.

4 Novembre 2020
+Domenico

Un invito è pur sempre alla felicità

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 15-24)

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Nella vita di tutti giunge prima o poi una proposta, una richiesta, una convocazione, una puntualità da avere per un appuntamento. Insomma sicuramente un invito talora pressante, che esige da te una pesa di posizione. Lo accetto questo invito o lo rifiuto? Evidentemente fai subito una pensata per vedere che importanza ha nella tua esistenza, se ti è gradito, se sei in grado di accoglierlo e ti disponi a rispondere … vedi anche chi è che te lo fa e che rapporto hai con questa persona, se con lui hai amicizia, benevolenza, esperienza di pensiero comune.

Ebbene Gesù nel vangelo, non una volta sola, ci presenta suo Padre, il Signore, come un padrone di casa, come uno che ha responsabilità verso di noi che non solo ci vuole bene, se ci ha insegnato a chiamarlo padre, ma ci vuol coinvolgere nella sua vita, nei suoi progetti, nella sua felicità.

Non c’è nessuna creatura che non venga invitata: il suo invito è insistente, ci tiene tanto, ma ci lascia liberi. E’ un ricco signore, ma anche una persona autorevole e importante che fa un invito, si sottopone alla volontà delle persone invitate.

Direi che noi, gli invitati, siamo più potenti di Lui: Lui rischia il fallimento se noi non ci andiamo, noi invece ci facciamo i nostri comodi.

E capita proprio così: gli invitati della prima ora accampano tutte le scuse possibili per mascherare che a loro l’invito non interessa proprio. Ha un bel invitare il padrone! Tutti guardano il palmare e non c’è un buco per andare alla sua cena.

Gesù aveva letto le loro agende e in una trova un campo da comperare, in un’altra dei buoi da esaminare, nella terza un matrimonio… cose serie … ma c’è proprio posto per il banchetto. Assolutamente no …

Il padrone di casa  non demorde, Dio non si adatta, le tenta tutte, non ci fa mai mancare il suo invito alla felicità e costringe i suoi servi, il suo grande Servo che è Gesù, ad osare l’impossibile, il non politicamente corretto, lo stesso dono della propria vita.

Storpi e zoppi non farebbero mai parte di un consesso importante come il suo banchetto, ne sarebbero una dissacrazione; ma il servo ha capito bene e va dovunque: il Figlio di Dio non si fermerà solo ai buoni, ai ben disposti, ma estenderà l’invito a tutti e lo ha fatto anche a noi.

Nelle tre chiamate possiamo vedere i tre momenti della storia della salvezza: il primo è il tempo della legge, che non salva nessuno; il secondo è il tempo di Gesù, molto breve, che salva gli impediti; il terzo è il tempo della Chiesa, in cui gli esclusi, i pagani, sono “forzati” a entrare, sono messi a confronto con la vita della Chiesa, con i battezzati, con ogni cristiano che deve spalancare le porte, dare messaggi di bontà, di felicità; devono portare la gioia del Vangelo.

Siamo tutti noi: non è che ce la prendiamo troppo comoda e stiamo chiusi tra di noi e purtroppo non abbiamo più l’amore verso tutta l’umanità che è lo stile dell’invito?

3 Novembre 2020
+Domenico

La santità della porta accanto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12)

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Da quando papa Francesco ci ha regalato quella bella enciclica sulla santità e ce l’ha spiegata come un dono che Dio ci fa, che mette a disposizione di tutti, questa santità la mette a disposizione anche di chi ti sta nella porta accanto … forse siamo riusciti a rendere più bello e desiderabile la parola “santo”, “santa”, attribuito a persone che sono sempre come noi.

Se ci capita di partecipare e vedere con i nostri occhi una bella Messa come quella della beatificazione di un ragazzo vivace di 15 anni, del tutto simile ai nostri adolescenti, pulito, entusiasta, seminatore di amici, modernissimo, capace di chattare, di creare followers, di comunicare le cose belle di Dio, di Gesù, della Eucaristia, con gli strumenti modernissimi della comunicazione come il beato Carlo Acutis … allora non solo ci piace la parola santità, ma ne sentiamo  anche la nostalgia e ci sembra più … non più impossibile incontrarla!

