Non chiedere prove, sono solo “fughe”

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 16, 29-31) dal Vangelo del giorno (Lc 16,19-31) nel giovedì della seconda settimana di quaresima

Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Audio della riflessione

Non ci capita una volta sola di stare a pensare al nostro futuro come a un tempo in cui si appianeranno tutte le cose, in cui tutto lo “storto” che c’è si raddrizzerà, tutte le ingiustizie saranno riparate, tutte le cattiverie punite e le bontà premiate … “si girerà la fortuna” – dice il poveraccio al riccone che ostenta superiorità e disprezzo – “Non è giusto che nel mondo ci sia chi vive nell’abbondanza e chi muore di fame … ci sarà un ristabilimento del progetto di Dio, che gli uomini per cattiveria hanno stravolto! Non ci sarà più lo squilibrio del fatto che il 20% degli uomini controlli e abbia a sua completa disposizione l’80% dei beni della terra e ne faccia quel che vuole condannando gli altri alla fame.”

L’aspirazione è giusta, ma non deve far crescere dentro l’animo del povero la voglia di vendetta e nell’uomo onesto la decisione di non far nulla in attesa del mondo di là.

La parabola del ricco che muore di indigestione e di attacchi di colesterolo … e del povero Lazzaro che muore di stenti, ci ricorda questa situazione: hanno vissuto una vita molto diversa e oggi nell’eternità si trovano in posizioni “ribaltate”, è il povero Lazzaro che sta in alto, che ha raggiunto quella felicità cui da sempre aspirava, e il riccone si trova nell’indigenza, raccoglie i frutti di fallimento che aveva continuamente seminato durante la sua esistenza … sperava di cambiare prima o poi, ma alla fine la vita ha deciso per Lui, si è ritrovato con la sola compagnia dei suoi soldi che di là proprio non sono utili e non servono, serve solo essersi abituati a confidare nelle braccia di Dio Padre, e quelle sicuramente le trovi sempre pronte a riceverti, ad acoglierti.

Questo è il premio: non dobbiamo aspettarci nessuna rivendicazione, nessuna offerta di pan per focaccia, ma la certezza di essere amati da Dio … e questo colma ogni attesa e ogni sofferenza umana. questo non è frutto di miracoli o di magie, di apparizione di morti che vengano a convincerci dell’al di là … ci abitueremmo anche a quelli, ce ne vorrebbe uno ogni giorno a dirci che stiamo sbagliando … e non crederemmo a loro.

La parola di Dio invece è sempre tra noi e fa crescere ogni giorno di più la speranza di poterlo godere nell’infinito che ci attende.

4 Marzo 2021
+Domenico

C’è bisogno di gente dal cuore buono

Una riflessione sul Vangelo del giorno (Lc 6, 36-38) nel Lunedì della seconda settimana di quaresima

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati.
Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Audio della riflessione

Il mondo è pieno di gente che non prende mai posizione … che si adatta a tutto, che non si interessa di niente, che passa sopra il male e il bene con assoluta indifferenza, che non si ribella … potrebbero anche ammazzargli sotto gli occhi qualcuno o fare violenze e lui si fa sempre e solo i fatti suoi … oppure al contrario c’è gente che giudica tutti, che ha un veleno nel cuore che non può non riversare su tutti quelli che incontra: è l’immagine della cattiveria, del giudizio inappellabile, della acidità.

Purtroppo non sono due categorie ben diverse di persone, perché spesso siamo noi che fa e l’una e l’altra cosa! Quanto invece sarebbe bello poter contare sempre su uno sguardo d’amore ed essere sempre questo sguardo d’amore sulla vita di tutti … quanto piacerebbe a un ragazzo non essere guardato da un adulto come una pezza da piedi, come un pericoloso delinquente, come un “bastardo perditempo”, ma come una vita che si apre che ha bisogno del sorriso di tutti per essere convinto che val la pena di vivere, che la vita possiede un lato bello che è difficile, ma raggiungibile!

Ogni persona, proprio solo perché è tale, ha sempre dentro il fascino del creatore, la bellezza di una poesia e ha diritto di essere guardata con amore e non giudicata.

Dice il Vangelo «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato…» : la bontà, il dono, il perdono sono “contagiosi” … creano attorno a noi e in noi bontà e perdono, sono una benedizione anche per la nostra stessa vita.

