Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

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Non sono rare le giornate in cui ci capita di non farcela più, in cui sembra che tutti si accaniscano contro di te, oroscopo compreso: hai proprio giù la catena, vai in depressione, si accumulano proprio tutte le contrarietà.

Allora si ricorre ai rimedi: mandare al diavolo tutti, ma sposti soltanto il problema e inaridisci il cuore nella solitudine; qualcuno si ubriaca, ma poi si trova peggio di prima con il mal di testa pure; altri, si impasticcano o si danno ai tranquillanti con il risultato alla fine di sentirsi degli zombie.  

Tanti nostri giorni che passano su orizzonti chiusi senza mai capire dove siamo, verso che cosa andiamo, adattati al ribasso, ripiegati su noi stessi, in un vicolo chiuso, ciechi noi stessi perché non vogliamo o non possiamo vedere al di là del nostro interesse, della nostra passione, del nostro calcolo. 

“Gli squilibri di cui soffre il nostro mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo” ci dice il concilio (Gaudium et Spes 10): non è neanche una vita in bianco e nero, è solo tutto grigio. 

E’ grigia la nostra vita quando non siamo capaci di uno sguardo di speranza, perché ci sembra tutto scontato; è grigia quando non abbiamo voglia di uscire da noi stessi, quando leggiamo con odio le differenze, quando lo studio è ridotto a penitenza da fare per sopravvivere, quando gli amici sono solo da usare e da sfruttare; quando la noia ci toglie desideri di bontà; quando ci lasciamo andare a cattive abitudini che ci ingabbiano nel vizio, quale esso sia, una prigione da cui non vogliamo uscire.  

Gesù dice: “venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro.”

Traduciamo: quando non ce la fai più, io ci sono; quando ti sembra che tutto crolli io non cedo; quando sei disperato, io sono il tuo futuro; quando ti sembra che non ci sia un cane a capirti, prova a passare da me e vedrai che io non ho altro da fare che accoglierti, rinfrancarti.

Gesù era la consolazione dei poveri che incontrava, era il segno della bontà di Dio per chi provava solo rimorso, era l’oasi per ogni deserto di emozioni.  

Ecco: “Dal Cuore di Cristo  il cuore dell’uomo impara a conoscere il vero e unico senso della sua vita e del suo destino, a comprendere il valore di una vita autenticamente cristiana, a guardarsi da certe perversioni del cuore umano, a unire l’amore filiale verso Dio con l’amore del prossimo” (Gaudium et Spes 22). 

Si tratta ancora oggi di fissare lo sguardo adorante sul mistero di Cristo, Uomo-Dio, per divenire uomini e donne di vita interiore, persone che sentono e vivono la chiamata alla vita nuova, alla santità, alla riparazione, cioè a questa sorta di cooperazione apostolica alla salvezza del mondo.  

Se vogliamo prepararci e dedicarci alla nuova evangelizzazione – come ci invita Papa Francesco e invita tutti i Cristiani, tutti i laici, i preti, tutti gli operatori pastorali – dobbiamo riconoscere il Cuore di Cristo come cuore della Chiesa, e comprendere che il cristianesimo è la religione dell’amore.

Il Cuore del Salvatore invita a risalire all’amore del Padre, che è la sorgente di ogni autentico amore: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10). 

E Gesù riceve incessantemente dal Padre, ricco di misericordia e compassione, l’amore che Egli prodiga agli uomini (cfr Ef 2, 4; Gc 5, 11): il suo Cuore rivela particolarmente la generosità di Dio verso il peccatore.

Dio, reagendo al peccato, non diminuisce il suo amore, ma l’allarga in un movimento di misericordia che diventa iniziativa di redenzione.  

La contemplazione del Cuore di Gesù avviene oggi nell’Eucaristia: qui, in quel Cuore, cerchiamo l’inesauribile mistero del sacerdozio di Gesù e di quello della Chiesa.  

Come si può trovare in Gesù questo ristoro? “Il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”: Prendi questo peso, rifatti alla mia parola, altro che tranquillanti.

Spesso nella vita ci scrolliamo di dosso la proposta cristiana perché la riteniamo oppressiva, antiliberatoria, pesante, distruggiamo equilibri delicatissimi per mancanza di cuore. 

