Il linguaggio della risurrezione – 3 :  Il risorto è il Crocifisso

Una riflessione sul Vangelo del Giovedì dell’Ottava di Pasqua (secondo Luca: Lc 24,35-48)

Lettura del Vangelo secondo Luca

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Audio della riflessione

Gesù risorge, è glorificato mentre risorge e già abita in Dio, ancora il giorno di Pasqua! La sua permanenza “da risorto” nella vita degli apostoli e della prima comunità cristiana ha uno scopo molto importante: insegnare il linguaggio della risurrezione, non tanto per capire – nel senso di possedere, chiudere nei nostri significati e menti – il Risorto, quanto per aiutare meglio a mettersi in relazione con Lui, con il Risorto.

La prima tentazione umana era quella di pensare a un Gesù che vive “in spirito” come continuazione della vita dell’anima che avviene per ogni creatura: sicuramente diverso da prima, entro una dimensione spirituale … il fatto invece incontrovertibile, necessario, pena rendere “evanescente” la risurrezione di Gesù, è che il Risorto è proprio colui che è stato Crocifisso, per cui appare con i segni della passione e per far capire questo si rimette come loro a mangiare e a seguire la pesca.

Il risorto è l’elevato, il “trasfigurato”: la risurrezione dai morti è “essere elevato”, quindi non è un ritorno alla vita terrena! Potremmo dimostrare con tanti testi scritturistici che elevazione e risurrezione non sono sinonimi, ma che l’elevazione è la meta e lo sviluppo della Risurrezione.

Si riesce a capire meglio quel che Gesù dice a Maria Maddalena: “non mi toccare perché non sono ancora salito al Padre mio” … risorgere vuol dire essere in cammino verso la elevazione, ma l’elevazione prende corpo già nella risurrezione.

In conclusione, si può dire che con la Risurrezione di Gesù Dio ha strappato al dominio della  morte Colui che è morto sulla croce ed è stato sepolto, e lo ha innalzato alla potenza e alla gloria della vita in assoluto, quindi la risurrezione di Gesù Cristo è l’ascesa di Gesù Cristo morto alla potenza della vita di Dio.

Con la consapevolezza che i Vangeli sono stati scritti dopo la Risurrezione di Gesù, Luca ha buon gioco a presentare Gesù per quel risorto che è, e quasi – dico io – si diletta a riproporre fatti che avevano caratterizzato la sua vita di prima del Calvario, la comunione con i suoi apostoli, la costante compagnia con la gente, gli stessi tentativi di Gesù di far capire ancora prima degli eventi che sarebbe stato ucciso, ma che sarebbe stato il risorto, l’”elevato”, il “trasfigurato”.

La risurrezione dai morti è essere “elevato“, quindi non è un ritorno alla vita terrena!

21 Aprile 2022 – Giovedì dell’Ottava di Pasqua
+Domenico

Il linguaggio della risurrezione – 2 : i discepoli di Emmaus

Una riflessione sul Vangelo del Mercoledì dell’Ottava di Pasqua (Secondo Luca: Lc 24, 13-35)

Lettura del Vangelo secondo Luca

Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Audio della riflessione

Ieri, quando si imparava una lingua, si facevano sforzi enormi per imparare a memoria vocaboli staccati dalle relazioni che ogni parola ha, legate solo dall’alfabeto o quasi, e poi costruire frasi secondo il bisogno … oggi invece si impara a comunicare subito e a “pensare” nella lingua nuova da imparare: in questa maniera si imparano subito anche i tempi dei verbi, il singolare e il plurale, i generi….

… ecco: i due discepoli di Emmaus – se passa questo esempio … banale – quando parlano di Gesù, non riescono a pensarlo “risorto” perché sbagliano alla grande i tempi dei verbi! Erano, purtroppo, tutti all’imperfetto: “speravamo” … “credevamo” … ma loro non l’hanno visto! Non solo, ma si lasciano scappare troppe volte – se non nel linguaggio, sicuramente nel pensiero – una “parolaccia” che non solo non va bene nel  linguaggio del risorto, ma è una pietra tombale su ogni speranza! La parolaccia è “ormai“.

“Discorrevano” e discutevano: sono verbi un po’ attutiti: il significato letterale è che si buttavano addosso l’un l’altro la colpa della tristezza che sentivano.

Gesù in persona si accostò e camminava con loro: Gesù  non ci lascia mai, Gesù non se la squaglia! Siamo noi che non lo vediamo, che abbiamo gli occhi solo per i nostri idoli, le nostre mire, i nostri orizzonti chiusi.

Si ripete un ritratto che definisce sempre le apparizioni di Gesù, il Risorto: non sono in grado di vederlo! Lui c’è, ma non è nelle nostre facoltà di poterlo vedere, non è il punto di arrivo dei nostri sforzi, delle nostre ricerche, delle nostre astrazioni, o delle nostre finte per far tacere il problema o per ritrovare una sistemazione alla bell’e meglio nella vita cristiana, in parrocchia magari, nel gruppo: è Lui che si dà a vedere, non siamo noi che lo troviamo! Il crocifisso risorto si dà a vedere, non è visto: la risurrezione è una novità radicale, irriducibile, ma da Lui resa accessibile.

La speranza che egli costituisce è sempre un oltre ogni nostra iniziativa. Il modo di narrare di Luca fa percepire che non stiamo solo ascoltando la narrazione di un episodio della vita del risorto, ma che siamo collocati entro un contesto liturgico, come vedremo alla fine quando Gesù spezza il pane. Questo ci fa capire ancora di più quanto la liturgia sia lo spazio in cui l’accoglienza si fa radicale. Lì non sei tu che agisce, la speranza che riesci a incontrare non dipende dal numero di parole che dici, ma dalla sete dell’Assente che hai, dalla accoglienza cui ti apri, dall’inedito di Dio che sempre ci sorprende.

Nella vita dei due si sta svelando l’inedita rivelazione di Dio nella potenza della risurrezione e purtroppo il loro aspetto è non solo triste, ma tetro, nero come il loro cuore. E Gesù li provoca, vuol guardare dentro nel loro cuore, vuole sentirsi dire se si è mantenuta in loro una anche debole speranza, una fragile fede. Niente. S’arrestarono al sentirlo parlare col volto buio dei momenti vuoti.

“Come? Io ho patito tutto il dolore possibile, voi mi avete abbandonato nelle mani della soldataglia cui non sembrava vero di poter sfogare su di me tutte le cattiverie e le frustrazioni della loro vita, mi hanno flagellato e scannato come un agnello condotto al supplizio, vi siete rifugiati in una oasi di tranquillità lontano da quelle scene di sangue che io per voi pativo su di me e voi neppure un dubbio vi siete mantenuti nel cuore? Avete già cancellato tutto? Avete visto la sacra rappresentazione da lontano, avete forse scrollato il capo per dire la vostra sfortuna di avermi incontrato, non il mio dolore di avervi troppo amato.”

