Sei sempre sale e luce, perché sei una persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 13-16)

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Gesù dice:” Siete voi il sale della terra, siete voi la luce del mondo”.

Uno si guarda allo specchio, mentre si fa la barba o si aggiusta i capelli, quelli che ha, e fa subito una riflessione: “che luce e che sale posso essere io?”. 

Essere persone, uomini o donne nel mondo oggi che cosa significa? Ce lo domandiamo spesso di fronte a tante possibili scelte, a tante proposte religiose, a tanti venditori di ricette per la vita felice, a tante tentazioni di ridurci al nostro classico tran tran della vita quotidiana. 

Ci sono magari state aperte tante strade, molti amici hanno trovato la propria, altri si sono già scoraggiati, sono tornati indietro, ma non più al punto di partenza, perché la vita passa inesorabilmente. 

Il Vangelo risponde con molta concretezza e semplicità: essere persone significa essere sale, essere in grado di dare sapore alla vita; sì perché non puoi viverla senza emozioni, senza entusiasmi, senza rischi o senza sforzi, come un pacco postale che ha già scritta la destinazione: la vita ha bisogno di slancio, di mete da conquistare, di apertura al nuovo, all’altro che incontri, ha bisogno sempre di trovare sapore; spesso diciamo anche di noi che siamo senza grinta, senza dedizione, senza mordente.  

Essere persone significa anche essere luce: essere in grado di offrire qualche indicazione, essere una freccia, un dito puntato verso una meta, una certezza là dove non si capisce più niente, dove non si sa che cosa fare, da che parte andare.

Vuol dire che nella vita spesso si condensano tenebre, circoli viziosi, disorientamento, cecità, e di fronte a tutto questo ho a disposizione qualcosa o qualcuno che mi dà un dritta. 

Dio ha dato ad ogni uomo, ad ogni donna la possibilità di essere sale e luce, di dare sapore alla vita di tutti e di essere compagno di strada.

Sale e luce  hanno una pretesa: di non chiudersi su di sé; il sale da solo non ha in se stesso la ragione del suo essere, deve salare un cibo. la luce non la metti sotto il letto, se vuoi illuminare la casa. 

Eppure abbiamo ridotto il cristianesimo a bonsai, il Vangelo l’abbiamo ridotto a galateo: ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, ci nascondiamo dietro un dito, seppelliamo il raggio della nostra vita nella nostra comodità o solitudine. 

I tuoi compagni di lavoro conoscono i tuoi lati buoni e spero ti stiano intorno proprio perché hanno bisogno della tua luce: sanno che hai un po’ di fede. 

Se c’è una carognata da dire contro Dio, la cristianità, i preti, il papa non te la risparmiano; se hanno barzellette sporche da raccontare, le vanno a dire agli altri; ma se hanno un dolore insopportabile o una gioia incontenibile la vengono a raccontare proprio a te

E tu che fai? Ti tieni il sale? Metti la luce sotto un coperchio? O ti metti a disposizione con semplicità perché per tutti quelli che incontri sorga un giorno migliore? Leggano sul tuo volto la gioia di riconquistarti alla vita. 

Se poi, vivi in maniera convinta la tua fede cristiana, prova a vedere se non è necessario dire una parola che motiva un atto di solidarietà, di mutuo soccorso, se non è necessario offrire una pagina di Vangelo che ti ha aiutato a costruirti una vita degna di essere vissuta, anche se sempre troppo tribolata. 

9 Giugno 2020
+Domenico

Come potremo vivere felici?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12a)


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Che felicità ci può portare la nostra vita? Come potremo vivere felici? C’è qualche formula o è tutta una serie di bivi secchi: fortuna o scalogna? Ricchezza o povertà? Successo o non contare niente?

Oggi poi, che non c’è più nessuna stima per un comportamento corretto, tutti rincorrono la moda del momento, mancano anche due principi di base per una convivenza passabile … almeno stessimo ai comandamenti!

Ebbene Gesù si butta nella  mischia della ricerca della felicità, sapendo che deve dare risposte, e comincia la sua vita pubblica: parte da Nazareth, paesetto sperduto e si porta sulle rive del mare di Galilea.

Non punta sui 10 comandamenti, che sono sempre dei buoni “paletti” dentro i quali è definito un grande spazio di vita, di azione da colorare; non lancia fulmini e saette come aveva fatto Giovanni nel deserto, dice solo gli appuntamenti con la felicità che Dio offre a tutti gli uomini: beati i poveri in spirito, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i puri di cuore, chi offre tenerezza, chi si spende per la pace, chi sa pagare con la sua vita per la giustizia, chi riesce a scoppiare in pianto. 

