Il peccato di un desiderio insano che si fa progetto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,27-32)

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In tempi di buonismo, ma soprattutto di “adattamento al ribasso”, occorre ritrovare la forza di decisioni di vita coerente, tutta d’un pezzo.

A Gesù l’occasione viene dal guardare a una esperienza che si consuma in un minimo di esternazione: uno sguardo, lo sguardo di possesso di un uomo su una donna.

«Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore».

Ricordo che san Giovanni Paolo II un giorno intervenne su questo versetto del Vangelo di Matteo – credo a un Angelus – e ne sottolineò il significato, creando molta discussione anche sui giornali.

Questo desiderio non è l’ingenua meraviglia di Adamo quando vede Eva e che sfocia in quel meravigliato “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa”: non è l’ingenuo fischio del muratore che dall’alto del suo ponteggio non può non fare un complimento, non sempre troppo castigato, alla ragazza che passa; non è l’esaltazione di una possibilità di comunicare, di uscire dalla solitudine del guardarsi addosso, per opporsi alla legittimazione di una sessualità ripiegata su di sé o sul proprio sesso. Qui invece lo sguardo è di possesso, riduce la persona a cosa, ti toglie di dosso il vestito e la dignità: è orientare la propria progettualità, che parte dal cuore, a ridurre le persone a cose.

Il “desiderandola” dopo averla guardata è molto ben descritto – se ricordate – dal comportamento di Davide quando dalla sua terrazza sta a guardare una donna che fa il bagno e progetta di farla “sua”, come dopo avvenne, non solo, ma si trova impigliato in una passione che non riesce a controllare più e gli fa compiere anche l’omicidio del marito (cfr 2 Sam 11).

L’adulterio era già stato compiuto in quella insana passione, fatta di sguardi predatori, di progetti mentali, di pensieri non fermati che ha coltivato in quel “guardandola”.

Il fatto, che poi è diventato un delitto, era già un peccato prima nei pensieri e nel cuore: nei pensieri si traduce in una possessione di sguardi che hanno denudato la donna e posseduta negli intenti; nel cuore, dal pensiero intimo, ma cattivo coltivato, che aveva già allontanato dall’innocenza il re Davide.

Insomma qui non c’è solo istinto, ma progetto: è la tentazione virtuale della pornografia – per esempio – che porta al disprezzo della persona, donna o uomo che sia, al ritenerla solo un oggetto da possedere non certo da amare, all’impiegare la forza della sessualità che è apertura a una relazione di amore verso una persona a un egoismo e a una strumentalizzazione della persona, resa solo oggetto.

Insomma: ti sporca la coscienza, il cuore, l’intelligenza.

La prospettiva nuova che porta Gesù è una scelta radicale, mentre noi più diventiamo adulti, più ci adattiamo e conviviamo con la mediocrità.

Continua – infatti, Gesù nel suo discorso della montagna – “Se il tuo occhio destro ti fa compiere il male, strappalo e gettalo via. Se la tua mano destra ti fa compiere il male, tagliala e gettala via”.

Dio non ci vuol vedere tutti mutilati, questo capiterebbe se fossimo lasciati a noi stessi, ma vuole vedere in noi – e ce ne dà la forza – una impennata di coscienza.

Ma non vi sembra che abbiamo lentamente ridotto il cristianesimo a una sorta di galateo? Qualche giovane non fa mistero e me lo dice con grande candore:” Voi preti quando ci parlate sembrate le nostre mamme: Sta attento qui, non fare quello là, togli le dita dal naso, non mettere i calzini sotto il cuscino, mettiti a posto, datti una regolata, non farmi stare in pensiero …”

Ma è tutta qui la vita cristiana? E’ un insieme di raccomandazioni, è una visione di vita funzionale ad un comportamento tranquillo, a non dare fastidi a nessuno, che ci incasella nel quieto vivere, che non scontenta mai o è qualcosa che ti cambia la vita, che non ti lascia inerte, che non si accontenta di pezzettini, che vuole tutto?

E’ proprio vero! La vita cristiana è esigente, proprio perché la vita è esigente, l’amore è esigente, le persone che incontriamo sono esigenti.

La nostra società sta, forse, perdendo il sapore perché il sale è scipito e la luce è scurita, a meno che il discorso della montagna scavi in ogni persona le energie impensate che abbiamo e faccia in modo che le mettiamo in circolo con decisione.

