Il Vangelo ci parla del fine, non “la fine” della storia umana

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 21, 20-28)

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Ci stiamo appassionando, come fa Luca prima di raccontare la passione di Gesù, a vedere quale è il fine della vicenda umana: noi, insoddisfatti di tutto, siamo sempre in ricerca e in attesa di qualcosa di nuovo.

All’attesa dell’uomo corrisponde l’avvento di Dio: la storia umana è un tendere inquieto a Lui e si placa solo nell’incontro con Lui … ma … quando avverrà  questo incontro?

Ce ne è stato un primo con Gesù per i suoi contemporanei, ce n’è un altro che si snoda nel mistero della Chiesa, che ci unisce ogni giorno al mistero di Cristo, ma ce n’è anche uno futuro che noi chiamiamo “fine del mondo”.

Il Signore ci dice che quello finale si realizza al presente, vivendo oggi qui e ora la sua stessa storia: il suo destino di Figlio dell’Uomo è quello di ogni uomo e dell’umanità intera, che in lui si ricapitola.

Ogni tempo ha un suo valore definitivo, perché è legato strettamente al mistero di Gesù: La sua venuta passata determina la nostra fede, quella futura la nostra speranza e quella presente la nostra carità.

Per l’intelligenza è più importante il passato, per la volontà il futuro: ambedue però si congiungono nel presente e danno significato e senso ad ogni nostra azione umana.

La venuta del Figlio dell’uomo non è qualcosa di tremendo: è il compimento di ogni desiderio, l’incontro con il Signore!

Gli sconvolgimenti cosmici, la nostra stessa morte, sono eventi naturali, il loro carattere tragico è dovuto al nostro peccato. In realtà noi andiamo incontro a colui che viene a darci il Regno ed è il fine stesso della creazione: ci aiuterà a scoprire e stimare  “il malfattore che muore in croce”.

Il male che subiamo e non facciamo ci associa alla passione del Signore: la sua croce è seme di risurrezione. Il malfattore vedrà il re vicino a se sul patibolo; Stefano mentre viene giustiziato, vedrà il Figlio dell’uomo: il discepolo sa che nella morte gli si è fatto vicino il Signore della vita, per questo conduce una vita che non è più schiava della paura della morte. Allora il credente, libero dalla paura di chi può uccidere il corpo, ma non l’anima vive con serenità seguendo il Signore passo, passo.

Il Figlio dell’uomo che viene  è il Signore che mi ha amato e ha dato se stesso per me, che mi ha amato quando ero ancora peccatore … e Gesù davanti al Sinedrio – se ricordate – dirà proprio che il Figlio dell’uomo starà seduto alla destra della potenza di Dio: chi condannerà questo figlio dell’uomo proclamerà la potenza e gloria grande del suo amore per noi.

Noi aspettiamo che l’amore rivelato sulla croce tolga definitivamente il suo velo e conquisti tutti gli uomini sino agli estremi confini della terra; e noi, se saremo veri testimoni, aiuteremo questo svelamento per noi e per ogni uomo: allora la storia avrà raggiunto il suo compimento.

Il fine del mondo, non la sua fine, è l’attesa della manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo.

26 Novembre 2020
+Domenico

Sarete odiati tutti a causa del mio nome

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 21, 12-19)

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Abbiamo tutti letto fin dai primi anni di catechismo di martiri, di gente che ha dato la sua vita per testimoniare la fede in Dio, l’amore di Gesù Cristo per tutti gli uomini, la conduzione di una vita integra nei suoi valori … i primi tempi della Chiesa furono tempi di testimonianze fino al sangue!

 Oggi però non è cambiato molto … siamo costretti a vedere ancora il dilagare di una cattiveria senza confini: Cristiani vengono uccisi solo perché sono cristiani, solo perchè “vanno in Chiesa”; Esistono piani di sterminio calcolati a tavolino e attuati senza pietà: vengono rase al suolo chiese, cancellati tutti i segni di una fede anche millenaria, per far scomparire ogni traccia di ricerca di Dio, per avere una piazza su cui fare i propri affari senza nessuno che metta un seme di dubbio nella cattiveria e nell’ingiustizia che copre gli interessi di una dominazione assoluta.

E assistiamo però anche a un coraggio indomabile: a persone che sanno perdere tutto, per salvare la propria fede in Dio, che non è un fatto intimistico, ma deve essere conosciuto da tutti e provocare cambiamenti di vita, avviare cammini di bontà.