E ora in questo cammino che s’allontana sempre di più dalla verità non sapete far altro che dare forza vicendevole ai vostri dubbi, alle vostre debolezze. State seminando la strada per Emmaus delle vostre pietre tombali, dei vostri definitivi “ormai”, delle vostre disperazioni incoscienti. Sapete usare solo i verbi all’imperfetto. Tutto è irreparabile. Questa è una cattiva abitudine con cui definiamo tutte le nostre vite, le esperienze affettive: ci volevamo bene, ma ormai…; le abbiamo tentate tutte, ma ormai…; siamo entusiasti di quello che con l’amore ci nasce nel cuore, ma ce lo hanno avvelenato e ormai…  Ho cercato lavoro dovunque in maniera onesta, ma ormai… Credevo di offrire al mio amore un cuore puro, e un corpo dedicato, ma ormai l’ho già venduto a pezzetti a tutti quelli che mi hanno preteso …

Sciocchi e tardi di cuore. Siete proprio senza testa e vi tenete in  petto un cuore di pietra, pesante, grossolano. Mettete testa e cuore a quanto vi dico e vedrete a quale  piccineria avete affidato le vostre intelligenze e i vostri cuori. Nella vostra stessa Torah c’è già scritto tutto; solo che non riuscite a far funzionare il cervello, l‘accoglienza della fede, la consapevolezza che non abbiamo in mano noi il segreto della vita.

… e Gesù, il Verbo fatto carne, la Parola si mise a dipanare le tenebre dell’incoscienza, della superficialità, della paura, della chiusura sul proprio piccolo cabotaggio.

La Parola di Dio nella vita dell’uomo è risolutiva di tante nostre domande, di tante solitudini, confusioni; purtroppo l’abbiamo ridotta o a qualche bella sentenza sempre edificante, o qualche didascalia di cose già fatte e definite. Invece la Parola è viva, è come una spada a doppio taglio… “Non ritorna a me senza avere compiuto quello per cui è stata mandata” … e quando la Parola ti penetra nel cuore, allora ti nasce una grande pace, non è come quando guardi la Tv , o senti i talk show o stai tutta sera a sparare idiozie con gli amici, contento di stare in compagnia, ma incapace di dare alla gioia dello stare assieme quella verità cui sempre si aspira, ma che va cercata con fatica e impegno, scavando dentro di sé e rischiando ricerca che va oltre.

Bella la preghiera “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”: s’è consumata una giornata, una vita a dire la delusione di quello che si è, è calata l’oscurità come frutto della delusione e della disperazione … non volge al declino solo il giorno, ma la speranza, il senso di quello che si è.

Come si può ricominciare da capo? La vita porta sempre qualche cosa di bello e di nuovo, di giusto e di vero oppure è una eternità ingessata nelle nostre miserie?

Egli entrò per rimanere con loro …. quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro: Gesù accetta l’invito, si ferma, non fugge, resta, si siede a mensa, vuol condividere il pane quotidiano, si accompagna nel momento della gioia della condivisione. E compie quel gesto profondo innovativo, rivoluzionario e intimo dell’ultima cena.

E si fa riconoscere.

20 Aprile 2022 – Mercoledì dell’Ottava di Pasqua
+Domenico

Imbalsamare non è credere

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 23,55-57)

Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

Audio della riflessione

È giorno di sospensione, di attesa, di preparazione: c’è sempre nell’aria qualcosa di indefinito nelle vigilie di festa … fretta, apprensione, disordine, corse, code, intoppi, gente che si mette di traverso, che non capisce le urgenze, sforzo di far quadrare tutto … poi finalmente distensione e serenità, oppure rabbia sconsolata e dispetto; questo, forse, proviamo noi oggi …

… un gruppetto di donne di Gerusalemme, in quel sabato, invece, aveva già trascorso la grande vigilia, non a preparare cibi e pasti, ma ai piedi della croce, e oggi se ne stava muto a vivere una festa che non era più la sua: era la festa di Pasqua … ma che passaggio dalla morte alla vita c’era stato, se invece avevano dovuto stare a subire la crocifissione del loro Gesù? Era la grande Pasqua ebraica, ma per loro era una festa piena di dolore: avevano ancora negli occhi quel Gesù, l’avevano visto trascinare in una tomba, senza un gesto di affetto, in fretta, perché il contatto con il suo sangue avrebbe reso impuri, impediti di fare la grande festa ebraica.

Giuseppe di Arimatea e Nicodemo avevano avvolto il corpo così com’era in un lenzuolo e vi avevano versato addosso mirra e olii, ma le donne non ne erano rimaste “contente”: Ci avrebbero pensato loro il giorno dopo a fare le cose “per bene” … Bellissime preoccupazioni, bei sentimenti, ma nella loro delicatezza erano l’ultima pugnalata, pure affettuosa, a Gesù.

Dice Luca: “le donne osservarono il riposo secondo il comandamento” … la Legge si era ripresa la “rivincita”, e ancor prima la morte! Prima però avevano preparato aromi e oli profumati: erano quindi sicure che Gesù sarebbe rimasto nel sepolcro per sempre, non avevano scommesso sulla sua vita! Le donne, dopo la morte di Gesù, avevano talmente dimenticato di sognare che pensavano solo a imbalsamare: “Quanti chili ne prendiamo? Ti ricordi l’ultima volta, quando è morto Giosafat, che era pressappoco alto come Gesù? …. no, ma guarda che ne occorre di più; dobbiamo fare le cose per bene …”

Ma Lui, Gesù, all’appuntamento non ci sarà: dovevano sognare di più!

Dobbiamo sognare di più: la Risurrezione è il centro della nostra fede e su quel Risorto siamo chiamati tutti a scommettere la nostra vita.

Oggi, Sabato Santo, finite le inevitabili incombenze della vigilia, prendiamoci un momento di silenzio, e vediamo se lo sigilliamo sepolto o se lo aspettiamo risorto e vivo.

16 Aprile 2022 – Sabato Santo
+Domenico

È morto come si muore ogni giorno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 23,44-46) dalla “Passione di nostro Signore Gesù Cristo” secondo Luca (Lc 22, 14 – 23, 56)

Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Audio della riflessione

Le nostre colline abbondano di ulivi … oggi tutte le chiese sono popolate dai rami della potatura; una significativa processione si snoda da una chiesa all’altra, da una piazza al luogo dell’Eucaristia.

Vogliamo rivivere anche noi quel momento di festa fugace, spontanea, improvvisa, foriera di gravi momenti di dolore. Inizia una settimana che chiamiamo “Santa”, attorno a cui si condensano tutte le accorate e compassionevoli capacità dell’uomo di rivivere la morte e la risurrezione di Gesù.

Quel venerdì, quel giorno di Parasceve, è per noi una data memorabile.

Gesù nel Getsemani è ogni uomo, mostra le paure di tutti, i pensieri faticosi del vivere semplicemente: la preghiera di Gesù è abbandono nelle mani del Padre, è il desiderio di sentirsi di qualcuno nel momento supremo, e quindi si abbandona nella fede.

Gesù è turbato: non tenta penosamente di nasconderlo a nessuno, ma il turbamento non spezza il rapporto di fiducia in suo Padre.

L’ideale greco era di mostrarsi altero, dignitoso …. l’ideale di Gesù è di mostrarsi fiducioso nel Padre.

La sua è accettazione dolorosa nella verità, è fedeltà a Dio!

Gesù mantiene uno sguardo serio e realistico sulla morte: per la sapienza “razionale” l’atteggiamento quasi stoico di un eroe di fronte alla morte è di gran lunga più nobile di quello di Gesù.

Il modo con cui Gesù è morto è uno scandalo: è indegno di un figlio di Dio, ma anche di un uomo responsabile di altri, costretto, quindi, a presentare una certa “saggezza”.

Gesù si unisce in un certo modo a tutte le nostre morti ingloriose, scioccanti, distruttrici di ogni umanità, e le svuota di potenza ogni momento!

