Il matrimonio è un grande dono di Dio, di cui è geloso

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 19, 3-12)

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Che la vita delle nostre famiglie sia in difficoltà è un fatto che tutti conosciamo: veniamo da un mondo che a questo riguardo era più solido … non c’erano divorzio e separazione, non c’erano famiglie di fatto … le difficoltà del vivere assieme, della fedeltà coniugale ci sono sempre state, ma il modo di reagire, il contesto culturale permetteva di mantenere, anche se a fatica, l’unità, la indissolubilità del matrimonio.

Gesù nel vangelo è molto preciso. Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non separi! Oggi invece metà famiglie o quasi si sono formate dopo divisioni, il divorzio diventa un fatto normale.

I figli non sanno più a chi fare riferimento, si sentono abbandonati o contesi … anche se si tenta di ridurre i danni, non si può capire fino in fondo quanta sofferenza si crea nei figli!

Noi dobbiamo riscoprire che il matrimonio per i cristiani è un sacramento, ne ha tutta la forza e la bellezza dell’ideale! Amare l’altro come altro è mettere tra me e lui Dio: questa mediazione di Dio tra me e l’altro è come la luce tra me e le cose: mi permette di vederle per quello che esse sono in se, non per me, svelo le loro vere forme – immaginate che bello questo tra … marito e moglie.

Dio in Gesù dimostra che per un cristiano l’amore genuino non misura quanto dà o cosa riceve: nel matrimonio siamo chiamati ad amare al di là di ciò che potremmo ricevere e anche quando l’altro non fosse più in grado di dare niente.

L’aprirsi totalmente all’altro/a diventa il modo più vero di ritrovare se stessi: è amore gratuito. Dio in Gesù dimostra che le parole che colorano l’amore tra due sposi sono “sempre” e “comunque”, sono impegnati a non ritirare il loro affetto e la loro cura nemmeno quando l’altro sbaglia, tradisce o fa male: è amore fedele!

Essere fedeli vuol dire anche sentirsi impegnati a coltivare l’amore, a educarlo: il matrimonio non è la tomba dell’amore, ma la sua culla. L’amore ce l’ha scritto nel suo DNA.

Certo se è avventura, se è imbroglio, se è calcolo per avere comodità o soldi o interessi il “per sempre” è sprecato, in questo caso però non è amore, non è vero matrimonio come lo vuole Dio.

Dio stravede per due persone che si sposano, perché il matrimonio è l’unica vera immagine che viene scritta nel mondo del suo amore e non può vederlo buttare via per ogni difficoltà: ho conosciuto persone che hanno avuto crisi, ma sono state capaci di ritornare, di rimettersi assieme, di perdonarsi, di accettarsi di nuovo. Certo hanno pensato che Dio poteva essere la loro forza, che l’amore lo si impara da lui, dalla sua parola, non dalle riviste erotiche.

C’è qualcuno che è disposto a sostenere questo cammino, quando trova ostacoli? Le coppie cristiane non sono quelle che guardano con rimprovero chi sta in difficoltà, ma quelle che si fanno in quattro per aiutare a sperare, come fanno loro giorno per giorno, senza sicurezza, ma con la certezza di avere l’aiuto di Dio.

13 Agosto 2021
+Domenico

Il Perdono sempre contro ogni disperazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-22) dal Vangelo del giorno (Mt 18, 21-19,1)

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

Audio della riflessione

Pietro domanda un giorno a Gesù quante volte deve perdonare. Si perdona sempre, perché abbiamo sempre bisogno noi di perdono. Avere bisogno di perdono significa essere consapevoli di aver tradito un amore smisurato e sentirsi addosso insistente una continua proposta d’amore che ogni giorno rimette in discussione la nostra vita. Bisogno di perdono è constatazione di tradimento, dopo insistite promesse di fedeltà e patti di amicizia. Bisogno di perdono è percezione di una inconsistenza esistenziale, dovuta alla sperimentazione di una assurda autosufficienza che ha disarticolato il  nostro senso del limite, il sentirsi creature, e aprirsi a Dio che solo può riempire la nostra vita vuota. Bisogno di perdono è consapevolezza che il male profondo che è il peccato non possiamo guarirlo da noi, non abbiamo la capacità di ricucire le nostre ferite. E’ solo Dio che lo può fare.

