La notte di Nicodemo non è sballo, ma rinascita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 1-8)

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Rinascere è l’aspirazione di ogni uomo che ha provato delusioni nella vita, che si è dovuto incontrare con esperienze negative che gli stanno intorbidando l’esistenza.

Nei computer c’è una operazione facilissima che ci permette di partire da capo, dopo che in maniera maldestra – come faccio io spesso – hai fatto confusione, hai rovinato file e programmi: questa operazione si chiama “resettare”, portare il sistema allo stato iniziale; permette di cancellare tutto e di ripartire di nuovo.

Reimpostare, cambiare modo di lavorare, di scrivere, di progettare … la vita la possiamo resettare? C’è un comando facile che ci permette di tornare ai box di partenza come se niente fosse? 

E’ stata la domanda di Nicodemo a Gesù: c’è andato di notte, perché lui era un uomo in vista e la sua posizione non gli permetteva di avere consuetudini con Gesù, io dico anche perché era giovane e già allora amava la notte per non venire catalogato da tutti senza essere conosciuto, come fanno i giovani di oggi; e la domanda che gli fa è di poter riuscire a intravedere un nuovo progetto del vivere.

Aveva sentito parlare Gesù tante volte, parlare di regno di Dio, di un nuovo mondo, una storia di bontà e di amore, “ma è possibile vederne nascere un germe?”

E Gesù: “per vedere un mondo nuovo occorre nascere di nuovo“; c’è una nuova nascita che il cristiano deve accogliere e deve cercare: è la nascita dall’acqua e dallo Spirito.  

Noi lo chiamiamo battesimo, è l’unica possibilità che ci è data di morire a un mondo vecchio e nascere a un mondo nuovo: possiamo “resettare” la vita solo così, lasciandoci immergere nella morte di Cristo e nella sua risurrezione.

Per questo è fondamentale per il cristiano il battesimo: è un “lavoro” che fa solo lo Spirito Santo, perché è soltanto Lui che ricostruisce nella vita degli uomini i lineamenti della vera vita, quella di Gesù.

Lui è artista, Lo Spirito Santo è scultore: Lui è forza, Lui è l’Amore.  

A noi sembrano solo gocce di acqua che passano scivolando sulla testa dell’uomo, del bambino, della persona: invece è una vera e autentica collocazione del nuovo cristiano nel mondo di Dio.

Lavare i peccati non è opera di bucato, ma è generazione a una nuova vita: non solo cancella, ma fa rivivere; non solo libera, ma fa diventare liberi: è la sorgente da cui zampilla speranza vera, vita nuova, è la condizione che ci unisce tutti come cattolici, dal papa al più piccolo dei battezzati. 

Siamo miracoli viventi di Grazia e di figliolanza di Dio, e ne siamo sempre entusiasti! 

Il battesimo è gesto semplice, che passa sulla testa dei bambini incoscienti, ma amati da Dio, fin dal seno materno: è una vita ricuperata e la sua vera valenza ci colloca tutti nelle mani di Dio. 

Potremo resettare anche il lungo tempo dell’epidemia? Forse ci ha resettato lei – l’epidemia – con tutte le morti e i dolori che ha fatto provare a tutti, ma anche con tutte le domande di generosità che ci ha richiesto, cui molti hanno risposto e molti altri ci siamo solo ritirati, perché era l’unico modo di non fare il suo gioco.

Dobbiamo anche noi però ora nascere di nuovo, non per dimenticare, ma per vivere meglio, per andare sempre al centro dell’esistenza, non dell’autosufficienza, non del l’ “ognuno si arrangi”, non della vendetta per il male, ma della costruzione di una Italia più giusta e dell’amore che è sempre una vittoria, e una necessaria risorsa contro ogni male e contro ogni offesa. 

20 Aprile 2020
+Domenico

Per la sua dolorosa passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31) 

Audio della Riflessione

Ci incuriosiscono quei quattro ebrei che stanno rintanati presso amici compassionevoli, e che si stanno leccando le ferite di una avventura forse non calcolata bene in tutte le sue conseguenze: avevano lasciato tutto per correre dietro a Gesù, questo Galileo, con uno sguardo penetrante e un fascino travolgente. 

