Non giudicare per non essere giudicato

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7,1-5)

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Possibile che tutte le volte che abbiamo l’occasione di trovarci assieme, anche in chiesa o negli ambienti di volontariato, di protezione civile … sentiamo sempre la necessità di guardare gli altri per stabilire subito gerarchie di bravura, di simpatia, e magari pure di bontà morale?!  

Non ci nasce perlomeno un dubbio che abbiamo tutti da perdonarci qualcosa invece che giudicarci, che stabilire subito gerarchie di dignità, con il disprezzo o addirittura con la calunnia per squalificare sempre gli altri?! 

Gesù dice con molta chiarezza e forse durezza, non certo malanimo, che “col giudizio con il quale giudicate o misurate, sarete giudicati e misurati”: questo viene detto soprattutto a noi che ci crediamo buoni, noi che abbiamo accolto il suo messaggio e ci sforziamo di attuarlo.

Abbiamo continuamente la tentazione di guardarci attorno, di stabilire delle differenze che come credenti ci riduce ad incarnare il perfetto fariseo: quello che si occupa soprattutto della sua immagine, della sua esemplarità, della sua conquista di qualche modesto traguardo di bontà, ben messo in vista magari, che prega nel tempio ritto in piedi e guarda con compassione il poveraccio che al fondo della chiesa si batte il petto.  

Se tutti gli uomini e le donne fossero come noi, allora si che la Chiesa sarebbe più convincente potrebbe contare su di noi, mentre invece con tutti gli altri sarebbe la mediocrità, se non la sua fine.

Ecco, spero che questo pensiero, questa battuta non sia per un buon cristiano nemmeno una tentazione: ogni cristiano deve avere un punto di forza da vivere interiormente e manifestare nella misura che Dio gli concede, cioè la consapevolezza esplicitata senza tanti formalismi o false umiltà che solo Gesù Cristo è la bontà, la mitezza, la santità, la mansuetudine, la veracità e la verità che deve essere in evidenza sempre. 

La figura di santità che ogni cristiano deve imitare, deve farsi cesellare interiormente dallo Spirito Santo: è solo Gesù Cristo e davanti a Lui diventa terribilmente difficile nascondere la trave che abbiamo negli occhi. 

Uno sguardo obiettivo sulla nostra vita basterà a convincerci che abbiamo tanti motivi per amare, per rispettare, per valorizzare benevolmente i nostri simili, con i quali Dio ci conceda di fare passi, decisi, condivisi di mutuo aiuto e di santità. 

22 Giugno 2020
+Domenico

Non esiste missione che sia solo tranquilla

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 10,24-33)

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«Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Non è raro trovare un cristiano che ha paura a testimoniare la sua fede religiosa, il suo credere, il mondo di valori cui si affida, le convinzioni radicate nella sua educazione familiare.

E’ un comportamento che si chiama vergogna, latitanza, nascondersi dietro un dito, mancanza di coraggio, anonimato … e questa paura talvolta viene camuffata anche da dialogo, da ascolto, da umiltà, da libertà massima che deve essere lasciata alle persone per aderire alla fede, tutte doti vere e necessarie, che vanno sempre però coniugate con una identità forte del cristiano: una identità non prevaricatoria mai, ma disponibile a offrire quella speranza che ci è stata data e che non è nostra, una Parola che viene da oltre.

La paura cresce poi se si sperimenta il rifiuto: l’invio in missione da parte di Gesù, infatti, non garantisce necessariamente ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo dal fallimento e dalle sofferenze, per cui essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, come la possibilità e perfino l’inevitabilità della persecuzione.

E’ sempre stata storia delle nostre comunità e della nostre aggregazioni di cristiani quella di far crescere persone disposte fino al martirio a difendere e proporre la nostra fede, e lo è anche oggi nei contesti di intolleranza nei confronti della fede cristiana 

Molte ragazze hanno dato la vita per difendere la propria verginità, del resto un discepolo di Cristo non può che conformare la sua vita a Lui, deve seguire il modello che è Cristo respinto e perseguitato dagli uomini, che ha conosciuto il rifiuto, l’ostilità, l’abbandono, e la prova più atroce che è la croce.