Ci scrolliamo di dosso quella che ci sembra una croce, che Cristo sempre porta con noi, e andiamo a costruircene di incomprensibili.

La soluzione di tanti nostri affanni è proprio la Sua Parola, la Sua visione della vita; sono le sue beatitudini, ma noi vogliamo scartare Lui per avere la vita.

Possiamo pure non fidarci e sbagliare, ma che cosa ci costa ritornare? Solo il primo slancio per buttarsi nelle braccia di un papà. 

San Giovanni Paolo II non ha mai ceduto a stanchezza, proprio perché sapeva di contare su questo cuore senza riserve e a questo cuore spesso tornava come a casa sua, come in braccio a sua madre, come nel nido della santità. 

19 Giugno 2020
+Domenico

La più bella preghiera di sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

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Pregare è esperienza profondamente umana: fa parte della struttura dell’umanità, del mondo delle relazioni che ogni persona stabilisce, ed è stato giustissimo che Dio Padre, attraverso Gesù, ce ne abbia consegnata una che è insuperabile, anche perché quando la preghiamo, Gesù la prega in noi.  

E’ talmente conosciuto il Padre nostro che val la pena che commentiamo e riflettiamo su come, prima di dirlo, al versetto 7 del capitolo 6 di Matteo, viene a noi comunicata.

Il versetto è soltanto questo: “Così dunque pregate voi”

E’ un imperativo: ci sta dietro una volontà precisa, con tutta l’autorevolezza che la investe; la parolina “così” la contrappone a un modello di preghiera appena descritto, che lascia il tempo che trova: è quella degli ipocriti, dei parolai, di coloro che si fanno vedere a muovere le labbra e a moltiplicare parole, di chi prega per posa per tutt’altri motivi che per rivolgersi a cuore pieno, fiducioso, figliale, familiare, abbandonato totalmente alla iniziativa di Dio, mentre invece cerca di rifarsi con la molteplicità e esteriorità ricercata delle espressioni verbali.  

Non è fatta per piegare attraverso una colluvie di parole Dio ai nostri desideri, ai nostri bisogni, ma è mettersi in ascolto di un papà, il Padre, e accogliere, e che si realizzino su di me, suo figlio, i suoi desideri. 

Sant’Agostino dice che la preghiera è una ginnastica del desiderio – bella questa: il desiderio è una grande qualità dell’umanità, che non produce niente, ma è pronta, aperta ad accogliere tutto.

Tutto ciò che esiste – e Dio è veramente la totalità – non è da fare, ma da accogliere: allora si sviluppa attesa, accoglienza del dono dell’altro, meglio ancora, l’altro come dono, e nemmeno lontanamente una volontà di pretesa. 

L’altra parolina: “dunque”; il dunque ci fa capire – così dunque, ricordate, pregate voi – il dunque ci fa capire che questa preghiera davanti al Padre contiene tutte le altre, le condensa in un dialogo e in un ascolto, un accoglienza definita, decisa. 

Infatti le prime richieste che facciamo nel Padre Nostro sono all’imperativo: vogliamo che il Padre ci dia ciò che Lui ci vuol dare; se Dio è Padre allora lo sia davvero! Noi lo desideriamo non certo quanto Lui, ma sicuramente con tutta la disponibilità orientata soltanto ad immergerci nel suo volere.

Poi, se ricordate, seguono le sette richieste, di cui le prime tre riguardano il grande bisogno che noi qui sulla terra abbiamo di Lui e le altre quattro esprimono il bisogno che abbiamo dei suoi doni, per vivere alla grande, Lui che è il dono grande, e la affermazione solenne che la fraternità e il perdono al fratello – notate – è il luogo necessario per il dono del Padre. 

Così dunque “Pregate voi” : è un classico imperativo, non camuffato da raccomandazioni o condizionali “ma sarebbe meglio che voi pregate” … no, “pregate”, che ha il senso di prescriverci di continuare l’azione della preghiera, che sia presente e continua come la vita che se si arresta muore.  

Questo ordine è di Gesù: noi non avremmo osato mai pregare ordinando al Padre di darci ciò di cui abbiamo bisogno, ma è proprio così che riconosciamo di averne bisogno. 