E’ il mistero della grandezza di Dio: “Vi perseguiteranno, metteranno le mani su di voi, vi trascineranno in tribunale, vi giudicheranno, non sapranno guardarvi negli occhi, crederanno di farvi paura…”

L’odio contro il credente deve essere solo a causa del suo nome, non per altri motivi, come, per esempio, quando ci stiamo occupando solo per una nostra fetta di potere, di sopruso o di supremazia.

Ma Io – dice Gesù sarò sempre lì con voi: quel Gesù che hanno messo in croce duemila anni fa è sempre di nuovo portato al supplizio nelle vite dei cristiani … e questi hanno una forza indomabile: “Vi metto io in bocca le parole, vi do io la forza di sopportare l’esilio, il nascondimento, la perdita dei vostri diritti, la lacerazione dei vostri legami di affetto”.

E’ un mistero di dolore che noi cristiani benestanti e benpensanti facciamo fatica a capire. A noi l’essere cristiani non costa niente, ci stiamo adattando a tutto, viviamo di compromessi, abbiamo addomesticato il Vangelo e forse lo usiamo per coprire la nostra ignavia e infedeltà.

Il nostro è sempre il tempo in cui il Vangelo ci porta a riflettere sulle realtà ultime, sul giudizio, sulla tenuta della nostra fede; ci è chiesto oggi un minimo: la solidarietà, il sentirci con questi nuovi martiri che rinforzano la nostra fede, un corpo solo, il corpo martoriato di Cristo, destinato sempre alla risurrezione, unito nella preghiera e nella speranza. 

Si può essere martiri espliciti per la nostra fede, ma anche perché paghiamo con la vita la nostra dedizione al prossimo, la difesa del debole, la possibilità di una vita più umana per tutti … ma non temiamo quelli che possono uccidere il nostro corpo, la nostra vita è presso il Signore: chi ci fa del male invece di separarci da Lui, ci mette più vicini a Lui … e così possiamo contemplare il suo volto come santo Stefano, lapidato e fatto testimone imbattibile.

25 Novembre 2020
+Domenico

Finisce un mondo, ma non è la fine del mondo

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 21, 5-11)

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Spesso si legge nei Vangeli una serie di descrizioni che noi diciamo “apocalittiche”, dando alla parola apocalisse il senso di un disastro (così per esempio diciamo che la pandemia è apocalittica) … Apocalisse invece significa “rivelazione di una cosa ignota”.

Le parole riferite da Luca che dice Gesù rivelano non qualcosa di arcano e occulto, ma il senso profondo della nostra realtà presente, e ci tolgono il velo che le nostre paure e i nostri errori ci hanno messo davanti agli occhi … e ci permettono di vedere quella verità che è la parola definitiva di Dio sul mondo.

Facciamo pace allora con un’altra parola, un’altro termine, “escatologico”, che significa la parola ultima definitiva.

Il linguaggio apocalittico è molto colorito a tinte forti, paradossale … del resto la nostra vita, se guardiamo anche la nostra pandemia non è fatta di cose paradossali?

L’intento del Vangelo è quello di mostrare che si sta andando non verso la fine del mondo, ma il fine della vita: si dissolve il mondo vecchio e se ne instaura uno nuovo.

Gesù vuole togliere le ansie e gli allarmismi sulla fine del mondo che fanno solo danno alla vita dell’uomo: se ne inventano di tutti i colori, si profetizzano date che poi puntualmente non si avverano, si crea paura tra la gente …

Gesù offre l’alternativa di una vita che si lascia guidare dalla fiducia in Dio Padre, in un atteggiamento di dono e di amore che ha già vinto la morte.

Il capitolo 21 di Luca, che proclameremo nelle celebrazioni eucaristiche di questa settimana, ci aiuta a non fare confusione e a metterci in sereno e fiducioso ascolto della volontà di Dio sulla vita del mondo.

Il primo passo di una fine del mondo vecchio è la distruzione del Tempio di Gerusalemme e quindi la nascita di un nuovo modo di incontrare Dio, è l’inizio – se possiamo dire così – del “tempo dei pagani”: una nuova pagina della storia della salvezza aperta ora a tutti, che però è preceduta da segni di grande dolore e distruzione, che Luca mentre scrive il Vangelo ha già potuto vedere.

Quel non resterà pietra su pietra, che ha detto Gesù in maniera precisa, non è un modo di dire, ma la fotografia di una vera distruzione.