La persecuzione non è eventualità remota, ma una possibilità sempre attuale: non esiste missione all’insegna della tranquillità.  

Forse per molti di noi il coraggio della fede non ci chiede eroismi, ma pur sempre ci chiede di confrontarci con l’indifferenza, con la irrilevanza, con una mentalità supponente contro cui si deve sempre almeno resistere e dialogare; ci chiede di essere sempre attaccati alla Parola di Dio, ma anche concretamente di vivere da cristiani difendendo il povero, l’immigrato, il rom, il lavoratore sfruttato, offrendo buone testimonianze di vita – anche se non del tutto capite – che possono far crescere speranza e dare compagnia e conforto alle troppe solitudini e sofferenze umane. 

Non andiamo in cerca di sconfitte o di disprezzo, ma nemmeno di indici di gradimento: siamo sempre desiderosi di spenderci per la vita di tutti, mettendo la nostra nella mani di Dio.  

21 Giugno 2020
+Domenico

Il cuore di Maria accanto a quello di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 41-51)

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Mettere al centro della nostra riflessione e preghiera oggi il cuore Immacolato di Maria, dopo la festa del Cuore di Gesù, significa collocarci al centro della vita della Madre di Gesù.

Il centro della vita di Gesù era stata la sua agonia, crocifissione, morte e risurrezione: infatti il suo cuore è sempre squarciato, coronato pure di spine, sanguinante, simboli chiarissimi che di Gesù si vuol contemplare e immergersi nel dono della sua vita fino all’ultima goccia di sangue, versato per l’umanità e per ciascuno di noi.  

Il cuore di Maria viene contemplato come Immacolato, come tutto completamente orientato all’amore per il Signore e forgiato dalla cura quotidiana di Gesù entro una vita di famiglia: non per niente il Vangelo della Messa di questa festa è una scena della vita di famiglia in cui i tre, Gesù, Giuseppe e Maria sono orientati alla città di Gerusalemme, al culmine cui Gesù sempre penserà nella sua predicazione, nel rapporto con gli apostoli, nel dialogo con la gente. 

Il cuore di una mamma si protende sempre verso i figli: questo avviene nella casa di Nazareth, nel pellegrinaggio della Santa Famiglia a Gerusalemme, nelle presenze di Maria nella vita di Gesù; il vangelo non a caso continua ad “aggiornare” – diremmo noi – l’elenco delle sue presenze – direbbe la teologia invece – la necessaria e specifica presenza di Maria nel piano della salvezza che ha Gesù come centro : Cana, Via Crucis, sotto la Croce, Cenacolo, Pentecoste.  

Ed è così che si sviluppa la sua maternità sottolineata anche nelle apparizioni di Maria lungo i secoli, e in queste il suo cuore di Madre, assolutamente a disposizione del piano di Dio, pieno della grazia di Dio – Immacolato significa anche questo – è sempre messo in opera.

A Fatima si è espresso in termini ancora più evidenti e a Lourdes si è data anche il titolo: Io sono l’Immacolata Concezione.  

In questo tempo di ferite di difficile emarginazione provocate dall’epidemia, la vogliamo contemplare nel suo cuore di mamma, di tenerezza quasi palpabile, di amore portato nonostante la difficoltà a capire: “Figlio perché ci hai fatto questo? tuo padre e io angosciati ti cercavamo.”, e qui Gesù tra le tutte le sue parole, riportate dai vangeli dice parlando di Dio, il Signore del cielo e della terra, la prima volta, che è “Padre” e lo chiamerà sempre così fino alla Croce e alle sue ultime parole “Padre nelle tue mani affido il mio spirito”.

 L’angoscia per il tempo della ricerca di Maria – sicuramente per la grande fede di sua – si attenua, ma non scompare la tensione verso l’impossibile che Gesù sempre presenta alla sua comprensione, alla sua compagnia e collaborazione di madre al piano di salvezza di Dio sull’umanità.