Quando ti arrabbi invece, quando coltivi l’odio, ti cresce la bile, ti si alza la pressione, crei attorno a te zone di ostilità.

Se vuoi trovare bontà, seminala … qualcuno sicuramente la raccoglierà, perché sembra un seme che scompare, ma ha sempre dentro la forza di Dio e prima o poi rispunta e si fa grande.

E’ possibile pensare al mondo con occhi diversi, come quelli pieni di speranza che aveva Gesù? Lui è passato facendo sempre del bene a tutti e l’ha trovato pieno infinito in Dio, Padre.

E’ una speranza sempre disponibile: basta che noi abbiamo la costanza di cercarla … e la sorpresa di poterla trovare.

1 Marzo 2020
+Domenico

I segni della vita vera sono già tra noi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 29) dal Vangelo del Giorno (Lc 11,29-32) nel Mercoledì della prima settimana di quaresima

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire:
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona …

Audio della riflessione

Più uno si guarda allo specchio, meno vede gli altri; più si è autocentrati, meno ci accorgiamo delle belle cose che abbiamo attorno … delle persone, della natura, delle occasioni, dei fatti decisivi per la vita …

Più stringiamo l’orizzonte su di noi, meno ci accorgiamo di quello che di importante capita proprio tra di noi: “Sicumera” la si chiama … questo atteggiamento di sentirci l’ombelico della terra, di aver risolto tanto perché noi siamo bravi, di aver risolto anche “tutto”, di sentirci autosufficienti e autoreferenziali: tutto ci è dovuto, tutto è scontato, tutto è scolorito … quindi.

Erano così anche gli abitanti della Palestina al tempo di Cristo, i suoi stessi compaesani, gli uomini del potere e della religione: nel loro tessuto di relazioni c’era Gesù, ma non se ne accorgevano … Lui diceva di sé e del Regno di Dio, ma non gli credevano … molta gente veniva da ogni parte per ascoltarlo e loro lo davano per scontato, anzi volevano una prova ogni giorno: non bastavano le sue parole, i segni della sua forza e della sua bontà, i ciechi che tornavano a vedere, i disperati che tornavano ad avere fiducia nella vita … loro volevano segni straordinari, eclatanti, inequivocabili. Il giorno dopo ne avrebbero voluto un altro ancora più strepitoso.

La verità era che non volevano cambiare: stavano troppo comodi nella loro routine quotidiana. Se avessero creduto a Gesù avrebbero dovuto “cambiare alla grande”, il loro potere sarebbe stato messo in difficoltà.

Molta gente ci invidia la nostra fede cristiana, molti cercano la verità, vorrebbero poter dialogare con il Dio di Gesù Cristo, se avessero a disposizione il Vangelo, sarebbero pure felici! Noi invece lo buttiamo, la religione la “sopportiamo”: ci siamo abituati al Vangelo, l’abbiamo perfino sbiadito! Il nostro modo di credere ha perso nerbo … forse anche noi vorremmo dei miracoli, per essere confermati, ma il miracolo vero è sempre e solo Gesù, il risorto, colui per il quale i martiri della nostra terra hanno testimoniato con la vita.

Sono i nostri avi che hanno costruito queste nostre città, queste chiese perché erano sicuri della fiducia che avevano posto in Gesù: in lui hanno sempre trovato la speranza.

E noi dove la poniamo questa speranza?

24 Febbraio 2021
+Domenico

Mescolarsi a tutti … per portare speranza

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 5, 29-30) dal Vangelo del Giorno (Lc 5, 27-32) nel Sabato dopo le ceneri

Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».

Audio della riflessione

L’India è famosa perché la gente è suddivisa in tante caste, in tanti gruppi gerarchizzati, ciascuno dei quali vive la sua vita e non deve mescolarsi assolutamente agli altri: i poveri stanno coi poveri, i ricchi con i ricchi, i puri con i puri e i malvagi coi malvagi …

Anche presso il popolo d’Israele c’era una sorta di suddivisione e separazione tra la gente di diverso rango o di diverso lavoro, o di diversa impostazione religiosa.