L’accoglienza del perdono è un atto di contemplazione, prima che la constatazione di un rimorso o di un pentimento. E’ incrociare lo sguardo di Gesù sulla nostra vita. E’ immergersi nel suo stato d’animo, nella sua innocenza assoluta, nella sua tenerezza. Non è guardarsi addosso per dire quanto siamo sbagliati, per aver vergogna di quello che siamo, per disprezzarci e registrare un altro smacco, un altro venir meno ai nostri impegni, un altro: non son capace di fare niente. Il bisogno del perdono cristiano non è “godere” di essere indegni, non è nemmeno dispiacersi di non aver avuto coerenza, ma è prima di tutto contemplazione di un amore, è capacità di lasciarci guardare con amore, è avere negli occhi lo sguardo di Gesù, risentire nel cuore il calore della sua amicizia, scomparire per far brillare la sua grazia. Il centro è Lui, non il nostro smacco o la nostra umiliazione. Spesso siamo più dispiaciuti di non essere stati all’altezza del nostro compito che di aver offeso Gesù. E’ Lui che dobbiamo mettere al centro. E’ Lui che dobbiamo contemplare in tutti i suoi gesti umanissimi di amore.

Abbiamo bisogno di trovare Grazia presso Dio, come l’ha trovata Maria, di essere immersi in un mare di gratuità, in una pienezza del tempo, in quel vortice della storia della salvezza che Dio ha sempre pensato per l’uomo, da quando ha deciso di rischiare sulla nostra libertà. Abbiamo usato la libertà per vivere da schiavi; diventare figli non è opera nostra; è solo per la pienezza del perdono di Dio, che non ci abbandona mai.

12 Agosto 2021
+Domenico

Se stiamo con gli altri, nel suo nome, lì c’è Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 19-20) dal Vangelo del giorno (Mt 18, 15-20)

In verità vi dico ancora: se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro.

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Essere cristiani non è mai stata una esperienza da “single”: è importante la coscienza personale, la propria libertà di decisione … sei tu che sei chiamato non il tuo gruppo o la tua famiglia … è verissimo che occorre partire sempre dalla propria libertà personale: sono finiti i tempi in cui si diventava cristiani perché lo erano tutti quelli del nostro ambiente, del nostro paese, della nostra città, della famiglia, anche se la cultura ha il suo influsso sempre, e così le tradizioni … ma quello che è assolutamente sempre vero è che la fede non è un fatto privato, non si chiude nella coscienza, non si isola dal mondo.

Non si può essere cristiani senza creare relazioni positive con gli altri, non si può amare Dio se non si ama  il prossimo.

Essere credenti in Cristo esige aprire la propria vita a una relazione di bontà con gli altri … proprio perché la fede è un atto d’amore e l’amore è vero se non termina su se stessi, ma si apre all’altro.

Ecco allora i tanti insegnamenti del Vangelo sulla necessità dell’amore a Dio e al prossimo contestualmente, del vivere uniti per chiamare nell’esistenza la presenza di Dio: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome lì ci sono Io”.

Ci si domanda spesso, dove sta Dio? Ci aiuta? È vicino a noi? Il modo più sicuro per sperimentare la sua presenza è stare assieme con le persone che incontriamo e che vivono con noi, nel suo nome … e lì c’è Lui: le nostre comunità cristiane allora diventano palestre di comunione, anche se è la comunione più impossibile perché ci stiamo tutti noi con le nostre divergenze, i nostri difetti, le visioni opposte di vita, le condizioni contrastanti … eppure Dio fa il miracolo di tenerci assieme, come ha tenuto assieme gli apostoli, i primi cristiani, popoli barbari e civili, potenti e deboli, schiavi e liberi.

Spesso la nostra testimonianza non è compresa dal mondo perché viviamo disuniti, perché non siamo capaci di mostrare il dono dell’unità: se non siamo capaci di stare uniti nel suo nome, Lui non c’è, non può starci, è contrario al suo stesso essere; siamo noi che lo buttiamo fuori.