I sentimenti tenui di una vita di famiglia si allargano all’orizzonte divino della salvezza dell’umanità. Da qui la supplica che spesso la chiesa, i fedeli comuni, fanno a Maria con la consacrazione al suo Cuore Immacolato, condizione per la conversione del mondo.  

20 Giugno 2020
+Domenico

Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

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Non sono rare le giornate in cui ci capita di non farcela più, in cui sembra che tutti si accaniscano contro di te, oroscopo compreso: hai proprio giù la catena, vai in depressione, si accumulano proprio tutte le contrarietà.

Allora si ricorre ai rimedi: mandare al diavolo tutti, ma sposti soltanto il problema e inaridisci il cuore nella solitudine; qualcuno si ubriaca, ma poi si trova peggio di prima con il mal di testa pure; altri, si impasticcano o si danno ai tranquillanti con il risultato alla fine di sentirsi degli zombie.  

Tanti nostri giorni che passano su orizzonti chiusi senza mai capire dove siamo, verso che cosa andiamo, adattati al ribasso, ripiegati su noi stessi, in un vicolo chiuso, ciechi noi stessi perché non vogliamo o non possiamo vedere al di là del nostro interesse, della nostra passione, del nostro calcolo. 

“Gli squilibri di cui soffre il nostro mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo” ci dice il concilio (Gaudium et Spes 10): non è neanche una vita in bianco e nero, è solo tutto grigio. 

E’ grigia la nostra vita quando non siamo capaci di uno sguardo di speranza, perché ci sembra tutto scontato; è grigia quando non abbiamo voglia di uscire da noi stessi, quando leggiamo con odio le differenze, quando lo studio è ridotto a penitenza da fare per sopravvivere, quando gli amici sono solo da usare e da sfruttare; quando la noia ci toglie desideri di bontà; quando ci lasciamo andare a cattive abitudini che ci ingabbiano nel vizio, quale esso sia, una prigione da cui non vogliamo uscire.  

Gesù dice: “venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro.”

Traduciamo: quando non ce la fai più, io ci sono; quando ti sembra che tutto crolli io non cedo; quando sei disperato, io sono il tuo futuro; quando ti sembra che non ci sia un cane a capirti, prova a passare da me e vedrai che io non ho altro da fare che accoglierti, rinfrancarti.

Gesù era la consolazione dei poveri che incontrava, era il segno della bontà di Dio per chi provava solo rimorso, era l’oasi per ogni deserto di emozioni.  

Ecco: “Dal Cuore di Cristo  il cuore dell’uomo impara a conoscere il vero e unico senso della sua vita e del suo destino, a comprendere il valore di una vita autenticamente cristiana, a guardarsi da certe perversioni del cuore umano, a unire l’amore filiale verso Dio con l’amore del prossimo” (Gaudium et Spes 22). 

Si tratta ancora oggi di fissare lo sguardo adorante sul mistero di Cristo, Uomo-Dio, per divenire uomini e donne di vita interiore, persone che sentono e vivono la chiamata alla vita nuova, alla santità, alla riparazione, cioè a questa sorta di cooperazione apostolica alla salvezza del mondo.  

Se vogliamo prepararci e dedicarci alla nuova evangelizzazione – come ci invita Papa Francesco e invita tutti i Cristiani, tutti i laici, i preti, tutti gli operatori pastorali – dobbiamo riconoscere il Cuore di Cristo come cuore della Chiesa, e comprendere che il cristianesimo è la religione dell’amore.

Il Cuore del Salvatore invita a risalire all’amore del Padre, che è la sorgente di ogni autentico amore: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10). 

E Gesù riceve incessantemente dal Padre, ricco di misericordia e compassione, l’amore che Egli prodiga agli uomini (cfr Ef 2, 4; Gc 5, 11): il suo Cuore rivela particolarmente la generosità di Dio verso il peccatore.

Dio, reagendo al peccato, non diminuisce il suo amore, ma l’allarga in un movimento di misericordia che diventa iniziativa di redenzione.  