Dice Sant’Agostino: Bello è il Verbo, Bello quando nasce fanciullo mentre succhia il latte nel seno materno, mentre è portato in braccio; è Bello in cielo, ma è Bello anche in terra; Bello nei miracoli, Bello nei supplizi, Bello sulla croce, Bello nel sepolcro; Bello sul Tabor, Bello salendo in cielo, ovunque è Bello… 

Ebbene l’incontro è finito: sono tappati in casa, diremmo noi oggi, a leggere le partecipazioni alla morte! Non ce ne sono molte: è morto come un delinquente, mancano quelle della gente che conta, solo qualche poveraccio cui ha fatto miracoli e non tutti: neanche quelli! E si accingono a pensare qualche frase di ringraziamento: almeno preparano qualche segno per una dignitosa sepoltura, un piccolo monumento per andare a piangere ogni tanto, in attesa di ritornare tutti alla vita di prima; qualcuno farà compagnia a sua madre, poi il ricordo svanirà, e ciascuno si terrà in cuore i suoi sogni e le sue delusioni.  

Invece no! Si sente la sua voce, il suo saluto: Pace a voi, shalom, salve – noi diremmo ciao – come state? Sono qui! 

Una esperienza troppo vera per creare una illusione: palpatemi, toccatemi, abbracciatemi, parlatemi, non avete qualcosa da mangiare? Guardatemi ancora negli occhi! 

Tommaso, metti le tue dita in questi buchi di luce, la tua mano in questo petto squarciato dalla lancia: la tua sincerità, i tuoi sani dubbi, le tue domande vere, giuste, il tuo cuore in subbuglio fallo incontrare con questo corpo che ha ancora i segni della crocifissione, del mio amore. 

È troppo dirompente, nella vita di questi quattro ebrei, una esperienza così: d’ora in poi avranno un cuor solo e un’anima sola e nessuno dirà sua proprietà quello che gli appartiene, ma ogni cosa sarà fra loro comune. 

Quanti possiedono campi e case li vendono, portano il ricavato ai piedi degli apostoli, di Pietro e tutto viene distribuito a ciascuno secondo il bisogno: ma non è ancora questo che sognano tanti uomini e donne che lavorano, che faticano, che si consumano?

Non è ancora questa giustizia di base, questa pari dignità che ogni lavoratore cerca, per incontrare quel Cristo risorto, anche egli operaio, carpentiere come tanti? 

E soprattutto ancora oggi, nelle condizioni di precarietà che non sembrano finire, ci rifugiamo nella grande misericordia di Dio, e torniamo a dire fiduciosi e sicuri di essere accolti: “per la sua dolorosa passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero”, come ci ha insegnato papa San Giovanni Paolo II, in quella che ha istituito,la “festa della Divina Misericoria”.

 La imploriamo questa misericordia, anche in questo tempo pasquale, per le ferite, le sofferenze, le morti che ci hanno segnato e che dobbiamo continuamente aprire al sole di Pasqua.  

19 Aprile 2020
+Domenico

Fede e annuncio della risurrezione: il centro della vita cristiana

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

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Come ci comportiamo nei confronti della risurrezione di Gesù? 

È fede vera? È tentativo di capire, ma non sempre? È linguaggio incomprensibile perché risurrezione non è esperienza che si può provare o definire, o scientificamente dimostrare, non la si può “falsificare” direbbero in gergo scientifico i logici matematici? È un modo di dire … dopo la certezza di una morte da cui non si torna mai indietro?

Possono essere tante le domande che ci assillano: per questo ci facciamo aiutare da come gli apostoli, i primi che hanno fatto esperienza del risorto, si sono convinti o hanno comunicato con il Signore risorto e vivo. 

All’inizio, i primissimi cristiani non si preoccupano tanto di provare la risurrezione per mezzo di apparizioni: per loro la fede nella risurrezione era così evidente e viva che non c’era bisogno di prove. 

Le prime comunità, disperse e fragili in mezzo all’impero romano, che era immenso, erano una prova viva della risurrezione: erano poi talmente in pochi e uniti che erano ritenuti ancor meno di minoranze nel mondo romano o nel mondo pagano, senza nessuna rilevanza pubblica, al di fuori del mondo ebraico da cui quasi tutti si erano allontanati … e Marco ci presenta una lista di apparizioni che terminano con una puntigliosa incredulità degli apostoli: altre liste di apparizioni cominceranno a spuntare più tardi, nella seconda generazione, per ribattere le critiche degli avversari. 

La prima apparizione della lista di Marco è quella di Maria Maddalena, ma gli altri apostoli non le credettero, e a ragione Gesù aveva affidato a una donna il primo annuncio della Risurrezione, rivoluzionando la mentalità del tempo che non dava alla donna – in quanto tale – nessuna possibilità di una testimonianza riconosciuta in nessun fatto.

Anche con questa apparizione vuol passare dalla debolezza e non dalla certezza, il Signore.