“Come è bello che i fratelli vivano assieme” diceva il salmo: è un unguento sulle nostre ferite, un balsamo per la nostra cattiveria, una speranza per le nostre solitudini, una certezza della presenza del Signore tra noi.

11 Agosto 2021
+Domenico

La vita del cristiana è sempre donata

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 24-26)

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Qualche anno fa sono stato su un costone di roccia della valle di Gressoney, vicino a Pont Saint Martin, a celebrare con una messa un anniversario: si trattava della morte di un giovane partigiano, un ragazzo pulito, entusiasta della vita, innamorato dello Sport e della vita, ma soprattutto innamorato di Gesù. Aveva deciso di servire così la patria e in una imboscata ai nemici – che poi erano sempre persone della stessa sua provincia, ma la guerra ci mette sempre contro gli uni gli altri e siamo sempre tutti uomini e figli di Dio – ebbene in questa imboscata su quel ponte era stato ferito un ragazzo come lui di soli 16 anni, e questi continuava a lamentarsi a gridare aiuto e spezzava il cuore.

Era un nemico, ma aveva solo 16 anni.

Gino Pistoni, così si chiamava quel giovane, insistendo con il suo capo, riesce a strappare il permesso di andare a soccorrerlo. La scelta è fatale, arrivano i tedeschi che sparano all’impazzata nel bosco: una scheggia lo colpisce alla gamba e gli taglia l’arteria femorale; perde sangue, non riesce più a fuggire, i suoi amici lo lasciano. Il sangue continua a uscire, si sente la vita fuggire.

Allora con le sue dita intinte nel sangue abbondante che gli cola dalla gamba scrive sullo zainetto: offro la mia vita per l’Azione Cattolica e per l’Italia. Viva Cristo Re. 

Il giorno dopo gli amici ritornano a vedere che cosa era successo e trovano lui morto, ne seppeliscono il cadavere e conservano lo zaino con la scritta fatta col suo sangue.

Quello zainetto insanguinato ancora oggi è custodito nella cappella del vescovo di Ivrea: il chicco che cade in terra, muore e dà frutto, è la vita del cristiano, è la vita di Gesù.

Ancora in questi tempi in varie parti del mondo i cristiani sono perseguitati e bruciati: Lorenzo è stato bruciato così, perché era cristiano.

Le statue belle e decorate che raffigurano san Lorenzo non rendono l’orrore che ha segnato gli ultimi istanti della sua vita: noi li abbiamo trasformati per non offendere la nostra sensibilità, ma la sua fu morte vera, tragica, in dispetto della sua fede, delle sue scelte.

I carnefici erano arrabbiati perché Lorenzo lo avevano tenuto come ostaggio per farsi dare i soldi dalla chiesa, le sue ricchezze di cui tutti anche oggi favoleggiano … ma la vera ricchezza della chiesa erano i poveri e Lorenzo non ebbe più scampo.

Così era stato ucciso papa Sisto II, con i suoi diaconi, così Agapito, Vito, Cesareo: tutti giovani decisi a seguire Gesù Cristo, e in quella estate avevano sferrato un attacco mortale alla chiesa … ma la chiesa pur privata delle sue vite migliori rifiorì.

Ci sono ancora oggi giovani così? Esistono cristiani che sanno pagare con la vita la loro fede? Sono domande che dobbiamo porci come adulti per vedere se abbiamo offerto ai giovani una fede solida o solo le cianfrusaglie della nostra vita che non ha sapore, che si preoccupa di tutt’altro, che viene buttata nella superficialità e nel disinteresse per tutti.

La legge della vita comunque rimane sempre quella: se la vuoi conservare la devi regalare e ci sono tanti modi per fare della nostra vita un regalo.

Dio ce li suggerisce e voglia darci anche la forza di attuarli.

I malati lo fanno con le loro sofferenze, noi un poco nell’aiutarli a portarle, i loro parenti amandoli ogni giorno senza sosta.

Non siamo la loro graticola e loro non lo sono per noi, ma siamo tutti sulla stessa graticola, che è la vita, e che Dio ci aiuta a vederla come un pegno del nostro futuro nella sua pace.