La contemplazione del Cuore di Gesù avviene oggi nell’Eucaristia: qui, in quel Cuore, cerchiamo l’inesauribile mistero del sacerdozio di Gesù e di quello della Chiesa.  

Come si può trovare in Gesù questo ristoro? “Il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero”: Prendi questo peso, rifatti alla mia parola, altro che tranquillanti.

Spesso nella vita ci scrolliamo di dosso la proposta cristiana perché la riteniamo oppressiva, antiliberatoria, pesante, distruggiamo equilibri delicatissimi per mancanza di cuore. 

Ci scrolliamo di dosso quella che ci sembra una croce, che Cristo sempre porta con noi, e andiamo a costruircene di incomprensibili.

La soluzione di tanti nostri affanni è proprio la Sua Parola, la Sua visione della vita; sono le sue beatitudini, ma noi vogliamo scartare Lui per avere la vita.

Possiamo pure non fidarci e sbagliare, ma che cosa ci costa ritornare? Solo il primo slancio per buttarsi nelle braccia di un papà. 

San Giovanni Paolo II non ha mai ceduto a stanchezza, proprio perché sapeva di contare su questo cuore senza riserve e a questo cuore spesso tornava come a casa sua, come in braccio a sua madre, come nel nido della santità. 

19 Giugno 2020
+Domenico

La più bella preghiera di sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 7-15)

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Pregare è esperienza profondamente umana: fa parte della struttura dell’umanità, del mondo delle relazioni che ogni persona stabilisce, ed è stato giustissimo che Dio Padre, attraverso Gesù, ce ne abbia consegnata una che è insuperabile, anche perché quando la preghiamo, Gesù la prega in noi.  

E’ talmente conosciuto il Padre nostro che val la pena che commentiamo e riflettiamo su come, prima di dirlo, al versetto 7 del capitolo 6 di Matteo, viene a noi comunicata.

Il versetto è soltanto questo: “Così dunque pregate voi”

E’ un imperativo: ci sta dietro una volontà precisa, con tutta l’autorevolezza che la investe; la parolina “così” la contrappone a un modello di preghiera appena descritto, che lascia il tempo che trova: è quella degli ipocriti, dei parolai, di coloro che si fanno vedere a muovere le labbra e a moltiplicare parole, di chi prega per posa per tutt’altri motivi che per rivolgersi a cuore pieno, fiducioso, figliale, familiare, abbandonato totalmente alla iniziativa di Dio, mentre invece cerca di rifarsi con la molteplicità e esteriorità ricercata delle espressioni verbali.  

Non è fatta per piegare attraverso una colluvie di parole Dio ai nostri desideri, ai nostri bisogni, ma è mettersi in ascolto di un papà, il Padre, e accogliere, e che si realizzino su di me, suo figlio, i suoi desideri. 

Sant’Agostino dice che la preghiera è una ginnastica del desiderio – bella questa: il desiderio è una grande qualità dell’umanità, che non produce niente, ma è pronta, aperta ad accogliere tutto.

Tutto ciò che esiste – e Dio è veramente la totalità – non è da fare, ma da accogliere: allora si sviluppa attesa, accoglienza del dono dell’altro, meglio ancora, l’altro come dono, e nemmeno lontanamente una volontà di pretesa. 

L’altra parolina: “dunque”; il dunque ci fa capire – così dunque, ricordate, pregate voi – il dunque ci fa capire che questa preghiera davanti al Padre contiene tutte le altre, le condensa in un dialogo e in un ascolto, un accoglienza definita, decisa. 

Infatti le prime richieste che facciamo nel Padre Nostro sono all’imperativo: vogliamo che il Padre ci dia ciò che Lui ci vuol dare; se Dio è Padre allora lo sia davvero! Noi lo desideriamo non certo quanto Lui, ma sicuramente con tutta la disponibilità orientata soltanto ad immergerci nel suo volere.