Purtroppo noi siamo sempre preoccupati, quando leggiamo il Vangelo, di vedere che cosa Gesù ci dice di fare, trasformando così il cristianesimo in una serie di norme morali da seguire, di precetti e di obblighi che ci stringono e ci tolgono la gioia della libertà, senza percepire e godere di quel rinnovamento profondo, quella pace, quella serenità che invece Dio provoca nella nostra coscienza quando apprezziamo le cose buone, quando siamo capaci di essere un po’ meno “orsi” con tutti, gioiosi, accoglienti, sereni, pazienti … quando siamo capaci di condividere vita, affetti, dolori immancabili, aiutando e sentendoci aiutati.

Il sorriso di Carlo è il sorriso di Gesù, il sorriso della santità.

Dio stesso, l’onnipotente, ha cura di noi e si dedica a noi: Dio ci consolerà, sarà lui che asciugherà ogni lacrima dei nostri dolori, giusti o ingiusti, meritati o no, che proviamo nella vita.

Dio, il Padre, ci darà la possibilità di sentirci radicati, di non essere mai spaesati, di avere una precisa identità: il beato Carlo Acutis questo ci ha aiutato a capire.

Dio ci chiamerà alla mensa e la comunione con lui ci riempirà di gioia: Dio non ci rinfaccerà niente, non serberà rancore verso nessuno; ci toglierà il rimorso per il bene che non siamo stati capaci di fare, per la cattiveria che purtroppo ci ha stregati durante tutta la nostra vita.

Dio stesso ci renderà capaci di scorgerlo nelle trame dell’esistenza, fino alla pienezza dell’incontro con Lui … e alla fine saremo chiamati figli di Dio, perché Dio stesso ci chiamerà a far parte di una famiglia indistruttibile, a prova di affetto, di amore, senza tema di essere abbandonati o scaricati dall’inconsistenza di un banale egoismo.

Questa è la buona novella del regno!

Questo è il Dio che Gesù ci ha abituato a sognare e che sicuramente si presenterà a noi: un Dio così lo pensiamo per i poveri di tutto il mondo, Lo preghiamo per chi soffre la guerra, per chi non ha casa e continua ad essere sballottato da una terra all’altra.

La santità del cristiano nasce qui: non sarà mai lo sforzo dell’uomo che cerca di spiritualizzare la sua vita. E’ mettersi nella logica di Dio. E’ anzitutto dono di Dio che ci ama e ci dona se stesso in Gesù.

Gesù, crocifisso e risorto, è le beatitudini: nel suo volto di dolore Lui è povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia, puro di cuore, pacificatore e perseguitato. E da risorto è suo il Regno, è consolato, eredita la terra, è saziato, trova misericordia, vede Dio, è in pienezza Figlio di Dio.

Le beatitudini manifestano chi è Dio, suo e nostro Padre, mostrano il volto che lo Spirito Santo cesella in noi facendoci un ritratto originale di Gesù; le beatitudini sono il ritratto di Gesù e il progetto di Dio su ogni credente. Non c’è altra possibilità per un ragazzo o una ragazza, per l’uomo e per la donna di realizzarsi pienamente e di vedere l’altro già chiamato da Dio ad essere così.

Se oggi andiamo anche ai cimiteri, cerchiamo di ricordare i sorrisi che le nostre mamme e i nostri papà ci hanno fatti: erano per noi, e lo sono ancora di più oggi i sorrisi di Dio.

1 Novembre 2020
+Domenico

Dal sabato ebraico alla domenica di risurrezione

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 1.7-11)

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La questione del sabato per gli ebrei era di capitale importanza – come tutti sappiamo – come dovrebbe essere per i cristiani il giorno di domenica: la legge ebraica aveva “dedicato”, più che ritagliato o aggiunto, nei suoi libri sacri molte riflessioni sul sabato, come giorno del Signore, come giornata di assoluto riposo, una giornata in cui si fa memoria del riposo di Dio al settimo giorno della creazione, come finestra aperta sull’eternità.