Gli eroi muoiono come si vorrebbe morire … Gesù muore come si muore veramente: Il fatto straordinario è che Gesù, lui che è morto così miseramente, soffrendo senza ritegno, affrontando le paure e le ansie del morire con così poco coraggio stoico, è proprio il Figlio di Dio! La sua divinità dà una particolare luce al nostro morire … scoprire i tratti umani di Gesù non significa denigrarlo o conoscerlo male, ma illuminare la nostra vita di luce nuova, sapendo che è il Figlio di Dio.

Allora non ci è richiesto sforzo di autocontrollo, ma abbandono nelle mani del Padre: Non si tratta di predisporsi a una resa dei conti impossibile, ma di lasciarsi amare fino in fondo da Dio, acquisire massima fiducia nel Padre, che è il Dio che non ci abbandona mai.

10 Aprile 2022
+Domenico

Mi corri sempre incontro

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15,20-21) dal Vangelo del giorno (Lc 15, 1-3.11-32)

«Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”.»

Audio della riflessione

Siamo sempre tutti figli in cerca di un padre: l’esperienza di essere stati affidati all’amore di un papà e una mamma è tra le più belle della vita!

Il Vangelo non poteva non passare da questo rapporto così determinante e necessario per ogni persona: questi due figli che fanno fatica a stare con il loro padre, che crescono in fretta, che si distanziano – anche giustamente – dalla vita del padre, che vogliono conquistarsi lo spazio indispensabile della loro libertà, sono la nostra immagine?

Uno di loro se ne vuol proprio andare, non ce la fa più: si sente soffocato, scambia l’amore per una catena, crede di poter volare, ma non ha ancora le ali.

Parte, crede di andare a conquistare la luna, invece si schianta appena fuori dal nido nelle braccia del vizio: trova subito il suo spacciatore che lo tira nella rete! Per fortuna che gli resta la capacità di ragionare e, soprattutto, non gli si sono ancora cancellate nella mente le belle esperienze di amore che ha avuto con il papà: la bella sensazione di essere preso tra le sue braccia, il ricordo della sua tenerezza … fa un giro di 180 gradi e ritorna! Gli basta stare nei paraggi, sa di aver sbagliato, ma anche solo a 100 metri da casa potrebbe respirare il suo amore!

L’altro figlio invece “sta col padre”: non si muove, aspetta senza lode né infamia che il tempo passi … io sono un pò cattivo, ma immagino che pensi così: “Morirà ‘sto vecchio, mi lascerà quel che mi spetta. Io tento ogni tanto di strappargli qualcosa, ma non molla facilmente, ha in mano tutto lui!”. Sta col padre, ma lo ritiene un padrone; è docile, ma per convenienza; è in casa, ma senza cuore; vuole bene non al padre, ma alle sue proprietà … il padre gli dice “tu sei sempre con me” … ma lui non gode del padre, non sa che significa poterlo “godere” come padre, non scandaglia nel suo cuore, ma solo nel suo portafoglio …

.. e quando il primo figlio ritorna, forse per interesse, ma almeno ritorna e dichiara di aver bisogno del papà, questo che sta sempre a casa si allontana col cuore e non ha il coraggio di chiamarlo “fratello”, ma dice “questo tuo figlio”, come quando in casa si litiga tra papà e mamma per i figli e si dice “guarda tuo figlio che ha fatto” …

Qui il padre è un grande, è proprio l’immagine del Signore: passa la vita ad accogliere l’uno e a coinvolgere l’altro! Non vuole lasciarli nel loro egoismo, spende la sua vita per farli cantare nell’amore … e questa  è la più bella immagine di Dio che noi abbiamo e che sicuramente non ci abbandona mai!

27 Marzo 2022
+Domenico

Ho nostalgia di te

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-10) dal Vangelo del giorno (Lc 18, 9-14)

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano».

Audio della riflessione

Ciascuno di noi ha una sua identità, un suo carattere, un suo modo di fare, una sua personalità … i hobby, gusti, preferenze, una sua immagine, una sua figura da presentare in pubblico: insomma, c’è una parte molto fisica che spesso è fin troppo curata, ma c’è anche una parte spirituale interiore, o anche solo psicologica, che ci caratterizza … e fin qui c’è da ringraziare Dio se ci teniamo ad avere una nostra solida personalità.

C’è però un atteggiamento sbagliato che spesso ci prende: affermare la propria identità distruggendo quella degli altri! Questo avviene soprattutto quando giudichiamo gli altri come inferiori a noi per emergere, quando disprezziamo per vantarci, o diciamo malignità sugli altri per stare noi al centro.

Nel Vangelo c’è un episodio molto significativo al riguardo e il peggio è che nel compiere questa operazione si mette di mezzo Dio: un fariseo sta impettito davanti all’altare ed elenca con supponenza tutti i suoi meriti e continua a gonfiarsi dicendo “io” … Io… io… io. Io faccio questo, io faccio quello … è il classico pallone si gonfia, soprattutto quando non è più sufficiente dire “io”, ma comincia a parlar male degli altri … crede che Dio lo accolga perché è lui, il fariseo, il supponente che gli apre gli occhi sulle differenze: “Io non sono come i peccatori, quelli te li raccomando! Poveracci, sono proprio fatti male. Guarda quello laggiù per esempio … invece, io…“.

In fondo alla chiesa, che allora era la sinagoga – diremmo noi oggi – negli ultimi banchi, appena dentro per non disturbare, cogliendo la sacralità del luogo, ma non come muro che allontana, ma come atmosfera che gli dà fiducia, un poveraccio non ha il coraggio di alzare lo sguardo e dice a Dio la sua vita: “non sono ancora stato capace di amarti, tento, ma non ce la faccio, ti ho promesso tante volte che sarei cambiato, avrei voluto almeno qualche volta essere degno del tuo amore, ma ne ho solo la nostalgia. Non ti prometto niente nemmeno oggi, ma guardami, abbi misericordia, compassione, mi basta questa, poi tornerò per le strade del mondo a vivere di tentativi, saprò però che tu mi vuoi bene.

Questi – dice il Vangelo – se ne andò col cielo nel cuore, sicuro che lassù qualcuno lo ama, e l’altro invece ha creduto di organizzare il cielo a suo uso e consumo, e si è ritrovato per le sue strade spaesate, e senza vita.

A noi il Signore chiede continuamente di abbandonarci al suo grande perdono.

26 Marzo 2022
+Domenico

La conversione: cambiare testa e cuore, rispondere a un invito esplicito, come città, non solo come singoli o comunità di fede, di fronte all’eternità.

Una riflessione sul libro del profeta Geremia “Gerusalemme città chiamata alla conversione” (Ger 2,1-5.7.11-13) e sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 33-34 – Lc 21,5-11)

Geremia 2,1-5

1 Mi fu rivolta questa parola del Signore:
2 «Va’ e grida agli orecchi di Gerusalemme:
Così dice il Signore:
Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza,
dell’amore al tempo del tuo fidanzamento,
quando mi seguivi nel deserto, in una terra non seminata.
3 Israele era cosa sacra al Signore,
la primizia del suo raccolto;
quanti ne mangiavano dovevano pagarla,
la sventura si abbatteva su di loro.
Oracolo del Signore.
4 Udite la parola del Signore, casa di Giacobbe,
voi, famiglie tutte della casa di Israele!
5 Così dice il Signore:
Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri,
per allontanarsi da me?
Essi seguirono ciò ch’è vano,
diventarono loro stessi vanità

Geremia 2,7

Io vi ho condotti in una terra da giardino,
perché ne mangiaste i frutti e i prodotti.
Ma voi, appena entrati, avete contaminato la mia terra
e avete reso il mio possesso un abominio.