Facciamo memoria di alcuni elementi concreti: il Tempio, costruito da Erode che ha impiegato 100.000 operai e 1000 sacerdoti come muratori per le parti più sacre, è iniziato nel 20 a.C. e finirà solo nel 64 d.C. – pensate – sei anni prima della sua distruzione, avvenuta nel 70 dopo Cristo, dopo una rivolta sanguinosissima dei giudei iniziata nel 66 .

Giuseppe Flavio, secondo un calcolo un po’ gonfiato, scrive di 1.100.000 giudei uccisi e 97.000 fatti schiavi.

Le guerre e le rivolte sono come le pietre miliari della storia: non sono volute da Dio, ma dall’uomo, sono il più grande male, continuano il peccato di Caino! Per questo sono segno della fine già presente nel quotidiano. Il discepolo le deve vivere come appello urgente alla conversione e luogo in cui esercitare misericordia, come il suo Signore.

Sia la morte di Gesù, come la distruzione del tempio, sono sì la “fine del mondo”, ma non come lo pensiamo noi: sono il giudizio definitivo di Dio che offre salvezza a tutti. Allora il presente è allora il tempo della pazienza, della conversione; per gli apostoli è il tempo dello sradicamento da Israele e l’apertura a un nuovo mondo, non legato al Tempio, ma a Gesù ucciso, annientato, morto, ma risorto.

E’ finito quel tempo e comincia definitivamente il nuovo con tutti i dolori di una fine, ma anche con tutte le speranze di una vita nuova.

Quante “fini” fanno parte delle nostre esistenze: pensiamo alla pandemia che si inscrive nelle nostre carni, nei nostri affetti, nelle nostre opere e mette la parola fine a tante nostre esistenze, ma anche a modelli di vita sbagliati.

Sta finendo un mondo – continua a ricordarci papa Francesco – ne deve nascere uno nuovo e ogni uomo è chiamato a conversione come lo furono i cristiani di quei tempi, gli stessi giudei e romani.

Noi pensiamo sempre che possiamo tornare come prima, ma un mondo vecchio sta morendo e noi ci dobbiamo convertire a un nuovo modo di vivere, da Fratelli, tutti – direbbe Papa Francesco.

Invece quindi di farci la domanda quando sarà la fine, iniziamo a comportarci per un vero cambiamento dei modelli del nostro vivere, altrimenti non solo non resterà pietra su pietra, ma la nostra casa comune, la terra, produrrà solo veleni e morte.

24 Novembre 2020
+Domenico

Due donne inquadrano l’insegnamento e il testamento di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 21, 1-4)

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Abbiamo sempre bisogno di sintesi … delle nostre conoscenze, delle nostre esperienze, sia solo umane e concrete, ma soprattutto spirituali e determinanti la nostra esistenza.

I Vangeli sono sempre una  miniera di doni che Dio ci fa se lo vogliamo contemplare e dare alla nostra vita un respiro sempre più ampio e più veramente umano.

Se volessimo fare una sintesi del messaggio di Gesù, Luca,ci aiuta a farla così: pone all’inizio della sua vita pubblica la figura di una donna ammalata – la suocera di Pietro – che viene guarita e si mette a servire, e alla fine prima di affrontare la Croce, prima di fare discorsi che preludono al futuro del mondo e della storia, ci presenta un’altra donna: una povera vedova che getta nel tesoro del tempio due monetine, che sono il tutto della sua vita.

Il maestro se ne va, ma non ci abbandona ci lascia questa povera donna che continua a tenerci la lezione fondamentale del Figlio dell’uomo: la sapienza del Vangelo è diversa da quella degli scribi, appena fotografati prima nel loro gettare monete risuonanti nel tesoro del tempio, magari anche con un codazzo di ammiratori: il loro sapere è funzionale all’avere e al farsi notare, al ritenersi primi davanti alla gente e al Signore e quindi affermano la loro potenza; la vedova invece afferma la grandezza e la signoria di Dio sulla sua vita e sulla vita del suo popolo: rende a Dio quello che è di Dio, perché quelle monete sono tutta la sua vita e la rimette nelle mani del Signore.

In questa figura di donna  si manifesta il vangelo vivo, il buon profumo di Cristo che diffonde nella storia la tenerezza di Gesù: queste due donne che non contano, rappresentano il principio e il fine del suo servizio fatto all’umanità, riconoscono con il servizio e il dono della vita, il loro Signore che per primo ha dato la vita e l’ha posta al servizio dell’umanità. La potenza del verbo di Dio si sposa con la povertà della vedova e non ha  nulla a che fare con la sapienza dei ricchi.