Gesù poi appare ai due discepoli “mentre erano in cammino verso la campagna” – dice il Vangelo – si tratta sicuramente dei due discepoli  di Emmaus, ma anche di questi Marco dice: “gli altri non credettero nemmeno a loro”. 

Gesù stesso, quando appare agli undici discepoli, li rimprovera per la loro resistenza nel credere alla testimonianza di coloro che hanno sperimentato la risurrezione sua, e questo perché doveva far loro capire che la fede in Lui passava sempre attraverso la fede nelle persone che ne avrebbero dato testimonianza: questo avrebbe sempre fatto emergere dei dubbi o dei momenti di incredulità, che nascono nel cuore, di cui non ci si doveva assolutamente scandalizzare e abituarsi a superarli nella vita della comunità.  

Insomma, sostanzialmente il cristiano deve far capire a tutti che essere credenti nella risurrezione di Gesù non è una dabbenaggine o una imperdonabile ingenuità, ma un percorso severo e profondamente umano di ragione e di cuore, di ascolto e di affidamento, di accoglienza e di rielaborazione vitale in ciascuna coscienza, in piena accoglienza del dono della fede, che non è mai un conquista razionale dell’uomo. 

Ecco perché al termine del Vangelo Marco dice “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”: è il compito esaltante di ognuno di noi cristiani, che ci rinforza nella fede in Gesù Risorto, donandola, e la doni quando doni te stesso nella tua professionalità, nella tua onestà, nella tua accoglienza, dedizione, apertura.

Le doti dei tempi dell’epidemia. 

18 Aprile 2020
+Domenico

Gli apostoli si rimettono assieme

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-14)

Audio della riflessione

La piccola comunità degli apostoli ha ripreso la sua vita, ma si porta dentro una verità che prima o poi dovrà esplodere: la gente li ritiene i poveri illusi che hanno avuto un po’ di notorietà al tempo di quel Gesù che è finito male, loro dicono per consolarsi che è risorto, ma sono tutte illusioni.

Intanto sono saggi: se si sono lasciati montare la testa ieri, oggi almeno sono tornati a pescare e hanno la concretezza di non vivere di miracoli, “in quella notte non presero nulla”, dice il Vangelo.

Sono tornati alla durezza della vita, ma la compagnia è di gente con dentro una certezza: Lui è risorto. Se lo dice Pietro, se lo dice Tommaso che è con Lui … ha tergiversato, si è ostinato, ma non ha potuto non credere: quel “mio Signore e mio Dio” gli ha riempito la vita. 

C’è Natanaele un giovane schietto: ha sempre detto pane al pane, vino al vino, si è lasciato affascinare da Gesù; c’è Giovanni il giovane entusiasta intuitivo, con l’occhio limpido e il cuore sgombro: è lui che riconosce laggiù sulla riva Gesù, «È il Signore!» dice a tutti.  

Avere questa capacità di vedere nella vita il Signore è compito di ogni cristiano, riuscire ad andare oltre i fatti, oltre le nebbie del nostro egoismo, essere capaci di andare al cuore della vita per incontrarne il Signore, è frutto di pazienti avvistamenti fatti di ascolto della Sua Parola, di preghiera, soprattutto di amore: Giovanni era giovane e innamorato.  

L’amore ti pulisce la vista: Giovanni lo vede e Pietro si butta a nuoto per andargli incontro, stavolta è Pietro che precede Giovanni, non è come la sera di Pasqua che Giovanni l’aveva battuto nella corsa al sepolcro, stavolta è Pietro che raggiunge Gesù.

Il suo nuotare nel mare è simbolo del nostro andare verso Gesù: è una concentrazione di energia, di sguardo verso la meta, di coordinamento dei movimenti, di sforzo costante, di desiderio di arrivare.

Gesù lo si raggiunge così, non a caso: è lui che si offre, ma sei tu che lo devi desiderare, e ricordiamoci che il luogo più frequente in cui lo incontriamo è sempre il prossimo, il povero, chi è di nessuno, la tua coscienza, la croce.

E il prossimo non è un elenco di persone, ma sei tu che ti devi fare prossimo a chi la vita ti presenta. 

In questi mesi ci siamo fatti tante domande: dove è Dio, se siamo così tribolati? Che devo fare? Chi devo essere per le persone che non posso incontrare nemmeno più? Siamo rientrati in noi stessi, ci siamo ripresi in mano la vita, ma non è sufficiente, la nostra solitudine diventa luce e capace di futuro se siamo capaci di convertirci.

17 Aprile 2020
+Domenico
 

La gioia nel Signore è la Vostra Forza

Carissimi,
mi chiamo Marco, e sono uno dei “collaboratori” di questo sito, uno di quelli che pubblica ogni giorno la riflessione sul Vangelo di Don Domenico, dopo i necessari adeguamenti tecnici.