12 Giugno 2020
+Domenico

San Barnaba: una missione gratuita e urgente

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10, 7-15)

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Le nostre giornate spesso sono popolate di messaggi di dolore: le disgrazie fanno subito il giro del vicinato, degli amici, sono proposte con maggior larghezza dai giornali … sembra ci sia una sorta di soddisfazione per dirci il dolore e la tragedia, molto meno per darci notizie belle.  

Per le strade della Palestina invece Gesù voleva che corressero notizie belle, soprattutto la buona notizia, il Vangelo: la speranza per tutti, la certezza che Dio si interessa degli uomini e che è disposto a tutto l’amore possibile per ridare all’uomo la serenità e la fiducia nella vita.

Li mandò a due a due senza altra preoccupazione che di dire, di parlare, di testimoniare, di far capire che nella vita Lui è la svolta necessaria per un mondo nuovo e che ogni uomo è messo in condizioni di dare sapore all’esistenza e di offrire speranza per tutti. 

Siamo tutti un dono di Dio all’umanità, e non soltanto a noi stessi: abbiamo carica di amore sufficiente a salvare il mondo, invece pensiamo di farne calcoli, egoismi, interessi privati.

Siamo sale che dà gusto, ma spesso lo perdiamo anche per noi!

Quello che abbiamo è tutto ricevuto: anche là dove ti sembra di avercela sempre messa tutta, dove ti pare di avere fatto miracoli, devi sapere che è Dio che sta alla sorgente di tutto: è Lui che ti ha dato un cuore, una bocca, una vita da mettere a disposizione.

Abbiamo avuto gratis e non possiamo offrire a pagamento, e il pagamento è di vario genere: può essere togliere la libertà di decisione, come fanno tanti genitori nei confronti della scelta definitiva dei loro figli; può essere una strumentalizzazione ai nostri interessi fatta con i guanti bianchi; può essere un ricatto affettivo … è sicuramente la nostra pretesa di giudicare le persone, di condannare, di crederci migliori.

Gesù inviò i suoi discepoli per le strade della Palestina per seminare speranza, per dare coraggio a chi soffriva.

E’ ancora la nostra vocazione di cristiani per le strade del mondo di oggi, nelle nuove e vecchie povertà, nel desiderio di spiritualità e di Vangelo che molti uomini esprimono, nel disorientamento di tanti giovani di fronte ai valori della vita: tocca a noi offrire il vangelo per il Regno, per dire a tutti che Dio non ci abbandona mai. 

Barnaba – oggi è la festa di San Barnaba – a questo servizio si è donato: ha accompagnato gli apostoli nel loro cammino di evangelizzazione, ha fatto da mediatore fra la cultura ebraica e quella ellenistica, si è dedicato radicalmente al Vangelo, alla buona notizia, alla speranza per tutti, alla bontà senza misura, a tempo pieno; si è accompagnato agli intimi del Vangelo, si è buttato nell’ascolto, nel confronto, nell’immedesimazione di una comunità decisa, radicata, compatta.

Per lui era la comunità cristiana che faceva i primi passi, per noi è la comunità cristiana talvolta stanca, spesso spenta, che deve ogni giorno di più ricostruirsi su una adesione generosa a Cristo, senza condizioni. 

Il suo mondo era quello allora conosciuto: non si è fermato – Barnaba – a Gerusalemme, ma è partito facendo da spalla, da compagno, da sostegno, diventando “corresponsabile del Vangelo”.

11 Giugno 2020
+Domenico
 

Il comandamento è segno e veicolo della volontà di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-19)

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Prima o poi anche il cristiano più distratto si fa delle domande della serie: “da dove viene la religione che io vivo? Che storia ha alle spalle? Chi è questo Gesù? E’ un fiore improvviso nato al mondo così forte da aver cambiato la mentalità del mondo? Che storia ha alle spalle la religione che mi hanno trasmesso i miei genitori o che io  mi sono scelto?” E veniamo a sapere che Gesù è nato nella “pienezza dei tempi”: la fede cattolica ce lo ha sempre presentato come un  grande, è il figlio di Dio, che ha tentato di intervenire sul suo popolo, perché il modo di incontrarsi con Dio del suo popolo era stato tradito.