I discepoli di fronte a questi fatti concreti sono chiamati a scegliere: interesserà a loro ciò che prende valore agli occhi degli uomini o ciò che vale agli occhi di Dio? Diventeranno padroni della fede delle persone cui annunceranno il Vangelo o collaboratori della loro gioia?

Non posso qui non ricordare che il mio motto episcopale è proprio “collaboratori della vostra gioia”, scritto in italiano, anche se non è secondo il linguaggio araldico. In latino però avrebbe tradito il vero senso del Vangelo, sarebbe stato “adiutores gaudii vestri”, aiuto della vostra gioia e non collaboratori come dice il testo greco.

Mi serve spesso ricordarlo per esaminarmi e chiedere perdono a Dio se non ho sempre realizzato il mio motto.

Insomma Luca ci vuol dire che alla scuola dei poveri e degli ultimi, frequentati con assiduità e devozione da veri discepoli, la chiesa impara come conoscere e riconoscere il maestro buono: l’unico Signore della vita di ciascuno.

Al posto del sacerdote del tempio che doveva annunciare a tutti la quantità dell’offerta e l’intenzione, Gesù stesso guarda, valuta, stima e dichiara il valore, la consistenza e l’intenzione di quanto essa – questa donna – in silenzio ha gettato nell’ultima delle cassette schierate per raccogliere le offerte.

Questa donna è la personificazione della sapienza del Vangelo, opposta alla stoltezza mondana: è l’amore che vince l’arraffare egoista degli scribi e dei farisei e, Dio non voglia, del nostro arraffare.

23 Novembre 2020
+Domenico

La vita è eterna e continua prima, durante e dopo ogni pandemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 20,27-40)

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In questi tempi di pandemia le domande che ogni tanto ci facevamo diventano invece ora assillanti. Da sempre ci siamo chiesti: che c’è dopo questa nostra vita terrena?  Possiamo penetrare questo al di là o dobbiamo accontentarci di vivere di congetture, di ansie, di desideri, di attese? Oggi queste domande diventano più drammatiche si cementano dentro le nostre “tute protettive” e ci sembra di essere soli a rispondere.

Sono le domande che facevano a Gesù anche i suoi contemporanei: Lui parlava di regno di Dio, Lui si diceva collocato entro questa grande intimità con Dio Padre; Gesù doveva allora saper dare risposte a questo assillo della verità ultima della vita.

C’è una grande verità nella vita umana che ci può far impazzire di gioia o di paura: dal momento che siamo nati, noi non potremo non esserci per sempre; è iniziato qualcosa nell’universo quando i nostri genitori ci hanno concepito, questo qualcosa è qualcuno, e questo qualcuno non potrà più essere cancellato.

La vita che sperimentiamo su questa terra è solo un piccolo inizio di una eternità!

Ebbene il nostro futuro è una vita senza fine: La risurrezione traccia il confine tra i giorni che possiamo contare … spesso nel dolore, talvolta nel male, sempre nella fatica … e i giorni senza fine di una vita nuova. Sì! perché la fede cristiana è fede in una vita piena in Dio per ogni persona cui giunge il suo amore in Gesù.

Ma chi ci crede? Ma come è possibile? Ma ci siamo proprio noi o una biblioteca o videoteca con i nostri ricordi? Ma come fa Dio a raccattare tutti i pezzi in cui ci stiamo dilaniando? Ti pare possibile che ci sia un posto in cui ci stanno tutte le persone vissute, viventi e che vivranno?

Insomma … tentativi di ridicolizzare la vita futura li hanno fatti anche a Gesù quando gli hanno chiesto di chi sarebbe stata moglie in Paradiso la donna vissuta con sette fratelli maritati e morti  uno dopo l’altro: sembrava proprio un caso insolubile che rendeva ridicola la credenza di una vita futura bella, giusta, riuscita … ma Gesù come sempre fa fare un salto di qualità, offre la possibilità di un colpo di ala: il futuro, il paradiso, la pienezza della vita in Dio non è l’aggiustamento dei cocci della nostra fragile esistenza, non è un faro nella nebbia, non è un compromesso, una improbabile mediazione che da ragione a tutti e a nessuno, è una vita piena nel Signore!