Geremia 2,11-13

11 Ha mai un popolo cambiato dèi?
Eppure quelli non sono dèi!
Ma il mio popolo ha cambiato colui che è la sua gloria
con un essere inutile e vano.
12 Stupitene, o cieli;
inorridite come non mai.
Oracolo del Signore.
13 Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:
essi hanno abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
per scavarsi cisterne, cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua.

Conversione

All’inizio di ogni cosa, di ogni vita, di ogni popolo, di ogni città non solo c’è il regalo dell’esistere, ma pure c’è un grande amore di Dio: quasi una sorpresa di Dio che si è innamorato di ciò che aveva fatto esistere, un amore che ha prodotto liberazione.

Ogni persona, ogni popolo ha avuto un suo Egitto, da cui è stato “liberato” per amore puro, cui ha risposto con l’affetto della sua giovinezza, con l’amore di un fidanzamento, con un faticoso, ma alla fine convinto accettare di seguire Dio nel deserto, in una terra non seminata, con tutte le incognite di un futuro non facilmente immaginabile.

Questa terra fu cambiata presto in terra da giardino, ma noi, l’umanità l’abbiamo cambiata in abominio: una sorgente di acqua viva ridotta a pozzanghera, con un futuro da terra screpolata! A questa storia di tradimento umano, di allontanamento, di ribellione si fa presente immediatamente il suo invito alla conversione e come dono, la grande misericordia di Dio, il dato di fatto indiscutibile, con tanti esempi in cui si è già realizzato.

La conversione richiesta da Dio a Gerusalemme, al popolo di Israele, la distribuiamo sui tre momenti principali che la devono caratterizzare: iniziamo subito dalla vita di ogni persona del popolo di Dio, dalla nostra stessa vita.

1: La conversione “personale” di ogni abitante della città

L’amore e il perdono di Dio, la sua ricerca appassionata di ciascuno di noi che se ne allontana, che si perde, che scappa o si nasconde, che brucia il patrimonio di bene in cui è immerso per prendersi soddisfazioni stupide, ha immediatamente il regalo della storia di Gesù che ha  un cuore squarciato per amore: un cuore che non si è mai più ricomposto perché la cattiveria dell’uomo è sempre grande e la libertà dell’uomo è un dono da cui Dio non si ritrae mai.

Sei libero, ti ritrovi a fare sempre quello che ti piace di più, non ti interessa più niente delle persone che ti vogliono bene, ne vuoi sfruttare tante altre, ma sappi che da Me puoi sempre tornare, che Io non ti mollo! Io, tutte le sere prima di chiudermi in paradiso faccio la conta e mi accorgo se ci sei o no, se sei tornato dai tuoi insani percorsi, se ancora una volta ti sei fatto i tuoi giri perversi, il tuo sballo per sentirti vivo, le tue comode isole in cui seppellisci il tuo cuore … ma il mio cuore è sempre aperto ad accoglienza, a tenerezza, a gesti d’amore. Vorrei che quando tornerai ancora da me, anche il tuo cuore resti sempre aperto perché chiunque ci possa scavare dentro e trovi quello di cui ha bisogno per vivere bene e per essere veramente felice.

Non ci vuole molto a vedere che la nostra vita è piena di errori, di “carognate”, di sbagli, di cattiverie gratuite: siamo sicuramente anche capaci di bontà, compiamo gesti puliti e sinceri di amore e di dedizione, ma nessuno ci esime dal dover fare spesso i conti con il male … sembra quasi più grande di noi!

Ci siamo applicati spesso ad estirpare le malvagità, ci siamo anche allenati ad avere buona educazione, a frenare le passioni, a mantenere un equilibrio, ma torniamo spesso ai nostri “vizi”: i nostri peccati si sono inveterati in noi.

Il nostro agire male aumenta  il cumulo di male che stiamo compiendo oggi con guerre, terrorismi, ingiustizie, imbrogli, sopraffazioni, infedeltà: non possiamo negare che le prospettive di un futuro di bontà e di pace si stanno sempre più allontanando.

C’è, ad onor del vero, lo sforzo di tante persone che pagano con la loro stessa vita per dare al mondo una prospettiva diversa, ma il male non sembra avere fine.

Gesù in continuità e novità con l’invito di Geremia a Gerusalemme, nel Vangelo ci ripete: “Se non vi convertirete, morirete tutti allo stesso modo”.

Gesù mette in relazione conversione e vita, adattamento al male e morte: non si può certo pensare di risolvere il mistero del dolore credendo che tutto il male che c’è è un castigo di Dio per i nostri comportamenti malvagi! E il dolore innocente? E le sofferenze di tanti bambini? Proprio per questa “applicazione automatica” tra disgrazia che capita e colpa che l’ha meritata, Gesù richiama alla conversione, a cambiare vita.

Voi credete che mio Padre stia a tendervi un agguato per sorprendervi quando sbagliate e punirvi? Credete che Dio, mio Padre, sia un freddo calcolatore di meriti e colpe e che sta a far pareggiare i conti: tanto hai sballato, tanto devi pagare? Saremmo proprio fuori di testa.”

Convertirsi è cambiare testa, modi di pensare: è uscire dalla logica di un “dio” commerciante che noi ci siamo costruiti a nostra immagine e somiglianza! Convertirsi è prima di tutto sentirsi sempre tra le braccia di un Padre:

  • Lui, che ti vede non combinare niente di buono, che sa di quanti doni ti ha caricato, che conosce il valore della tua umanità;
  • Lui, che dandoti la vita ti ha fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore ti ha coronato (come dice il salmo 8);
  • Lui che ci vede impigriti in continui errori…

… Lui che fa, che dice?

E’ una vita che ti sto dietro, che sto ad aspettare ogni minimo cenno di bontà, ma non riesco a percepire niente…. Vuoi che ti lasci al tuo destino?! Neanche a parlarne! Non c’è nessun destino, ma solo libera scelta!”.

L’Incarnazione del nostro “essere Dio in Gesù” è una scommessa sulla libertà degli uomini: abbiamo  scommesso sulla libertà di Maria di accettare di diventare la mamma di Gesù, sulla libertà di Giuseppe di caricarsi di un figlio non suo, sulla libertà di tutti coloro che lo hanno seguito di fidarsi di un regno che a mano a mano che si avvicinava la pasqua diventava una disfatta.

Gesù ha pazientato infinitamente con gli apostoli: non ha tolto loro la fatica del decidersi per il Regno di Dio! Tutte le persone che sono state travolte dalla sua Parola – ora dura, ora consolante – non sono stati ammaliati, ma hanno dovuto decidersi “giocando” in libertà piena, non costretti da eventi favolosi o da irretimenti sottili.

Convertirsi è esaltare l’uso della nostra libertà a confronto con la persona di Gesù: contro questa nostra libertà Dio non può andare e se qualcuno nella sua cattiveria ci toglie ogni libertà perché decide di toglierci la vita – come tanto spesso capita nel nostro mondo violento – Dio ce la ridona in pienezza.

La misericordia di Dio ha la sua musica: non è il rombo dei cannoni o il sibilo dei missili o lo stritolare dei cingoli dei carri armati! Dio si paragona al contadino, non più al padrone, si fa uno di noi in Gesù e consuma la sua vita a zappare e mettere concime attorno a questa nostra esistenza inaridita: la mette in condizione di giocarsi in pienezza e libertà.

