Silenzio, desolazione, sconforto, fino all’alba più bella di tutte

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10 )

Oggi c’è silenzio grande in tutte le chiese.

Ieri non abbiamo celebrato l’eucarestia perché abbiamo fatto memoria e adorato Gesù Cristo nella sua morte; oggi, sabato, gli apostoli si sono rifugiati nel cenacolo: la loro disperazione si taglia a fette, ribolle in loro la fuga che hanno fatto miseramente dal Calvario, l’abbandono del maestro, la sconfitta senza speranza.

Stanno pensando come fare i funerali, come portarsi al luogo della sepoltura, che pensavano doveva essere la fossa comune dei delinquenti, intoccabile, ignominiosa: dentro si sarebbe sepolta ogni traccia del suo assassinio, della sua morte, della sua condanna.

Solo le donne sapevano dove invece lo avevano sepolto, e avevano predisposto tutto per imbalsamarlo: erano “vecchie del mestiere” le vestali della morte, tocca sempre a loro, alle donne, riportarsi in grembo quel figlio dell’uomo che con tanto amore e cura hanno allevato, fatto crescere, accompagnato.

Scompaiono per un po’ dalla sua vita, ma quando te lo ammazzano, sono ancora loro che rientrano in campo per consegnarlo alla terra.

Questa è la storia di ogni uomo: le donne della piazza di Maggio in Argentina non si sono mai date pace, sono sempre state in attesa di poter consegnare alla terra, almeno nel loro cuore, i figli, i nipoti strappati e scomparsi. 

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio, della riflessione, del nostro esame di coscienza e diventerà per tutti il giorno della più grande attesa. 

Ebbene, è un grido solo quello che si ode per i vicoli di Gerusalemme quel giorno dopo il Grande Sabato: hanno portato via il Signore.

Il potere s’è fatto furbo: i funerali sono spesso più pericolosi dell’assassinio; i conti però non tornano: Pilato aveva fatto mettere delle guardie perché non inventassero sublimazioni pericolose, o mitizzazioni deleterie, tormentoni infiniti.

Ma il corpo là non c’è più!

Non solo sono le donne che lo dicono: c’è la “visita ufficiale” diremmo del Papa, di Pietro, che constata l’assenza del cadavere; c’è una deposizione un po’ ridicola presso i carabinieri: ci siamo addormentati ed è venuto qualcuno a portarcelo via.

Ma se dormivate, come fate a dire che qualcuno l’ha portato via?

Sì, perché tu avresti qualche altra soluzione? Dai, lasciaci firmare, per il servizio fatto, che torniamo in caserma: a quello gli ho squarciato il petto io e non ci potrà più nuocere, in giro per Gerusalemme non ne vedremo più nemmeno l’ombra.”  

Invece Lui, Gesù, si fa incontrare vivo: Lo incontrano le donne, lo vede Pietro, lo ascoltano di nuovo tutti gli amici.

È lui, è Gesù, è ancora con noi: è una vita piena.

Non è vero che ce ne dobbiamo ritornare a vivere come prima: Lui alla morte ha riso in faccia, il Padre non lo ha abbandonato, è vero quello che ci aveva detto! 

Ma allora la nostra vita cambia: il nostro dolore ha un senso, non siamo a un eterno ritorno, non viviamo sotto un cieco destino!

Chi consuma la vita nell’amore la continua piena, nuova, definitiva. 

Per la nostra povera umanità italiana e mondiale oggi è ancora un Sabato Santo di attesa, di angoscia, per la vita fisica in grande fragilità; è ancora più fragile per molte famiglie: è un attesa di pace, di prospettiva di ricostruirci una vita serena. 

Supplichiamo Dio che ci faccia sperimentare risurrezione, rinascita, umanità nuova. 

11 Aprile 2020
+Domenico

Gesù muore, come muore ogni uomo

Una riflessione sul Venerdì Santo

Possiamo ancora oggi, se ci teniamo alla nostra fede in Gesù, ricordare con un momento di silenzio, come si fa per le morti di chi stimiamo e amiamo, alle 15 la morte di Gesù: per noi credenti è il Figlio di Dio, per tutti una persona, un uomo, che ha cambiato la storia dell’umanità, e ancora la sta cambiando.  

Il racconto della sua passione ce lo presenta nel Getsemani: lì Gesù è ogni uomo, mostra le paure di tutti, i pensieri faticosi del vivere, le ansie e gli interrogativi del morire che ci assalgono tutti. 

La preghiera di Gesù è abbandono nelle mani del Padre, è il desiderio di sentirsi di qualcuno nel momento supremo e quindi si abbandona nella fede.