Poi, se ricordate, seguono le sette richieste, di cui le prime tre riguardano il grande bisogno che noi qui sulla terra abbiamo di Lui e le altre quattro esprimono il bisogno che abbiamo dei suoi doni, per vivere alla grande, Lui che è il dono grande, e la affermazione solenne che la fraternità e il perdono al fratello – notate – è il luogo necessario per il dono del Padre. 

Così dunque “Pregate voi” : è un classico imperativo, non camuffato da raccomandazioni o condizionali “ma sarebbe meglio che voi pregate” … no, “pregate”, che ha il senso di prescriverci di continuare l’azione della preghiera, che sia presente e continua come la vita che se si arresta muore.  

Questo ordine è di Gesù: noi non avremmo osato mai pregare ordinando al Padre di darci ciò di cui abbiamo bisogno, ma è proprio così che riconosciamo di averne bisogno. 

Allora non ci resta che metterci in preghiera. 

18 Giugno 2020
+Domenico

Conquistiamo un minimo di essenzialità nel nostro vivere

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6, 16-17) dal Vangelo del Giorno (Mt 6,1-6.16-18)

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«E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà»

Disintossicarsi, mettersi a dieta, svelenire la vita, staccare la spina, fare un po’ di deserto, prendersi una pausa … sono tutte espressioni che dicono come nella vita di ogni uomo ci sia bisogno di un tempo che crea discontinuità con la routine quotidiana e che ci permette di guardare alla vita da un altro punto di vista.  

Sempre infoiati nella stessa cosa delle volte non riusciamo più a capire niente: ma siediti un momento e comincia a vedere da che parte sei venuto e dove vuoi andare!

Siamo sempre noi in ogni momento capaci di dare senso al nostro vivere: non ci possiamo permettere apnee o stati comatosi; però ogni tanto occorre avere il coraggio di collocarsi da altri punti di vista, perché nella vita interviene spesso l’abitudine ad abbassare la guardia, la comodità a dare forza all’inerzia, talvolta anche la passione ad annebbiarci gli occhi, la solitudine a incancrenire atteggiamenti che assolutizzano stati d’animo.  

L’esistenza deve restare aperta alla conversione, al cambiamento del  cuore, alla prova per riportare alla sua brillantezza il metallo prezioso che è la vita.

Dice l’antico testamento “Vieni nel silenzio e parlerò al tuo cuore” – il libro di Osea – e Gesù parla di digiuno, di mettere il corpo in uno stato di attesa inevasa dall’istinto della fame, di controllo della sazietà per accorgersi di un’altra fame, di un’altra sete: è un esercizio che siamo invitati a fare su di noi, non per ridurre la cellulite o il colesterolo – che pure sarebbe cosa utile – ma per ridare allo Spirito il suo compito di guida della nostra esistenza, e allo Spirito Santo di poter “lavorare” con la nostra anima.  

E questo va fatto nella gioia di una decisione e non nella costrizione di una legge, nella certezza di aprire l’animo alla bontà, non nella infelicità di una privazione, nella prospettiva di fare verità nella propria coscienza, non nella preoccupazione di dare una immagine severa di noi.

Il digiuno è un atto di amore a Dio, non è un biglietto da visita per accreditarsi nel mondo dei pii: allora digiuno è privazione a vantaggio di altri, è condividere con i poveri quello che abbiamo perché ce ne priviamo per loro, è riportare la natura ad essere madre per tutti e non un possesso di qualcuno, è riportare il mondo alla sua destinazione per la felicità di tutti e non per la gioia di pochi.

Soprattutto è mettere al centro Dio, lo Spirito, la preghiera, la contemplazione di Lui, e questo che scriviamo nella nostra vita lo viviamo con gioia non solo per noi, ma per ognuno che passi nel mondo delle nostre relazioni. 

Stiamo in pratica leggendo alcuni brani del Vangelo di Matteo, abbiamo incominciato dal discorso della montagna e stiamo andando avanti a vedere quali sono gli elementi fondamentali della vita cristiana, che noi magari approfondiamo in alcuni tempi come la quaresima nel nostro anno liturgico.