Noi le chiamiamo “beatitudini”: non sono soprattutto cose da fare, non sono lo scontro tra ricchi e poveri, tra oppressi e oppressori, ma sono soprattutto Lui, Gesù, sono un esistere, una pienezza di vita, la vera felicità.

.. con più calma e con qualche parola più vicina alla nostra sensibilità.

Beati se siete poveri perché siete padroni del cielo e della terra.

Beati se siete afflitti: sì proprio quelli che non riescono mai a tirare il fiato perché subiscono una disgrazia dietro l’altra, perché non riuscirete più a contenere la gioia della consolazione che vi sarà data.

Beati se siete miti, se siete di quelli che non sanno arrabbiarsi mai, che non si scagliano contro nessuno, che non fanno i black block, perché se hanno qualcosa da rimproverare è solo a se stessi.

beati se vi sentite sempre affamati, perché non trovate niente che vi sazi: per voi non c’è mai possibilità di star seduti perché nessuna situazione umana realizza piena giustizia che voi cercate.

Beati se siete misericordiosi, di quelli che hanno un cuore in cui tutti possono scavare amore, perdono … scavare comprensione.

Beati i puri, quelli che ti guardano negli occhi, sanno stare mano nella mano: ti sanno coccolare, non stanno a sfruttare l’occasione, a indovinare le debolezze per rubarti la vita, non sono partiti con un disegno in cui devono “inscatolarti”.

Beati quelli che portano pace, quelli che non temono di sfilare sotto nessuna bandiera purché finiscano le guerre, si spengano gli odi, si blocchino le ritorsioni, vadano in bancarotta i fabbricanti di armi, quelli che sanno far pace nel loro cuore e tendono al cuore di tutti – beati questi – e sanno pagare e passare per imbecilli pur di spuntare anche solo un coltello.

Beati quelli che sono sempre presi di mira e privati della propria libertà, subiscono persecuzione, perché sono dei veri trasgressivi dell’ingiustizia.

Beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete trendy, dovrete sempre ricominciare da capo … “ma sappiate che Io sarò sempre lì con voi. Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità. Io, non le mie cose, o i miei pensieri, Io, nel massimo dell’intimità della vita. Queste otto strade di felicità non sono le mie idee, ma sono Io stesso, la mia persona, la stessa Trinità che regola l’universo“. 

Questa è la vita che noi sogniamo. 

8 Giugno 2020
+Domenico

Una famiglia bellissima per un amore grande

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-18)

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Il mistero di Dio ci ha sempre affascinato, o perché non riusciamo a farcene una idea passabile per la nostra mente, o perché talvolta intuiamo la bellezza, la profondità, la cristallinità della compagnia impagabile con cui si offre alla nostra umanità; e, se non ci facciamo prendere dal volerlo comprendere a tutti i costi, il che significa volerlo “possedere”, e stiamo alle parole dei Vangeli, della Bibbia, della sacre scritture, non facciamo fatica a vedere in Dio Padre, la figura di chi non sa abbandonare nessun figlio. 

Neppure ci resta ignoto Gesù, che ha faccia, vita, sorrisi e parole, giudizi e comprensioni tipiche di un uomo. 

Qualche difficoltà di immaginazione l’abbiamo quando  pensiamo allo Spirito Santo, la  novità radicale, che  nella Trinità personifica l’amore infinito che tiene assieme la Santa Famiglia – la Santa Famiglia non di Nazaret, la Santa Famiglia di Dio!

Lo Spirito è la vita stessa di Dio.  

La realtà più bella, più confortante, più coinvolgente è che il riferimento delle nostre esistenze, il nostro Dio, è una novità radicale, è il punto di partenza e di arrivo di tutte le nostre aspirazioni: è un padre, non è assolutamente quindi un “single”, un insieme di idee, ma una relazione che è solo di amore.  

Non stiamo quindi a scervellarci, come diceva sant’Agostino che paragonava chi vuol capire – e qui tradurrei “possedere” – la Trinità: era come chi voleva mettere in un secchiello tutta l’acqua dell’oceano.

A noi basta che Dio sia una relazione unica, profonda, perfettissima dell’Amore, che si esprime in paternità, figliolanza e fratellanza e in relazione amorevole in Spirito di tutti e tre. 