Gesù è turbato: non tenta penosamente di nasconderlo a nessuno, ma il turbamento non spezza il rapporto di fiducia in suo Padre.

L’ideale greco era di mostrarsi altero, dignitoso, sprezzante … l’ideale di Gesù è di mostrarsi fiducioso nel Padre: la sua è accettazione dolorosa della verità, è fedeltà a Dio.  

Gesù mantiene uno sguardo serio e realistico sulla morte: per la sapienza razionale, l’atteggiamento quasi stoico di un eroe di fronte alla morte è di gran lunga più nobile di quello di Gesù.

Il modo con cui Gesù è morto è uno scandalo, è indegno di un figlio di Dio, ma anche di un uomo responsabile di altri.

Dovrebbe fare da eroe, se vuole che qualcuno lo apprezzi, dovrebbe presentare una certa saggezza per essere ricordato da tutti nella sua fierezza, nel suo coraggio.  

Gesù si unisce in certo modo a tutte le nostre morti ingloriose, scioccanti, distruttrici di ogni umanità e le svuota di potenza dall’interno.

Gli eroi muoiono come si vorrebbe morire, Gesù muore come veramente si muore. 

Il fatto straordinario è che Gesù, lui che è morto così miseramente, soffrendo senza ritegno, affrontando le paure e le ansie del morire con così poco coraggio stoico, è proprio il Figlio di Dio. 

Se il Figlio di Dio muore così, allora le nostre povere morti, le nostre paure, le pene che soffriamo, l’attaccamento alla vita che abbiamo, il dolore disperato per le morti improvvise e violente sono depositate con amore nelle braccia di un papà, non sono opera di un tragico destino. 

Allora non ci è richiesto sforzo di autocontrollo, ma abbandono nelle mani del Padre: la nostra morte non è una resa dei conti impossibile, ma è lasciarsi amare fino in fondo da Dio, nella massima fiducia di avere un Padre che ci ama sempre, proprio a partire da quella morte in croce che nelle sue stesse braccia diventa risurrezione.  

Sul Calvario ci siamo ancora tanti di noi: questa epidemia è proprio un Calvario.

Tanta umanità sta ancora cercando di ridare speranza alla vita personale e sociale, alla salute fisica e alla pace: noi vogliamo guardare per tutti a questa croce che ci rivela  l’amore indiscusso di Dio per tutti.  

E … se in casa abbiamo un crocifisso, stacchiamolo dalla parete e diciamogli: Siamo peccatori ma ti vogliamo dare un bacio. 

Un bacio te lo diamo Gesù, non tener conto di come siamo stati e di quel che saremo. 

Avremo sempre bisogno della tua bontà e del tuo perdono, del tuo sguardo che hai lanciato a Pietro e di quello che hai detto all’adultera: va in pace e non peccare più

Dacci un momento di lucidità oggi, stasera: fallo durare una vita, ma accettalo anche se è solo un momento. 

10 Aprile 2020, Venerdì
+Domenico

Gesù ci lava la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 1-15)

E’ sempre bello poter rifarsi a qualcosa che ti incanta e ti incatena nello stesso tempo.

L’amore, per esempio, l’amore tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza: sei passato per caso, s’è accesa una passione, uno spasimo, una gioia che non puoi più contenere, hai fatto pazzie per capire, per incontrarti, per vedere come … “saziare” questo desiderio, come dargli un nome, come possederlo; non ce l’hai mai fatta perché ogni espressione non è mai stata capace di definirlo, di comprenderlo fino in fondo: c’è sempre stata una sete che non poteva esaurirsi.

La vita è così: accende forti passioni per farci alzare lo sguardo all’infinito, anche se noi facciamo finta che ci possiamo accontentare di qualcosa che vale molto meno: i soldi, il potere, il sesso fine a se stesso.

Ma nessuno si inganna con se stesso: sono tutte “pezze” di felicità che cercano di tappare un colabrodo che è la nostra vita e che fa acqua da tutte le parti.

Per noi cristiani una esperienza della stessa profondità dell’amore è l’Eucarestia, anche molto di più: questa semplicissima cena, in cui Gesù anticipa nei gesti, nei segni, nel pane e nel vino l’offerta di sé per la pienezza di vita del mondo, per colmare la sete di amore dell’uomo, per proporsi come riferimento alle nostre ricerche e alle nostre paure.

Proviamo brevemente a contemplare questo momento intenso, tragico, coinvolgente: immaginiamo di esserci tutti noi.

Quest’anno purtroppo lo possiamo soltanto proprio immaginare, non vediamo i segni perché non possiamo andare in chiesa, non possiamo partecipare a questa ri-presentazione in cui riviviamo l’ultima cena: possiamo soltanto “guardarla” alla Radio, a una TV o un tablet .