Oggi crediamo di essere tutti uguali, ma ci sono ancora tantissime separazioni, tantissimi circoli privati, tante appartenenze di rango; sono aumentate ancora di più da quando vivono tra di noi popolazioni immigrate, per esempio: non è vero che siamo un “popolo solo”, abbiamo parecchi muri che ci … tengono “separati”; siamo tutti vicini, ma abbiamo costruito delle buone staccionate che ci dividono.

Gesù fa saltare una separatezza assurda: Lui va a … mangiare dai peccatori, da quelli che non solo erano ritenuti poco di buono, ma erano disprezzati come traditori della fede di Israele! Non ha paura delle critiche, non si cura di eventuali scandali, vuole far capire che di fronte a Dio siamo tutti uguali e che … non c’è  peccatore incallito che non possa ricuperare candore di vita.

Gesù non è un giudice, ma un amico: non si adatta alle situazioni, anche le più incallite, quasi approvandole, ma vuol sempre superare ogni steccato che tiene uomini e donne in situazioni di peccato.

La gente non lo capisce: è andato a mangiare con i mafiosi, con i massoni, con i papponi, ha avuto il coraggio di accettare di farsi invitare dai terroristi, sta con i kamikaze, coi drogati, si è fatto invitare da un banchiere che ha messo sul lastrico mezzo mondo … potremmo continuare. Non sarà il Figlio di Dio uno che se la intende con gente di questo rango?

Gesù è di altro avviso: Lui crede di più all’immagine di Dio impressa nell’uomo che a tutti i tradimenti che hanno tentato di deformarla … Lui sa che non si può mai cancellare dall’uomo la sua dignità, per questo non è ammessa la pena di morte tra i cristiani, perché ogni uomo è sempre redimibile, ha sempre più futuro che passato, anche se è sull’orlo della tomba.

La vita è una qualità di gesti di amore e non una quantità di opere o di misfatti: abbiamo bisogno di ponti, non di muri, di speranza soprattutto.

Ma questa speranza dove la posso trovare?

20 Febbraio 2021
+Domenico

Una croce al giorno… leva l’infelicità di torno

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 9,23) dal Vangelo del Giorno (Lc 9, 22-25) nel Giovedì dopo le ceneri

Poi, a tutti, diceva: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.

Audio della riflessione

Non occorre troppo fantasia o ragionamento per avvertire che ogni giornata si porta qualche affanno: ti sembra di essere appena uscito da una emergenza … e te ne capita un’altra; quando tutti in casa sembra stiano bene – facciano giudizio diciamo noi- siano a posto, sono i tuoi amici che stanno nei guai e ti chiedono partecipazione; quando sembra tutto pacifico sei tu che non carburi più e ti trovi impigliato in cose che non volevi.

Ogni giorno ha proprio la sua croce: qualcuna ci capita addosso senza volerla, altre le andiamo a cercare noi con la nostra cattiveria. O la si rifiuta, ma non è facile perché è sempre lì a ricordarti il dispiacere o il dolore; ti ci puoi ribellare, ma non la cambi in felicità, non la togli … la puoi ignorare, ma ad ogni risveglio te la senti davanti.

Qualcuno la fugge, si ubriaca per dimenticare, si droga per nascondere a sé soprattutto la sua incapacità di reagire, la sua paura di vivere … qualcuno la butta sulle spalle degli altri credendo di potersene tirare fuori: gli può anche andar bene per tutta la vita, ma  sarà sempre uno sfruttatore, non una persona.

Gesù è di un altro avviso: occorre caricarsela sulle spalle e passare attraverso il dolore, la tua croce! Se Lui che è l’innocente, che non ha fatto del male a nessuno, se l’è caricata sulle spalle, ogni cristiano ha davanti questa proposta scandalosa: deve fare come ha fatto lui. 

La croce allora la si può accettare, la si può trapassare con dignità, la si può portare per vincere: nessuno di noi ama la croce, ma ama quell’amore che sta sulla croce, un amore per gli altri, come l’ha dimostrato Gesù.

Vedremo che la croce ci aiuta a crescere, a valutare con saggezza la vita, a purificare le nostre paranoie, a capire che le cose vere da guadagnare e da non perdere sono altre rispetto a tante preoccupazioni inutili che abbiamo.

Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde se stesso? Se non è capace di stare dalla parte delle cose vere della vita, se continua a ingannare e ingannarsi?

Accogliere la concretezza della vita quotidiana come dono di Dio sempre, ci aprirà alla speranza che la croce è solo un passaggio, non è mai un fatto definitivo.

Ma questa speranza dove la trovo?

18 Febbraio 2021
+Domenico

Presentazione del Signore al tempio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

Audio della riflessione

Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto  riusciremo a realizzarli? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti … o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo?

C’è un uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone … nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare … “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”.

Quanti suoi amici gli avevano detto: “ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Ma dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”

Quel giorno invece nel tempio appare un bambino portato dai suoi genitori: è povero, perchè si fa “riscattare” da due piccioni, ma è la promessa di Dio.

Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: “ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre.”

Lui non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare: si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto.

Il suo secondo sguardo è a Maria, la mamma, che si sente dire che una spada le trafiggerà l’anima: detta da un anziano non è una cattiveria, ma l’avvertenza di prepararsi alla prova che ogni vita di genitori si deve aspettare e che non sarà mai senza speranza.

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti: Dio non voglia rovinarli con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà!

Oggi è una festa che vede al centro della nostra preghiera i religiosi e le religiose, adulti, giovani e ragazze che vogliono dedicare la vita al Vangelo, al regno di Dio.

E’ necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti: i giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro e a tutti, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita.

Stiamo vivendo un tempo di grande difficoltà sanitaria ed economica: molta gente perde la speranza, fa fatica a ritornare povera, a riabituarsi all’indigenza, a cambiare stile … abbiamo bisogno tutti  di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, ha bisogno soprattutto della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in se stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita.

C’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

2 Febbraio 2021
+Domenico
+Domenico

Agnelli capaci anche di farsi carico dei lupi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 10, 1-9)

Audio della riflessione

Ieri abbiamo apprezzato il grande amore di Gesù per san Paolo, che si è convertito a contatto con Gesù, che aveva guadagnato la sua conversione, come del resto ogni conversione, pure le nostre, sulla croce.

Oggi siamo aiutati a vivere la nostra missione di cristiani da due grandi discepoli santi di Paolo, Timoteo e Tito: hanno imparato da Paolo la tensione della missione, la decisione di testimoniare ovunque Gesù, il suo coraggio e la sua dedizione al Vangelo.

«Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi» è la verità nuda e cruda che Gesù dice ai suoi discepoli che dovevano cominciare da soli a predicare il Vangelo, a far nascere anche in tante altre persone la speranza che avevano visto in Lui.

Il bene è sempre osteggiato … il Vangelo che sembra un bel messaggio di pace crea reazioni incontrollate: il male è pronto a soffocare il bene.

La sua parola è una spada, il suo messaggio un fuoco, il regno di Dio una sfida: è il mistero della cattiveria dell’umanità che indica quanto il male si è radicato dentro di noi, nelle nostre relazioni, nei tessuti sociali.

Uno che vive di furti, non accetta chi gli dice che non può rubare; uno che vive di inganni non si adatta a perdere il suo potere; chi ha impostato la vita sullo sfruttamento non accetta di essere richiamato alla giustizia e di cambiare soprattutto comportamento; lo spacciatore cui vengono sottratti i clienti, perché qualche sforzo educativo riesce a far rinsavire i giovani, non perde impunemente i suoi facili guadagni.

Siamo comunque spesso di fronte al rifiuto: l’annunciatore rifiutato, non si scaglia contro chi lo maltratta e rifiuta il dono di Dio, ma dice “ahimè per te”, denuncia il male, ma ne porta su di sé la ferita e realizza in questo modo l’offerta estrema della salvezza, che è data a tutti senza condizioni, anche a chi rifiuta.

La stessa cosa la fece il Signore Gesù in croce, rifiutato da tutti: chi rifiuta si perde, ma questa perdizione si riflette su colui che è rifiutato, sul missionario, sull’apostolo, su Paolo, su Timoteo e Tito.

Il dramma dell’amore non amato, che non rinuncia mai ad offrirsi, è l’orizzonte in cui si staglia sempre la salvezza, negata a nessuno e donata a tutti: così si percepisce e si sperimenta la serietà del dono e la gratuità dell’amore di Dio, che sa perdersi per ogni perduto, dell’apostolo quindi, del testimone, del cristiano in uscita, che si carica sulle spalle il dono della salvezza da impetrare col dono della sua vita per tutti, come ha fatto appunto Gesù.