Conversione è sentire su di noi queste cure, questo amore che ci toglie dalla nostra sterilità: il rumore dei colpi insistenti, cadenzati, ostinati del contadino che zappa attorno alla nostra vita è musica e ritmo della nostra conversione.

2: La conversione “comunitaria” della città

Geremia parla di Gerusalemme, di una convivenza sognata, realizzata, boicottata, ripresa tante volte, distrutta e ricostruita: ci siamo resi conto – ancora di più in questi giorni – che prima delle case, dei muri e dei palazzi, la città è fatta da un mondo di relazioni, di solidarietà, di gioie condivise, di dolori atroci incomprensibili, sempre in “agguato”: sono il sorriso, il pianto, gli abbracci di bimbi e madri, sguardi impotenti di papà, strutture di convivenza; sono reti di relazioni, di commercio, di scambio, di offerta e di acquisizioni, di cieli, di case, di piante e fiumi, di ponti e strade.

Le nostre città hanno case, strade, vie di pace o già incarnano dentro il dolore e la morte? Sono a misura di bambini, di fragili, di vecchi e persone oppure solo di commercio e di accumulo, che poi tende allo sfruttamento? Esaltano la ricchezza e il potere o la fraternità e la bellezza?

Si fa presto a passare …

da “giardino e sogno
a
“possesso e abominio”.

Gerusalemme si era anch’essa imbarbarita se Dio la richiama così!

Le nostre città sono abitabili o solo “ammucchiamenti”? Da buon Bresciano ho ben in mente la differenza abissale per l’abitabilità tra i villaggi Marcolini (auspicando che Padre Ottorino Marcolini sia presto dichiarato beato) e le famose “torri”, umanamente anche pericolose da abitare, che si fa fatica persino a demolire! Non sto cercando soluzioni o proponendo architetture, ma umanesimo al massimo! Occorre moltiplicare umanità, relazione, solidarietà, che possono convivere con lavoro, comunità e  società. Tutto questo non viene da spontaneità miracolistica, ma da una progettualità lungimirante e profondamente umana: l’umanità è il primo luogo che abita Dio!

Linee di “conversione” a questo proposito sono fatte da cittadinanza attiva sostenuta e vivificata da cristianesimo attivo: la città è anche insieme di istituzioni, di leggi, di strutture, di coordinamenti, di istituti culturali e bancari, di associazioni, di aggregazioni che permettono la collaborazione di tutti e ne vivono i vari aspetti.

Ai tempi del profeta Geremia Gerusalemme aveva un centro, uno spazio, un insieme di energie materiali e spirituali concentrate nel Tempio: la religiosità “strutturata” non era una vaga idea facoltativa, ma una dimensione del cittadino, con sue leggi e servizi, con sue fortune di tempi propizi e sfortune di tempi di sfacelo … infatti dice Geremia (al versetto 13 del capitolo 2):

Perché il mio popolo ha commesso due iniquità:
essi hanno abbandonato me,
sorgente di acqua viva,
per scavarsi cisterne, cisterne screpolate,
che non tengono l’acqua.

Il Signore Iddio ne era il centro e lo avevano abbandonato: un abbandono che non è solo questione di idoli o di simulacri sacri o di statue, ma cancellazione di centri profondi e personalizzati nella vita di ogni persona, cancellazione si decisioni di massima fiducia e adesione a Dio, cancellazione della consapevolezza di un posto esplicito per la fede, cancellazione della consapevolezza della finitezza umana e del bisogno di una continua salvezza, ripresa, rinnovamento.

Avevano bisogno di acqua viva e non di acqua stagnante, per di più in cisterne screpolate!

Oggi noi non abbiamo più il Tempio, siamo evoluti come società che distinguono bene il trono e l’altare: abbiamo le parrocchie, la Chiesa che dentro questa società tiene alta la concezione di umanità a partire da una esperienza libera che è la fede.

Che ruolo abbiamo noi cristiani dentro questo invito alla conversione nella nostra Gerusalemme?

Oggi siamo di fronte anche a grandi cambiamenti della vita quotidiana: Come ci troviamo come cristiani entro questi cambiamenti di prospettiva umana? Ci troviamo a dover tenere conto di una massa di persone che sono rimaste fuori dal contatto con la comunità cristiana non per un cosciente rifiuto del messaggio cristiano! Non sono atei, ma fedeli in attesa che qualcuno gli dica qualcosa! Non pochi hanno toccato il fondo della confusione in una sorta di nichilismo di massa, in una nausea che monta sempre più per il cumulo di superficialità in cui sono immersi.

Quel campanile che ancora svetta tra le case e ci avvisa dei morti (e molto più raramente dei nati) avrà la capacità di rompere la monotonia dell’abituarsi al ribasso? Può ancora fare da antenna che intercetta o smuove domande di Dio?

Se ora tre o quattro, sei o sette parrocchie vengono messe insieme con un parroco, vediamo che alla lunga ciò non interessa a nessuno: queste cose riguardano noi preti e qualche altro catechista o cattolico della messa settimanale, per questo purtroppo è visto come un problema di funzionamento dell’azienda … non sarà che dobbiamo interrogarci se c’è ancora desiderio della presenza di Dio nella nostra vita e nella vita della gente? Interessa ancora Dio, Gesù Cristo, la fede? E il prete si accorge che la sua risposta non si può esaurire nei compiti istituzionali! Ha bisogno di un colpo di reni che non può essere costituito solo dalla predica della domenica.

I genitori cristiani si accorgono che non basta raccomandare ai figli o ai nipoti di andare alla Santa Messa, di andare a catechismo almeno fino alla Cresima … si preoccupano veramente di dove vivono i loro spazi di amicizia e come li vivono? A tutti è chiesta una serie di conversioni, di cambiamenti rispetto al modello educativo pastorale in cui il prete è stato preparato e gli adulti sono stati educati, soprattutto se non si è più giovanissimi, come la media dei preti  e dei credenti di oggi!

L’ultima pandemia  ha allontanato la parrocchia dalla gente, ci ha forse anche abbassato la stima che ne avevamo, perché non siamo stati coerenti con un po’ di coraggio, ci hanno tolto il rapporto vivificante con i ragazzi e i giovani e ce li troviamo lontani … per i preti più giovani erano la ragione del loro apostolato e senza di loro ci si sente non poco frustrati. Sì, un prete “serve” ancora nei casi disperati, nella morte, qualche volta nelle malattie, nella vita privata, ma non è chiamato in causa per impostare una vita della famiglia e della società più giusta. 

Le giovani generazioni sono altrove: facciamo fatica a dialogare con loro, a renderle sensibili alla voce dello Spirito … la gente ci vuole bene, ma non siamo capaci di aiutarla a fare un salto di qualità nella fede!

Oggi la fede ha bisogno di essere rigenerata per essere disponibile alle domande degli uomini e delle donne di oggi, ma siamo sempre ai primi passi: noi preti siamo mangiati dalla vita ordinaria, dal compito pure necessario di offrire i sacramenti, che spesso giungono su un popolo che forse non li accoglie con fede, ma per tradizione, il Vangelo sembra dover prendere altre strade, che non sono le nostre.