Allora non ci resta che metterci in preghiera. 

18 Giugno 2020
+Domenico

Conquistiamo un minimo di essenzialità nel nostro vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 16-17) dal Vangelo del Giorno (Mt 6,1-6.16-18)

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«E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà»

Disintossicarsi, mettersi a dieta, svelenire la vita, staccare la spina, fare un po’ di deserto, prendersi una pausa … sono tutte espressioni che dicono come nella vita di ogni uomo ci sia bisogno di un tempo che crea discontinuità con la routine quotidiana e che ci permette di guardare alla vita da un altro punto di vista.  

Sempre infoiati nella stessa cosa delle volte non riusciamo più a capire niente: ma siediti un momento e comincia a vedere da che parte sei venuto e dove vuoi andare!

Siamo sempre noi in ogni momento capaci di dare senso al nostro vivere: non ci possiamo permettere apnee o stati comatosi; però ogni tanto occorre avere il coraggio di collocarsi da altri punti di vista, perché nella vita interviene spesso l’abitudine ad abbassare la guardia, la comodità a dare forza all’inerzia, talvolta anche la passione ad annebbiarci gli occhi, la solitudine a incancrenire atteggiamenti che assolutizzano stati d’animo.  

L’esistenza deve restare aperta alla conversione, al cambiamento del  cuore, alla prova per riportare alla sua brillantezza il metallo prezioso che è la vita.

Dice l’antico testamento “Vieni nel silenzio e parlerò al tuo cuore” – il libro di Osea – e Gesù parla di digiuno, di mettere il corpo in uno stato di attesa inevasa dall’istinto della fame, di controllo della sazietà per accorgersi di un’altra fame, di un’altra sete: è un esercizio che siamo invitati a fare su di noi, non per ridurre la cellulite o il colesterolo – che pure sarebbe cosa utile – ma per ridare allo Spirito il suo compito di guida della nostra esistenza, e allo Spirito Santo di poter “lavorare” con la nostra anima.  

E questo va fatto nella gioia di una decisione e non nella costrizione di una legge, nella certezza di aprire l’animo alla bontà, non nella infelicità di una privazione, nella prospettiva di fare verità nella propria coscienza, non nella preoccupazione di dare una immagine severa di noi.

Il digiuno è un atto di amore a Dio, non è un biglietto da visita per accreditarsi nel mondo dei pii: allora digiuno è privazione a vantaggio di altri, è condividere con i poveri quello che abbiamo perché ce ne priviamo per loro, è riportare la natura ad essere madre per tutti e non un possesso di qualcuno, è riportare il mondo alla sua destinazione per la felicità di tutti e non per la gioia di pochi.

Soprattutto è mettere al centro Dio, lo Spirito, la preghiera, la contemplazione di Lui, e questo che scriviamo nella nostra vita lo viviamo con gioia non solo per noi, ma per ognuno che passi nel mondo delle nostre relazioni. 

Stiamo in pratica leggendo alcuni brani del Vangelo di Matteo, abbiamo incominciato dal discorso della montagna e stiamo andando avanti a vedere quali sono gli elementi fondamentali della vita cristiana, che noi magari approfondiamo in alcuni tempi come la quaresima nel nostro anno liturgico.

17 Giugno 2020
+Domenico

Un altro atto generativo: amare i nemici

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-48)

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«Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Certo l’uomo nella sua esistenza, dotato di intelligenza e di cuore, non vive solo di istinto, non si lascia guidare dal caso: pensa, ha una coscienza, sviluppa il ragionamento, ha in se scritti dal Creatore – diciamo noi che crediamo – atteggiamenti di bontà, di condivisione, di solidarietà.

Ha qualcosa di più dell’istinto insomma: se siamo fatti a immagine di Dio, significa che siamo fatti bene, significa che non è la necessità che ci muove, ma è una scelta libera.

Solo che il peccato, il male, ha inquinato la creazione, ha deturpato e rovinato i sogni di Dio e i comportamenti dell’uomo; da allora se vogliamo una vita bella e felice dobbiamo fare un salto di qualità: non è più sufficiente essere buoni, occorre amare di più; non è sufficiente comportarsi bene tra noi, ma occorre essere buoni con tutti, anche con i nemici: coloro che ci fanno torti.