Per molti cristiani purtroppo la Domenica è ricordata solo come l’obbligo di partecipare alla Messa, all’Eucaristia: da dono di Dio è diventata solo un obbligo, per di più non molto osservato dalla maggioranza.

Quello che sentiamo nel Vangelo di oggi è l’ultimo sabato della attività di Gesù che Luca menziona nel suo Vangelo, e Gesù non perde occasione per ridefinire da credenti in Dio il significato del Sabato, e per cogliere l’occasione di anticipare il suo superamento  nella memoria viva della morte e risurrezione di Gesù con la  Domenica.

Se mangiare significa vivere, “mangiare” il sabato significa partecipare alla vita di Dio!

Gesù accetta l’invito di andare a mangiare un sabato in casa di uno dei capi: con questo racconto Gesù ci presenta e ci fa vedere il volto del Signore della vita; egli, per la ricchezza della sua misericordia, dona a tutti quella salvezza che è impossibile per tutti: è una vittoria sul lievito dei farisei, tutto è una lezione di umiltà, ci fa condurre una vita filiale e fraterna, che coinvolge concretamente il nostro rapporto con il Figlio di Dio, con noi e con tutti gli altri.

Gesù invitato a mangiare, accetta per offrire il suo pane sabbatico anche al fariseo. Vorrebbe guarirlo, perché possa cibarsene. C’è sempre un ribaltamento in tutti gli inviti che il Signore riceve; da invitato si trasforma in colui che invita a un altro banchetto.

Gesù, dove è accolto, accoglie sempre verso il Padre, e offre il pane del Regno.

L’idropico soffre di una grande arsura, ma più beve, meno si disseta e tutto ciò che prende lo gonfia di morte, aumentandone la sete; fa da specchio senza volerlo al fariseo: lui ha abbandonato Dio, sorgente di acqua viva  e si è costruito una cisterna fessa che riempie del proprio io invece che di Dio, ha in sé un lievito che non gli permette di maturare verso il Regno di Dio.

Solo Gesù sarà la sua vera sorgente di acqua viva che guarisce e disseta!

Noi pure siamo spesso questo fariseo, quando riempiamo la  domenica di tutte le nostre cose, pure belle, ma mai all’altezza della bellezza di Dio.

31 Ottobre 2020
+Domenico

Il volto del Signore della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 14, 1-6)

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Leggere il Vangelo ogni giorno, meditarlo, rifletterci a lungo è compito di ogni cristiano: la figura di Gesù vi si erge con tutta la sua grandezza di Figlio di Dio e di fratello di ogni persona umana.

Lui è venuto a chiamare i peccatori a conversione: qui si tratta di chiamare a conversione proprio un capo dei farisei. Come bene sono stati descritti pure da Luca, sappiamo bene che i farisei hanno in sé un lievito di morte: l’ipocrisia, che riempie l’interno di rapina e di ingiustizia e lo fa imputridire. E’ il lievito contrario al Regno di Dio. Lo invitano a mangiare con loro e ci va per offrire la sua guarigione. Per questo svela loro il male che li tiene prigionieri, rendendolo visibile come ha fatto con la prostituta e qui farà con l’idropico.

Se i farisei lo invitano per spiarlo, i peccatori invece lo accolgono per far festa. Paradossalmente si può dire che Gesù ama i farisei più di tutti i peccatori, perché? Perchè affetti dal peccato più tremendo e più nascosto che ci sia: quello che sotto un manto di bene, si oppone direttamente a quel Dio che è grazia e misericordia.

Dobbiamo ricordarcelo ancora di più, noi persone consacrate o ministri della chiesa, a partire da me, sempre insidiati da questo male oscuro, perché non dimentichiamo mai il fondamento della dottrina in cui siamo stati istruiti: la misericordia del Signore, sperimentata nel Battesimo.

Luca ne fa il tema di tutto il suo Vangelo, perché la Chiesa non esca mai dall’esperienza battesimale che salva e si senta sempre peccatrice e perdonata: solo così resta aperta a Dio e a tutti gli uomini, ricevendo e dando misericordia.  