Ecco allora il senso dei tre versetti del Vangelo di oggi, che fanno parte del discorso notturno tra Gesù e Nicodemo: il senso è la vita eterna, il regno di Dio.  

Chi entra nel regno è come se nascesse una seconda volta: non vi entra da se, ma soltanto perché lo Spirito Santo lo ha animato dall’interno, creando in lui – in ciascuno di noi quindi – una sorta di connaturalità, di parentela, con tutto quello che Dio ha deciso e compiuto, direi quasi uno stesso sangue, una stessa vita, una stessa razza: siamo della stessa “razza” di Dio, se si può dire così.

Nessuno conosce come si realizzano i moti dello Spirito: non seguono la legge della causa e dell’effetto, nemmeno le previsioni che uno può farsi ragionando.

Gesù, per esempio, propone l’immagine del vento quando parla di Spirito, Giovanni si sposta più sull’immagine dello Spirito, negli Atti Luca – o chi per lui – parla di fiammelle di fuoco … sta di fatto che tra la nostra umanità, la nostra carne, e il punto di arrivo che è il regno di Dio, c’è una distanza che non può essere colmata soltanto dal battesimo di acqua, è necessario l’intervento creativo dello Spirito.

L’uomo, la donna, il giovane e il vecchio si devono tener pronti all’impossibile sempre. 

Allora, facendo una sintesi, perché così si presenta il Vangelo di oggi, all’inizio ci sta l’amore con cui Dio ha amato il mondo e alla fine c’è l’incontro con il figlio Gesù, la luce che è venuta non per condannarlo, ma per salvarlo.

Chi ha operato questo impossibile è lo Spirito Santo, e noi siamo trascinati nel vortice di questa famiglia, che è la Trinità, dallo Spirito Santo. 

7 Giugno 2020
+Domenico

Fai una scelta: fai offerte o sei una offerta?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,38-44)

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Mettiamo in conto oggi alcune parole che il Vangelo ci aiuterà a vagliare: ipocrisia, calcolo, ingiustizia, fasto, vanità, perbenismo, superbia, ostentazione, commercio e altre molto diverse … sincerità, generosità, giustizia, povertà, disinteresse, umiltà, distacco; sono sentimenti che Gesù un giorno “fotografa”, guardando nel tempio, alla gente che passa davanti al tesoro per lasciare la sua offerta. 

Davanti al tesoro passa il ricco commerciante di pecore, l’esattore delle imposte, l’agricoltore, l’industriale, il politico, il ladro stesso, magari tutti seguiti da un codazzo di televisioni, che li riprendono, pure forse chiamate dalla sacrestia perché la gente ha bisogno di immagini sane, di fotografie esemplari, di vedere dove sta e chi è il benefattore: si vedono bigliettoni, risuonano molte monete d’oro, e qualcuno porta anche una lapide a perenne memoria. 

Ma nel trambusto spunta una vecchietta, mentre le televisioni spengono i riflettori, questa fa due o tre passi incerti e lascia cadere due spiccioli: non si vedono, non fanno rumore, nessuno li nota; per lei sono tutto quello che ha e lo dona a Dio, lo mette a sua disposizione: è povera, è sola, non ha futuro, il suo solo  futuro è Dio, la sua vita è tutta in Lui e per Lui.

E domani? È nelle sue mani: Dio non le farà mancare niente!

Gesù è li che guarda, non s’è lasciato incantare dalle televisioni, dal numero di zeri, dalle cifre dei ricchi, dal suono ammaliante dell’oro: di fronte a Dio non ci si fa rappresentare dal dono del superfluo, ma solo dal dono del necessario. 

I due spiccioli non risuonavano, non pesavano, ma si portavano dentro la vita.

E noi che facciamo? che cosa mettiamo in gioco della nostra esistenza? Che cosa buttiamo nel piatto? Le nostre cose, quelle meno consistenti o tutto quello che siamo?  

Spero che nessuno pensi che vi voglio invitare a fare una elemosina consistente stamattina: Dio a noi non ha dato il superfluo ma, come l’amore, ha dato tutto

Ciò che ci occorre è di poter disporre di quello che siamo per una causa vera e buttarci senza riserve: Dio non vuole stabilire un contatto con le tue cose, ma con te.

Non devi fare offerte, ma essere una offerta: Le offerte sono un segno concreto di te che vuoi offrire la tua vita per il Signore, per i suoi poveri, per chi è senza speranza e senza futuro. 