Occorreva mettere un poco più di ordine e di verità nella fede del popolo di Israele, a partire dalla riscoperta di un Dio che parla, e che bisogna ascoltare, di una fede che opera un grande cambiamento nella persona, soprattutto di una grande novità.

Quella Parola che Dio aveva continuamente aiutato il popolo a trovare la strada vera della vita, si era fatta carne, aveva cioè sconvolto i piani asfittici dell’umanità che però con le sue grandi infedeltà non lo aveva accolto.

Gesù si presenta come suprema novità:non abolisce niente della vecchia Torah, della vecchia legge, ma ne impone un diverso modo sia di esprimerla che di completarla.  

Ecco allora il Primo testamento che ha bisogno di entrare nel secondo testamento: l‘ebreo medio  è da Gesù invitato a fare una conversione a U, a riscrivere alla luce della figura di Gesù le stesse domande del primo Testamento, a mantenere rispetto e sana continuità tra le generazioni.

Gesù ha fatto piazza pulita di tante minuziose prescrizioni o proibizioni, che avevano imbarbarito la torah – la legge – ed erano opera di tradizioni contorte su se stesse. Il rispetto però del primo testamento, che varrebbe la pena di non  chiamare antico, quasi che si debba cancellare e non averne un necessario ascolto – dicevo – la prima cosa che varrebbe la pena di tenere, ci viene richiesta proprio da Gesù: è una continuità nella novità che Gesù ci invita a mantenere e a ravvivare.

Così è del rispetto di tutte le leggi e le norme proposte dai testi sacri.

In un mondo che punta sempre sulla spontaneità è importante dare un posto doveroso alla legge, al comandamento; per Gesù l’oggetto non sono le leggi, ma la volontà del Padre: è il piano di Dio da realizzare, il ritorno  alla perfezione dell’amore che lui ci ha proposto.     

Del resto seguire delle norme vuol dire avere un presidio di libertà, di comunione, di costruzione della propria identità personale: ci permettono di non essere vittima delle nostre pulsioni e di progettare percorsi di crescita e di collaborazione e corresponsabilità ecclesiale. 

Ci permette anche di capire che l’Eucaristia è un modello e una forza di questa dedizione e di questa comunione. 

Un arbitro in una partita ci vuole: se non c’è nessun arbitro e non ci sono le regole, come si fa a giocare?

10 Giugno 2020
+Domenico

Sei sempre sale e luce, perché sei una persona

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 13-16)

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Gesù dice:” Siete voi il sale della terra, siete voi la luce del mondo”.

Uno si guarda allo specchio, mentre si fa la barba o si aggiusta i capelli, quelli che ha, e fa subito una riflessione: “che luce e che sale posso essere io?”. 

Essere persone, uomini o donne nel mondo oggi che cosa significa? Ce lo domandiamo spesso di fronte a tante possibili scelte, a tante proposte religiose, a tanti venditori di ricette per la vita felice, a tante tentazioni di ridurci al nostro classico tran tran della vita quotidiana. 

Ci sono magari state aperte tante strade, molti amici hanno trovato la propria, altri si sono già scoraggiati, sono tornati indietro, ma non più al punto di partenza, perché la vita passa inesorabilmente. 

Il Vangelo risponde con molta concretezza e semplicità: essere persone significa essere sale, essere in grado di dare sapore alla vita; sì perché non puoi viverla senza emozioni, senza entusiasmi, senza rischi o senza sforzi, come un pacco postale che ha già scritta la destinazione: la vita ha bisogno di slancio, di mete da conquistare, di apertura al nuovo, all’altro che incontri, ha bisogno sempre di trovare sapore; spesso diciamo anche di noi che siamo senza grinta, senza dedizione, senza mordente.  

Essere persone significa anche essere luce: essere in grado di offrire qualche indicazione, essere una freccia, un dito puntato verso una meta, una certezza là dove non si capisce più niente, dove non si sa che cosa fare, da che parte andare.

Vuol dire che nella vita spesso si condensano tenebre, circoli viziosi, disorientamento, cecità, e di fronte a tutto questo ho a disposizione qualcosa o qualcuno che mi dà un dritta. 

Dio ha dato ad ogni uomo, ad ogni donna la possibilità di essere sale e luce, di dare sapore alla vita di tutti e di essere compagno di strada.