Ci pare che il nostro Dio con la lanterna cerchi un uomo o una donna che abbia ancora interesse per Lui: farebbe parte del nostro essere cristiani offrire a Dio una compagnia! Vorremmo condividere la solitudine di Dio, per dare un senso interiore alle nostre sconfitte senza cercare le tante scuse che potremmo trovare … vorremmo avere il coraggio di un cammino senza difese, per una apertura senza angoscia, e la fiducia in Dio che non smette di accompagnarci … ma la cosa che ci sorprende, e anche ci scoraggia, è che la società, la Gerusalemme di allora, si sta sempre di più  affrancando, facendo a meno  del cristianesimo e il nostro lavoro sarà quello di renderla di nuovo disponibile per esso, come se lo scoprisse daccapo.

Dobbiamo cercare le tracce dove Dio è sicuramente passato e domandarci: dove abita ora  nascosto il Dio cristiano? Come testimoniarlo, come dare forma alla sua presenza? Dove e come  sta lavorando Dio nei nostri giovani, nelle nostre famiglie? Riusciamo a vedere il bene che vi fa sempre?

Non dice niente alle nostre preoccupazioni “ecclesiali” la figura del “samaritano” in cui tanti italiani, tante mamme e famiglie, tanti ragazzi a scuola in questa guerra assurda si sono improvvisati, messi a disposizione, inventato tante nuove accoglienze di profughi, non sono questi i frutti di una sana mentalità cristiana, che va fatta emergere e notata, resa sacramento di un Dio nascosto, che in tanti va adorato? E’ un fuoco di paglia o non può essere oggi un salto di qualità nella vita credente?

Negli anni “sessantotto” dicevamo a questo riguardo: “se tu samaritano vedi che su quella strada trovi sempre qualche uomo mezzo morto domandati anche chi è che opera questo misfatto? Non accontentarti di salvare i feriti!”.

Oggi forse siamo troppo impotenti e ci dobbiamo impegnare anche all’accoglienza di tutti, dei troppi “feriti” che si chiamano profughi, perché il mondo sta diventando una fabbrica di profughi! Non possiamo, nella nostra conversione, fare bene solo questa scelta, e sarebbe già molto: intanto, come cristiani, delineiamo e formiamo bene il samaritano con le qualità della parabola del Vangelo: “gli si fece vicino“.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,33-34)

33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.

Ci siamo fatti vicini? Non li guardiamo a distanza! Non basta  un saluto su whatsapp, non si manda solo un assegno alla caritas per tutti questi “poveracci” …

«.. ne ebbe compassione .. », si commosse … è un classico verbo greco che dice quello che capita alla mamma quando vede suo figlio in difficoltà: le si muovono le viscere, tanto è coinvolta nel dolore e nella condivisione, nell’ansia di alleviare e nella sofferenza da condividere e sconfiggere! È lo stesso verbo che il Vangelo usa quando Gesù vede la vedova che accompagna al cimitero il suo unico figlio morto, quando il padre vede finalmente arrivare dopo tanta attesa il figlio prodigo! È l’amore di Dio per i suoi figli!

Si fa avanti, si fa vicino”: ci candidiamo ad essere  prossimo, a rispondere alla domanda che spesso ci siamo fatti sempre solo a noi: me, chi mi ama?

“Fascia le ferite” con la consapevolezza che noi da soli non possiamo assolutamente ricucire gli strappi di tutti  è solo Dio che lo fa, lui conosce da dove sanguina il nostro e il loro  cuore e ne ferma l’emorragia mortale

“Versa sopra olio e vino”: è l’olio che guarisce la nostra disumanità, che smolla le nostre durezze … è una Parola che scioglie la nostra cattiveria e il vino che dà l’ebbrezza della vita … è ancora quel vino che mancava a Cana. Acqua e pane sono sufficienti per sopravvivere, ma se vogliamo fare festa occorre il vino … e noi vogliamo essere per loro il vino della festa!

Lo carica sul suo giumento”: è Gesù stesso che poi si caricherà ogni uomo ferito su di sé, Lui che “… portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce,
perché, non vivendo più per il peccato,
vivessimo …
” (1Pietro 2,24)

“Lo condusse nell’albergo”: abbiamo e vogliamo per tutti una casa in cui essere accolti, è stata già pagata in anticipo dal samaritano! La Chiesa, la nostra comunità, il nostro gruppo sta diventando questa casa che accoglie tutti: è l’insieme di luoghi, fatti di tessuti di relazioni vere (non tanto o solo di muri) in cui i giovani profughi vi si possono sentire accolti, avere la certezza che, pur sentendosi offerta accoglienza, qualcuno ha già pagato per noi e per loro per scambiarsi assieme il massimo di ospitalità!

“Si prese cura” … noi diremmo, in linguaggio corrente, “ci siamo fatti carico gli uni degli altri”: per gli ulteriori livelli, che diventano politica vera e nuova,  mondiale e non solo di parte, sarà obiettivo della Chiesa fra crescere politici di levatura anche ingenua, ma eversiva, come quella di Giorgio La Pira, che avrebbe già avuto coraggio e fede da vendere per agire anche su ogni Caino. 

Convertiamo bene la Gerusalemme, che non ha futuro se non c’è conversione!

A noi cristiani oggi è chiesto di dare importanza a questa acqua viva che è la fede nelle nostre società e strutture: non si tratta di essere “talebani”, ma testimoni! Non siamo “kamikaze”, ma persone disposte al sacrificio e al martirio.

La conversione sul futuro nostro e del mondo in cui viviamo. Finisce un mondo, ma non è la fine del mondo

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21, 5-11)

5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?».
8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: “Sono io” e: “Il tempo è prossimo”; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine».
10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo.

Mai come oggi, con la pandemia e dentro la guerra, siamo stati  messi di fronte  alla fine del nostro vivere: non è facile però nemmeno lontanamente parlare della morte, perché c’è quasi un prolungamento artificiale della vita, in cui non si può mai parlare, pensare, preparare la morte.

Contro un mondo che commercializza tutto e che è schiacciato sulla terra e che ci invita a non guardare in su (“don’t look up” è il titolo di un famoso film che molte famiglie si sono viste) dobbiamo reagire perché la nostra vita ha un suo futuro in Dio: Dobbiamo avere sempre uno sguardo verso l’alto, il nostro futuro è in Dio!

Il primo passo di una fine del mondo vecchio, della Gerusalemme di Geremia, è stata la distruzione del Tempio di Gerusalemme e quindi la nascita di un nuovo modo di incontrare Dio: è l’inizio del “tempo dei pagani”, cioè una nuova pagina della storia della salvezza aperta ora a tutti, che però è preceduta da segni di grande dolore e distruzione (che Luca mentre scrive il Vangelo ha già potuto vedere). 

Quel “non resterà pietra su pietra” non è un modo di dire, ma la fotografia di una vera distruzione … facciamo memoria di alcuni elementi “concreti”: il Tempio costruito da Erode, che ha impiegato 100.000 operai e 1000 sacerdoti come muratori per le parti più sacre, è iniziato nel 20 a. C. e finirà solo nel 64 d.C. cioè 6 anni prima della sua distruzione avvenuta poi nel 70 d.C. dopo una rivolta sanguinosissima dei giudei iniziata nel 66.

Giuseppe Flavio, secondo un calcolo un po’ gonfiato, da buon romano, scrive di 1.100.000 giudei uccisi e 97.000 fatti schiavi: Le guerre e le rivolte sono come le pietre miliari della storia … non volute da Dio, ma dall’uomo, sono il più male più grande: continuano il peccato di Caino e per questo sono segno della fine già presente nel quotidiano! Il discepolo le deve vivere come appello urgente alla conversione e luogo in cui esercitare misericordia, come il suo Signore.