Oggi l’umanità ha bisogno del nostro tempo, ci chiede di stare a contemplare Gesù, ha bisogno che stiamo ad ascoltare le persone che si sentono sole, che ci assumiamo le nostre responsabilità perché i principi del Vangelo nel lavoro sono derisi, che facciamo terra bruciata attorno agli spacciatori di droga; ha bisogno che tu indichi ai tuoi figli la strada della vita, anche a costo di turbare la serenità di un comodo vitto e alloggio. 

Non sarà certo il tuo superfluo, ma semmai ad erodere il tuo necessario. 

6 Giugno 2020
+Domenico

Non c’è una scatola in cui chiudere anche Gesù Cristo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 35-37) 

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La nostra mentalità moderna giustamente deve porsi tutte le domande possibili su Gesù, se lo ritiene decisamente importante e necessario per la sua ricerca di verità. 

Ce le stiamo facendo in tanti: lo auguro a tutti perché Gesù, anche per la storia umana, è almeno una persona che non si può ignorare, che va collocata nella visione del mondo e della storia dell’umanità.

Qui non si tratta ancora di fede, ma di onestà intellettuale: anche nel vangelo la preoccupazione di Gesù che le persone che lo accostano si facciano di Lui l’idea più giusta per una ricerca umana e saggia, è molto rilevante. 

Ricordiamo tutti le volte che Gesù chiede agli apostoli:  “e per voi Io chi sono? Che dite di me?” Lo continuava a ripetere anche dicendo della sua morte che si avvicinava.

Gesù chiama a considerare a fondo la sua persona, per dare la possibilità a tutti di giungere alla sua piena identità. Il pericolo però – sempre presente nella nostra storia – è di ridurre Cristo alle nostre proporzioni, congeniali alla nostra mentalità umana, a una certa cultura: “scatola” l’ho chiamata, non per disprezzo al nostro modo di pensare, ma perché diventiamo consapevoli che non solo nessuna persona, ma soprattutto Gesù non può stare dentro in nessuna scatola.  

Gesù nella sua grandezza divina, e anche umana risponde a tutte le aspettative, ma le trascende sempre: non può mai essere catalogato, classificato; è in maniera così genuinamente e impensabilmente uomo, e proprio perché è Dio, è il Creatore dell’uomo, che conosce fino in fondo l’essere umano.  

Sarebbe interessante che lo contemplassimo anche in questa umanità “impossibile”,  che ci rivela la grandezza umana stessa: la profondità, la varietà, l’impensabilità della nostra stessa umanità. 

Insomma se Dio lo ha fatto uomo, ha sicuramente messo in Lui la pienezza dell’umanità: basterebbe questo per guardare a Gesù anche solo dal punto di vista umano.

Il segreto dell’umanità sta sicuramente in Gesù: per questo egli è sicuramente il “Salvatore” dell’uomo e ne è il “Signore”, nel senso più pieno e profondo.

E facciamo pure ora il salto nella fede: Egli è il Dio con noi, che dà significato divino a tutto ciò che è nell’uomo, per questo è la nostra speranza

Pensiamo allora quanto siamo stolti, assurdi, assassini … quando disprezziamo qualsiasi persona, uomo o donna, bambino o feto; quando la pensiamo solo  delinquente o scarto questa persona, schiava o strumento, mia e soltanto mia, strumentale e pedina dei miei interessi …

Gesù, per tirarci fuori anche da questa nostra faciloneria e incoscienza, ingiustizia e sadismo – parole, che per chi ha fede hanno un solo nome: peccato – si è fatto uomo, ha subito la morte di croce, e le ha vinte tutte. 

5 Giugno 2020
+Domenico

Il vero criterio dell’essere cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 28-34)

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Purtroppo non di rado ci sono “attacchi” a papa Francesco sul fatto che – secondo loro – il papa ha perso la fede, e lo deducono dal suo continuo ricordarci questo unico e preciso criterio della fede cattolica che è amare il prossimo sempre insieme all’amore di Dio

Ma chi dice questo ha visto papa Francesco penitente di fronte al Crocifisso in quella piazza san Pietro vuota, sotto la pioggia, a caricarsi della pandemia del mondo davanti a Dio? Ha forse partecipato a qualche messa a Santa Marta la mattina alle 7? Proprio per dire che il papa non ha fede bisogna essere proprio molto intelligenti …

Il secondo comandamento nasce dal primo e ne è come il frutto: non c’è altro comandamento più importante di questi, perché il vero amore del prossimo nasce dall’amore di Dio; ma è consolante il fatto che spesso l’amore di Dio si cela in un amore del prossimo non egoistico, non di apparenza, ma operante come un principio primario.