Oggi con questo sito faccio una doverosa eccezione nel condividere anche l’omelia del Santo Padre proclamata questa mattina dalla cappella di Casa Santa Marta dove la sua Messa Quotidiana è trasmessa in diretta ogni giorno ormai dal 9 Marzo, per sua stessa volontà in questo tempo di pandemia.

Il motivo per cui ho ritenuto di pubblicarla, sentito Don Domenico, è perché il Santo Padre ha affrontato estensivamente e magistralmente, il tema della gioia, in un modo semplice ma efficace, tale da poter costituire un buon alimento spirituale per chi segue regolarmente “Collaboratori della Vostra Gioia”.

Ve ne raccomando un attenta lettura, anche possibilmente ri-ascoltando i toni del Santo Padre che in particolare oggi sono stati difficili da rendere con piena efficacia in forma scritta.

Di seguito trovate la mia trascrizione dell’omelia che segue il video ufficiale di Vatican Media: se volete seguire il mio personale “servizio” di trascrizione dell’omelia del Santo Padre, che ho deciso di rendere in questo tempo di pandemia, potete consultarlo giornalmente su http://maria.reginadellapace.it … per quanto in questi giorni Vatican Media renda talvolta disponibile la trascrizione ufficiale delle meditazioni quotidiane con tanto di riferimenti biblici, in prima mattinata, o comunque molto prima di quanto era solito fare nei mesi precedenti …

16 Aprile 2020
Ave Maria.
Marco.

LettureAt 3, 11-26; Sal.8; Lc 24, 35-48.

In questi giorni a Gerusalemme la gente aveva tanti sentimenti: la paura, lo stupore … il dubbio …

«In quei giorni, mentre lo storpio guarito tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore»: c’è un ambiente non tranquillo, perché … accadevano cose che … non si … capivano.

E il Signore è andato dai suoi discepoli: anche loro sapevano che era risorto già, anche Pietro lo sapeva perché aveva parlato con Lui quella mattina; questi due che tornarono da Emmaus lo sapevano, ma quando il Signore è apparso si spaventarono: «sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma».

La stessa esperienza l’avevano avuta sul lago, quando Gesù è venuto camminando sulle acque, ma in quel tempo Pietro, facendosi coraggioso, ha scommesso (con) il Signore, ha detto “Ma, se sei tu mandami ad andare sulle acque”; questo giorno Pietro era zitto, aveva parlato col Signore quella mattina e … di quel dialogo nessuno sa cosa si siano detti, e per questo era zitto; ma erano così … pieni di paura, sconvolti, credevano di vedere un fantasma, e lui dice “ma no”, «Perché siete turbati», «perché sorgono dubbi nel vostro cuore?», “guardate le mani, i piedi …”: gli fa vedere le piaghe, quel tesoro di Gesù che … lo ha portato in cielo per farlo vedere al Padre e intercedere per noi.

«Toccatemi e guardate un fantasma non ha carne e ossa», e poi vi è una frase che a me da tanta consolazione, e per questo … questo passo del Vangelo è uno dei miei preferiti: «Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore», la gioia gli impediva di credere! Era tanta quella gioia che “no, questo non può essere vero”, questa gioia non è reale, è troppa gioia! E questo gli impediva di credere.

La gioia, i momenti di grande gioia: erano strapieni di gioia, ma paralizzati per la gioia; e la gioia è uno dei … dei desideri che Paolo fa ai suoi di Roma: “Che il Dio della speranza vi riempia di gioia” gli dice; riempire di gioia, essere pieno di gioia, è l’esperienza della consolazione più alta, quando Signore ci fa capire che … che questa è un’altra cosa di essere allegro, e positivo, luminoso: no, è un’altra cosa essere gioioso, ma pieno di gioia, una gioia traboccante, così, che ci prende da pieno … e per questo Paolo gli augura che “il Dio della Speranza vi riempa di Gioia”, ai Romani; e quella parola, quella espressione “riempire di gioia”, va ripetuta tante, tante volte.