Sia la morte di Gesù, come la distruzione del tempio, sono sì la “fine del mondo” ma non come lo pensiamo noi: sono il giudizio definitivo di Dio che offre salvezza a tutti! Il presente è allora il tempo della pazienza, della conversione, come per gli apostoli è stato il tempo dello sradicamento da Israele e l’apertura a un nuovo mondo, non legato al Tempio, ma legato a Gesù ucciso, annientato, morto, ma risorto: è finito quel tempo e comincia definitivamente il nuovo con tutti i dolori di una fine, ma anche con tutte le speranze di una vita nuova.

E’ giusto oggi, per la nostra chiesa italiana, con queste assenze, con questa diminuzione di partecipazione alla vita della chiesa, la scelta di far vincere  le nostre paure, addolcendo e togliendo nerbo alla vita cristiana in un adattamento  alle mode del tempo? Assolutamente no! L’intero mondo di devozioni rigeneratrici, è quasi sparito o non è preso in grande considerazione … anche per questo motivo credo che voi, compagnia delle sante Croci, abbiate celebrato con impegno il lavoro fatto nel giubileo sul dono inestimabile delle “sante” croci, riproponendole come snodo necessario per una fede forte, come occorre implorare da Dio in questi tempi.

Occorrono sempre cristiani santi, decisi, che credono che la Chiesa può avere un ruolo di grande servizio per la conversione nostra e nelle nostre città! Se siamo così perdonati e convinti oggi però non è il tempo di imporre facili alternative, ma inventare percorsi accompagnati.

O sacramenti o nulla?
O la parrocchia o nulla?
O L’Eucarestia o nulla?

Non è un dovere progettare percorsi,  passi che stanno prima del sacramento, che aiutano a crescere, a desiderare, a invocare il Signore? Non c’è proprio posto per un dialogo, un  affidamento a Dio, una sua benedizione di incoraggiamento, di apertura di porte nuove?

Non tocca a noi giudicare!

  • Sono “sposati male” …. allora non c’è più spazio per un minimo di fede?
  • Sono “ufficialmente omosessuali”, allora sono “maledetti da Dio” … non possono nemmeno pregare?
  • Fa una “vita sulla strada”…Non c’è spazio per un umanesimo di grande carità, di disponibilità?

L’Azione Cattolica, sempre tacciata di “bigottismo”, faceva gli esercizi spirituali per le ragazze “pericolanti”, nome che significava “prostitute”: non avrebbero smesso il “mestiere”, ma si accendeva in loro una luce!

Possiamo pensare a una comunione di preghiera per chi non può comunicarsi, spazi profondi di ascolto della Parola di Dio sostenuti da papà e mamme, da coppie di sposi: che forme usiamo per accompagnare alla morte le persone? Qui non si fa la scelta “o sacramenti o nulla” … c’è già il nulla, perché il sacramento dell’unzione dell’infermo è quasi sempre evitato nelle nostre famiglie!

Offriamo spazi di composizione di gesti di carità, solidarietà che sono caricati di fede, di Parola di Dio, scoperta in maniera diversa e realizzata pure in maniera eroica?

Quante “fini” fanno parte delle nostre esistenze? Pensiamo alla pandemia, che si inscrive nelle nostre carni, nei nostri affetti, nelle nostre opere e mette la parola fine a tante nostre esistenze, ma anche a modelli di vita sbagliati: sta finendo un mondo – continua a ricordarci papa Francesco – e ne deve nascere uno nuovo … e ogni uomo e donna sono chiamati a conversione come lo furono i cristiani di quei tempi, gli stessi giudei e romani.

Noi pensiamo sempre che possiamo tornare “come prima”, ma un mondo vecchio sta morendo e noi ci dobbiamo convertire a un nuovo modo di vivere, da Fratelli, tutti.

Invece, quindi, di farci la domanda “quando sarà la fine” … iniziamo a convertirci, ad assumere comportamenti che ci portano a un vero cambiamento dei modelli del nostro vivere, altrimenti non solo non resterà pietra su pietra, ma la nostra casa comune, la terra, produrrà solo veleni e morte.

La conversione massima però sarà sempre la centralità di Gesù a Gerusalemme, nel mondo convertito: Gesù aveva nel cuore un sogno che lo consumava, una meta che lo attraeva, un compito che da sempre lo definiva, cioè l’amore senza riserve per l’umanità, per me, per te, per tutti! Questo amore si consuma fino all’ultima goccia sulla croce, il momento massimo della sua storia di affidamento alla sua missione e al Padre, il punto di arrivo del salto definitivo nella gloria del Padre: Lui saliva a Gerusalemme, la sua vita è stata un continuo, quotidiano salire a Gerusalemme … Là è la meta, là lo aspettano gli eventi definitivi, là gli ha dato ancora appuntamento il principe del male per sferrare l’ultimo, inutile attacco, là, a Gerusalemme, offrirà la sua vita per me, per te!

Invece le nostre vite sono spesso un allontanarci da una conversione di Gerusalemme, un fuggire dalle strade dell’impegno, dalle indicazioni della fede: “Hai davanti a te il bene e il male: scegli il bene! Sali anche tu a Gerusalemme! C’è nella tua vita qualcosa che ti brucia dentro, per cui la vuoi donare e consumare? C’è nel tuo cuore un desiderio che non riesci a contenere? È un desiderio di potere, di sopraffazione, di piacere a ogni costo, di conquista per schiacciare o è un desiderio d’amore, capace di buttarsi per una causa, la causa grande del regno di Dio?”.

La strada è in salita: è quella di Gerusalemme, spesso da fare in solitudine, ma non mai abbandonati da Dio, sempre sorretti dallo Spirito che ha spinto Gesù fino al calvario e da lì lo ha innalzato alla Risurrezione.

Lo Spirito di Dio è in ogni uomo per aiutarlo a dirigersi sempre verso la Gerusalemme convertita, riscattata, la sua Gerusalemme che apre il cielo alla potenza di Dio, per chiudere le nostre strade di confusione e di stagnazione: è conversione di Gerusalemme anche un mondo senza più guerre.

Non è certo “conversione” chiamare le guerre “operazioni militari speciali”.

25 Marzo 2022
+Domenico

                                                                                                                                                                                                                                   

Il momento magico di Dio e di Maria

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 1, 34-38) dal Vangelo del giorno (Lc 1,26-38)

Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Audio della riflessione

L’istante del concepimento è il vero inizio della vita di una persona: lì, nel segreto del seno materno, inizia una vita nuova, inizia un progetto, una novità assoluta! Certo, assomiglierà al papà e alla mamma, ai nonni e alle zie, avrà un colore della pelle, caratteristiche somatiche che dipendono dal luogo in cui nasce, dall’etnia cui appartiene, ma è e sarà sicuramente non riducibile a nessun altro: avrà un suo dna caratteristico, non si sentirà fatto in serie, ma sempre una novità assoluta! Dio, da quel momento, ha già inscritto una sua peculiarità, la sua anima, il suo alito di vita, soprattutto il suo amore.

Tutto comincia da questo momento “magico”, che non è per nulla imbarazzante: è un momento di amore, non è una operazione chirurgica, né una tecnica sofisticata per far vedere che come uomini siamo bravi e sappiamo manipolare tutto! Non c’è inseminazione artificiale che tenga: sono solo strumenti sostitutivi che non devono mai lasciare in secondo piano l’amore profondo di due persone e l’unione della loro corporeità.