Se forse nel primo Testamento si diceva che l’espressione fondamentale dell’Alleanza era l’amore supremo di Dio e ricordava l’amore del prossimo, nel secondo testamento bisogna andare oltre: occorre conoscere come Dio ci ama in Cristo e amare come Cristo stesso ci ama.

Amare è donarsi, è vivere nell’altro: vi è un solo amore che abbraccia l’Amore increato e le sue creature.  

Essere cristiani è essere presi dall’amore di Dio per noi e di noi verso Dio e verso il prossimo e non separarlo mai: le separazioni sono tutte un tradimento!

Molti si rifugiano in un astratto amore di Dio che non tiene conto del prossimo, che taglia fuori tutti in un isolamento che non è contemplazione di Dio, ma adorazione di sé; molti altri invece si danno da fare per il prossimo, ma su un orizzonte chiuso, su orizzonti ristretti, e non permette loro di volare, di stimare il vero bene dell’altro.  

Se non hai come orizzonte Dio, non riesci a fare il bene massimo dell’uomo: ci si adatta troppo ai condizionamenti, si abbassa la guardia, e un esempio di questa necessità è proprio quel “filantropismo”, che non bada troppo a limitazione delle nascite con qualsiasi metodo, a soppressione di vite prima di nascere, a limitazioni di fertilità attraverso mutilazioni o sterilizzazioni, a disprezzo della cultura dei poveri … a maggior ragione, quando le impone come condizioni per poter mettere a disposizione qualsiasi aiuto.

Ma Gesù, con molta determinazione, ci ripropone il grande precetto di Israele, con questa accentuazione sul prossimo che diventerà il distintivo di ogni cristiano: da qui nasce il perdono, da qui la dedizione fino alla morte, da qui il famoso esame finale della nostra vita.

Non mi avete dato da mangiare, non mi avete dato da bere, non mi avete visitato

Quando mai Signore? Noi ti abbiamo adorato, abbiamo cantato le tue lodi, ti abbiamo fatto posto tra le nostre case.

Quello che non avete fatto ai più piccoli è a me che non lo avete fatto.” 

La vita cristiana è della massima coerenza che per nostra fortuna ha alle spalle la grande misericordia di Dio, perchè tutti avvertiamo le falle della nostra fragilità. 

4 Giugno 2020
+Domenico

Risurrezione: una domanda infinita per una vita infinita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc12, 18-27)

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Soprattutto di questi tempi i cui siamo stati messi di fronte alla morte troppe volte, in cui abbiamo sofferto di non poter dare ai nostri cari un ultimo saluto carico di umanità, ma in cui anche siamo stati consapevoli che quelle bare – come diceva quel soldato che le trasportava in camion di notte – meritavano che ci mettessimo l’anima, e ci siamo domandati: c’è ancora qualcosa di là? Dove finiranno le nostre vite? Sono soltanto magre consolazioni affettive questi nostri rapporti con i morti, o c’è qualcosa di più?

La nostra umanità si apre a un infinito che ci dà ancora voglia di vivere: ricordo quel bellissimo film giapponese che canta “appassionata nostalgia” la scelta di un soldato che non torna in patria dopo la guerra perché dedica la sua vita a seppellire i compagni morti a migliaia e restati insepolti e preda di rapaci avvoltoi; dedicava la sua vita perché quelle migliaia di morti sapessero che una memoria di amore li ricordava tutti: dunque una sopravvivenza, un dialogo ancora tra noi e loro.

La nostra fede chiama risurrezione questa realtà del nostro futuro, solo che noi sbagliamo sempre a rappresentarcela come un prolungamento della nostra vita terrena, come banalmente, anche se umanamente, fanno domanda a Gesù quegli ebrei che traducono queste nostre domande infinite con il caso di una donna che muore dopo tanti mariti che l’hanno preceduta e si domandano di chi sarà moglie nell’aldilà. 

La risurrezione – risponde Gesù invece – non è cosa di questo mondo, non va pensata possibile o impossibile in base alla vita terrena: Gesù afferma come dato di fatto la risurrezione e la qualifica come realtà superiore alla vita terrena, come un rapporto vitale nuovo con il Signore, con Dio. 