Sale e luce  hanno una pretesa: di non chiudersi su di sé; il sale da solo non ha in se stesso la ragione del suo essere, deve salare un cibo. la luce non la metti sotto il letto, se vuoi illuminare la casa. 

Eppure abbiamo ridotto il cristianesimo a bonsai, il Vangelo l’abbiamo ridotto a galateo: ci chiudiamo nel nostro piccolo mondo, ci nascondiamo dietro un dito, seppelliamo il raggio della nostra vita nella nostra comodità o solitudine. 

I tuoi compagni di lavoro conoscono i tuoi lati buoni e spero ti stiano intorno proprio perché hanno bisogno della tua luce: sanno che hai un po’ di fede. 

Se c’è una carognata da dire contro Dio, la cristianità, i preti, il papa non te la risparmiano; se hanno barzellette sporche da raccontare, le vanno a dire agli altri; ma se hanno un dolore insopportabile o una gioia incontenibile la vengono a raccontare proprio a te

E tu che fai? Ti tieni il sale? Metti la luce sotto un coperchio? O ti metti a disposizione con semplicità perché per tutti quelli che incontri sorga un giorno migliore? Leggano sul tuo volto la gioia di riconquistarti alla vita. 

Se poi, vivi in maniera convinta la tua fede cristiana, prova a vedere se non è necessario dire una parola che motiva un atto di solidarietà, di mutuo soccorso, se non è necessario offrire una pagina di Vangelo che ti ha aiutato a costruirti una vita degna di essere vissuta, anche se sempre troppo tribolata. 

9 Giugno 2020
+Domenico

Come potremo vivere felici?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12a)


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Che felicità ci può portare la nostra vita? Come potremo vivere felici? C’è qualche formula o è tutta una serie di bivi secchi: fortuna o scalogna? Ricchezza o povertà? Successo o non contare niente?

Oggi poi, che non c’è più nessuna stima per un comportamento corretto, tutti rincorrono la moda del momento, mancano anche due principi di base per una convivenza passabile … almeno stessimo ai comandamenti!

Ebbene Gesù si butta nella  mischia della ricerca della felicità, sapendo che deve dare risposte, e comincia la sua vita pubblica: parte da Nazareth, paesetto sperduto e si porta sulle rive del mare di Galilea.

Non punta sui 10 comandamenti, che sono sempre dei buoni “paletti” dentro i quali è definito un grande spazio di vita, di azione da colorare; non lancia fulmini e saette come aveva fatto Giovanni nel deserto, dice solo gli appuntamenti con la felicità che Dio offre a tutti gli uomini: beati i poveri in spirito, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i puri di cuore, chi offre tenerezza, chi si spende per la pace, chi sa pagare con la sua vita per la giustizia, chi riesce a scoppiare in pianto. 

Noi le chiamiamo “beatitudini”: non sono soprattutto cose da fare, non sono lo scontro tra ricchi e poveri, tra oppressi e oppressori, ma sono soprattutto Lui, Gesù, sono un esistere, una pienezza di vita, la vera felicità.

.. con più calma e con qualche parola più vicina alla nostra sensibilità.

Beati se siete poveri perché siete padroni del cielo e della terra.

Beati se siete afflitti: sì proprio quelli che non riescono mai a tirare il fiato perché subiscono una disgrazia dietro l’altra, perché non riuscirete più a contenere la gioia della consolazione che vi sarà data.

Beati se siete miti, se siete di quelli che non sanno arrabbiarsi mai, che non si scagliano contro nessuno, che non fanno i black block, perché se hanno qualcosa da rimproverare è solo a se stessi.

beati se vi sentite sempre affamati, perché non trovate niente che vi sazi: per voi non c’è mai possibilità di star seduti perché nessuna situazione umana realizza piena giustizia che voi cercate.

Beati se siete misericordiosi, di quelli che hanno un cuore in cui tutti possono scavare amore, perdono … scavare comprensione.

Beati i puri, quelli che ti guardano negli occhi, sanno stare mano nella mano: ti sanno coccolare, non stanno a sfruttare l’occasione, a indovinare le debolezze per rubarti la vita, non sono partiti con un disegno in cui devono “inscatolarti”.