17 Giugno 2020
+Domenico

Un altro atto generativo: amare i nemici

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 43-48)

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«Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?
Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Certo l’uomo nella sua esistenza, dotato di intelligenza e di cuore, non vive solo di istinto, non si lascia guidare dal caso: pensa, ha una coscienza, sviluppa il ragionamento, ha in se scritti dal Creatore – diciamo noi che crediamo – atteggiamenti di bontà, di condivisione, di solidarietà.

Ha qualcosa di più dell’istinto insomma: se siamo fatti a immagine di Dio, significa che siamo fatti bene, significa che non è la necessità che ci muove, ma è una scelta libera.

Solo che il peccato, il male, ha inquinato la creazione, ha deturpato e rovinato i sogni di Dio e i comportamenti dell’uomo; da allora se vogliamo una vita bella e felice dobbiamo fare un salto di qualità: non è più sufficiente essere buoni, occorre amare di più; non è sufficiente comportarsi bene tra noi, ma occorre essere buoni con tutti, anche con i nemici: coloro che ci fanno torti.

Se amate quelli che vi amano ma che merito ne avete? Lo fanno tutti: ogni uomo che ha un minimo di buon senso si comporta bene con chi gli vuole bene.

Per il regno di Dio, il buon senso non basta: la legge dello scambio non è sufficiente, il politicamente corretto è troppo poco; il modello di comportamento per un cristiano è la perfezione di Dio Padre.

La meta è altissima, impossibile da raggiungere con le nostre forze; soltanto sorretti dallo Spirito, portati sulle spalle di Gesù, il buon Pastore, è possibile mettersi sulla strada della perfezione e del bene.

Insomma, la tentazione di riportare la vita del cristiano sempre e solo a comportamenti ovvi di buona educazione, di correttezza, di plausibilità umana, è sempre troppo forte: la vita cristiana chiede di più, chiede di perdonare le offese, di morire per gli altri, di affidarsi alla preghiera, di amare oltre ogni misura, di andare controcorrente, di accogliere ogni vita nascente e di vivere ogni momento di sofferenza per amore di Gesù.

La misura è la santità, non la correttezza!

Come facciamo noi, che facciamo fatica ad essere passabili, a fare una vita da santi come la vuole il Signore? Come possiamo far diventare queste osservazioni, queste aspirazioni “vita quotidiana”: ma non tiriamoci giù troppo, ci sono tante persone che questo lo fanno tutti i giorni.

Quelli che seguono i malati che non hanno prospettive di guarigione, lo fanno tutti i giorni!

E’ Dio che opera in noi e il suo Santo Spirito ci dà forza, coraggio, anima, e ci permette anche di trasmetterlo agli altri, di creare una comunità che vive il pensiero, il dettame, e la legge del Vangelo.

16 Giugno 2020
+Domenico

L’altra guancia, sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 38-42)

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La bellezza della nostra vita è data anche dalla creatività e dalla immaginazione che qualificano i comportamenti dei cristiani, e Gesù è sempre capace di sfondare muri costrittivi di comportamenti che ripetiamo tante volte, di situazioni senza altra soluzione, di stranezze cui non daresti nessun futuro e invece sono capaci proprio di crearlo.

Prendiamo il caso citato dal Vangelo: una vecchissima legge dice “occhio per occhio, dente per dente”, è detta la legge del taglione; banalmente: tu mi cavi un occhio? te ne cavo uno anch’io. Comportamento selvaggio e primitivo di una banale normalità nei rapporti di giustizia tra le persone. Con questa legge si è sempre ripetitivi e a un male si crede di saldare il conto con un altro male, invece sono due mali che inquinano sempre ogni vita. 

Proviamo a inserire una variante, tipica e caratteristica dei nostri tempi di esaltante civiltà, di superamento della legge della giungla – perché noi siamo bravi – per portare pace fra le persone: tu cavi un dente a me? Io ti distruggo tutta l’arcata dentaria! Tu mi colpisci la faccia con un pugno? Io ti spacco la testa. Questa è la nostra civiltà? 