Essa è una nuova creazione ed è tutta opera di Dio: Egli è il Dio dei viventi, non è tale solo per la vita terrena di chi crede in Lui, è invece il liberatore totale, anche dalla morte, perché Lui è la fonte della vita.

L’alleanza che ha fatto da sempre con l’umanità e che ha continuato a rinnovare nei secoli e ultimamente nel suo Figlio Gesù, per questo morto sulla croce, giunge (questa allenza) fino alla vita eterna.

E la pienezza della vita eterna è di gran lunga superiore alla nostra vita, ne ha tutta la bellezza e intensità, ma su un piano radicalmente diverso: dirà san Giovanni nella prima lettera: “…noi fin d’ora siamo figli di Dio…. E saremo simili a Lui, perché lo vedremo cosi come egli è”.

Una vita piena in cui tutto il nostro bene, il nostro povero balbettare l’amore su questa terra sarà nella sua pienezza.

3 Giugno 2020
+Domenico
 

Domanda e risposta; meglio: sfida e scommessa

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 13-17)

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Una caratteristica tipica dell’umanità è quella di farsi delle domande e di porre delle domande.

Il Vangelo è pieno di gente che si accosta a Gesù e gli fa domande: molti chiedono di guarire da malattie di ogni tipo, altri chiedono di avere vita piena, altri ancora fanno domande, che sono evidenti tranelli, diventano quindi provocazioni, sfide, nascondono quello che veramente chiedono di sapere.

Capita così quando a Gesù chiedono se occorre pagare le tasse: una domanda che non si pongono certo molti che fanno un nero di 100 miliardi in Italia.  

E’ interessante ed educativo il modo che ha Gesù di provocare la risposta: sa che gli stanno tendendo un tranello, capisce molto bene che dietro la domanda di questi ebrei c’è una vita di sopraffazioni, di sofferenze, di mancanza di libertà, di imposizione dura di un potere di occupazione, i romani.  

Gesù non dà risposta, ma aiuta le persone a costruirsi bene dentro di sé la domanda, ad uscire dal tranello che hanno teso e a fare un passo ulteriore nel mondo della propria coscienza, e in fondo della propria vita.

Gesù ha sempre davanti a se l’umanità in cerca di una autenticità, in cerca della stessa salvezza e Lui è venuto proprio per questo.

Dentro le persone di questo progetto però è necessario che ci sia uno scatto, come deve capitare per ciascuno di noi, nell’uso della nostra libertà.

La moneta coniata dalla comunità ebraica, con l’impronta dell’oppressore mette la gente di fronte alla propria responsabilità: c’è un bene comune cui si deve dare il proprio contributo; c’è una vita spirituale che bisogna sostenere: date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.  

Sembra una riposta facile, bella, tranciante, ma dentro ci sta tutta la crescita quotidiana in umanità e religiosità, in coerenza con i propri obblighi; la sperimentazione di una imposizione politica straniera e di una commistione – diremmo noi – tra stato e chiesa, in un mondo ebraico in cui lo stato è anche autoritario, ma nello stesso tempo ha inglobato in sé la Torah, la legge di Dio.

Ogni ebreo deve saper maturare dentro di sé la risposta che sa di distanza dal potere romano, ma di consapevolezza di dover mantenere una pace possibile: è una risposta che provoca nella coscienza di ciascuno un dovere civico e un dovere morale, che pure dovrà avere uno salto di qualità, quello che sarà attuato alla grande da quella vecchietta che Gesù noterà quando – quasi vergognandosi – porrà nel tesoro del tempio per il Signore, l’Altissimo, due spiccioli, che si portavano dentro tutto quello che aveva per vivere, soltanto quello aveva.

Siamo tutti alla ricerca di una composizione tra doveri pubblici e coscienza religiosa che illumina e fonda la nostra scelta libera.  

2 Giugno 2020
+Domenico

Maria del magnificat sei sempre nostra Madre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv, 25-34)

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Il lunedì di Pentecoste è sempre stato, soprattutto nelle chiese del Nord Europa, giorno di festa anche civile.

In questa giornata papa Francesco dall’anno scorso ha collocato la festa della Beata Vergine Maria “Madre della Chiesa”, e ce la fa contemplare proprio nel momento in cui ci è stata donata da Gesù: è sempre la donna del Magnificat, di quel canto di lode a Dio onnipotente che le è sgorgato dal cuore all’incontro con Elisabetta.

Il nostro sguardo al Calvario però è sempre pieno di domande: dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato a mani vuote ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario!