Beati quelli che portano pace, quelli che non temono di sfilare sotto nessuna bandiera purché finiscano le guerre, si spengano gli odi, si blocchino le ritorsioni, vadano in bancarotta i fabbricanti di armi, quelli che sanno far pace nel loro cuore e tendono al cuore di tutti – beati questi – e sanno pagare e passare per imbecilli pur di spuntare anche solo un coltello.

Beati quelli che sono sempre presi di mira e privati della propria libertà, subiscono persecuzione, perché sono dei veri trasgressivi dell’ingiustizia.

Beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete trendy, dovrete sempre ricominciare da capo … “ma sappiate che Io sarò sempre lì con voi. Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità. Io, non le mie cose, o i miei pensieri, Io, nel massimo dell’intimità della vita. Queste otto strade di felicità non sono le mie idee, ma sono Io stesso, la mia persona, la stessa Trinità che regola l’universo“. 

Questa è la vita che noi sogniamo. 

8 Giugno 2020
+Domenico

Una famiglia bellissima per un amore grande

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-18)

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Il mistero di Dio ci ha sempre affascinato, o perché non riusciamo a farcene una idea passabile per la nostra mente, o perché talvolta intuiamo la bellezza, la profondità, la cristallinità della compagnia impagabile con cui si offre alla nostra umanità; e, se non ci facciamo prendere dal volerlo comprendere a tutti i costi, il che significa volerlo “possedere”, e stiamo alle parole dei Vangeli, della Bibbia, della sacre scritture, non facciamo fatica a vedere in Dio Padre, la figura di chi non sa abbandonare nessun figlio. 

Neppure ci resta ignoto Gesù, che ha faccia, vita, sorrisi e parole, giudizi e comprensioni tipiche di un uomo. 

Qualche difficoltà di immaginazione l’abbiamo quando  pensiamo allo Spirito Santo, la  novità radicale, che  nella Trinità personifica l’amore infinito che tiene assieme la Santa Famiglia – la Santa Famiglia non di Nazaret, la Santa Famiglia di Dio!

Lo Spirito è la vita stessa di Dio.  

La realtà più bella, più confortante, più coinvolgente è che il riferimento delle nostre esistenze, il nostro Dio, è una novità radicale, è il punto di partenza e di arrivo di tutte le nostre aspirazioni: è un padre, non è assolutamente quindi un “single”, un insieme di idee, ma una relazione che è solo di amore.  

Non stiamo quindi a scervellarci, come diceva sant’Agostino che paragonava chi vuol capire – e qui tradurrei “possedere” – la Trinità: era come chi voleva mettere in un secchiello tutta l’acqua dell’oceano.

A noi basta che Dio sia una relazione unica, profonda, perfettissima dell’Amore, che si esprime in paternità, figliolanza e fratellanza e in relazione amorevole in Spirito di tutti e tre. 

Ecco allora il senso dei tre versetti del Vangelo di oggi, che fanno parte del discorso notturno tra Gesù e Nicodemo: il senso è la vita eterna, il regno di Dio.  

Chi entra nel regno è come se nascesse una seconda volta: non vi entra da se, ma soltanto perché lo Spirito Santo lo ha animato dall’interno, creando in lui – in ciascuno di noi quindi – una sorta di connaturalità, di parentela, con tutto quello che Dio ha deciso e compiuto, direi quasi uno stesso sangue, una stessa vita, una stessa razza: siamo della stessa “razza” di Dio, se si può dire così.

Nessuno conosce come si realizzano i moti dello Spirito: non seguono la legge della causa e dell’effetto, nemmeno le previsioni che uno può farsi ragionando.

Gesù, per esempio, propone l’immagine del vento quando parla di Spirito, Giovanni si sposta più sull’immagine dello Spirito, negli Atti Luca – o chi per lui – parla di fiammelle di fuoco … sta di fatto che tra la nostra umanità, la nostra carne, e il punto di arrivo che è il regno di Dio, c’è una distanza che non può essere colmata soltanto dal battesimo di acqua, è necessario l’intervento creativo dello Spirito.

L’uomo, la donna, il giovane e il vecchio si devono tener pronti all’impossibile sempre. 