10 Agosto 2021
+Domenico

Esistono momenti in cui la vita decide per te, se non sei pronto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,1-13)

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O la vita è una accozzaglia di eventi che si succedono a caso … e noi cerchiamo  di navigare a vista per cogliere le occasioni e sfruttarle al massimo per il nostro interesse, oppure la vita è una storia con un centro, un inizio, una fine, una direzione e noi ci aspettiamo di dover rendere conto a qualcuno di come l’abbiamo vissuta.

Gesù ci ha insegnato che il mondo è nelle mani di Dio, che da Lui ha avuto inizio e in Lui si compirà: la vita che viviamo sulla terra è incerta, provvisoria, destinata ad essere superata in una situazione definitiva e certa in cui tutto verrà trasformato nei cieli nuovi e mondi nuovi verso cui siamo incamminati … e Lui ci ha promesso che tornerà, e la nostra vita è meglio rappresentata da un’attesa vigile piuttosto che da un annoiato torpore fatalistico.

È segno di grande dignità per l’uomo sapere che deve rispondere a un giudizio, a una valutazione globale della sua vita, in una coscienza che permane come nucleo decisivo nell’evolversi degli eventi.

Tutto passa, tu rimani e ogni fatto della tua vita lascia sulla tua spiaggia un segno, viene infilato come un grano di una lunga collana … ma te la guardi ogni tanto questa collana? Riesci a legare i tuoi gesti in una storia? C’è una lampada nella tua esistenza che ti dissolve le ombre dell’insignificanza?

C’erano – dice -Gesù, dieci ragazze in attesa dello sposo: cinque avevano fatto scorta di olio per le lampade, sapevano che l’attesa sarebbe stata indecifrabile, che la vita era in salita, che non si è mai preparati abbastanza per affrontare la notte … altre cinque invece avevano preso l’invito a nozze con leggerezza: “Troveremo sempre qualche rimedio. Non vale la pena di preoccuparsi tanto della vita, qualche furbizia, qualche terno al lotto, le debolezze di qualcuno possiamo sempre sfruttarle”. Un vita lasciata continuamente al caso. C’è sempre tempo per decidersi …. ma non è vero! Esiste un momento in cui la vita decide per te e ti trova impreparato.

Si sente un grido nella notte: è qui, la vita è al suo culmine, la pienezza è giunta, la festa senza fine comincia, la tua lampada accesa ti fa trovare la strada, mentre il buio in cui ti sei adattato ti toglie ogni prospettiva. I rimedi dell’ultima ora sono pezze che si sfilacciano … e “la porta fu chiusa”.

Vigilate perché non sapete né il giorno, né l’ora. C’erano dei segni e non li abbiamo visti. Occorre riattivare la vita, il sentimento, occorre tornare a sperare! Dio la forza ce la dà sempre.

Questa forza e questo amore a Dio ha caratterizzato la vita di Santa Teresa Benedetta della Croce, ebrea convertita ( Edith Stein), patrona d’Europa, profonda conoscitrice dei misteri di Dio che morì nel campo di concentramento, perché ebrea. Oggi l’abbiamo come potente intercessione presso il Signore della vita, lo sposo sempre da lei sognato, agognato e sempre atteso.

9 Agosto 2021
+Domenico

Può mancare tutto, ma non il pane

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,41-51)

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C’è un elemento, un simbolo, molto comune nella vita di ogni uomo, capace di rievocare esperienze profonde di umanità, di identità, di comprensione di se stessi e della nostra storia: è un simbolo che travalica la nostra vita, ci lega alla storia degli uomini; simboli come questi ce ne sono tantissimi, non sono riducibili a parole, ma sono parole che squarciano significati, sono parole come casa, acqua, sale, fiore, mamma, babbo, pane … hanno molte capacità di evocazione dell’esistenza.

Prendiamo il simbolo “pane”: non è riducibile a nessuna forma di esso, a nessuna contraffazione moderna, a nessuna appropriazione di qualcuno o di qualche industria … ti ricorda la casa, la famiglia, la fame, la semplicità, la terra, la sporta cui ti attaccavi quando eri bambino, il fuoco, il panettiere, quell’odore fragrante di fumo … di forno, quelle ore dell’alba, la gente che l’addenta, il calore di un gesto di dono, la semplicità e la  naturalezza di un nutrimento, il compagno quotidiano di ogni vita, l’elemento necessario di ogni tavola, che a scuola tiravi fuori dallo zaino, impazientemente, ogni mattina.