Gesù invece introduce un principio rischioso, creativo, eccezionale: tu mi dai uno schiaffo? Io ti presento anche l’altra guancia. O ancor meglio: tu mi rubi il mantello? Io te ne regalo un altro.

A un male si ripara sempre con un fatto di segno opposto, cioè con un bene: solo così si sono rappacificate nazioni e continenti, altrimenti sarebbero stati cancellati dalla geografia … vi ricordate il caso più vasto ed eclatante, l’India, che per piegare il governo inglese che la assoggettava e sfruttava, proclamò una lunga campagna di non violenza, che rese inadatta e inutile a riportare ordine la più grande flotta o potenza di fuoco di quei tempi.

Se poi continuassimo a mettere in evidenza il discorso della montagna, troveremmo che Gesù si è dato al massimo della creatività nei rapporti umani, dicendoci addirittura di amare i propri nemici.

Introdusse poi il perdono, che destabilizzò anche i terroristi delle brigate rosse, quando Giovanni, il figlio di Bachelet ai suoi funerali perdonò i suoi uccisori, togliendo anche a detta di loro la terra sotto i piedi alla violenza già programmata: Ma se questi ci perdonano pure, che stupida guerra stiamo facendo, che nemici ci siamo inventati? 

Col Vangelo siamo in piena pedagogia della creatività: occorre avere un buon sforzo di immaginazione; Gesù ha sempre il coraggio di chiedere risposte nuove a situazioni nuove.

In questo tempo di pandemia che cosa non si è inventata la Caritas per stare con i poveri, gli anziani, i malati; che cosa non hanno inventato i dottori e i ragazzi per inventarsi qualcosa che serviva a dare ossigeno o a rendere più immediato l’intervento del medico.

Quel che è fortemente inventivo è il clima di attenzione a Dio nel fratello: la carità allora diventa una avventura che ci porta di scoperta in scoperta, a dare sostanza all’inventiva dell’amore. 

15 Giugno 2020
+Domenico

Corpus Domini

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,51-59) 

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Che cosa si fa quando in una città arriva un personaggio importante? Come minimo l’amministrazione pubblica fa pulire le strade, rimette a posto l’asfalto, rimuove i cassonetti dei rifiuti … la gente addobba le finestre, espone i fiori, stende da un capo all’altro della strada strisce colorate … per l’ultimo tratto si adagia un tappeto.

C’è un gesto semplice che ancora oggi è rimasto come segno di grande onore per qualcuno che passa: dei bambini, possibilmente quelli che hanno fatto nell’anno la prima comunione, con dei cesti spargono per terra petali di fiori al passaggio del prete che porta l’Eucaristia nella festa del Corpus Domini, oggi appunto.

In molte città si tratta di un meraviglioso tappeto di fiori – si chiama infiorata – predisposti con cura a rappresentare quadri di vita di Gesù, scene simboliche, rappresentazioni di santi. 

Tutto per un giorno – ancora di meno – tutto per un passaggio. 

È una tradizione secolare che si rapporta al momento più drammatico della vita di Gesù: ricordate quella cena d’addio consumata nell’atmosfera di un tradimento e nell’anticipo della crocifissione? “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Io sono il pane vivo: Hai fame? Ti senti in corpo un insaziabile desiderio di vita? Non c’è nessuna carne che ti può saziare, tornerai sempre a cercare e ad avere fame. Se vuoi avere la vita, ebbene è qui: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.  

Certo è un discorso è duro da capire, difficile da immaginare: è provocatorio! Dire a un ebreo che occorre bere il suo sangue è blasfemo, va contro tutte le norme del suo vivere; ma sangue è sinonimo di morte, è riferimento alla sua crocifissione, è necessità di confrontarsi con il suo dono fino all’ultima goccia, e con l’amore che sta dietro questo dono.

Il discorso è duro, ma su questo Gesù non transige: è pronto a restare solo.