Per esempio quando accadde quel “successo” del carcere, e Pietro salva la vita al carceriere che era (li) per suicidarsi, perché … si erano aperte le porte, poi il terremoto, e poi gli annuncia il Vangelo, lo battezza … e il carceriere, dice la Bibbia, era pieno di gioia per aver creduto; lo stesso accade col “ministro dell’economia” della Candacia (At 8,26-39), quando Filippo lo battezzò, e su … sparì, lui seguì il suo cammino pieno di gioia; e lo stesso successe nel giorno dell’Ascensione: i discepoli tornarono a Gerusalemme, dice la Bibbia “pieni di gioia“, e la pienezza della consolazione, la pienezza della Presenza del Signore, perché come Paolo dice ai Galati “la gioia è il frutto dello Spirito Santo”, non è la conseguenza delle emozioni che scoppiano per una cosa meravigliosa, no .. è di più: questa gioia, questa che ci riempe, è il frutto dello Spirito Santo, senza lo Spirito non si può avere questa Gioia!

Ricevere la gioia dello Spirito: è una Grazia.

Mi viene in mente gli ultimi numeri, gli ultimi paragrafi della Enciclica “Evangelii nuntiandi” di Paolo Sesto, quando parla dei Cristiani gioiosi, degli evangelizzatori gioiosi, e non di quelli che vivono sempre giù: oggi è un giorno bello per leggerlo.

Pieni di gioia: è questo che … ti dice la Bibbia, ma perché per la gioia non potevano credere, era tanta che non credevano.

C’è un passo del libro di Neemia, che ci aiuterà oggi in questa riflessione sulla gioia: il popolo, tornato a Gerusalemme, ha ritrovato il libro della legge, è stato scoperto di nuovo, perché loro sapevano la legge a memoria, ma il libro della legge non lo trovavano: grande festa e tutti … tutto il popolo si riunì per ascoltare il sacerdote essere che leggeva il libro della legge, e il popolo commosso piangeva, piangeva di gioia, perché aveva trovato proprio il libro della legge, e piangeva, era gioioso, e pianto … alla fine, quando il sacerdote Esdra finì, Neemia disse al popolo “State tranquilli, adesso non piangere più: conservate la gioia, perché la gioia nel Signore è la vostra forza“.

Questa parola del libro di Neemia ci aiuterà oggi: la grande forza che noi abbiamo per trasformare, per predicare il Vangelo, per andare avanti come testimoni di vita e la gioia del Signore, che è frutto dello Spirito Santo, e oggi chiediamo a Lui, di concederci questo frutto. 

Ritorna la speranza e saltano le paure

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

Audio della riflessione

Occorre che ci riportiamo, ogni giorno di questa settimana, alla luce, alla forza, alla gioia, al dono inestimabile della Pasqua e non possiamo non leggere le emozioni, le paure, le nuove forze che nascono nel gruppo disperato fino a quel giorno degli apostoli.

E’ un cammino che viene richiesto a tutti per vivere la Pasqua, non come una domenica qualunque, o un fatto come tanti della vita di Gesù, ma come essa è: il centro della nostra fede e della nostra vita di Chiesa

Gesù ritorna dai suoi e li trova sconvolti e pieni di paure; collochiamo questo fatto in un rapporto normale tra amici: avevano vissuto assieme per circa 3 anni, si erano lasciati lentamente convincere e scaldare il cuore, in Gesù avevano ritrovato speranza; ce ne avevano messa di volontà per riuscire a entrare nel nuovo ordine di idee, nella nuova esperienza di fede che Dio aveva loro offerto nella persona di Gesù; ne avevano viste di schiavitù saltare, si erano sentiti entusiasti al ritorno dalle piccole missioni a due a due che avevano fatto; ogni tanto litigavano fra loro per spartirsi i ministeri del Regno di Dio, e Gesù li rimproverava amabilmente.  

In quell’ultima cena erano convinti, partecipi, commossi, si erano lasciati lavare i piedi; ma poi c’era stata la prova, lo sconvolgimento, la tentazione, la fuga.

 Lui l’avevano lasciato al suo destino: la costruzione della loro nuova mentalità non aveva retto; erano crollate a una a una le motivazioni umane: fascino di Gesù, amicizia, entusiasmo per una nuova visione della realtà, sogni di mondo nuovo, progetti di attività comuni, contrapposizione al mondo, al modello religioso dei farisei … 

Insomma, avevano sperimentato ciascuno, in cuor loro, la delusione: forse questo sentirsi “traditi e ingannati” … e … non avevano pensato che erano stati loro ad averlo abbandonato!

Lui non aveva mantenuto le promesse e loro se ne erano tornati a pescare.

Le donne avevano speso un capitale per imbalsamarlo, tanto credevano alla risurrezione che aveva loro promesso, e i discepoli si stavano a leccare le ferite.  