Lui darà risposta piena alle ombre di amore che nelle nostre vite “tentavano” di imitare la sua luce, lui darà forza definitiva che sorpasserà ogni nostra debolezza, lui riempirà la vita di tutti fino alla sazietà. L’amore di due sposi qui è appena all’inizio, l’amore di due genitori qui si trova impigliato sempre tra dedizione e sconforto, tra generosità e dubbio. Si semina un corpo mortale, debole, fragile, corruttibile, dirà San Paolo, e risusciterà immortale, fresco, forte, felice.

San Giovanni pure si cimenterà con queste attese: siamo figli di Dio e non riusciamo a immaginare che cosa grande, sorprendente è godere della gioia del Padre: “Figlio tu sei sempre con me, quello che è mio è tuo”, diceva già il padre misericordioso al figlio che non sapeva cogliere la bontà di suo padre che avrebbe dovuto riempirgli la vita.

Dio riempirà oltre ogni misura la nostra vita e questo ci basta: Quel cielo cui siamo destinati non è vuoto e può ogni giorno dare alla nostra terra la forza di viverne in pienezza l’attesa.

La pandemia non può cancellare tutto questo, anzi ci allena a nutrire la vita con gli elementi più veri di noi: la solidarietà per vivere e non la lotta per la sopravvivenza; il volere il bene dell’altro, perché in pratica è voler bene a se stessi; aver cura di noi e cura di tutti, aver cura del Creato in cui siamo chiamati a vivere per il bene di tutti; pensare a un mondo per tutti e non a muri protettivi solo per la parte di ciascuno.

La festività di oggi che pone al centro della preghiera e della contemplazione è la Presentazione di Maria al Tempio, una festa che colloca Maria nella discendenza del popolo di Abramo e nel progetto grande di Dio che l’ha scelta senza peccato per diventare la madre di Gesù che con il suo “si” diventerà la sua appassionata scelta, non priva di dolore, della sequela di Gesù, fino alla croce, fino a quella spada che le trafiggerà l’anima.

21 Novembre 2020
+Domenico

La vita buona del vangelo è una ragnatela o una scelta coraggiosa?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 45-48)

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Capita a tutti qualche volta di sentirsi avviluppati da una ragnatela che non ti permette di muoverti, di sentirti imprigionato in una situazione da cui vorresti liberarti e che invece ti soggioga sempre di più: talvolta è una esperienza affettiva in cui sei coinvolto e perdi l’uso della ragione; ogni tanto hai dei momenti di lucidità, ma subito ritorni nella confusione. Percepisci il disordine, ma non riesci a liberarti; intuisci l’errore, ma le maglie della avventura si sono fatte di acciaio: è la situazione di chi si trova impigliato nella mafia, o in qualche racket, di chi è dentro la droga o la malavita.

Per uscire occorre avere coraggio: vedere chiaramente la situazione e buttarsi a corpo morto in un futuro diverso!

A Gesù non è capitato mai di essere privato della sua libertà, ma ha visto tanti uomini prigionieri del male e ha fatto di tutti per liberarli: un giorno passa nel tempio, la casa di suo Padre, la casa in cui deve regnare la pace, la serenità, l’amore, l’abbandono fiducioso, il linguaggio della confidenza, il luogo in cui puoi stare cuore a cuore con lui … ma lo vede – questo luogo – trasformato in un mercato, in una spelonca di ladri, in un luogo dove prevale la sopraffazione, l’imbroglio, dove l’idolo è l’affare e Dio ne è il piedestallo. Il pio ebreo veniva dalle sue terre di fatica per incontrare Dio e si trovava a barattare la sua stessa vita e la sua religiosità.

Gesù reagisce: la ragnatela dei benpensanti non può osare oltre, pena il cancellare dai cuori dei semplici la speranza che era venuto a portare … e manda all’aria cambiavalute e mercanzie, offerte da vendere e offerenti tignosi.

Dio vuole essere servito da preghiera e da lode, non da affari e da commerci!

Si stava firmando la sua condanna, perché se tocchi i soldi ai potenti finisci sempre male: la gente semplice è abituata a farsi derubare, ma il potente no … infatti tutti questi cercavano di mettergli le mani addosso, ma i poveri, la gente pendeva dalle sue labbra e gli faceva scudo morale.

A troppe cose noi ci “abituiamo”, non solo ingoiamo moscerini, ma serpenti interi: ne va della sincerità della nostra vita e della passione che la deve far brillare.