Però, per una sera voglio immergermi: Stasera ci sto anch’io.

Gesù tra l’annuncio di un tradimento e la crocifissione, prende tra le mani i piedi degli apostoli e li lava: quest’anno chi lava i piedi degli apostoli sono tutti quei medici e infermieri che stanno a curare, a consolare e confortare con grande dedizione i nostri malati.

Gesù – dicevo – ha preso tra le mani i piedi di ciascuno di noi, ha pensato a tutti i nostri percorsi sbagliati, le nostre fughe da lui, le nostre avventure incoscienti, i nostri tradimenti, ma prende tra le mani anche i piedi dei dottori, degli infermieri, delle persone che rischiano la vita per i nostri malati.

Stasera però Gesù vuol andare oltre e ci lava la vita.

E ci fa il suo più grande dono: “Vi dico che sono allo snodo fondamentale della mia missione: vi do la Mia Vita, perché vi voglio troppo bene. Non posso permettere più che il male sia l’ultima parola sui vostri sentimenti, sui vostri affetti, le vostre azioni, i vostri corpi e le vostre relazioni: questo pane spezzato e questo vino versato saranno sempre il segno di un dono senza rimpianti, di una vita donata senza ripensamenti; saranno il segno del Mio Corpo dilaniato e del mio Sangue versato per Amore, solo per Amore: il mio stesso corpo e il mio stesso sangue. E potrete sempre rifare questi miei gesti e ogni volta che li rifarete Io sarò lì ancora a dirvi che vi voglio bene, a dirvi che non immaginate che Padre avete nei cieli, a ricordarvi che è finita la schiavitù, che l’ultima parola non è la morte, anche se in cuore avrete odio, anche se userete questi miei segni per farvi belli, in una Chiesa dove state soltanto per dovere, in una comunità che usa la Messa per truccare l’odio e la falsità, anche quando i gesti li compirà un prete senza fede, senza amore, pieno di ambizioni: è un dono, per sempre, senza ripensamenti o nostalgie.

Ricordate che “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 24): questo è il paradosso a cui siamo chiamati anche stasera.

Se noi ci arroghiamo di essere i padroni della vita, la perdiamo.

La storia di ogni giorno ce lo insegna: non arrogandoci la vita per noi, ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla.

Questo è il senso ultimo della Croce, che domani metteremo al centro ancora di più del nostro essere cristiani: non prendere per sé, ma dare la vita.

E noi lo supplichiamo che ci lavi dalla nostra epidemia.

Abbiamo affidato alla medicina la purificazione che dobbiamo responsabilmente favorire e aiutare, ma c’è da lavare anche il nostro cuore che in questi tempi per molti di noi si è rattrappito nell’egoismo.

9 Aprile 2020
+Domenico

Il tradimento: un tarlo che può rovinare tutto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 21-33.36-38)

Anche nei cuori più puliti, nelle intenzioni più belle e sincere, nelle amicizie più profonde c’è sempre la presenza di un tarlo che può rovinare tutto: il tradimento.

Lo abbiamo provato tutti nell’età dell’adolescenza, quando avevamo trovato un amico, una amica, che speravamo fosse la nostra ancora di salvezza, il nostro punto di confidenza … speravamo che fosse il superamento della nostra solitudine e poi … ci siamo visti le nostre confidenze messe in piazza, i nostri sentimenti buttati in pasto a tutti, soprattutto l’amico, con cui avevamo fatto patti di acciaio, farsi ostile e nemico, con il vantaggio di avere in mano tutti i nostri punti più deboli: traditore.  

Gesù passa attraverso questa dolorosissima esperienza, non nei giochi di una adolescenza, che per prove e difficoltà si fa più forte nell’affrontare la vita, ma nel pieno della sua missione.

E’ stato tradito: aveva riposto tutte le sue speranze nei dodici, ma aveva sempre avuto grande rispetto della libertà di tutti.

Giuda e Pietro siedono alla stessa mensa, a quella cena intima che Gesù ha voluto consumare prima degli eventi definitivi della sua missione: ambedue apostoli, ambedue collaboratori stretti di Gesù, ambedue alle prese con la propria coscienza, le  proprie paure, ambedue con un rapporto di amicizia con Gesù.

E satana scatena la sua battaglia, si insinua nelle loro vite, ne sfrutta le debolezze: Giuda lo tradisce con un bacio, Pietro con la paura. 

Gesù li ha chiamati entrambi, ha voluto far nascere nel loro cuore la sua passione per il Regno di Dio.