E Maria è lì: “C’era la madre di Gesù”, dice il Vangelo, come ce lo disse alle nozze di Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza.

Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di chilometri Gesù e il suo gruppo: ora purtroppo sembra tutto sia finito.

Lì sul Calvario ci sono tre sofferenze, tre cuori che si cercano tra due criminali, qualche amica e i militari: sono l’ultima casa impossibile che è rimasta alla speranza.

C’è Gesù che possiede ancora un tesoro prezioso: non si sente solo, ha ancora qualcosa … qualcuno da donare, sente la dolcezza e la tragica dedizione di sua madre; è più solo invece Giovanni, nella sua giovinezza, nel suo slancio, nella sua ingenuità di sognatore: ha bisogno di una mamma per non smettere di sognare vita e salvezza.

Figlio ecco tua madre“: Tua madre sta qui!

Quanto è confortante sentirti dire: qui c’è tua madre.

Quando la nostra croce o quella che vediamo sulle spalle degli altri  risulta troppo pesante, guarda che qui c’è tua madre.

  • Se la tentazione è forte e la disillusione è dolorosa: qui c’è tua madre!
  • Se la solitudine è insopportabile e l’incomprensione ti disorienta, qui c’è tua madre;
  • Se la scelta del tuo futuro è difficile e lo vedi oscurato, qui c’è tua madre;
  • Se la fame e l’ingiustizia, la paura e la violenza minacciano di spegnerti la speranza, qui c’è tua madre;
  • Se i tuoi occhi non scorgono più la bellezza della vita, qui c’è tua madre;
  • Se la guerra ti toglie anche l’ultima illusione di un mondo nuovo, qui c’è tua madre;
  • Se l’incanto del virtuale ti distrae dalla vita vera e te la deforma, qui c’è tua madre;
  • Se non riesci a deciderti di fare della tua vita un dono a una persona come te, per sempre, senza tentennamenti, contro tutte le tentazioni di ritornare a casa tua, guarda che qui c’è tua mamma;
  • Se la pandemia ti ha strappato le tue radici che nei nonni spesso ricreavi, qui c’è tua madre.

Maria è una grande consolazione, è una certezza, è un rifugio sicuro, è un punto di riferimento, è un approdo.

Ma Gesù, che noi spesso incoscientemente riteniamo “duro” nel chiamare sua madre “donna”, perché vuol sempre rifarsi alla creazione, a tutte le donne del mondo, a tutte le mamme della terra, ha una tenerezza da esprimere a sua madre; non la lascia sola a piangere un figlio che muore, ma le affida tutti noi: donna ecco tuo figlio.

E’ una preghiera a sua madre per Giovanni, per ogni giovane, per ogni persona che si è trovata travolta nella sofferenza, per tutti quelli che si fanno padri e madri di figli sofferenti, ammalati, disperati, giovani e anziani.

Lui conosce lo smarrimento di tanti disperati, di tanti sfiduciati, lasciati soli, calcolati come scarto, li affida a sua madre; conosce la superficialità che ci tenta tutti e dice: questi, così come sono, sono tuoi figli.

  • Quando non riescono ad ascoltare il Signore nel silenzio della preghiera e ad accoglierlo nella sofferenza: madre, sono tuoi figli;
  • Quando non riescono a scoprire il Signore nei loro percorsi quotidiani, forse anche infettati di noia: madre sono tuoi figli;
  • Quando non hanno il coraggio di vendere tutto, darlo ai poveri e seguire radicalmente il Signore: madre sono sempre tuoi figli;
  • Quando si lasciano smarrire nei meandri della droga, della delinquenza, dello sballo: madre sono tuoi figli;
  • Quando non hanno il coraggio di fare della loro vita un dono a Dio Padre anche attraverso una persona desiderata, accolta, amata, sposata, madre sono tuoi figli;
  • Quando nella loro vita di giovani sposi non hanno più vino, non sanno più sorridere, hanno perso la gioia della vita, credono di adattarsi a vivere a pane e acqua, madre sono tuoi figli.

Noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue.

E siccome in ogni messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di questo altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù: “sono tuoi figli”, e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete: “qui c’è tua madre“. 

 Lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto di nuovo in abbondanza non solo come fuoco che brucia dentro di noi singolarmente, ma come forza, coraggio, slancio di tutta la comunità cristiana, di tutta la Chiesa, ti fa anche “Madre della Chiesa”, madre di tutta la nostra comunione tra noi, che spesso non apprezziamo o critichiamo, perché non sappiamo scorgere in essa il tuo volto di madre.