Quando san Paolo si reca a Gerusalemme per l’incontro con gli apostoli, porta con sé Timoteo il circonciso, insieme con Tito l’incirconciso, ambedue provenienti dal paganesimo, e riunisce nei suoi due collaboratori simbolicamente gli uomini della legge e gli uomini delle genti, rappresentando così il travaglio dell’annuncio e della convivenza con il mondo giudaico dei primi cristiani e dell’apertura a tutto il mondo dell’annuncio della fede in Gesù.

E’ la bellezza della universalità della nostra fede, della apertura del cristianesimo ad ogni uomo o donna e dell’orizzonte di ogni cristiano testimone.

26 Gennaio 2021
+Domenico

Oggi è Maria che ci presenta Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 16-21)

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Oggi, primo giorno dell’anno nuovo, gettiamo ancora il nostro sguardo sul presepio: il centro è sempre Gesù, e la nostra attenzione a Lui oggi è mediata da Maria, la mamma … è con lei che vogliono solidarizzare i pastori, gente semplice, che conosce il bisogno di una donna che ha appena partorito e le portano senza indugio – dice il Vangelo – con un moto spontaneo del cuore, con l’immediatezza di chi vive nella precarietà e ha come unica soddisfazione la solidarietà, il conforto della loro presenza.

I pastori erano gente disprezzata, poco di buono, randagia, gente che vive di rimedi, che regolava il suo orario sulle abitudini degli animali … ma è sempre fatta di persone che hanno un cuore e una dignità, una coscienza e una sensibilità.

I verbi che usa il Vangelo sono una traccia di cammino anche per noi: “Andarono senza indugio”, non si fermano sul verbo venire che indica sempre che sono gli altri che devono girare attorno a noi. Noi siamo il perno, noi siamo quelli da riverire, noi quelli che non si spostano di un’unghia per nessuno, noi quelli che devono essere serviti, noi quelli che sanno tirare le file per far girare gli altri nella nostra orbita … noi, la chiesa, stiamo troppo comodi in attesa che la gente venga; noi i responsabili del bene comune che forse scambiamo l’autorità per un potere, mentre deve essere un servizio sempre … e il servizio ha come primo moto spontaneo il decentrarsi verso chi ha bisogno: andare, uscire invece che stare.

Videro, udirono e riferirono; hanno aperto gli occhi su quel bambino, hanno scritto nella loro mente i fatti, non si sono fermati alle loro fantasie, non sono stati comodi a costruirsi un virtuale asettico, lontano dalla vita, ma hanno fatto esperienza, hanno partecipato alla gioia e alla dolcezza della famiglia di Gesù.

Hanno aperto gli orecchi, hanno visto la parola fatta carne, hanno messo attenzione all’invito degli angeli e al loro canto del gloria … e non hanno tenuto per sé quel che hanno provato: Lo hanno portato subito agli altri, hanno creato subito quel tam tam che genera comunione tra la gente attorno ai fatti della vita, alle notizie belle.

La comunicazione della gioia della scoperta ha cambiato la loro vita sociale, hanno cambiato la noia della quotidianità in stupore, hanno saputo dire alla gente che si doveva aprire il cuore alla novità assoluta della nascita di Gesù.

Avessimo noi ancora oggi la capacità di andare oltre la nostra preoccupazione giusta, ma spesso troppo disperata della pandemia che ci occupa non soltanto i pensieri, ma ci detta anche i luoghi in cui poter stare, le persone da incontrare, gli spazi geografici da abitare.

Ci sentiamo forse solo prigionieri, ma possiamo andare più in profondità su questa nostra esistenza coatta e veder nascere in essa una solidarietà più profonda con il nostro prossimo, una speranza da offrire e non solo la difesa della paura, un sorriso che dagli occhi vince la barriera della mascherina, con lo stile degli operatori sanitari che osano sempre andare oltre le proprie forze e le proprie deontologie per essere sempre umani con tutti.