Giuda era un poco di buono, Iscariota è parola vicina a sicario; Gesù accetta la sfida: se vuoi puoi farti affascinare da un amore più grande di quello che provi oggi; Giuda era stato scelto per essere apostolo, chiamato all’intimità con Gesù, a partecipare al suo progetto di mondo nuovo, a partecipare al suo amore, alla sua missione, ma ha scelto di abbandonare e ha creduto che il peccato fosse più grande della misericordia. 

I trecento denari con cui aveva valutato quel vaso che aveva sentito infrangersi nella casa di Lazzaro qualche sera prima, al cambio del tradimento sono solo trenta miseri denari, tanto poco è valutato Gesù dai sacerdoti del tempio.  

Non ha capito che poteva sempre e solo sperare, perché Gesù è la speranza vera di ogni vita: anche là dove si costruisce la tana dei disperati, c’è sempre uno spiraglio di bontà.

La luce della speranza si insinua in ogni fessura e vince

E abbiamo visto in questi giorni quanta bontà hanno espresso ed esprimono le persone che si sono messe al servizio degli altri in questa durissima prova dell’epidemia.

In questi giorni, guardando alla sofferenza di Gesù vogliamo essere consapevoli di non essere mai soli nel dolore, perché Gesù ci è passato dentro alla grande, e ne porta ancora i nostri pesi. 

8 Aprile 2020
+Domenico

Si può tradire in tanti modi

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,21-25) dal Vangelo del giorno (Gv 13, 21-33. 36-38)

«In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”».  

La settimana santa entra nella sua pienezza e si porta dentro i nostri sentimenti. 

Abbiamo bisogno di allargare la nostra visione della vita oltre i nostri dolori, le nostre pene: è il tempo delle grandi pulizie, che oggi vorremmo anche più fisiologiche per i nostri mali. 

La luna sta facendosi piena per risplendere al massimo, dalla tragica sera del Getsemani all’alba di Pasqua.  

Altri personaggi ci vengono presentati oggi dal Vangelo, sono Pietro e Giuda: due traditori, due personaggi che ci rappresentano molto bene.

Sono l’immagine della debolezza del nostro amore, della incapacità di buttarci con generosità per gli altri o per l’altro, sono il simbolo della fragilità che sperimentiamo ogni giorno, che vogliamo camuffare con maldestra fantasia.

Di fronte a Gesù si svelano le intenzioni del cuore.  

Pietro, sicuro della sua incrollabile fedeltà, fa l’indagine, cerca il traditore al di fuori di sé: “chi è che ha il coraggio di tradirti?”

Non pensa a sé, è sicuro delle sue scelte: Gesù è per Lui il figlio di Dio, l’aveva detto solennemente quando Gesù aveva fatto la sua inchiesta … bella frase, bel suggerimento dello Spirito, ma la vita ha bisogno di accogliere in profondità e con un tirocinio severo ogni dono di Dio.

Lui non pensa affatto che sarà messa a prova la sua fedeltà, il suo entusiasmo, la sua prontezza, la sua decisione, la sua leadership; invece farà i conti con l’inganno e la troppa fiducia in se stesso e il tradimento cova già dentro di lui i suoi artigli. 

L’altro è Giuda: lui ha già nel cuore la decisione presa, ha già costruito a tavolino la trama, si è già preso i soldi; Il suo cuore è lancinato: è il cuore di tutti noi quando siamo costretti a fingere; vorremmo che tutto fosse già finito, ne portiamo un peso insopportabile, ma non siamo capaci di tornare indietro.

Ci siamo visti fragili, ma non riconosciamo l’errore.

Non ne può più, ed esce sbattendo la porta: quei soldi che ieri rimproverava a Maria di aver buttato con quel lussuoso profumo versato sui piedi di Gesù, oggi li ha in mano lui, anche se sono solo trenta denari anziché i trecento del profumo, gli pesano troppo, va a disfarsene, ma è tardi. 

Non è invece mai tardi per chiedere perdono per affidarsi a Dio: io spero che gli sia bastato quell’istante in cui ha fatto il salto nel vuoto dall’albero, appeso a quella corda; spero che abbia visto in lontananza l’altro albero, quello della salvezza: la croce

Noi questo albero della croce chiediamo a Dio di vederlo, di adorarlo, di baciarlo, come salvezza dalla nostra triste condizione umana di epidemia e di dolore, di disfacimento e di disperazione, perché si accenda ancora la speranza, che è l’ultima a morire e che non vogliamo farci rubare da questa epidemia. 

7 Aprile 2020
+Domenico

E la luna piena ritorna: Domenica delle Palme

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt. 26, 14 – 27,66)

C’è una legge e un ritmo nel nostro vivere, nella vita del mondo, della natura, che riporta le cose a un infinito ritorno, a una infinita partenza.