Se amate quelli che vi amano ma che merito ne avete? Lo fanno tutti: ogni uomo che ha un minimo di buon senso si comporta bene con chi gli vuole bene.

Per il regno di Dio, il buon senso non basta: la legge dello scambio non è sufficiente, il politicamente corretto è troppo poco; il modello di comportamento per un cristiano è la perfezione di Dio Padre.

La meta è altissima, impossibile da raggiungere con le nostre forze; soltanto sorretti dallo Spirito, portati sulle spalle di Gesù, il buon Pastore, è possibile mettersi sulla strada della perfezione e del bene.

Insomma, la tentazione di riportare la vita del cristiano sempre e solo a comportamenti ovvi di buona educazione, di correttezza, di plausibilità umana, è sempre troppo forte: la vita cristiana chiede di più, chiede di perdonare le offese, di morire per gli altri, di affidarsi alla preghiera, di amare oltre ogni misura, di andare controcorrente, di accogliere ogni vita nascente e di vivere ogni momento di sofferenza per amore di Gesù.

La misura è la santità, non la correttezza!

Come facciamo noi, che facciamo fatica ad essere passabili, a fare una vita da santi come la vuole il Signore? Come possiamo far diventare queste osservazioni, queste aspirazioni “vita quotidiana”: ma non tiriamoci giù troppo, ci sono tante persone che questo lo fanno tutti i giorni.

Quelli che seguono i malati che non hanno prospettive di guarigione, lo fanno tutti i giorni!

E’ Dio che opera in noi e il suo Santo Spirito ci dà forza, coraggio, anima, e ci permette anche di trasmetterlo agli altri, di creare una comunità che vive il pensiero, il dettame, e la legge del Vangelo.

16 Giugno 2020
+Domenico

L’altra guancia, sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 38-42)

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La bellezza della nostra vita è data anche dalla creatività e dalla immaginazione che qualificano i comportamenti dei cristiani, e Gesù è sempre capace di sfondare muri costrittivi di comportamenti che ripetiamo tante volte, di situazioni senza altra soluzione, di stranezze cui non daresti nessun futuro e invece sono capaci proprio di crearlo.

Prendiamo il caso citato dal Vangelo: una vecchissima legge dice “occhio per occhio, dente per dente”, è detta la legge del taglione; banalmente: tu mi cavi un occhio? te ne cavo uno anch’io. Comportamento selvaggio e primitivo di una banale normalità nei rapporti di giustizia tra le persone. Con questa legge si è sempre ripetitivi e a un male si crede di saldare il conto con un altro male, invece sono due mali che inquinano sempre ogni vita. 

Proviamo a inserire una variante, tipica e caratteristica dei nostri tempi di esaltante civiltà, di superamento della legge della giungla – perché noi siamo bravi – per portare pace fra le persone: tu cavi un dente a me? Io ti distruggo tutta l’arcata dentaria! Tu mi colpisci la faccia con un pugno? Io ti spacco la testa. Questa è la nostra civiltà? 

Gesù invece introduce un principio rischioso, creativo, eccezionale: tu mi dai uno schiaffo? Io ti presento anche l’altra guancia. O ancor meglio: tu mi rubi il mantello? Io te ne regalo un altro.

A un male si ripara sempre con un fatto di segno opposto, cioè con un bene: solo così si sono rappacificate nazioni e continenti, altrimenti sarebbero stati cancellati dalla geografia … vi ricordate il caso più vasto ed eclatante, l’India, che per piegare il governo inglese che la assoggettava e sfruttava, proclamò una lunga campagna di non violenza, che rese inadatta e inutile a riportare ordine la più grande flotta o potenza di fuoco di quei tempi.

Se poi continuassimo a mettere in evidenza il discorso della montagna, troveremmo che Gesù si è dato al massimo della creatività nei rapporti umani, dicendoci addirittura di amare i propri nemici.