Il Vangelo dice ancora “Glorificando e lodando Dio”: Dio va lodato e ringraziato sempre, la nostra vita ha bisogno di gesti gratuiti, di sbilanciarsi per la riconoscenza, di riconoscere che siamo creature e che non tutto deve essere calcolo, commercio, tornaconto.

Lodare Dio è ritrovare il nostro posto nella creazione, è uscire dalla nostra sicumera per sentirci tutti figli amati da Dio e quindi fratelli, ma oggi dobbiamo fare attenzione ad un’altro importante “fatto”, detto, scritto, il messaggio di Papa Francesco, che ci aiuta a celebrare con Maria la madre di Gesù la 54° giornata mondiale della Pace, e ci aiuta a riflettere sulla Pace come “cammino di speranza”, fatto di dialogo, riconciliazione, e conversione ecologica; è la “cultura della cura”, che occorre rinforzare e acquisire: Dio nella creazione ci ha fatti così, Gesù ha vissuto tutta la sua vita in questa maniera, ed è il punto più alto della rivelazione di Dio per l’umanità … e ricordiamo anche brevemente i principi di questa cura: la cura della promozione della dignità e dei diritti delle persone, proprio perchè uomini e donne abbiamo una dignità inviolabile, anche quando fossimo imbarbariti come Caino che uccise Abele, Dio intervenne a salvaguardare la sua vita. La Cura del bene comune – un’altro passo: “Il nostro sguardo deve essere sempre rivolto all’intera famiglia umana”. La cura della solidarietà, amore per l’altro come determinazione di impegnarsi per il bene di ogni creatura … e ancora “La cura e la salvaguardia del creato”, perchè da qui deriva la cura della nostra casa comune, la Terra, che stiamo distruggendo sempre di più. Questa cultura nasce in famiglia, si radica nella scuola e nell’università, si allarga a tutte le religioni e a tutte le istituzioni internazionali.

Non ci sarà mai pace senza una vera cultura della vita.

1 Gennaio 2021
+Domenico

La profetessa Anna, vecchia, ma non di spirito

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 36-40)

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Capita a tutti di incrociare in luoghi di grande afflusso di persone, mercati, piazze, santuari, cattedrali, delle nonnine rattrappite, con a seguito borse, pacchi, stracci e carrelli dove si tengono tutto il necessario e il superfluo che fa la loro vita: le vedi vagare, parlare tra sé, ogni tanto imprecare contro cose o persone e alla fine acquietarsi, senza badare a niente e a nessuno, nemmeno a chiedere qualche spicciolo per vivere.

Doveva fare questa impressione la vecchia profetessa Anna di cui parla il Vangelo di Luca: era proprio vecchia, ottantaquattro anni di allora sono come più di 100 nel terzo millennio … la sua età però non ha spento l’attesa.

La vera vecchiaia è non aspettare più niente, vivere ogni giorno senza speranza, credere che tutto sia deciso e che inesorabilmente venga avviato verso un fantomatico destino su un nastro trasportatore: puoi essere vecchio anche da giovane, quando ti assale la noia, quando stai ai bordi dell’esistenza a fumarti la vita, la salute e le energie, quando ti affidi alle sostanze perché non senti più il sapore dell’esistenza, quando senza accorgerti cominci a dire ormai o, peggio ancora, “ai miei tempi”.

Anna invece non s’allontanava mai dal tempio, che era il cuore di un popolo, era il punto di arrivo di ogni attesa, aspirazione, provocazione, di ogni ricerca: se il Signore, benedetto sia il suo nome, manda il Salvatore è da qui che deve passare, è da questo luogo di preghiera, è da questa rete di scambi, di aspettative che si consumano ogni giorno.

Lei aveva in cuore una certezza: Dio avrebbe risposto a questa sete di salvezza e bisognava prepararsi, allenare il cuore a percepire la venuta del Salvatore. Lui non lo si aspetta nei bagordi, nelle piazze, nelle caserme, nei palazzi dei re: Lui è re, ma si lascia accogliere nei cuori puliti, e digiunava Anna, non dava al corpo tutto il cibo di cui sentiva il bisogno per tenere il cuore desto.