Maria, sappiamo che sei la mamma di questa Chiesa, di cui noi vediamo solo le rughe che gli abbiamo inflitto da noi, come purtroppo anche a te; ma Tu falle e facci sempre da mamma. 

1 Giugno 2020
+Domenico
 

Spirito Santo rendici liberi dal male e dalla epidemia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

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Spesso ci vien voglia di sintesi di tutte le esperienze belle che facciamo; in genere si fa una festa: è la festa del battesimo per una nascita, è la festa del matrimonio per una decisione di amore pubblica, proprio perché l’amore fra due persone che si decidono di volersi bene, e nel volersi bene danno vita, non può essere “fatti loro”, ma evento di tutti coloro con cui i due sposini hanno legami; ancora lo è la festa della laurea perché si è finito un percorso nuovo, che ha ampliato conoscenze e professionalità: faccio festa perché mi è costata molto – il punteggio del voto non è la cosa più importante – e ci sono riuscito.  

Oggi – fatto cosmico – siamo al compimento del grande progetto di Dio con l’umanità: la conclusione della nuova alleanza tra il Signore Onnipotente e l’umanità.

Abbiamo ancor in mente il Vangelo al capitolo 20 di Giovanni, in cui si narra di quella bella corsa al sepolcro di un vecchio e di un giovane, Pietro e Giovanni, a constatare che il sepolcro era vuoto, e i tre verbi che hanno dato una notizia importante ai due e a tutto il genere umano: entrarono, videro e credettero

Ma di grande gioia ancora non si parla: è bello allora, per completare la grande storia di Gesù, figlio di Dio, e dare gioia a tutti, l’arrivo di Gesù alla sera di Pasqua: ci sono tutti, meno Tommaso, ma il capitolo 20 di Giovanni non finirà senza descrivere anche quell’altra bella sera di otto giorni dopo, che concluderà con la bellissima espressione di Fede “Mio Signore e mio Dio”, che noi adulti ricordiamo da bambini abbiamo imparato dai nostri genitori da dire sotto voce ad ogni Messa quando il prete innalzava l’ostia prima e il calice dopo.  

Ebbene … quella sera Gesù compie il suo sogno, che è il sogno di Dio Trinità sulla vita dell’umanità: è lo stesso Gesù che era stato appeso alla croce, difatti mostra ai discepoli le mani trafitte e il costato squarciato.

E’ sempre lui visto da occhi umani e ora percepito nella fede, e oltre che mostrare la propria identità col crocifisso compie tre gesti che lo rivelano ancora una volta definitivamente come il Messia, gesti che danno forma alla Chiesa.

Augura la pace: è una pace che l’uomo non si può dare e che viene da una libera decisione di Dio; è un bene degli ultimi tempi, in cui Gesù è già entrato; viene irradiata da Cristo risorto adesso all’esperienza di fede degli apostoli, che si sentono inondati di gioia, finalmente.

Secondo, alita su di loro dicendoricevete lo Spirito Santo“: Gesù è già risorto, è già presso il Padre e quindi lo Spirito trasmesso viene anche dal Padre. E come Dio spirò nel primo uomo l’alito della vita e divenne persona vivente, così il nuovo Adamo – ormai alla destra del Padre – Gesù, alita il suo Spirito sul gruppo dei discepoli e fa di loro una comunità vivente, il primo nucleo della nuova umanità.  

E infine, Trasmette il potere di rimettere i peccati ai suoi discepoli, che già lui esercitava nella sua esperienza di vita umana, facendoli partecipi della sua divina regalità, che ora risplende come era da sempre, arricchita però della sua umanità. 

Si capisce allora molto bene quella frase “mozzafiato” – dice il Vescovo Lambiasi – di san Gregorio di Nissa: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo quello che resta non è più Dio, ma il suo cadavere”, e allora verrebbe da dire a maggior ragione “Se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma una lunga fila di camion carichi di bare, che vanno a riempire un cimitero di cadaveri“. 

E proprio anche per questo chiediamo allo Spirito Santo che risani la nostra umanità dalla pandemia, perché siamo e ridiventiamo un popolo di Dio vivente e gioioso, e smettiamo di essere segnati da queste morti che ci tolgono anche l’immagine di un popolo vivo e ci privano della gioia della Pasqua e della Pentecoste. 

31 Maggio 2020
+Domenico