Introdusse poi il perdono, che destabilizzò anche i terroristi delle brigate rosse, quando Giovanni, il figlio di Bachelet ai suoi funerali perdonò i suoi uccisori, togliendo anche a detta di loro la terra sotto i piedi alla violenza già programmata: Ma se questi ci perdonano pure, che stupida guerra stiamo facendo, che nemici ci siamo inventati? 

Col Vangelo siamo in piena pedagogia della creatività: occorre avere un buon sforzo di immaginazione; Gesù ha sempre il coraggio di chiedere risposte nuove a situazioni nuove.

In questo tempo di pandemia che cosa non si è inventata la Caritas per stare con i poveri, gli anziani, i malati; che cosa non hanno inventato i dottori e i ragazzi per inventarsi qualcosa che serviva a dare ossigeno o a rendere più immediato l’intervento del medico.

Quel che è fortemente inventivo è il clima di attenzione a Dio nel fratello: la carità allora diventa una avventura che ci porta di scoperta in scoperta, a dare sostanza all’inventiva dell’amore. 

15 Giugno 2020
+Domenico

Corpus Domini

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-59) 

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Che cosa si fa quando in una città arriva un personaggio importante? Come minimo l’amministrazione pubblica fa pulire le strade, rimette a posto l’asfalto, rimuove i cassonetti dei rifiuti … la gente addobba le finestre, espone i fiori, stende da un capo all’altro della strada strisce colorate … per l’ultimo tratto si adagia un tappeto.

C’è un gesto semplice che ancora oggi è rimasto come segno di grande onore per qualcuno che passa: dei bambini, possibilmente quelli che hanno fatto nell’anno la prima comunione, con dei cesti spargono per terra petali di fiori al passaggio del prete che porta l’Eucaristia nella festa del Corpus Domini, oggi appunto.

In molte città si tratta di un meraviglioso tappeto di fiori – si chiama infiorata – predisposti con cura a rappresentare quadri di vita di Gesù, scene simboliche, rappresentazioni di santi. 

Tutto per un giorno – ancora di meno – tutto per un passaggio. 

È una tradizione secolare che si rapporta al momento più drammatico della vita di Gesù: ricordate quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione? “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Io sono il pane vivo: Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.  

Certo è un discorso è duro da capire, difficile da immaginare: è provocatorio! Dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere; ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia, e con l’amore che sta dietro questo dono.

Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige: è pronto a restare solo.

L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come rapporto con Dio, sia come modo di impostare la propria vita, sia cioè come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggi; e dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: “volete andarvene anche voi? Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso vi chiedo: è un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia degli uomini”.

Quando non sai che strada prendere nella vita: Io sono con te;
quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, Io sono con te;
quando cerchi una speranza vera, Io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo.

I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucarestia per avere speranza in ogni situazione di vita. 

Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.

Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucarestia: Eucarestia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita; mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite di ogni vero cristiano, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze. 

14 Giugno 2020
+Domenico

Le fake news sono parole, magari scritte, ma sono armi letali

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,33-37)

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In Internet, nelle pagine web, nei social, nei giornali circolano in grande evidenza delle “fake news”, che traduco semplicemente in “notizie del tutto false”, inventate o riportate apposta per raggiungere obiettivi che servono a chi le diffonde. 

Esiste  anche il mestierante che è incaricato e pagato da un committente di pubblicare e inventare varie notizie false per gli obiettivi del committente: la notizia falsa è pacchiana e non ha bisogno di argomentazioni per definirla assolutamente immorale, anche se costruita a fin di bene. 

Esiste però una forma più astuta che è quella di colorare le notizie per orientare il lettore o l’uditore a dare ragione alla tesi che un giornale deve difendere o proporre perché è stato editato proprio per questo scopo: colorare è un termine fin troppo benevolo, ma ci sta dietro tutta un’arte del dire e non dire, del provocare sospetti su una persona, dell’esasperare una affermazione o un fatto interpretandolo in maniera non solo soggettiva, ma intenzionalmente in un certo modo per creare discredito, calunnia, condanne. 