A noi invece hanno sempre insegnato che se senti un istinto, devi seguirlo: che c’è di male nel mangiare e nel bere? Perché devo andare contro la natura se questa è stata così ben fatta da Dio? Forse non sai che il corpo si intorpidisce se non lo tieni allenato alla ricerca? lei sapeva ciò che ogni sportivo conosce, che se hai una meta davanti devi prepararti tutto: cuore, spirito e corpo a perseguirla.

Se accontenti sempre il corpo, l’anima s’addormenta, se hai il coraggio di tenerlo in tensione la vita si arricchisce, la vista si pulisce e il cuore si allarga.

Quando Anna vede il bambino non le par vero di poterlo dire a tutti: tanto lo aveva immaginato che la vita, il futuro di questo bambino le era davanti agli occhi come una certezza … “Questo bambino che abbiamo atteso a lungo, che nelle mie preghiere mi era dato di sentire, che i nostri avi hanno da sempre previsto, che molti si sono stancati di aspettare, è qui: la vita ora è diversa. Sono vecchia da buttare, ma sono contenta di aver dato a voi questo segnale di speranza. Ora lo affido a voi, non me lo trattate male, perché chi vi ha preceduto lo ha aspettato per millenni. Lui è il punto di arrivo del nostro popolo, non aspettate altri.”

Purtroppo non fu così: la malvagità umana anche oggi lo continua a inchiodare in croce, ma Anna lo gode risorto e definitivo con i suoi padri.

30 Dicembre 2020
+Domenico

Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-35)

Audio della riflessione

Quando nasce un bambino in una casa, la prima festa la fanno i genitori, i fratellini, se ci sono, i nonni soprattutto, i parenti passano a far visita … quel fiocco alla porta segnala a tutto il vicinato che c’è una presenza nuova, il telefono squilla in continuazione, il padre va in comune più presto possibile a registrare la sua nascita … ma la nascita del bambino non è “completa” se non c’è un momento ufficiale che lo consegna alla comunità; ogni popolo primitivo aveva un atto pubblico che definiva questo momento: per gli ebrei era portare il bambino al tempio per dichiararlo davanti a Dio, riconsegnarlo quasi con orgoglio e gratitudine, scrivergli nel corpo l’appartenenza a un popolo.

Noi oggi lo facciamo col battesimo, come atto e dono al figlio di una comunità più grande e di una immersione nella vita di Gesù, il centro della nostra fede.

Anche Gesù fu portato al tempio: anche lui ha fatto questo suo primo ingresso, da Figlio di Dio, nel popolo che Dio stesso si era scelto come prediletto … e lì ad attenderlo c’è tutta la speranza dei secoli che lo hanno preceduto, c’è una figura ieratica, severa, tenace, Simeone: un vecchio che non ha mai perso la speranza di poter vedere la salvezza.

Dirà soddisfatto: “ora Signore mi puoi chiamare a te. Ho presidiato il tempio in attesa del salvatore, i miei occhi stanchi lo hanno visto, il mio cuore è pieno di gioia, lascialo scoppiare perché la mia vita ha raggiunto il massimo cui aspirava. Ho nel cuore una soddisfazione impensabile. Non ho atteso invano, non ho speso inutilmente i miei giorni a tener accesa questa fiaccola che ora è luce purissima che invade il mondo. Il nostro popolo può uscire dalle tenebre in cui si è cacciato come sempre quando si allontana da te. Certo chi ti segue avrà una vita in salita, dovrà sempre confidare solo in Te, e Tu ci metti sempre alla prova, perché vuoi vagliare il nostro cuore, ma ora l’attesa è finita: Lascio ai giovani di continuare a tenere accesa la luce, perché loro vivano di speranza!”

I giovani imposteranno la vita sulla speranza, se ci sono adulti e anziani che la addita a loro, che rimangono sempre sulla breccia, che non si piegano alla moda dei tempi, ma sanno tenere lo sguardo vigile sui valori, anche se sembra che più nessuno li segua: loro devono indicare alle giovani generazioni in questa terra spaesata che il cielo non è vuoto!

Oggi però è chiesto ai giovani stessi di tenere in vita noi anziani, perché la pandemia ci sta falcidiando: non vi vogliamo rubare il futuro, ma almeno aiutarvi a non prendere le nostre cantonate, a fare i nostri sbagli e così lavorare per un mondo più bello di come ve lo abbiamo ridotto noi.

29 Dicembre 2020
+Domenico