Le stagioni si susseguono con maggiore o minore regolarità: ogni anno finisce l’inverno e torna la primavera, il sole torna alto nel cielo, le piante scoppiano di verde … la luna questa settimana tornerà piena nel cielo a illuminare la notte.

È … la stessa luna che ha illuminato quello sparuto gruppo di ebrei nell’orto degli ulivi, addormentati qua e là … sotto gli alberi, mentre la “soldataglia” stava preparando la sua sorpresa al Maestro, e la luna illuminava il Maestro in preghiera, ma anche la strada al traditore … il Suo volto angosciato … ma questa luna, però, non illuminava un eterno ritorno.  

Quella settimana era decisiva per l’umanità, per ciascuno di noi: il mondo non sarebbe stato più lo stesso … la natura avrebbe continuato a fare il suo corso, ma l’umanità non sarebbe stata più la stessa.

Un uomo sarebbe stato ammazzato, ma non ci sarebbe stata tomba alcuna capace di custodirlo cadavere!

Un processo si sarebbe celebrato, con tutti gli “aggiustamenti” che il potere riesce a mascherare, ma la coscienza dell’uomo ne sarebbe stata sconvolta per sempre: quel processo, da allora, viene ripetuto dallo Spirito in ciascuno di noi, per convincerci di “correità” con quella morte. 

Quella Domenica, dopo la luna piena di Marzo ci avrebbe continuamente richiamato l’evento definitivo della vita dell’uomo: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù di Nazareth, uomo, figlio di Dio, centro della storia e dell’universo.

“Settimana Santa”, la chiamiamo noi cristiani, e oggi, fuorché da noi, si inizia in tutto il mondo cattolico con una festosa piccola processione con in mano ramoscelli di ulivi.

Gli unici spensierati e felici sono i ragazzi, come lo sono stati spontanei, creativi e coinvolgenti al tempo di Gesù: volevano solo far festa, noi adulti invece eravamo già pronti a cambiare casacca e soprattutto a cambiare festa in vendetta, a cambiare “osanna” in “sia crocifisso”.

E’ una settimana ancora rischiarata da luna piena, in cui siamo chiamati a rivivere quegli eventi, almeno nelle nostre case, nei nostri spazi di quotidianità, a ricollocare le nostre vite e il nostro convivere su quello scenario.

Ci rivediamo in Giuda, con i nostri tradimenti; in Pilato, col nostro lavarcene le mani; con quella folla festante oggi e pilotata e assetata di sangue all’indomani; ci rivediamo in Pietro che non regge alla tentazione di nascondersi, che fa il “camaleonte”, e che piange disperatamente.

Stiamo a contemplare Lui, Gesù, carico delle nostre cattiverie e paure, ma con quello sguardo di forza e perdono, che apre la nostra vita a una speranza nuova

Ed è una speranza che supplichiamo il Signore di farcene regalo, quest’anno … in cui sembra che tutto sia in declino, sia ineluttabile, in cui sperimentiamo che scienza e tecnica non sono risolutive per tutti e per sempre, in cui scopriamo di essere una umanità che non si scoraggia però, che ce la mette tutta, e che ha speranza sempre nell’amore di Dio. 

5 Aprile 2020
+Domenico

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11, 49-50) dal Vangelo del Giorno (Gv 11, 45-56) 

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!? (Gv 11, 45-56) 

<<Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera>> 

Ci sono sempre “tattiche politiche” che usano far fuori il leader per disperdere correnti di pensiero o di lotta, per fermare movimenti della gente che toglierebbero ai potenti il controllo sulle vite e sulle cose: in certi paesi si dice che si vuole la pace, ma quando è veramente prossima a qualche accordo che la potrebbe far balenare concretamente davanti agli occhi, si programma un attentato o si progetta un assassinio.

La nostra storia recente ce ne mostra tanti esempi: certi gruppi violenti vanno proprio a prendere le persone migliori, quelle che veramente anche nel nascondimento tessono le linee di un mondo diverso e le ammazzano per fermare la storia. 

Così il sinedrio pensa di Gesù: questo uomo sta portandoci via il popolo, sta sconvolgendo il nostro mondo religioso; già tanta gente lo sta seguendo: cominciano a risponderci male, come quel cieco di alcuni giorni fa che si faceva beffe di noi, che insinuava se anche noi eravamo discepoli di questo Gesù.

Occorre fermarlo!  

Un gruppo che esercita la violenza ha una necessità assoluta da cui partire: deve trovarsi d’accordo, completamente, tutto il gruppo; ciascuno deve essere possibilmente lui stesso l’autore dell’assassinio che si progetta, altrimenti si defila e rompendo la compattezza, rende perdenti. 