I punti di vista diversi da cui guardare la realtà sono utili e necessari, perché ogni persona ha un suo modo di vedere, di interpretare, di sostenere il suo punto di vista, ma spesso non ci si pone alla ricerca della verità o per lo meno non ci si propone una problematizzazione del tema, documentata, dialogata in qualche dibattito, così che dopo l’accesso a queste informazioni e dopo l’uso dei social ogni ascoltatore – o ognuno che li guarda – sia messo in  grado di assumersi la sua responsabilità per una posizione che sposa, difende, e propone. 

Che ci sia una destra e una sinistra in cui sono collocati i giornali è naturale, ma che per principio ogni fatto debba essere colorato di parte, senza un leale confronto, un dialogo alla ricerca della verità o una proposta documentata, è voler  dare spazio alla menzogna. 

Oggi vogliamo sentirci dire e ascoltare il Vangelo che ci dice “il vostro parlare sia si se è si, o no se è no: il resto viene dal maligno”questo maligno è il demonio, il divisore, che nella nostra vita pubblica sta lavorando ed è ascoltato alla grande.

In altri passi del Vangelo si aggiunge: la Verità vi farà liberi“, “sono venuto per rendere testimonianza alla Verità“, “Io sono la Via, la Verità e la Vita“. 

Sant’Antonio, che oggi ricordiamo e torniamo a venerare e a pregare perché ci scampi da questa pandemia, soprattutto dove si sta diffondendo tra popolazioni povere e abbandonate, era un principe della parola pulita, chiara, precisa: un grande predicatore che sapeva stanare dal cuore degli uomini i pensieri malvagi, le volontà delinquenziali, le vendette sanguinose.

Ecco, Sant’Antonio ci aiuti a trovare l’onestà massima nel nostro parlare e nel nostro scrivere. 

13 Giugno 2020
+Domenico

Il peccato di un desiderio insano che si fa progetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,27-32)

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In tempi di buonismo, ma soprattutto di “adattamento al ribasso”, occorre ritrovare la forza di decisioni di vita coerente, tutta d’un pezzo.

A Gesù l’occasione viene dal guardare a una esperienza che si consuma in un minimo di esternazione: uno sguardo, lo sguardo di possesso di un uomo su una donna.

«Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore».

Ricordo che san Giovanni Paolo II un giorno intervenne su questo versetto del Vangelo di Matteo – credo a un Angelus – e ne sottolineò il significato, creando molta discussione anche sui giornali.

Questo desiderio non è l’ingenua meraviglia di Adamo quando vede Eva e che sfocia in quel meravigliato “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa”: non è l’ingenuo fischio del muratore che dall’alto del suo ponteggio non può non fare un complimento, non sempre troppo castigato, alla ragazza che passa; non è l’esaltazione di una possibilità di comunicare, di uscire dalla solitudine del guardarsi addosso, per opporsi alla legittimazione di una sessualità ripiegata su di sé o sul proprio sesso. Qui invece lo sguardo è di possesso, riduce la persona a cosa, ti toglie di dosso il vestito e la dignità: è orientare la propria progettualità, che parte dal cuore, a ridurre le persone a cose.

Il “desiderandola” dopo averla guardata è molto ben descritto – se ricordate – dal comportamento di Davide quando dalla sua terrazza sta a guardare una donna che fa il bagno e progetta di farla “sua”, come dopo avvenne, non solo, ma si trova impigliato in una passione che non riesce a controllare più e gli fa compiere anche l’omicidio del marito (cfr 2 Sam 11).

L’adulterio era già stato compiuto in quella insana passione, fatta di sguardi predatori, di progetti mentali, di pensieri non fermati che ha coltivato in quel “guardandola”.

Il fatto, che poi è diventato un delitto, era già un peccato prima nei pensieri e nel cuore: nei pensieri si traduce in una possessione di sguardi che hanno denudato la donna e posseduta negli intenti; nel cuore, dal pensiero intimo, ma cattivo coltivato, che aveva già allontanato dall’innocenza il re Davide.

Insomma qui non c’è solo istinto, ma progetto: è la tentazione virtuale della pornografia – per esempio – che porta al disprezzo della persona, donna o uomo che sia, al ritenerla solo un oggetto da possedere non certo da amare, all’impiegare la forza della sessualità che è apertura a una relazione di amore verso una persona a un egoismo e a una strumentalizzazione della persona, resa solo oggetto.

Insomma: ti sporca la coscienza, il cuore, l’intelligenza.