Allora, facendo una sintesi, perché così si presenta il Vangelo di oggi, all’inizio ci sta l’amore con cui Dio ha amato il mondo e alla fine c’è l’incontro con il figlio Gesù, la luce che è venuta non per condannarlo, ma per salvarlo.

Chi ha operato questo impossibile è lo Spirito Santo, e noi siamo trascinati nel vortice di questa famiglia, che è la Trinità, dallo Spirito Santo. 

7 Giugno 2020
+Domenico

Fai una scelta: fai offerte o sei una offerta?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12,38-44)

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Mettiamo in conto oggi alcune parole che il Vangelo ci aiuterà a vagliare: ipocrisia, calcolo, ingiustizia, fasto, vanità, perbenismo, superbia, ostentazione, commercio e altre molto diverse … sincerità, generosità, giustizia, povertà, disinteresse, umiltà, distacco; sono sentimenti che Gesù un giorno “fotografa”, guardando nel tempio, alla gente che passa davanti al tesoro per lasciare la sua offerta. 

Davanti al tesoro passa il ricco commerciante di pecore, l’esattore delle imposte, l’agricoltore, l’industriale, il politico, il ladro stesso, magari tutti seguiti da un codazzo di televisioni, che li riprendono, pure forse chiamate dalla sacrestia perché la gente ha bisogno di immagini sane, di fotografie esemplari, di vedere dove sta e chi è il benefattore: si vedono bigliettoni, risuonano molte monete d’oro, e qualcuno porta anche una lapide a perenne memoria. 

Ma nel trambusto spunta una vecchietta, mentre le televisioni spengono i riflettori, questa fa due o tre passi incerti e lascia cadere due spiccioli: non si vedono, non fanno rumore, nessuno li nota; per lei sono tutto quello che ha e lo dona a Dio, lo mette a sua disposizione: è povera, è sola, non ha futuro, il suo solo  futuro è Dio, la sua vita è tutta in Lui e per Lui.

E domani? È nelle sue mani: Dio non le farà mancare niente!

Gesù è li che guarda, non s’è lasciato incantare dalle televisioni, dal numero di zeri, dalle cifre dei ricchi, dal suono ammaliante dell’oro: di fronte a Dio non ci si fa rappresentare dal dono del superfluo, ma solo dal dono del necessario. 

I due spiccioli non risuonavano, non pesavano, ma si portavano dentro la vita.

E noi che facciamo? che cosa mettiamo in gioco della nostra esistenza? Che cosa buttiamo nel piatto? Le nostre cose, quelle meno consistenti o tutto quello che siamo?  

Spero che nessuno pensi che vi voglio invitare a fare una elemosina consistente stamattina: Dio a noi non ha dato il superfluo ma, come l’amore, ha dato tutto

Ciò che ci occorre è di poter disporre di quello che siamo per una causa vera e buttarci senza riserve: Dio non vuole stabilire un contatto con le tue cose, ma con te.

Non devi fare offerte, ma essere una offerta: Le offerte sono un segno concreto di te che vuoi offrire la tua vita per il Signore, per i suoi poveri, per chi è senza speranza e senza futuro. 

Oggi l’umanità ha bisogno del nostro tempo, ci chiede di stare a contemplare Gesù, ha bisogno che stiamo ad ascoltare le persone che si sentono sole, che ci assumiamo le nostre responsabilità perché i principi del Vangelo nel lavoro sono derisi, che facciamo terra bruciata attorno agli spacciatori di droga; ha bisogno che tu indichi ai tuoi figli la strada della vita, anche a costo di turbare la serenità di un comodo vitto e alloggio. 

Non sarà certo il tuo superfluo, ma semmai ad erodere il tuo necessario. 

6 Giugno 2020
+Domenico

Non c’è una scatola in cui chiudere anche Gesù Cristo

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 35-37) 

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La nostra mentalità moderna giustamente deve porsi tutte le domande possibili su Gesù, se lo ritiene decisamente importante e necessario per la sua ricerca di verità. 

Ce le stiamo facendo in tanti: lo auguro a tutti perché Gesù, anche per la storia umana, è almeno una persona che non si può ignorare, che va collocata nella visione del mondo e della storia dell’umanità.

Qui non si tratta ancora di fede, ma di onestà intellettuale: anche nel vangelo la preoccupazione di Gesù che le persone che lo accostano si facciano di Lui l’idea più giusta per una ricerca umana e saggia, è molto rilevante. 