La nostra cattolicità è fondata su questa verità che la rende capace di solidarizzare con i più lontani, proprio sino agli estremi confini della terra; non crea barriere precostituite, non isola in fortini, che diventano prigioni, di difesa o di attacco. Siamo sempre nel pericolo di trasformarci da popolo di giustificati, amati da Gesù fino all’ultima goccia di sangue, in una “setta di giusti” senza alcuna misericordia e capacità di relazioni buone e umili, peccatori e convinti di essere santi.

Questo è il massimo dell’infedeltà alla Parola di Dio che noi possiamo vivere nelle nostre miserevoli esistenze: Dio ci ama sicuramente SEMPRE, e troverà la strada per farci crescere secondo il suo piano di salvezza, ma noi sappiamo che non possiamo tenere sempre questa abitudine malvagia, che abbiamo anche nelle nostre persone che “frequentano di più”, di essere ipocriti.

30 Ottobre 2020
+Domenico

I due atti di ogni nostra storia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 31-35)

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Le nostre vite spesso sono immaginate come quella di qualche animale, per esempio quella della volpe e della chioccia, così Luca con la volpe rappresenta Erode, la miseria dell’uomo e con la chioccia Gesù, la grande misericordia di Dio. La storia dell’umanità pure può essere descritta da due atti: Noi uomini recitiamo la prima parte e abbiamo un canovaccio non troppo originale: la paura della morte, l’egoismo, il tentativo di salvarsi e l’immancabile perdersi. Dio invece si riserva la seconda parte, che recita sempre in forma originale, a seconda dell’uomo che scrive con la sua vita la storia: contempla la novità della Risurrezione, si serve addirittura della morte per donare all’uomo una vita superiore e più feconda. La nostra cattiveria umana fa di tutto per gettare il seme e disperdere il lievito del Regno che proprio così germina e fermenta. Dio sposa realmente la nostra storia con il suo male e in essa diffonde a larghe mani il suo bene. Si prende tutti i nostri sgorbi su di sé e ne fa un fantastico disegno di salvezza.

Gli apostoli cominciano a capire lentamente questa grande inventiva di Dio. Durante la prima persecuzione vedono che i nemici si uniscono e si ritrovano per mettere fine alla loro esperienza. Nel primo grande disorientamento avevano sperimentato che il Crocifisso era risorto e ora capiscono che il risorto è proprio il Crocifisso e loro sono associati alla sua storia. Dio dà loro la grazia di vedere la storia con i suoi stessi occhi. Dio non si fa una storia sua, parallela alla nostra, più bella e più giusta. Prende la nostra come è, piena di sbagli, di tradimenti, di peccati, di ribellioni. La volpe potrebbe dire alla chioccia e lo ha detto: ti uccido e sei finita, ma Gesù ha il potere di rispondere ad Erode; muoio e così arrivo alla compiutezza-pienezza della mia vita e del disegno della Trinità.

 Se di abbandono di Dio si può parlare è solo nella prima parte, quando getta il seme che marcisce e sparge il lievito che scompare e fermenta. E’ un tempo che non capiamo, ma è foriero di cose grandi. L’amore materno di Dio è tanto forte da renderlo debole, tanto sapiente da renderlo stolto, fino a dare la vita per noi (“fu crocifisso per la sua debolezza”). Dio agisce sempre in noi. Non mi vedrete affatto,  ma al canto della risurrezione: benedetto colui che viene nel nome del Signore, sarò evidente per tutti.

29 Ottobre 2020
+Domenico

Gesù sceglie i suoi annunciatori dopo una intensa preghiera

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 6, 12-19)

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Ti capita qualche volta di dover fare delle scelte difficili, soprattutto quando hai bisogno di collaboratori, di amici che condividono con te parte della vita o una missione. Spesso vuoi affidare incarichi delicati, devi scegliere gli educatori dei tuoi figli o i compagni di una attività, i membri di una compagnia, i lavoratori di una azienda, i componenti di una cooperativa … allora ci mettiamo a prendere informazioni, a fare ricerche, a leggere attentamente i curriculum, a fare rassegne e concorsi …

Ecco, anche Gesù aveva da scegliere un gruppo di uomini decisi a tutto, a fare da nucleo di predicatori del Vangelo, della bella notizia. E che ha fatto? Si è messo in orazione tutta notte. Si è messo in dialogo col Padre, in contemplazione della profondità dell’amore che sgorga dal cuore della Trinità per leggere in essa le vite di questi dodici uomini, le loro libertà, i loro sogni, i desideri di spendersi per gli altri.