E’ meglio che muoia!

E’ la sentenza nei confronti di Gesù: la condanna di Pilato sarà una farsa, la morte di Gesù era già stata decisa molto prima.  

Qui la cattiveria dell’uomo si incontra con il progetto di Dio … “è meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” … certo, la salvezza che pensava il sinedrio era quella dell’autoconservazione, del controllo sulle coscienze e sulla religione, invece nei piani di Dio la morte di Gesù è veramente il segno di un passaggio epocale da cui non si torna indietro: l’umanità viene salvata.

In quella sentenza c’è la prospettiva nuova che la morte e la risurrezione di Gesù porterà.  

Quel “meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” è la scelta di dono radicale di sé di Gesù, è la sua scelta di amore, è la realizzazione del piano di Dio fino dall’eternità.

La cattiveria di questi uomini non solo non ferma il piano di Dio, ma si svuota dall’interno per far posto al più grande gesto d’amore della storia: su quella croce finirà l’amore di Dio che non ci abbandona mai.

Questa croce sarà sempre un segno di grande solidarietà del Signore con tutte le nostre sofferenze, che non devono portarci alla disperazione, ma a una nuova speranza, perché la sofferenza non è stata l’ultima parola anche per Gesù: che ci aiuti, e ci dia la gioia di poterci ritrovare assieme tutti a ringraziarlo del pericolo passato.

Questa nostra pasqua sia un passaggio dalla malattia alla salute, dal mare di sofferenza e di tribolazione alla ritrovata terra della salute e della consolazione. 

4 Aprile 2020
+Domenico

Vogliamo starci anche noi in questa imminente Settimana Santa

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,31-42)

Non avevano potuto lapidare l’adultera, si erano loro aperte le mani a forza per lasciare cadere il sasso, ciascuno aveva rivisto al rallentatore la sua vita ed erano stati costretti a reprimere una condanna fin troppo comoda, irresponsabile, assassina … ricordate … quando c’era quella donna colta in adulterio, che volevano lapidare?

È sempre facile la tentazione di farsi una coscienza pulita scaricando la colpa sugli altri, su quella povera donna, su quella famiglia fallita … stavolta però sono tornati i sassi in quelle mani, e la presa è più forte e sicura.  

Immagino i pensieri dei farisei: “Noi saremo moralmente non irreprensibili; siamo fatti tutti di carne, è pur vero, ma … bestemmiatori mai! Noi sappiamo stare al nostro posto. Dio è l’altissimo, sia sempre benedetto il suo Nome, noi sappiamo di essere creature; la nostra religione è la forza che ci tiene assieme, che tiene assieme il nostro popolo; Lui è la roccia, noi siamo il popolo e gregge del suo pascolo.” 

In quelle mani contratte, in quelle dita che trattengono nervosamente le pietre c’è tutta la storia, la cultura, ma anche l’ingessatura di un cuore indurito, di una religione diventata fondamentalismo: e Gesù tenta di smontare questa schiavitù interiore, ne va della sua missione!

Dio Padre, l’abbà dei miei colloqui quotidiani, non è il Dio delle lapidazioni, ma dell’Amore!

Cercavano allora di prenderlo di nuovo: Gesù era veramente braccato, doveva giocare d’astuzia.  

Il suo primo nemico non era solo l’ “establishment”, ma la gente di “parrocchia”, i cristiani della messa prima, i cattolici del conformismo, noi che ci siamo abituati a Dio come al colore delle pareti: e noi ci trova dovunque fuorché nel Getsemani, là dove ci si deve convertire, purificare, affrontare anche nella solitudine il necessario cambiamento di vita.

Gesù sente urgente ritornare al Giordano, e ritorna a quel luogo che gli aveva dato lo stile della prima predicazione del Regno: purtroppo non c’è più Giovanni, hanno decapitato con lui tutti i suoi sogni, ma c’è ancora gente che spera, che vuole continuare la conversione.

Qui al Giordano aveva avuto l’investitura del Regno. Qui si erano formati i primi nuclei di nuova evangelizzazione: Non è stato un bagno nei ricordi, ma una nuova definitiva partenza.

Gesù non si fa più illusioni; è tempo di offrirsi.  

Non verrà sorpreso con l’inganno, non sarà sfortunato, ma si offrirà: Il suo è un gesto di amore.

Nessuno deve stringere sassi nelle mani per lapidarlo, nessuno si dovrà appostare, lui grida: quello che vuoi fare, fallo subito! Sono pronto!