Ricordiamo tutti le volte che Gesù chiede agli apostoli:  “e per voi Io chi sono? Che dite di me?” Lo continuava a ripetere anche dicendo della sua morte che si avvicinava.

Gesù chiama a considerare a fondo la sua persona, per dare la possibilità a tutti di giungere alla sua piena identità. Il pericolo però – sempre presente nella nostra storia – è di ridurre Cristo alle nostre proporzioni, congeniali alla nostra mentalità umana, a una certa cultura: “scatola” l’ho chiamata, non per disprezzo al nostro modo di pensare, ma perché diventiamo consapevoli che non solo nessuna persona, ma soprattutto Gesù non può stare dentro in nessuna scatola.  

Gesù nella sua grandezza divina, e anche umana risponde a tutte le aspettative, ma le trascende sempre: non può mai essere catalogato, classificato; è in maniera così genuinamente e impensabilmente uomo, e proprio perché è Dio, è il Creatore dell’uomo, che conosce fino in fondo l’essere umano.  

Sarebbe interessante che lo contemplassimo anche in questa umanità “impossibile”,  che ci rivela la grandezza umana stessa: la profondità, la varietà, l’impensabilità della nostra stessa umanità. 

Insomma se Dio lo ha fatto uomo, ha sicuramente messo in Lui la pienezza dell’umanità: basterebbe questo per guardare a Gesù anche solo dal punto di vista umano.

Il segreto dell’umanità sta sicuramente in Gesù: per questo egli è sicuramente il “Salvatore” dell’uomo e ne è il “Signore”, nel senso più pieno e profondo.

E facciamo pure ora il salto nella fede: Egli è il Dio con noi, che dà significato divino a tutto ciò che è nell’uomo, per questo è la nostra speranza

Pensiamo allora quanto siamo stolti, assurdi, assassini … quando disprezziamo qualsiasi persona, uomo o donna, bambino o feto; quando la pensiamo solo  delinquente o scarto questa persona, schiava o strumento, mia e soltanto mia, strumentale e pedina dei miei interessi …

Gesù, per tirarci fuori anche da questa nostra faciloneria e incoscienza, ingiustizia e sadismo – parole, che per chi ha fede hanno un solo nome: peccato – si è fatto uomo, ha subito la morte di croce, e le ha vinte tutte. 

5 Giugno 2020
+Domenico

Il vero criterio dell’essere cristiani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 28-34)

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Purtroppo non di rado ci sono “attacchi” a papa Francesco sul fatto che – secondo loro – il papa ha perso la fede, e lo deducono dal suo continuo ricordarci questo unico e preciso criterio della fede cattolica che è amare il prossimo sempre insieme all’amore di Dio

Ma chi dice questo ha visto papa Francesco penitente di fronte al Crocifisso in quella piazza san Pietro vuota, sotto la pioggia, a caricarsi della pandemia del mondo davanti a Dio? Ha forse partecipato a qualche messa a Santa Marta la mattina alle 7? Proprio per dire che il papa non ha fede bisogna essere proprio molto intelligenti …

Il secondo comandamento nasce dal primo e ne è come il frutto: non c’è altro comandamento più importante di questi, perché il vero amore del prossimo nasce dall’amore di Dio; ma è consolante il fatto che spesso l’amore di Dio si cela in un amore del prossimo non egoistico, non di apparenza, ma operante come un principio primario.

Se forse nel primo Testamento si diceva che l’espressione fondamentale dell’Alleanza era l’amore supremo di Dio e ricordava l’amore del prossimo, nel secondo testamento bisogna andare oltre: occorre conoscere come Dio ci ama in Cristo e amare come Cristo stesso ci ama.

Amare è donarsi, è vivere nell’altro: vi è un solo amore che abbraccia l’Amore increato e le sue creature.  

Essere cristiani è essere presi dall’amore di Dio per noi e di noi verso Dio e verso il prossimo e non separarlo mai: le separazioni sono tutte un tradimento!

Molti si rifugiano in un astratto amore di Dio che non tiene conto del prossimo, che taglia fuori tutti in un isolamento che non è contemplazione di Dio, ma adorazione di sé; molti altri invece si danno da fare per il prossimo, ma su un orizzonte chiuso, su orizzonti ristretti, e non permette loro di volare, di stimare il vero bene dell’altro.  