Immagino la preghiera per Pietro, per tutti i suoi slanci e le sue debolezze, la preghiera per Giovanni, il ragazzo entusiasta e fragile, deciso e bisognoso di cura, di sostegno, di fiducia come tutti i giovani; penso alla decisione di assumersi il rischio di scegliere Giuda: lo vedeva entusiasta per una causa, lo sapeva legato a una visione di mondo violento, ma ha voluto rischiare nel dialogo profondo con Dio di puntare sulla sua libertà.

Così ha scelto anche gli apostoli Simone e Giuda, che oggi ricordiamo. Nel martirologio romano si legge il 28 ottobre “In Persia il natale dei beati Apostoli Simone Cananeo e Taddeo detto anche Giuda. Di essi Simone predicò il Vangelo nell’Egitto, Taddeo nella Mesopotamia, poi, entrati insieme nella Persia, avendovi convertito a Cristo una innumerevole moltitudine di quel popolo, compirono il martirio”.

Tutti gli apostoli li ha scelti, ma non li ha forzati: li ha amati in Dio Padre e non li ha plagiati. Ciascuno ha presentato a Gesù la sua vita aperta al suo messaggio e nella propria libertà ha risposto.

Con questa squadra si è messo subito all’opera, li ha coinvolti nella sua avventura, ha voluto aver bisogno di loro e ha affidato nelle loro mani il tesoro del suo corpo e del suo sangue, il futuro del suo messaggio: lo Spirito Santo li avrebbe giorno dopo giorno forgiati e temprati, avrebbe delineato in loro i tratti stessi di Gesù.

Tutti noi siamo chiamati così da Dio, nessun cristiano è “generico”; non siamo nel mondo a caso, ma soprattutto non siamo cristiani a caso: siamo sempre oggetto di una scelta personale di  Gesù.

Per noi c’è un piano suo, una vocazione, una vita da vivere in un certo modo: lui ci ha pensati per la nostra missione in una notte di preghiera, sempre, con quel Dio che non ci abbandona mai.

Ogni annunciatore del Vangelo è stato e viene scelto così: abbiamo fatto parte tutti delle preghiere di Gesù.

Non voi avete scelto me, ma Io ho scelto voi.

28 Ottobre 2020
+Domenico

Il regno di Dio è sempre sotto il segno della povertà

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 18-21)

In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami».
E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».

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La nostra mentalità moderna punta molto allo spettacolare, al grandioso, punta molto sulle manifestazioni di potenza e spesso cancella le piccole tracce di umanità e di bontà che sempre resistono nella vita delle persone: si vorrebbe che il bene trionfasse con i criteri dei mass media, si pretende di fotografare ogni attimo della vita per mandarlo in diretta, si crede che si esiste solo se ci si può far vedere.

Invece il mondo non va avanti così: la vita degli uomini è frutto dell’apporto di ogni vita umana, semplice, dedicata; è collocata dentro un tessuto di amore che non ha bisogno di apparire per essere vero, anzi esige interiorità, silenzio, umiltà.

Il regno di Dio, proprio quel progetto profondo di vita vera che deve pulsare nel mondo, è di questo tipo: è un granello di senape, una manciata di lievito … è sempre “fallimentare”, ha una apparenza trascurabile e insignificante, quasi invisibile.

Agisce nell’irrilevanza religiosa e politica: non si impone per la maestosità o grandezza della sua consistenza, ma per la forza interiore regalata da Dio, che nessuno può vincere.

Il sogno di Dio sull’umanità si realizza nella debolezza e nella disponibilità alla volontà di Dio.