Gesù con quel gesto ci dà la speranza che si può osare se non si ha paura di pagare. Di fronte alla pandemia saremo costretti a mercanteggiare la salute o il mondo, compresi tutti noi: faremo un salto di qualità e metteremo a disposizione di tutti il “vaccino”, la forza della salute?!

20 Novembre 2020
+Domenico

E se Gesù tornasse a piangere sul nostro mondo (la sua Gerusalemme) malato di pandemia!?

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19, 41-44)

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Ci sono dei giorni in cui stai a guardare il comportamento impazzito di un ragazzo, i giri contorti di un drogato, le abitudini incallite di un alcolizzato, le superficialità di qualche ragazza e dici: dove andranno a finire queste vite? Ne vedi l’esito con assoluta certezza: quello si sfracellerà contro un pilone, l’altro non uscirà più dal giro e lo troveremo senza vita per overdose, l’altro ancora, giallo di cirrosi, l’altra su una strada a vendersi… le previsioni non hanno niente di miracoloso: vorresti intervenire, lo fai pure, ma la libertà mal usata, l’incoscienza prevalgono.

Gesù prevede che capiteranno cose brutte anche di Gerusalemme: Lui è in questa santa città a supplicare la gente di cambiare, di ritornare a Dio perché tutti lo hanno abbandonato. Gli urge come passione travolgente e incontenibile il progetto di Regno di Dio, stabilito nella Trinità: è venuto a portare un fuoco sulla terra e vorrebbe che bruciasse tutto il male che c’è nel mondo, ma chi può e deve dare esempio al popolo lo osteggia, lo ritiene un esaltato, tiene di più al proprio potere che al futuro del suo popolo.

Non è così Lui, che prevede la sua morte e la distruzione di una civiltà che si allontana da Dio: e Gesù piange sul futuro della sua città! Il pianto di Gesù non è frustrazione, non è delusione o gettare la spugna, è amore per una libertà buttata, è desiderio di mettersi al posto di chi sbaglia per pagarne lui le conseguenze.

Fra poco salirà su una croce, vedrà compiuto il disegno di riportare l’uomo a Dio, ma non potrà andare mai contro la libertà degli uomini: continuerà a richiamare la bontà di Dio, difenderà tutti dal maligno, dalla vittoria del male sul bene; lotterà ogni giorno della vita del mondo perché ciascuno riconosca il passaggio della sua visita nella vita di ogni persona. Chiamerà altri a fare la sua parte nel mondo.

Il mistero del male ci sarà sempre, anche se non vincerà, perché Lui ha vinto il mondo.

Proviamo a immaginare Gesù, che si aggira in questi giorni per le nostre città in preda alla pandemia che ci avvelena la vita e distorce il futuro. Gesù piange sui nostri egoismi, sullo sfruttamento del disordine ai fini diabolici dei violenti di ogni tipo e ideologia, sull’abbandono in cui sono lasciati i più poveri, sul “si salvi chi può” di noi benestanti rispetto a un coinvolgimento di tutti nella solidarietà, sia delle nostre colpe che hanno causato la pandemia e la mancanza del nostro mutuo aiuto che tarda a farsi strada percorribile dalle persone sole.

Nella nostra storia ci sono stati sempre pianti di persone buone che hanno guadagnato alla bontà i malvagi, al pentimento i peccatori, alla saggezza e al rinsavimento gli assassini.

Gesù piange su Gerusalemme, perché sa di doverla cambiare in una città santa, la nuova Gerusalemme, quella eterna e indistruttibile, ma invita noi ad appassionarci alla vita di chiunque sta su strade pericolose per aiutarli a cogliere in Gesù un amore garantito, una speranza contro ogni disfatta, una bontà che nessuna pandemia può cancellare.

19 Novembre 2020
+Domenico

Siamo di poca fede; tu sei sempre il nostro amato Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

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Ci capita spesso di partire decisi, spavaldi, senza calcoli, convinti e poi perdere ogni ragione valida del nostro percorso: restiamo fermi a metà strada, perdiamo ogni stimolo, cerchiamo invano motivi, ci sentiamo vuoti e ci blocchiamo … è il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.

Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri.

A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare: solo la fede in Gesù lo sosteneva! Ma a poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede.

Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto; siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze … allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia.

E’ come quando si imparava a usare la bicicletta, ricordate? Si abbassava lo sguardo ai propri piedi sulle staffe e si perdeva l’orizzonte e l’equilibrio. 

Pietro forse voleva “tentare” il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui.

La fede – però – non è una “quantità”, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci viene mai sospesa.