Se non hai come orizzonte Dio, non riesci a fare il bene massimo dell’uomo: ci si adatta troppo ai condizionamenti, si abbassa la guardia, e un esempio di questa necessità è proprio quel “filantropismo”, che non bada troppo a limitazione delle nascite con qualsiasi metodo, a soppressione di vite prima di nascere, a limitazioni di fertilità attraverso mutilazioni o sterilizzazioni, a disprezzo della cultura dei poveri … a maggior ragione, quando le impone come condizioni per poter mettere a disposizione qualsiasi aiuto.

Ma Gesù, con molta determinazione, ci ripropone il grande precetto di Israele, con questa accentuazione sul prossimo che diventerà il distintivo di ogni cristiano: da qui nasce il perdono, da qui la dedizione fino alla morte, da qui il famoso esame finale della nostra vita.

Non mi avete dato da mangiare, non mi avete dato da bere, non mi avete visitato

Quando mai Signore? Noi ti abbiamo adorato, abbiamo cantato le tue lodi, ti abbiamo fatto posto tra le nostre case.

Quello che non avete fatto ai più piccoli è a me che non lo avete fatto.” 

La vita cristiana è della massima coerenza che per nostra fortuna ha alle spalle la grande misericordia di Dio, perchè tutti avvertiamo le falle della nostra fragilità. 

4 Giugno 2020
+Domenico

Risurrezione: una domanda infinita per una vita infinita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc12, 18-27)

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Soprattutto di questi tempi i cui siamo stati messi di fronte alla morte troppe volte, in cui abbiamo sofferto di non poter dare ai nostri cari un ultimo saluto carico di umanità, ma in cui anche siamo stati consapevoli che quelle bare – come diceva quel soldato che le trasportava in camion di notte – meritavano che ci mettessimo l’anima, e ci siamo domandati: c’è ancora qualcosa di là? Dove finiranno le nostre vite? Sono soltanto magre consolazioni affettive questi nostri rapporti con i morti, o c’è qualcosa di più?

La nostra umanità si apre a un infinito che ci dà ancora voglia di vivere: ricordo quel bellissimo film giapponese che canta “appassionata nostalgia” la scelta di un soldato che non torna in patria dopo la guerra perché dedica la sua vita a seppellire i compagni morti a migliaia e restati insepolti e preda di rapaci avvoltoi; dedicava la sua vita perché quelle migliaia di morti sapessero che una memoria di amore li ricordava tutti: dunque una sopravvivenza, un dialogo ancora tra noi e loro.

La nostra fede chiama risurrezione questa realtà del nostro futuro, solo che noi sbagliamo sempre a rappresentarcela come un prolungamento della nostra vita terrena, come banalmente, anche se umanamente, fanno domanda a Gesù quegli ebrei che traducono queste nostre domande infinite con il caso di una donna che muore dopo tanti mariti che l’hanno preceduta e si domandano di chi sarà moglie nell’aldilà. 

La risurrezione – risponde Gesù invece – non è cosa di questo mondo, non va pensata possibile o impossibile in base alla vita terrena: Gesù afferma come dato di fatto la risurrezione e la qualifica come realtà superiore alla vita terrena, come un rapporto vitale nuovo con il Signore, con Dio. 

Essa è una nuova creazione ed è tutta opera di Dio: Egli è il Dio dei viventi, non è tale solo per la vita terrena di chi crede in Lui, è invece il liberatore totale, anche dalla morte, perché Lui è la fonte della vita.

L’alleanza che ha fatto da sempre con l’umanità e che ha continuato a rinnovare nei secoli e ultimamente nel suo Figlio Gesù, per questo morto sulla croce, giunge (questa allenza) fino alla vita eterna.

E la pienezza della vita eterna è di gran lunga superiore alla nostra vita, ne ha tutta la bellezza e intensità, ma su un piano radicalmente diverso: dirà san Giovanni nella prima lettera: “…noi fin d’ora siamo figli di Dio…. E saremo simili a Lui, perché lo vedremo cosi come egli è”.

Una vita piena in cui tutto il nostro bene, il nostro povero balbettare l’amore su questa terra sarà nella sua pienezza.

3 Giugno 2020
+Domenico