Ci vogliamo stare anche noi in questa imminente Settimana Santa: torniamo al nostro Giordano, alla incandescenza dei nostri ideali e non lasciamo Gesù solo, tanto più che vorremmo vivere una Settimana Santa, mai vissuta cosi, con i nostri malati, solidali con gli operatori sanitari e sociali, come segno di una Pasqua che vogliamo non tardasse più. 

3 Aprile 2020
+Domenico

Dio … è un Dio crocifisso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 51-59)

Si fa un gran parlare, anche su nuovi libri che vengono composti da pubblicisti, giornalisti, “opinion leader” … di Gesù: della sua vita, dei suoi miracoli, delle sue parole, del suo Vangelo ….

Il problema cruciale però è la sua identità: Chi è Gesù?

È un predicatore? È un imbonitore, un taumaturgo, un prodotto della fantasia di discepoli troppo succubi? È il frutto di una operazione mediatica dei tempi passati?
È una persona veramente esistita?

Insomma … si avanzano tante ipotesi storiche, tanti dubbi sulla veridicità delle testimonianze, per questo si cerca soprattutto in testimonianze storiche anche al di fuori dei Vangeli, in scritti laici, in storiografie dell’impero romano.

E di Lui, in esse, si parla!  

Ma non è sufficiente: al cristiano interessa che Gesù sia visto non come un uomo soltanto, ma come il figlio di Dio … e qui i libri laici che pure sono molto utili se sono corretti dal punto di vista storico, fanno fatica evidentemente ad ammetterlo.

Ma Gesù non è compreso bene se non si fa questo “salto”, se almeno non si apre l’intelligenza a questa ulteriore definizione, che è quella più importante.

Nella diatriba con i giudei del capitolo 8 di Giovanni il discorso torna sempre: è il risultato anche di tutte le discussioni, gli approcci a Gesù del primo secolo, delle prime comunità cristiane … e non per niente il popolo ebreo si è poi distaccato da Gesù e ha continuato a definirlo un usurpatore della sua “uguaglianza” con Dio, un bestemmiatore: non aveva senso per loro e non lo ha per la nostra razionalità.  

Ma il Vangelo di Giovanni è esplicito: «In verità, in verità vi dico …», e quando si usa questo, nel Vangelo si intende che segue una affermazione decisiva per la fede, «… prima che Abramo fosse, Io sono». 

La consecutio temporum, cioè il modo di collegare in termini corretti i tempi dei verbi in un periodo, qui è da errore gravissimo, ma quell’ «Io sono» richiama ancora non un verbo semplicemente, ma la Persona del Dio di Mosè, del Dio dell’Esodo, del Dio del roveto ardente.

Gesù è “contemporaneo” di Dio: è Dio stesso … e come reagiscono quei Giudei?  Prendono pietre per punire il bestemmiatore, fra poco lo inchioderanno alla croce per riparare la bestemmia, lo consegneranno a quel legno.

E qui ancora non è finita: è difficile capire che Gesù sia Dio, ma ancor di più che questo Dio sia un “Dio crocifisso”.

La ricerca continua nella nostra vita sotto questo nostro cielo che non è vuoto, lungo le nostre strade spaesate, dentro le tribolazioni quotidiane, dentro l’epidemia che ci coinvolge tutti, dentro questa sofferenza che sembra … sempre un insulto all’umanità, ma che è esperienza dentro cui si deve passare.

Invochiamo sempre Dio … che sia un vero passaggio: pasqua vuol proprio dire passaggio, che sfoci in una umanità rinnovata!

E ci vogliamo far aiutare a fare questa passaggio dalla potente figura di san Giovanni Paolo II: oggi siamo a 15 anni dalla sua morte.

Abbiamo tutti negli occhi quella dolce sera di aprile … interrotta da un annuncio atteso, ma che desideravamo continuamente spostare e rimuovere: quella notte tanti di noi non hanno potuto continuare a vivere come se niente fosse.

È stato il sabato sera più diverso che abbiamo vissuto nella nostra storia: si sono svuotati i locali del divertimento, si sono interrotti gli appuntamenti notturni, non abbiamo più potuto proseguire i nostri nervosi continui spostamenti sulle strade, ci è sgorgata spontanea una preghiera anche se da tempo non ne facevamo più: abbiamo recitato quella più tenera e facile che abbiamo imparato da bambini, l’Ave Maria; qualche lacrima è sgorgata dai nostri occhi duri e impenetrabili, abbiamo tolto le cuffie e abbiamo sentito passare un vento, il vento di Dio.