Il piano di Dio prevede che sia sempre l’amore a provocare la vita, anche se la nostra cattiveria umana spesso lo fa diventare il momento della violenza e del sopruso.

Oggi, a nove mesi esatti dal 25 dicembre, il giorno di Natale, la Chiesa non può non ricordare il momento “magico” del concepimento di Gesù: Dio si è inscritto nella vita dell’uomo, ne segue le leggi, soprattutto ne interpreta i momenti determinanti e infonde in loro la luce vera del progetto di amore di Dio.

Maria, una giovane ragazza ebrea, si sente chiamata a dire “sì”, a dare la sua adesione al grande piano di Dio di abitare tra noi, di condividere la nostra umanità, la nostra quotidianità.

Dalla sua disponibilità dipende l’inizio di una storia che cambierà il mondo: i secoli vengono divisi in due, da quel momento. L’uomo può di nuovo cominciare a sperare, la nostra carne non è debolezza e vanità, ma è la carne come ha ricevuto e ha voluto ricevere il del Figlio di Dio.

E Maria dice sì: non diranno “sì” tante persone che incontreranno Gesù, anzi, molti gli daranno battaglia, lo metteranno in croce, ma proprio lì si esprimerà la pienezza dell’amore partito da quel concepimento, e nessuno più lo fermerà.

La speranza si trasformerà in certezza!  

E questo giorno da un po’ di anni il Santo Padre ha voluto che fosse il giorno della penitenza, il giorno della confessione, il giorno del ritornare a dialogare con Dio, con il suo perdono e quest’anno è anche il giorno in cui il papa consacrerà la Russia e la nazione che è sotto il peso di questa guerra, l’Ucraina, la consacrerà al Cuore Immacolato di Maria.

25 Marzo 2022
+Domenico

Signore, facci dono della parola

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 14) dal Vangelo del giorno (Lc 11, 14-23)

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate.

Audio della riflessione

Occorre guardare in faccia e dare un nome al male che invade il mondo e ci riempie di innumerevoli sofferenze: iniziare un tempo di particolare impegno nel combattimento spirituale che ci oppone al male presente nel mondo, in ognuno di noi e intorno a noi, vuol dire guardare il male in faccia e disporsi a lottare contro i suoi effetti, soprattutto contro le sue cause, fino alla causa ultima, che è satana; significa non “scaricare” il problema del male sugli altri, scaricarlo magari sulla società o su Dio, ma riconoscere le proprie responsabilità e farsene carico in maniera consapevole.

Il male ha tanti volti, tanti quanti sono le nostre cattiverie, le nostre infedeltà, il nostro egoismo, ma ha un principe che viene sostenuto e che lo diffonde questo male : è il demonio! Gesù ne parla spesso nel Vangelo e gli dichiara lotta senza tregua: contro di Lui, il demonio deve assolutamente indietreggiare! È Gesù il Signore della vita, della storia, degli inferi.

Una delle prove del suo essere Figlio di Dio è proprio questo potere assoluto sul male: Il demonio lo insidia, ma viene respinto; lo tenta, ma Gesù lo mette in fuga; lo assale e lo tormenta, ma non può prevalere … e il demonio ne ha paura: “Che c’è tra noi e te” – gli gridano quando li scaccia da un indemoniato- “lasciaci vivere, mandaci in quella mandria di porci.”

Il demonio sfida sempre il Creatore nelle sue creature: un giorno, Gesù sta scacciando un demonio muto che toglie la parola a un uomo, gli toglie la parola, lo fa ripiegare su se stesso, come quando tante volte capita a noi di chiuderci per superbia, per dispetto, per punire, per lasciare soli.

La parola, spesso, può essere di conforto, di chiarezza per chi cerca un riferimento, di consolazione, di amicizia, di fraternità: muto non è solo chi non può parlare, ma anche chi non vuol parlare, chi è connivente con il male e non lo denuncia, chi vede il vuoto che una parola può colmare e resta chiuso in se stesso, chi sa di poter dire un parola risolutiva su una sofferenza e mantiene il silenzio per un suo piacere sadico.

Gesù si è fatto Parola, per questo scaccia il demone muto e dà all’uomo la capacità di parlare, di dire, di creare rapporti, relazioni di bontà. Sapere che Dio ci parla e che ci dà la parola è avere la certezza di sentirci amati e di poter dire il nostro amore a lui e a tutti, di “forare” la nostra solitudine e farci aprire il cielo.

Se oggi possiamo sperare in una ripresa di normalità, dopo la pandemia, è importante che torniamo a esprimere la massima fraternità possibile, il massimo aiuto vicendevole, la massima fratellanza … e la stiamo vivendo molto bene nei confronti di chi è sotto la guerra.

24 Marzo 2022
+Domenico

Gesù non è posseduto da nessuno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4,28-30) dal Vangelo del giorno (Lc 4, 24-30)

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Audio della riflessione

C’è qualcuno che, da come si porta, da come ti guarda, da come ti fissa e ti parla anche solo con i muscoli della faccia, con il suo portamento, con la sua grinta, con i suoi occhi, ti incute rispetto, timore, soggezione, stima …

Così doveva essere Gesù: quando passava, la gente si voltava; quando chiamava, la gente lo seguiva; quando fissava lo sguardo su qualcuno, quello si vedeva letto nel profondo e doveva prendere posizione: così ha guardato Pietro nel pretorio e lo ha fatto scoppiare in pianto, così ha guardato negli occhi il giovane ricco e lo ha costretto a decidersi, così ha fissato a uno a uno gli apostoli e “quelli, lasciate subito le reti, lo seguirono”; così ha strappato dalla cassa il banchiere Matteo, così ha sbalzato dalla pianta il curioso Zaccheo; così ha guardato con dolcezza negli occhi Maria, la sorella di Lazzaro, e l’ha invasa della sua consolazione.

Ma così ha guardato con durezza e con determinazione quei suoi compaesani che credevano di “possederlo” solo perché abitavano nello stesso vicolo, ma non erano disposti a dargli un minimo di fiducia, a cambiare vita, a mettersi dietro a lui come i pescatori del lago: si erano abituati a lui come tanti di noi si abituano alle persone con cui vivono assieme … spesso non siamo più disposti ad ascoltare: ci siamo dedicati la vita l’uno all’altra e a poco a poco non ci si parla più, non ci si stima più, ci si dà per scontati, mentre ogni giorno nuovo si apre in ogni vita una novità.

 Non c’è nessuna routine tra le persone: c’è solo tra le cose, perché le persone sono una continua sorgente di novità, di amore, di intelligenza, di bontà … siamo spesso noi stessi che mortifichiamo la vivacità di chi vive con noi, e poi ci lamentiamo che sono sempre le solite cose, i soliti problemi.

Abbiamo tolto, con la nostra superficialità, la fantasia e la voglia di esprimere se stessi nel profondo, ed è la nostra superficialità che clona le persone e le fissa al passato.

Il passato è nostro, non loro!

E Gesù ha un bel dire che occorre cambiare se chi lo ascolta si sente “superiore”, anzi indispettito, che uno di loro sappia andare oltre all’appiattimento del quotidiano.

A Nazaret è scoppiata la vita, ma la gente l’ha sepolta! Nella nostra comunità cristiana ogni giorno scoppia la vita di Gesù, ma noi siamo pronti a seppellirlo, invece che a farci aprire il cielo per dare luce alle nostre strade sfasate e bloccate.

21 Marzo 2022
+Domenico