In questa pandemia che ci affligge, vorremmo anche noi avere lo slancio di Pietro, ma anche il necessario aiuto, forza, sostegno, coinvolgimento di Gesù nella nostra vita spesso disperata e penso soprattutto a chi è in terapia intensiva.

Signore, stendi la tua mano su tutti noi! Siamo tutti gente di poca fede, di tentennamenti, di paure, di chiusure su noi stessi: dacci lo slancio dell’abbandono tuo nelle braccia del Padre, dacci la certezza che fuori dalle tue braccia non cadremo mai.

La festa delle basiliche dei santi Pietro e Paolo ci leghino ancora di più alla roccia che è diventato Pietro per la tua Chiesa.

18 Novembre 2020
+Domenico

Lo voglio vedere anch’io questo Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 19,1-10)

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Qualcuno crede che sulla sua vita sia già stata detta l’ultima parola. Sicuro, tranquillo, incallito … so quel che devo fare, ho sentito tutti: preti, politici, santoni, fattucchiere … ho un abbonamento agli oroscopi e mi sono fatto una mia concezione della vita. Di questi nostri tempi è bene non esaltarsi, mantenersi né troppo caldi né troppo freddi, tirarsi fuori e farsi i fatti propri: le leggi vanno interpretate, un po’ furbi bisogna esserlo, altrimenti lo sono gli altri meglio di te e ti silurano. Sono anche disposto a pensare che in questa situazione si goda anche di una certa serenità: non è detto che la coscienza si faccia sentire, l’hai talmente addormentata che non dà più segni di vita.

Zaccheo, un borghese piccolo piccolo, di statura pure, doveva essere questo nostro autoritratto: probabilmente piccolo e tondo, un “pallone gonfiato”; lui è esattamente l’opposto del fariseo, del giusto, del regolare, del bravo ragazzo, della persona per bene che osserva  una vita del tutto semplice. Lui ha abbandonato la norma, si è costruito il suo giro di amici, i suoi affari; le strade che percorre non sono quelle normali di tutti: spaccia, si buca, ruba, si nasconde, l’orario della vita glielo detta la necessità di procurarsi la grana e come spenderla e farla spendere, glielo detta tutta quella serie di appostamenti che uno deve fare per vivere di sostanze. E’ dentro un giro da cui non si esce facilmente: ha il suo tam tam, le sue indicazioni, legge i cartelli in cui c’è scritto “Dio c’è” e si apposta. E’ una vita parallela: non va certo in parrocchia.

Non c’è proprio più niente da fare, ha trovato pure il suo dio: l’uomo nella prosperità non comprende – dice il salmo – è come gli animali che periscono.

Ma, grazie a Dio, gli nasce in cuore una vanità: “di questo Gesù parlano tutti, io non ne ho proprio bisogno, ma voglio vederlo. Purtroppo non fa concerti, perché mi prenderei facilmente dei biglietti in prima fila, con tutti i soldi che ho. Non è del mio tipo da quello che ho sentito dire, anzi mi pare un po’ fuori di testa per quel che dice; ma lasciatemelo vedere”.

Due elementi mette in chiaro il Vangelo in questa sua “ricerca”, due difficoltà: era piccolo di statura e c’era molta folla; due difficoltà collegate e, se leggiamo i vangeli come una cronaca la salita sull’albero è una buona scorciatoia per risolverle; ma se il Vangelo è pieno, come lo è sempre, di simboli, possiamo analizzare e dare significati più profondi anche per noi a queste difficoltà.

Era “piccolo di statura”: fosse l’essere piccolo del Vangelo, cioè affidato completamente alla bontà di un papà, allora sarebbe un titolo di privilegio per essere amati da Dio, ma qui la piccolezza è piccineria, è non avere slancio, è tutto quell’insieme di elementi che non ti permette mai di alzare lo sguardo, è adattarsi al ribasso, è avere la testa incapace di generosità, di gratuità, di gratitudine; è la piccineria di chi si gonfia come un pallone, non si sviluppa mai in altezza, ma si allarga e non passa più da nessuna parte.