Può mancare tutto, ma non il pane … e Gesù sulla scia di una lunga tradizione di rapporto, di presenza di Dio tra gli uomini con il dono del pane, si presenta a noi perentoriamente e dice “Io sono il pane della vita. Io sono il pane vivo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.

La portata di queste affermazioni è enorme: quel simbolo di vita, quell’elemento che ci definisce, che ci affratella, che ci riconcilia con noi stessi, che abita la nostra semplice vita quotidiana, che ci premette di ritrovare le nostre radici, che ci lega alla natura e al creato, agli uomini nostri fratelli .. è Lui, è Gesù Cristo. Non può mancare nella nostra vita, non può mancare nella nostra casa: senza pane ci pare di non nutrirci, senza Gesù, manca il gusto, il senso; è il pane della vita, è la radice della vita; almeno lo si potesse mangiare! Almeno lo si potesse avere nella bisaccia della nostra esistenza!

Ma non è forse questo che ci ha promesso e dato proprio prima e nel morire?!

Oggi è la memoria di san Domenico di cui si diceva che “o parlava di Dio o parlava con Dio”. Fosse un programma anche per noi! Per la nostra comunicazione quotidiana, per la nostra mente anche distratta, e che cerca soltanto evasione!

8 Agosto 2021
+Domenico

Il coraggio di rigenerare sempre la nostra fede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 17,14-20)

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C’è un padre disperato che un giorno va da Gesù e gli consegna suo figlio: per lui è un figlio “perso”, è intrattabile, non capisce ragione, è senza senso morale, ha perso ogni serenità, è condotto qual e là come uno straccio; non ha personalità, completamente dipendente da una cattiveria inspiegabile. Ha tentato di tutto, ma il male che abita nel figlio è più forte di qualsiasi ragionamento, di qualsiasi affetto.

“Le ho provate tutte, ma non ci riesco, l’ho fatto incontrare anche dai tuoi amici intimi, dai tuoi apostoli, ma non ho ottenuto nulla. Forse solo tu puoi fare qualcosa.”

Sembra la descrizione attuale di tanti rapporti tra genitori e figli, soprattutto quando nei figli entra un male che pare incurabile, una dipendenza che non si può vincere solo con la buona volontà, una assuefazione che ti si scrive nella carne, ti crea una natura somatica diversa, come la droga per esempio.

Questo figlio però non è drogato, è molto di più: è indemoniato, è “posseduto” da un male incurabile con le classiche medicine, è un diavolo che lo possiede … e non c’è che da andare da Gesù!

Il papà, che le ha provate tutte ingenuamente, dice a Gesù “se puoi fare qualcosa”: non sa che ha davanti il figlio di Dio, ma il suo cuore disperato può anche non saperlo, gli si affida lo stesso. Ha consapevolezza di non avere fede, o per lo meno di far fatica a credere, come tanti di noi; ha bisogno di rigenerare la sua fede che si è affievolita, si è a mano a mano spenta, divorata dalle preoccupazioni, dalle cose, dal consumo, dalla vita dura che vive e che non ha mai avuto il coraggio di mettere nelle mani di Dio con la preghiera. Forse … anche per questo suo figlio … vale il dire che è in queste condizioni perchè non ha mai avuto una parola di speranza … e la va a cercare da Gesù.

Gesù dice che queste vite dei vostri figli si possono aiutare spesso solo con la preghiera: è una preghiera viva, di fiducia, insistente, fatta anche di lacrime.

Chi non ricorda le lacrime di Santa Monica la mamma di S. Agostino che è riuscita a ottenere da Dio il dono della sua conversione? La speranza può tornare a far fiorire rapporti belli tra genitori e figli se si ha il coraggio di pregare.

Oggi ricordiamo il martirio di papa Sisto II, un vero padre con i suoi diaconi che furono uccisi con Lui presso le catacombe romane … e, quel giorno venne risparmiato solo per qualche giorno Lorenzo, che poi fu bruciato.