La prospettiva nuova che porta Gesù è una scelta radicale, mentre noi più diventiamo adulti, più ci adattiamo e conviviamo con la mediocrità.

Continua – infatti, Gesù nel suo discorso della montagna – “Se il tuo occhio destro ti fa compiere il male, strappalo e gettalo via. Se la tua mano destra ti fa compiere il male, tagliala e gettala via”.

Dio non ci vuol vedere tutti mutilati, questo capiterebbe se fossimo lasciati a noi stessi, ma vuole vedere in noi – e ce ne dà la forza – una impennata di coscienza.

Ma non vi sembra che abbiamo lentamente ridotto il cristianesimo a una sorta di galateo? Qualche giovane non fa mistero e me lo dice con grande candore:” Voi preti quando ci parlate sembrate le nostre mamme: Sta attento qui, non fare quello là, togli le dita dal naso, non mettere i calzini sotto il cuscino, mettiti a posto, datti una regolata, non farmi stare in pensiero …”

Ma è tutta qui la vita cristiana? E’ un insieme di raccomandazioni, è una visione di vita funzionale ad un comportamento tranquillo, a non dare fastidi a nessuno, che ci incasella nel quieto vivere, che non scontenta mai o è qualcosa che ti cambia la vita, che non ti lascia inerte, che non si accontenta di pezzettini, che vuole tutto?

E’ proprio vero! La vita cristiana è esigente, proprio perché la vita è esigente, l’amore è esigente, le persone che incontriamo sono esigenti.

La nostra società sta, forse, perdendo il sapore perché il sale è scipito e la luce è scurita, a meno che il discorso della montagna scavi in ogni persona le energie impensate che abbiamo e faccia in modo che le mettiamo in circolo con decisione.

12 Giugno 2020
+Domenico

San Barnaba: una missione gratuita e urgente

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

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Le nostre giornate spesso sono popolate di messaggi di dolore: le disgrazie fanno subito il giro del vicinato, degli amici, sono proposte con maggior larghezza dai giornali … sembra ci sia una sorta di soddisfazione per dirci il dolore e la tragedia, molto meno per darci notizie belle.  

Per le strade della Palestina invece Gesù voleva che corressero notizie belle, soprattutto la buona notizia, il Vangelo: la speranza per tutti, la certezza che Dio si interessa degli uomini e che è disposto a tutto l’amore possibile per ridare all’uomo la serenità e la fiducia nella vita.

Li mandò a due a due senza altra preoccupazione che di dire, di parlare, di testimoniare, di far capire che nella vita Lui è la svolta necessaria per un mondo nuovo e che ogni uomo è messo in condizioni di dare sapore all’esistenza e di offrire speranza per tutti. 

Siamo tutti un dono di Dio all’umanità, e non soltanto a noi stessi: abbiamo carica di amore sufficiente a salvare il mondo, invece pensiamo di farne calcoli, egoismi, interessi privati.

Siamo sale che dà gusto, ma spesso lo perdiamo anche per noi!

Quello che abbiamo è tutto ricevuto: anche là dove ti sembra di avercela sempre messa tutta, dove ti pare di avere fatto miracoli, devi sapere che è Dio che sta alla sorgente di tutto: è Lui che ti ha dato un cuore, una bocca, una vita da mettere a disposizione.

Abbiamo avuto gratis e non possiamo offrire a pagamento, e il pagamento è di vario genere: può essere togliere la libertà di decisione, come fanno tanti genitori nei confronti della scelta definitiva dei loro figli; può essere una strumentalizzazione ai nostri interessi fatta con i guanti bianchi; può essere un ricatto affettivo … è sicuramente la nostra pretesa di giudicare le persone, di condannare, di crederci migliori.

Gesù inviò i suoi discepoli per le strade della Palestina per seminare speranza, per dare coraggio a chi soffriva.

E’ ancora la nostra vocazione di cristiani per le strade del mondo di oggi, nelle nuove e vecchie povertà, nel desiderio di spiritualità e di Vangelo che molti uomini esprimono, nel disorientamento di tanti giovani di fronte ai valori della vita: tocca a noi offrire il vangelo per il Regno, per dire a tutti che Dio non ci abbandona mai. 