E Gesù si ripresenta, ma non per la resa dei conti: arriva per aiutare a capire, per ricostruire amicizia, per radicare nella fede le loro esistenze smarrite: “Quei colpi secchi sui chiodi che avete udito da lontano mi hanno forato mani e piedi, ma non mi hanno fissato alla morte. Quell’urlo agghiacciante che avete potuto sentire, ben protetti per non farvi vedere, non è stata disperazione, ma affidamento a Dio mio Padre, che mi dona per sempre a voi. Quel colpo di lancia ha fatto nascere la nuova comunità, la Chiesa, che ora affido a voi, per vivere una nuova comunione”. 

Gesù, insomma, non rinfaccia il tradimento, ma continua a farli crescere, li lancia nella missione: “Voi sarete testimoni di tutto questo”.

Non è il modo di educare di tanti consigli disciplinari, che è quello  di calcare la mano sugli errori, di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, di chiamare alla resa dei conti.

 Gesù invece torna ad avere fiducia, richiama ancora dalla sua parte e dice: vi affido la mia buona notizia, il Vangelo, da annunciare a tutti. 

Non vi lascio soli: il mio corpo e il mio sangue lo avrete sempre con voi.

 E ce lo affida ancora oggi. 

Abbiamo provato in questi mesi a farne a meno, domandiamoci se c’è dispiaciuto o se … ci siamo già abituati facilmente: non ci si abitua al dolore! Come non si sono “abituati al dolore” i nostri malati di questa epidemia: che il Signore li ri-consoli e dia loro salute, a tutti.

16 Aprile 2020
+Domenico

I due amici sfiduciati col morale ai tacchi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Audio della riflessione

Sfiduciati, senza futuro, ripiegati su di sé, illusi, con un grande passato alle spalle, senza prospettive e possibilmente evitati da tutti: non è la fotografia dei reduci del Vietnam o di un gruppo giovanile che alla domenica non sa come “far sera” tra una sgommata e l’altra in automobile, anche se in questi tempi non possiamo fare questo; è il ritratto della nostra vita, del mondo delle nostre relazioni, quando assaporiamo una sconfitta e gli ideali che ci avevano uniti non tengono più.

Ciascuno sfoglia nella sua memoria l’album delle fotografie, le ricorda agli altri ma non c’è più niente che ci tiene assieme.

È il ritratto di una coppia di sposi che han vissuto e si sono dati amore e d’un tratto, questo amore si svuota.

È la scena dei due amici, tirati dentro, entusiasti nell’avventura di Gesù e ora distrutti e delusi: credevano di averlo in mano, aveva loro scaldato il cuore più di una volta, avevano visto in trasparenza una vita nuova, ora hanno negli occhi solo il suo cadavere, nei pugni serrati la rabbia di essere stati liquidati, nelle gambe un tentativo di fuga dalla vita.

La fede non è proprio “come la penso io”, anche nella Chiesa non tutto gira bene: “ho sempre pensato che ci fosse veramente il bene e lo trovo sempre più impigliato in compromessi”.

Mi dice un ragazzo di quindici anni: sono stato sveglio tante notti fino alle 5 di mattina a domandarmi: ma Dio esiste davvero? 

Quei due discepoli, turisti sconsolati della domenica sera, che si preparano a fare la coda per rientrare ad affrontare un nuovo lunedì, sono la nostra fotografia.

Ma hanno una impennata di vita e di luce: si siedono a tavola con uno straniero che ha cercato tutto il giorno di consolarli; quello prende un pezzo di pane, lo spezza, lo benedice … si aprono loro gli occhi! Questo gesto è altamente simbolico: è vita donata è spezzata, è un consegnarsi fino all’ultima goccia per amore

Si rimettono in coda per rientrare a Gerusalemme, ma non sono più gli sconfitti della vita, i delusi del proprio passato: hanno ritrovato la chiave interpretativa della loro esistenza e della loro fede.

Diremmo noi “sono andati a Messa”: in quel corpo spezzato hanno trovato le uniche ragioni di vita; hanno ripensato all’ultima cena, e in quel ripensamento hanno ritrovato la presenza di Gesù.  

E … abbiamo provato, in questi lunghi mesi, a non poter partecipare all’Eucarestia, allo spezzare il pane, a non vedere, a non stare in compagnia per questo incontro con Gesù che ci dà forza, che ci rende un corpo solo, che ridà alla nostra fede il fulcro centrale del sentirsi amati fino all’ultima goccia di sangue da Gesù.

Non ci siamo abituati a fare senza, ma ci siamo accorti che qualcosa ci mancava e per molti manca ancora. 

15 Aprile 2020
+Domenico

La Pasqua è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 11-18)

Audio della Riflessione

Ci troviamo oggi a fare il punto sulla nostra esperienza di vita quaresimale, e ora pasquale: abbiamo seguito Gesù nella sua forza irrompente di annuncio del Regno di Dio, abbiamo fatto fatica a seguirlo, abbiamo celebrato in maniera del tutto inaspettata, per le nostre pasque celebrate sempre, la sua gloriosa passione e morte, ci siamo rallegrati della Pasqua.