7 Agosto 2021
+Domenico

Non servono antidepressivi, ma contemplazione

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 9, 2-10)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”. E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

Audio della riflessione

Ci sono delle giornate nella nostra vita in cui … fai fatica a tirare a sera: sembra di non trovare la motivazione vera per affrontare tutte le piccole e grandi difficoltà; tutto ti appare piatto, tutto sempre uguale, senza slanci, senza possibilità di vedere un risultato.

Avevi sognato, ma i sogni si sono confusi e talora infranti, la vita sembra tutto un grigiore … e siccome non siamo capaci di sopportare o ancora peggio di guardare oltre, di salire su un baobab per guardare la vita da un punto di vista superiore, usiamo  antidepressivi pensando che la questione sia di tipo chimico.

L’avevano seguito in tanti questo giovane deciso, senza mezze misure, con una visione della realtà e di Dio molto chiara e genuina: non c’era stata tergiversazione, né lui, Gesù, lo ammetteva.

“Avete bisogno di stare a guardarvi un po’ allo specchio? di sedervi a prendere fiato? di fare una rimpatriata consolatoria nelle vecchie abitudini? non siete adatti al regno di Dio, perchè è per gente decisa, che ha grinta.”

Pietro, Giovanni, Andrea, Matteo ci avevano creduto, avevano cambiato mestiere, barca o banca, e avevano costituito una buona compagnia.

A Firenze nel ‘500 c’erano 7 giovani di buona famiglia, con un futuro facile … No! hanno lasciato tutto e tutti si sono messi a vivere assieme, felici da far invidia a tutti, perchè lavoravano e volevano una Firenze meno ossessionata dai commerci, meno spianata nel grigiore e nel torpore.

Così ha fatto S. Francesco: un gaudente invidiabile; così ogni giovane che si lascia attrarre dalla bellezza, dal fascino, dagli ideali.

Non è vero che siamo ottusi: in ciascuno c’è l’attesa di qualcosa di bello … ci vuole solo qualcun altro che accende la scintilla.

Ti capita di stare giorni e giorni a far niente, ad aspettare … il primo amico che osa, ti prende.  Gesù era uno che osava e sapeva distaccare la gente dai loculi in cui si rintanava: sa trarre figli dalle pietre, giovani che vogliono smettere dall’ecstasy, dalla alienazione dalle playstation, dallo stesso stordimento del religioso fatto di emozioni esaltanti senza vita.

Pietro, Giacomo e Giovanni erano stati presi così: anche loro spesso erano smarriti; avevano seguito Gesù, li aveva entusiasmati, aveva fatto nascere in loro modi nuovi di affrontare la vita, anche se non aveva nascosto loro previsioni di prova e di dolore.

Avevano bisogno di uno squarcio di cielo nel grigiore della nuvolaglia della vita: questi tre, che poi nel Getsemani non riusciranno nemmeno a star svegli quando Gesù starà soffrendo le pene dell’inferno, prima di essere tradito, li ha portati su un monte, dal quale si domina una bellissima pianura e lì ha mostrato il suo vero volto di figlio di Dio, di uomo perfetto, di culmine della creazione, di connaturalità con Dio: ha anticipato per gli apostoli il paradiso, li ha resi felici, ha squarciato davanti a loro le nebbie del dubbio, della routine, dell’indifferenza e li ha portati per poco nel suo mondo di bellezza.

E’ stato solo per poco. Certo loro volevano che continuasse sempre, ma la pienezza di Dio è oltre la nostra vita.

“Facciamo qui tre tende, ci mettiamo qui con te. Chi ce la fa a tornare a casa con il solito marito, i soliti figli, il solito tran tran? Quanti piatti devo ancora lavare nella mia vita? Quanti treni devo ancora prendere per poter essere felice? Quante liti devo ancora sopportare? Io starei bene qui, fuori dal mondo, a guardarti.”

Proviamo invece a “trapanare” la nostra vita: sotto ci sta la possibilità di contemplare la bellezza del creatore. Abbiamo bisogno sempre più spesso di contemplare il Signore, di metterci in silenzio a comunicare con l’infinito, di fissare il suo volto per poter prendere forza per vivere, nutrire la nostra speranza.

E Gesù, come sempre, sorprende: fa balenare davanti agli occhi la sua miseria fino sulla croce. Ma è troppo buono! Sa che siamo deboli e offre loro uno squarcio di cielo: la trasfigurazione.