Le nostre megalomanie sono un ostacolo al Regno di Dio. La nostra frenesia di potere non è imparentata con l’avvento del Regno di Dio. Il chiasso, l’esposizione sulla scena che conta, gli apparati non sono parte del regno di Dio, ne sono spesso un intralcio.

Il lievito tende a scomparire per fermentare tutta la pasta, il granello di semente muore per dar vita a qualcosa di impensabil.

Dio opera soprattutto entro la nostra inconsistenza: La fionda del ragazzetto Davide, portava solo un sasso e il gigante si è schiantato a terra.

Gesù era un uomo buono senza legioni, è stato ucciso come un delinquente: la sua estrema debolezza di fronte al potere è stata la sua forza, perché si gettato nelle braccia del Padre.

Lo sparuto gruppo di apostoli, dispersi e perseguitati, cacciati e sopraffatti, è diventato il seme di un nuovo mondo: la stessa Chiesa ha conosciuto la massima sua diffusione per il sangue dei martiri, degli sconfitti.

E’ più regno di Dio il costruirsi giorno dopo giorno che il dispiegamento di una organizzazione. Nella storia, quando la Chiesa si è appoggiata sul potere è sempre stata meno credibile, ha sempre perso. 

Dio opera così: in questo modo ci costringe … si costringe a Lui, a non lasciarci mai soli, a non abbandonarci mai.

27 Ottobre 2020
+Domenico

Ogni uomo incurvato può raddrizzarsi nel suo vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 13, 10-17)

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C’è sempre qualcuno che vuol salvare Dio con le sue intransigenze, quasi che Dio abbia bisogno di Lui per esistere o per operare nel mondo. Capita così che qualcuno inventa una guerra in nome di Dio, sancisce condanne di persone in nome di Lui, perpetra torture, fa leggi che tolgono la libertà e la dignità alle persone, mantiene nella sofferenza anziché offrire gioia e libertà. Certo è difficile riuscire a far maturare la propria coscienza e quella dell’umanità che oscilla sempre tra la negazione di Dio e l’assolutizzazione dell’idea che noi abbiamo di Lui.

Oggi nel nostro occidente è più facile vedere una esclusione di Dio dalla vita, mentre in Oriente sembra che prevalga il talebanesimo, cioè una imposizione su tutti di una irrazionalità assoluta nei riguardi delle esperienze religiose.

Il responsabile del culto che ha incontrato Gesù quel giorno nella sinagoga era di questo secondo tipo. Gesù ha davanti a sé una donna piegata da un male, che da troppo tempo la teneva nell’infelicità, di sabato la guarisce e la restituisce alla gioia di vivere.

Il sabato è un giorno sacro, dice il capo della sinagoga; la sinagoga non è un ambulatorio, non è di sicuro il luogo in cui si può andare contro la legge di Dio. Ma tu Gesù che tanto tieni a che il nome di Dio sia lodato e benedetto, tu che vedi quanto la gente si stia allontanando da Dio, anche tu vieni a mescolare il profano col sacro, vieni a far crescere la magia, a far correre la gente in sinagoga a trasformare la religione in un placebo per disperati. Dio va lodato e benedetto, non servito con medicine e chirurgie.

Il centro del fatto avvenuto e raccontato dal Vangelo; sei stata slegata dalla tua infermità è la constatazione di quanto Gesù ha già compiuto nella nostra storia. Il miracolo già avvenuto è semplicemente dichiarato. L’annuncio ne fa prendere coscienza e permette a noi uomini e donne ancora curvati di raddrizzarci, se accogliamo l’annuncio di fede. Quello che Gesù  vuol far capire guarendo questa donna, ammalata da 18 anni, è di tenere in grande dignità e considerazione la vita umana. Non ci può essere contrasto tra la vita e la legge di Dio, non ci può essere subordinazione della persona  alla legge, né contrapposizione tra  i precetti e la sete di felicità vera che ha l’uomo. Sarà Lui con la sua morte in croce a rimettere al centro della vita dell’uomo la vera libertà e il vero culto a Dio: comunione con Lui e solidarietà con i fratelli.

26 Ottobre 2020
+Domenico