La nostra vita purtroppo, la vita pubblica, è stata ferita dalla epidemia, dalle guerre infinite del medio oriente, dalle sofferenze che questa guerre senza tregua che stanno portando, dalla stessa migrazione e respingimento di famiglie. 

Oggi ritorniamo ancora alla nostra condizione, che sembra senza fine, di assediati dalla epidemia, ma desideriamo  dare gambe alla speranza di una quotidianità normale: le feste passano presto, a noi resta la vita dura di tutti i giorni, da far diventare un gesto d’amore sempre a Dio e alle persone.

Ci aiuta questo pianto sconsolato della Maddalena, l’annunciatrice del risorto: ha scatenato la gioia in tutti, in tutti i potenti ha messo un dubbio, nell’animo degli apostoli ha provocato un terremoto e ora sente la mancanza di Gesù e piange. 

Il pianto non è sempre un dolore: può diventare liberazione, invocazione, richiesta di riempimento di una assenza; la Maddalena è sconsolata, ma è ancora troppo concentrata su di sé, ha ancora nel cuore il desiderio di concludere con un gesto di pietà la sua avventura cristiana: le sembra che l’unica cosa da fare sia “imbalsamare”.

È immagine della ricerca dell’amore che nel cantico dei cantici fa percorrere all’amata tutti sentieri più impervi della vita per ricongiungersi all’amato, e lei invece vuole andare ad imbalsamare.  

Ma sente risuonare con dolcezza il suo nome: Maria.

Sentirsi chiamati per nome è una tra le cose più belle della vita: è la chiamata di chi ci vuol bene, di chi ha fiducia che noi lo possiamo aiutare, di chi ci aspetta e sogna che noi possiamo essere la sua felicità.

E’ la chiamata alla vita: è la chiamata a cambiare direzione perché spesso abbiamo sbagliato proprio la direzione della vita vera … e Maria Maddalena, sentitasi chiamare, cambia direzione: si volta, si converte, cambia modo di pensare.

Gesù non è più un misero corpo da imbalsamare, ma un Dio da seguire; non è un  passato da piangere, ma un futuro da aspettare, da preparare; non è un possesso da tenere per sé, ma un dono da offrire a tutti: «Va dai miei fratelli e dì loro» sono le parole che le rivolge Gesù!

Anche noi siamo chiamati a stare tra noi da fratelli e dire con la vita che crediamo nel Risorto, dire con la solidarietà che Dio non abbandona nessuno, annunciare che non siamo dimenticati, ma amati, aspettati, chiamati per nome da Dio.

Testimoniare la risurrezione oggi non è dire parole, ma esprimere solidarietà, condivisione: è contemplare tra le pieghe della vita il bene che va aiutato a esplodere, a farsi casa, quando Dio vorrà, nelle nostre relazioni private e pubbliche, nel nostro lavoro e nel nostro rischioso mestiere di vivere. 

Ci sentiremo negli orecchi, oggi e sempre, quella voce di Gesù che ci chiama per nome e che ci vuole suoi collaboratori per la gioia di tutti.  

14 Aprile 2020
+Domenico

Dove si proclama la verità, c’è sempre la menzogna

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28, 8-15)

Sulla tomba di Gesù, prima della Pasqua, tutto era stato meticolosamente disposto dai sacerdoti del tempio: sigilli alla tomba, che purtroppo per loro era “diversa” dalla fossa comune, e soprattutto guardia, a prova di furto.

Racconta poi Matteo che, all’alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, «vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve.» (Mt 28,2-3)

E qui Matteo descrive quanto è occorso alle guardie: «Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite.» (Mt 28,4)

Dunque, le guardie hanno visto l’angelo scendere dal cielo, lo hanno visto rotolare la pietra, assicurata dai capi del popolo, e sedervi sopra; hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell’angelo alle donne, ma hanno di certo visto l’evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli.  

E questo lo hanno annunciato ai sommi sacerdoti!

Un annuncio dunque è giunto anche a loro, ma i “preti” del Tempio, che lo avevano fatto uccidere, avevano il cuore indurito, come quello del faraone. e un cuore indurito può soltanto partorire la menzogna già architettata: non avevano creduto alle parole di Gesù circa la sua identità, lo avevano creduto un impostore quando annunciava la sua risurrezione, ed era menzogna.  