Abbiamo tentato di incontrarci per dirci la nostra pena, le nostre emozioni, abbiamo trovato naturale andare verso le chiese, anche se ne avevamo perso ormai la strada, e molte le abbiamo trovate chiuse: si diceva che era un papa che riempiva solo le piazze, forse perché le chiese sono troppo spesso inaccessibili

Oggi la sua figura si staglia nella nostra coscienza ancora più bella, più soave: non riusciamo più a vedere quelle ultime immagini di dolore da quella finestra, da cui metteva in piazza tutta la sua voglia di comunicarci l’amore di Dio, e invece la sua impotenza a farlo.

Lo pensiamo oggi nelle braccia di Dio, bello come Lui, potente intercessore: ne vediamo realizzati i sogni nelle vite di tanti di noi.

Non lo rimpiangiamo, ma cominciamo a invocarlo, abbiamo ripreso a riascoltare la sua voce, le sue parole, a meditare sui suoi gesti: lo rivediamo sofferente, ma sempre affettuoso; infermo, ma indomito; tenero, ma deciso e fermo.

Oggi lo vogliamo contemplare nelle braccia di quel Dio che ha fedelmente servito, amato, cercato, offerto a tutti noi: lo vogliamo partecipe del suo amore che può essere ancora riversato sulle nostre miserie e le nostre ricerche di vita vera.  

Ogni tanto Dio ci dona figure così, perché abbiamo a vedere i segni della sua presenza nel mondo.

No … Dio non ci abbandona mai: Dio mette continuamente “frecce” sul nostro cammino perché lo possiamo incontrare, ne possiamo seguire le indicazioni … siamo noi che siamo distratti e non abbiamo occhi puliti per vedere.

Oggi c’è chi ci aiuta a tenerli aperti e fissi su Dio: San Giovanni Paolo II, e noi lo imploriamo, che ci aiuti, anche a passare da questa epidemia alla salute.

2 Aprile 2020
+Domenico 

Libertà è conoscere la verità

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 31-32)  dal Vangelo del Giorno (Gv 8, 31-42)

<<Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”>>.

Essere liberi è l’aspirazione di ogni uomo: non è il fine, ma sicuramente una componente necessaria per giungere alla felicità e all’amore.

Viviamo … tante esperienze anche belle di liberazione, ma poche di libertà.

Liberazione è aver distrutto le catene, avere i polsi liberi dai ceppi, ma non necessariamente avere la testa di un uomo libero.

Sentirsi liberi è seguire la verità a tutti i costi, è il massimo della fedeltà al vero, al bene.

Essere liberi non è fare quel che piace anche perché tante volte non abbiamo niente che ci piace da fare e passiamo le giornate nella noia: se invece in noi splende una verità, una parola sicura, allora siamo trascinati nel goderla e realizzarla. 

Gesù dice che la libertà è fedeltà alla sua Parola, è conoscere la verità.

Siamo tutti e sempre imbrogliati, ingannati: spesso sono piccoli inganni come quelli della pubblicità, altre volte sono i “tollerati” inganni degli oroscopi e passiamo tutta la giornata ad aspettare che si avverino se sono buoni o a premunirci perché non ci capitino se sono cattivi per noi … stiamo in tensione, legati a quella falsità.

Spesso gli inganni sono ancora più grandi: sono ideologie, filosofie che ti trascinano in un vortice pure di violenza; ti incatenano, perché esigono tutto.   

Quanto invece è più distensivo l’abbandono alla Parola di Dio, la consapevolezza che quello che Lui ci dice è per il nostro bene: la Verità che la Parola di Dio ci offre ci allarga gli orizzonti, ci libera dai compromessi, scioglie i nostri legacci.

Sapere di poter contare su una Parola che non inganna, che dirada le nebbie del dubbio, dell’incertezza è la prima gioia di una giornata: allora sgorga la preghiera perché la verità allarghi in noi spazi di libertà e esperienze di dono.

Questa libertà è soprattutto interiore, può esserci anche se esternamente vivi incatenato al tuo letto di dolore, a una situazione di vita difficile, a rapporti di coppia spesso insopportabili.

Se tu vivi secondo verità, secondo la Parola di Dio, la libertà ti nasce da dentro ed è capace di cambiare anche le situazioni più difficili, perché la verità della sua Parola è il segno che Dio non ci abbandona

In questa situazione di solitudine, e per molti di estrema generosità nella propria professione, offerta perché tutti si stia bene, perché chi soffre sia guarito, perché chi si dispera possa contare sulle preghiere di tutti, abbiamo, dalla Parola di Dio, indicata la strada della verità e della vera libertà … pure in questi giorni, in cui libertà diventa scelta di stare alle regole anche dure, ma non certo niente a paragone di chi sta male, di stare in casa e di evitare contatti con altri, per il bene di tutti.

1 Aprile 2020
+Domenico