L’altro Non poteva per la folla: se sei piccolo di testa e di cuore, sei vittima dell’opinione di tutti, ti fai condizionare dalla moda, da quel che dicono gli altri, non c’è il minimo di indipendenza. I tuoi amici del pub ti determinano la vita, per far piacere a loro non prendi nessuna decisione, non hai il coraggio di tirarti fuori dal mucchio, ti nascondi sempre dietro l’idea dominante: il piercing ultimo grido, il tatuaggio d’obbligo, la furbata al supermercato, la rimorchiata da raccontare, il pestaggio da fare. Credi di essere indipendente, moderno, libero, invece non riesci a decidere niente se non hai l’indice di gradimento della “folla” degli amici della compagnia, che, quando sei col morale ai tacchi, ti scarica o si diverte con te facendoti ubriacare.

E lo vede: sale su un albero, una tribuna naturale, e comincia già a sentirsi appagato … non c’è niente di nuovo!

Ma ora è Gesù che lo vede: alzò lo sguardo, con quello sguardo che ti lacera dentro e gli dice: lo spettacolo è finito, adesso sono io che voglio vedere te fino in fondo.

Il resto è quello che tutti in fondo sogniamo per la nostra vita, una gioia senza fine e senza merito, una vita che cambia radicalmente: “Do la metà dei miei beni a poveri e quattro volte tanto a chi ho frodato”.

Alla sua vita mancava solo Gesù, come spesso manca alla nostra.

Anch’io voglio vedere Gesù.

17 Novembre 2020
+Domenico

Dio lo devi cercare anche con le unghie anche con le unghie.

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,35-43)

Audio della riflessione

Si racconta nelle storie dei guru, di questi maestri di spiritualità, che c’era un giovane, bramoso di avere risposte a domande impossibili che continuamente rivolgeva a se stesso, a chi incontrava con passione, con ingenuità, talvolta quasi per scherzo.

Il desiderio che più lo assillava era poter vedere Dio: “Fammi incontrare Dio”, diceva al guru, “Me lo puoi mostrare tu che sembri uno che lo fissa tutti i giorni negli occhi?”. E il guru, con quel suo atteggiamento di estraneità a tutto quel che si muove, come sempre tace, lascia il giovane nelle sue domande.

Un giorno mentre fanno il bagno nel fiume, il guru quasi preso da un raptus, con mossa fulminea prende il giovane per il collo e lo costringe sott’acqua: il giovane si dibatte, tenta di divincolarsi, scalcia, si difende finché il guru vistolo all’estremo delle sue possibilità di respirare, allenta la presa e lo fa riemergere.

Il giovane meravigliato, dopo aver ripreso la possibilità di respirare chiese al guru: “Perché mi hai fatto questo scherzo?”.

“Vedi”, rispose il guru: ”Dio ti si darà a vedere se lo saprai desiderare più di quanto desideravi l’aria quando stavi per affogare”.

E’ ciò che è capitato a un cieco che ha incontrato Gesù a Gerico.

Stava lì a mendicare ai bordi della strada, come capita tante volte a noi di mendicare ai bordi della vita: che cosa andremo a mendicare anche oggi? Quali affetti, quali successi, quali beni cercheremo petulanti, senza accorgerci che guadagneremo solo piccole schiavitù?

Ebbene il cieco stava a mendicare: sente dire che si sta avvicinando Gesù, ne ha sentito parlare; Forse il suo mendicare non è stato del tutto inutile alle grandi speranze che coltivava; mentre gli dava la possibilità di vivere, gli permetteva di sognare, di aprirsi alla speranza. Aveva sentito parlare di Gesù: si sarà detto tante volte ” Se potessi incrociarlo!… Figurati se sarò così fortunato! A me non ne va bene una!”. Invece il vociare che sente è di quelli che fanno capire che c’è qualcuno, qualcosa: è lui, quel Gesù che tutti dicevano. Allora non capisce più niente, si mette a urlare. Non contano coloro che vogliono zittirlo, quelli che prima gli hanno acceso una speranza dicendogli che Gesù passava e adesso gliela vogliono spegnere.

Quella, certo, è l’unica possibilità che gli è data. Dio ti si darà a vedere solo se lo desidererai più dell’aria. E Gesù si fa incontrare. Gli dice: ”La tua fede ti ha salvato”, la tua cocciutaggine, la tua disperazione aperta…

Vivere mendicando è troppo normale, urlando lavoglia di incontrare la vita, la nostra ricerca di senso è meglio; se poi è una preghiera urlata a Dio è la certezza di fare centro. Smollati qualche volta di più, abbi l’umiltà di chiedere, di pregare, di urlare la tua paura, la tua sofferenza a Dio, la tua ricerca di luce della vita, la tua ricerca di indipendenza …

16 Novembre 2020
+Domenico