Barnaba – oggi è la festa di San Barnaba – a questo servizio si è donato: ha accompagnato gli apostoli nel loro cammino di evangelizzazione, ha fatto da mediatore fra la cultura ebraica e quella ellenistica, si è dedicato radicalmente al Vangelo, alla buona notizia, alla speranza per tutti, alla bontà senza misura, a tempo pieno; si è accompagnato agli intimi del Vangelo, si è buttato nell’ascolto, nel confronto, nell’immedesimazione di una comunità decisa, radicata, compatta.

Per lui era la comunità cristiana che faceva i primi passi, per noi è la comunità cristiana talvolta stanca, spesso spenta, che deve ogni giorno di più ricostruirsi su una adesione generosa a Cristo, senza condizioni. 

Il suo mondo era quello allora conosciuto: non si è fermato – Barnaba – a Gerusalemme, ma è partito facendo da spalla, da compagno, da sostegno, diventando “corresponsabile del Vangelo”.

11 Giugno 2020
+Domenico
 

Il comandamento è segno e veicolo della volontà di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-19)

Audio della riflessione

Prima o poi anche il cristiano più distratto si fa delle domande della serie: “da dove viene la religione che io vivo? Che storia ha alle spalle? Chi è questo Gesù? E’ un fiore improvviso nato al mondo così forte da aver cambiato la mentalità del mondo? Che storia ha alle spalle la religione che mi hanno trasmesso i miei genitori o che io  mi sono scelto?” E veniamo a sapere che Gesù è nato nella “pienezza dei tempi”: la fede cattolica ce lo ha sempre presentato come un  grande, è il figlio di Dio, che ha tentato di intervenire sul suo popolo, perché il modo di incontrarsi con Dio del suo popolo era stato tradito.

Occorreva mettere un poco più di ordine e di verità nella fede del popolo di Israele, a partire dalla riscoperta di un Dio che parla, e che bisogna ascoltare, di una fede che opera un grande cambiamento nella persona, soprattutto di una grande novità.

Quella Parola che Dio aveva continuamente aiutato il popolo a trovare la strada vera della vita, si era fatta carne, aveva cioè sconvolto i piani asfittici dell’umanità che però con le sue grandi infedeltà non lo aveva accolto.

Gesù si presenta come suprema novità:non abolisce niente della vecchia Torah, della vecchia legge, ma ne impone un diverso modo sia di esprimerla che di completarla.  

Ecco allora il Primo testamento che ha bisogno di entrare nel secondo testamento: l‘ebreo medio  è da Gesù invitato a fare una conversione a U, a riscrivere alla luce della figura di Gesù le stesse domande del primo Testamento, a mantenere rispetto e sana continuità tra le generazioni.

Gesù ha fatto piazza pulita di tante minuziose prescrizioni o proibizioni, che avevano imbarbarito la torah – la legge – ed erano opera di tradizioni contorte su se stesse. Il rispetto però del primo testamento, che varrebbe la pena di non  chiamare antico, quasi che si debba cancellare e non averne un necessario ascolto – dicevo – la prima cosa che varrebbe la pena di tenere, ci viene richiesta proprio da Gesù: è una continuità nella novità che Gesù ci invita a mantenere e a ravvivare.

Così è del rispetto di tutte le leggi e le norme proposte dai testi sacri.

In un mondo che punta sempre sulla spontaneità è importante dare un posto doveroso alla legge, al comandamento; per Gesù l’oggetto non sono le leggi, ma la volontà del Padre: è il piano di Dio da realizzare, il ritorno  alla perfezione dell’amore che lui ci ha proposto.     

Del resto seguire delle norme vuol dire avere un presidio di libertà, di comunione, di costruzione della propria identità personale: ci permettono di non essere vittima delle nostre pulsioni e di progettare percorsi di crescita e di collaborazione e corresponsabilità ecclesiale. 

Ci permette anche di capire che l’Eucaristia è un modello e una forza di questa dedizione e di questa comunione. 

Un arbitro in una partita ci vuole: se non c’è nessun arbitro e non ci sono le regole, come si fa a giocare?

10 Giugno 2020
+Domenico