Ed essa, come sempre, ha bisogno di altra menzogna per legittimarsi come verità: così, pur di fronte all’evidenza del fatto annunciato loro dalle guardie, la loro unica preoccupazione è quella di far tacere sul nascere la verità.  

Il dubbio non li sfiora neppure, anzi, credono alle guardie, credono che un angelo abbia rotolato la pietra; sono stati i primi a credere alla risurrezione, proprio loro che avevano giurato di seppellire Gesù definitivamente, di cancellarlo dalla vita degli uomini; ma, schiavi della propria carne e del progetto demoniaco che li aveva afferrati, decidono di realizzare questo progetto sino in fondo, dando corpo alla menzogna che avevano già insinuato a Pilato, e per realizzare il piano, corrompono con denaro le guardie, strangolando la verità nella cupidigia; non solo, si impegnano e si fanno carico di persuadere il governatore che le cose erano andate proprio come essi avevano inventato, facendosi missionari della menzogna.

Accanto alla Verità, infatti, appare sempre la menzogna.  

Non a caso Gesù è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, come la Chiesa è stata costituita perché sia fedele annunciatrice e testimone della Verità.

Perché la testimonianza sia credibile e perché ogni uomo possa essere davvero libero nell’accoglierla o nel rifiutarla, è necessaria la menzogna: per la fede non c’è mai nessuna evidenza, c’è sempre una libertà di accogliere o rifiutare il grande amore di Dio, che vogliamo sempre augurare e impetrare per i nostri malati di epidemia. 

Che ci sia una Pasqua, un passaggio dalla malattia alla guarigione, dalla paura alla gioia, dall’isolamento da tutti gli affetti, alla propria famiglia!

Signore deve essere Pasqua per tutti, ti implora la tua Chiesa!

Maria intercedi, sei sempre la nostra mamma. 

13 Aprile 2020
+Domenico

La risurrezione è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-10)

Oggi è al culmine la Settimana Santa: l’abbiamo vissuta all’insegna dei ricordi, delle tradizioni, delle usanze ereditate dai nostri genitori; abbiamo forse rimpianto – stando in casa – quando ci siamo improvvisati attori, registi, sceneggiatori di fatti più grandi di noi …. e siamo potuti risalire alla nostra infanzia, all’incanto di ogni fanciullezza, e quest’anno abbiamo visto soltanto in TV o nell’isolamento, giovani interpretare Gesù Cristo, uomini maturi fare Pilato, anziani fare i sommi sacerdoti, il solito – segnato a dito – fare Giuda.

Poi si sono fatti passare di mano in mano quella croce.

Potevamo essere tentati solo di esprimere tradizioni, folklore, appuntamenti con la storia, oggi però la cosa cambia di netto: ieri era possibile stare indifferenti, stare sulle nostre, non scomodarci troppo, oggi non è più possibile, dobbiamo fare il salto della fede

Oggi ci viene chiesta la fede: non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il “risorto”, perché li ci vuole un atto di fede; appendiamo solo un  crocifisso, che richiama la storia e pietà di un uomo, anche se molti ci negano anche quella. 

Oggi facciamo il salto nell’oltre: riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori, è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. 

Colui che è morto così miseramente, senza nessuno stoico coraggio, è il Figlio di Dio; e dice uno dei quattro Vangeli nel racconto di questa giornata memorabile: «Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28, 1-2).

E’ un discorso difficile, perché occorre affidarsi: occorre avere il coraggio di leggere il “terremoto” di cui si parla nel Vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione; questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio: è il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.

Abbiamo avuto – e molti hanno ancora – il terremoto del coronavirus che ci sta cambiando l’esistenza, che ci mette alla prova, ma non ci può togliere la speranza di questo terremoto della risurrezione. 

E’ il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili di vita della nostra esistenza, della speranza oltre ogni paura e ogni dolore. 

Il terremoto del coronavirus ci fa paura, e ogni tanto anche qualche altro terremoto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia: è questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore.  

Ognuno di noi ha il suo macigno, una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro: è il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato.

E’ questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martiri anche di questi tempi, di tanti giovani sgozzati, crocifissi perché cristiani. 

Sono stato non poche volte a celebrare Messa in una qualche scuola in occasione della Pasqua e ho trovato ragazzi, giovani, che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni: questo spesso è il coraggio della nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private; la nostra fede “per mestiere”, il nostro forzato credere per  non creare problemi dove siamo. 

Ma Dio è grande, e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia!

Risurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie e più autentico dei nostri giuramenti. 

Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai”, perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nelle braccia di Dio.

Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazzareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.  

12 Aprile 2020, Pasqua di Resurrezione
+Domenico