Stiamo qui, facciamo tre tende …. no, metterete le vostre tende, con me quando saranno definitive: ora c’è qualcuno sempre sulla strada, in casa, a scuola, nel lavoro che ha bisogno di voi. Ascoltateli! 

Non posso non ricordare, oggi, la serena morte il 6 agosto di san Paolo VI, che dal cielo oggi intercede per noi e per il nostro mondo.

6 Agosto 2021
+Domenico

La Madonna della neve

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-23)

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!».

Audio della riflessione

Oggi è la “Madonna della Neve”.

Il testo del Vangelo è un classico delle feste della dedicazione di una chiesa: si tratta della Basilica di santa Maria Maggiore a Roma. Si narra infatti che nel IV secolo, sotto il pontificato di  papa Liberio, un nobile e ricco patrizio romano di nome Giovanni insieme alla sua nobile moglie, non avendo figli decisero di offrire i propri beni alla Santa Vergine per la costruzione di una chiesa a lei dedicata. La Madonna apprezzò il loro desiderio e apparve in sogno ai coniugi la notte tra il 4 e il 5 agosto, indicando con un miracolo il luogo dove sarebbe sorta la chiesa.

La mattina seguente i coniugi romani si recarono dal papa per raccontare il sogno fatto da entrambi: poiché anche il papa aveva fatto lo stesso sogno, si recarono sul posto indicato, il Colle Esquilino, che fu trovato coperto di neve in piena estate.

Il pontefice tracciò il perimetro della nuova chiesa seguendo la superficie del terreno innevato e fece costruire l’edificio sacro. Fatto leggendario, ma sta di fatto che la basilica c’è e che è stata per i primi secoli la chiesa d’Occidente più grande dedicata a Maria, e noi dedichiamo la nostra riflessione alla Madonna.

Nell’affidare a Dio la storia quotidiana il cristiano non può fare a meno di lasciarsi inondare dai sentimenti di Maria di fronte alla grande bontà di Dio: Quando Dio interviene nella vita di una persona non si può non esplodere di gioia! Lo è stato per tanti personaggi dell’antico popolo di Israele, lo è stato per il lebbroso che è tornato a ringraziare Gesù per aver avuto non solo la guarigione della lebbra, non solo una pelle e una carne fresca e le mani al posto dei moncherini, ma la salvezza e la nuova innocenza del cuore; lo è stato per il popolo d’Istraele dopo il passaggio del mar Rosso attraverso il cantico di Miriam la sorella di Mosè, e non poteva non esplodere nel cuore di Maria Vergine.

Ma la cosa che sorprende è che la gioia di Maria non è una dolce ingenuità, magari distaccata dalla storia di ogni giorno, “aerea” come tanti pensano sia la preghiera, ma è un giudizio netto sulla intera storia dell’umanità: da questo giudizio e da questa visione del mondo Maria diventa madre di ogni speranza viva.

Ha spiegato potenza, ha disperso superbi, ha rovesciato potenti, ha innalzato umili, ha ricolmato affamati, ha rimandato ricchi, ha soccorso Israele: sono i sette verbi, non proprio innocui, di una visione di mondo, di uno sguardo lucido sulla storia.

L’avessimo noi oggi questa capacità di guardare i fatti della nostra vicenda contemporanea con gli occhi di Maria! Oggi che ci si appanna la vista perché vediamo solo superbi, potenti e ricchi vivere sfacciatamente sulla pelle degli affamati e umili, popoli inginocchiati nella fame e umiliati nella loro dignità, non solo ad opera di nemici, ma anche dagli odi degli stessi amici!

Quel bimbo che Maria si porta in seno ha già cominciato a riaccendere speranze: Maria aveva sognato un mondo nuovo donato da Dio ai poveri della terra; il popolo cui apparteneva glielo ricordava ogni giorno in sinagoga: “o cieli piovete dall’alto, o nubi mandateci il santo…forgeranno le loro spade in vomeri le loro lance in falci…non si eserciteranno più nell’arte della guerra.. il Signore Dio è in mezzo a te e ti rinnoverà con il suo amore…”

Ebbene, canta Maria, quel Santo, quel Signore è qui: questo niente che io sono, lo porta e lo consegna alla storia! Non deliravano i nostri profeti, non cantavano ai prigionieri per ingannarli, non ci siamo tenuti in cuore dei sogni come pietose terapie contro la depressione, non abbiamo finto di guardare al cielo perché incapaci di stare su questa terra: le nostre speranze non sono l’oppio dei popoli!

Non siamo stati ingenui perché ci siamo affidati a Dio e non al nasdaq o al mibtel o alle armi intelligenti: Dio è salvatore! L’onnipotente fa grandi cose! Il Santo è di parola, non dimentica, se ama , ama per sempre: non c’è ostinazione o cattiveria umana che fa tornare indietro Dio dalla sua misericordia!

Negli occhi velati di pianto per i tanti dolori della nostra vita si può sprigionare una luce e la bocca può esprimere un canto.

Maria, aiutaci a sperare sempre, a cancellare le nostre speranze spente con la tua speranza viva.

5 Agosto 2021
+Domenico

Mi bastano le tue briciole di vita anche per mia figlia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15,21-28)

Audio della riflessione

Siamo infettati tutti da una vecchia malattia: quella di dividere gli uomini in buoni e cattivi, gli uni tutti da una parte e gli altri tutti dall’altra. Se è possibile tra gli uni e gli altri ci costruiamo un muro.

Abbiamo tenuto per troppi anni senza troppi scrupoli il muro di Berlino: era per non far fuggire le persone, ma alla fine ha diviso le coscienze; ne hanno costruito un altro per dividere Israeliani da Palestinesi: è per difendersi dal terrorismo ma alla fine è un giudizio. Negli stessi Stati Uniti c’è un muro infinito che li separa dal Messico: è per difendersi dall’assalto dei poveri, ma alla fine crea e applica un’altra volta il principio del bene e del male.

E Dio … da che parte sta? Sicuramente da una sola!

Anche Dio lo vogliamo rinchiudere, vogliamo imprigionarne la presenza: era quello che capitava ai tempi di Gesù. Gesù è solo per i buoni e quindi scandalizza quando va a mensa con i peccatori conclamati. Gesù è per il popolo eletto e se lo incontra una povera donna straniera, di altra cultura, di altre abitudini religiose, ma con una vita a pezzi, un cuore lancinante di sofferenza, una pena che alla lunga le avvelena la vita (e purtroppo il dolore, la sofferenza non possono essere tenute lontane da un muro) ebbene se una povera donna nell’afflizione si rivolge a Gesù, ha bisogno, secondo la mentalità comune, di presentare il passaporto. Oggi le chiederebbero la carta green o qualche altra “certificazione di diversità”.

Gesù non le rivolse la parola: sta anche lui al gioco crudele del rinchiudere Dio da una parte … ma la fede non ha muri, il suo silenzio è quel silenzio di Dio che spesso sentiamo nella vita, è la prova che spesso si abbatte sulla nostra fede, che non deve lasciarsi scoraggiare nemmeno dal silenzio di Dio, che scava forza e sicurezza, arditezza e fermezza proprio nella prova.

“Non sarò figlia di Israele, non sarò parte del popolo eletto, non andrò mai in chiesa, non conoscerò bene tutti i comandamenti, non appartengo a nessuna consorteria che mi ti può raccomandare, starò sotto la tavola come i cagnolini, ma io so che in Te posso avere fiducia, che Tu sei troppo buono per lasciarti chiudere nelle divisioni degli uomini: hai occhi di grande amore verso tutti, non c’è nessun muro che ti limita lo sguardo. A me, di Te bastano solo le tue briciole, non chiedo altro, non vengo a invadere il posto di nessuno; so di avere un regalo grande che mi hai dato, come lo hai dato a tutti: la vita e la desidero ancora bella come l’hai voluta tu per mia figlia.”

È la fede di chi sa di dipendere in tutto da Dio, di non avere nessuna pretesa. Queste, le abbiamo noi, quelli dentro, che crediamo di poter guardare Dio dritto negli occhi.

E Gesù dice: “donna! grande è la tua fede” e sua figlia guarì.

4 Agosto 2021
+Domenico