L’Eucaristia è una esperienza necessaria per la vita del cristiano, sia come rapporto con Dio, sia come modo di impostare la propria vita, sia cioè come modo di comunicare con il Signore, sia come modo di incarnare il suo messaggi; e dirà più tardi ai suoi discepoli che rimanevano esterrefatti come la gente che lo ascoltava: “volete andarvene anche voi? Qui occorre fare quel salto di qualità che spesso vi chiedo: è un dono che supera non solo le leggi della natura, ma anche la fantasia degli uomini”.

Quando non sai che strada prendere nella vita: Io sono con te;
quando hai bisogno di ritrovare senso e gusto nel vivere, Io sono con te;
quando cerchi una speranza vera, Io te la posso far incontrare nel mio essere pane per te, perché speranza vera nasce quando uno si dona all’altro per amore fino in fondo.

I suoi apostoli in seguito si rifaranno all’Eucarestia per avere speranza in ogni situazione di vita. 

Gesù non sta facendo un bel discorso metaforico edificante, magari in una piazza, utilizzando tutti gli accorgimenti della retorica, ma sta anticipando nel clima di una cena l’estremo dono di sé fino alla morte.

Noi cristiani chiamiamo tutto questo Eucarestia: Eucarestia è questa certezza di aver una presenza, un nutrimento, un centro che ci aiuta a condividere ogni giorno la sorte di Gesù per avere vita; mangiare e bere quel pane e quel vino, quel corpo e quel sangue, ci costringe a riconoscere Dio nella concretezza della umanità di Gesù: una vita donata, come tutte le vite di ogni vero cristiano, a partire da quelle dei nostri genitori, che hanno costruito le nostre esistenze. 

14 Giugno 2020
+Domenico

Le fake news sono parole, magari scritte, ma sono armi letali

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,33-37)

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In Internet, nelle pagine web, nei social, nei giornali circolano in grande evidenza delle “fake news”, che traduco semplicemente in “notizie del tutto false”, inventate o riportate apposta per raggiungere obiettivi che servono a chi le diffonde. 

Esiste  anche il mestierante che è incaricato e pagato da un committente di pubblicare e inventare varie notizie false per gli obiettivi del committente: la notizia falsa è pacchiana e non ha bisogno di argomentazioni per definirla assolutamente immorale, anche se costruita a fin di bene. 

Esiste però una forma più astuta che è quella di colorare le notizie per orientare il lettore o l’uditore a dare ragione alla tesi che un giornale deve difendere o proporre perché è stato editato proprio per questo scopo: colorare è un termine fin troppo benevolo, ma ci sta dietro tutta un’arte del dire e non dire, del provocare sospetti su una persona, dell’esasperare una affermazione o un fatto interpretandolo in maniera non solo soggettiva, ma intenzionalmente in un certo modo per creare discredito, calunnia, condanne. 

I punti di vista diversi da cui guardare la realtà sono utili e necessari, perché ogni persona ha un suo modo di vedere, di interpretare, di sostenere il suo punto di vista, ma spesso non ci si pone alla ricerca della verità o per lo meno non ci si propone una problematizzazione del tema, documentata, dialogata in qualche dibattito, così che dopo l’accesso a queste informazioni e dopo l’uso dei social ogni ascoltatore – o ognuno che li guarda – sia messo in  grado di assumersi la sua responsabilità per una posizione che sposa, difende, e propone. 

Che ci sia una destra e una sinistra in cui sono collocati i giornali è naturale, ma che per principio ogni fatto debba essere colorato di parte, senza un leale confronto, un dialogo alla ricerca della verità o una proposta documentata, è voler  dare spazio alla menzogna. 

Oggi vogliamo sentirci dire e ascoltare il Vangelo che ci dice “il vostro parlare sia si se è si, o no se è no: il resto viene dal maligno”questo maligno è il demonio, il divisore, che nella nostra vita pubblica sta lavorando ed è ascoltato alla grande.

In altri passi del Vangelo si aggiunge: la Verità vi farà liberi“, “sono venuto per rendere testimonianza alla Verità“, “Io sono la Via, la Verità e la Vita“. 

Sant’Antonio, che oggi ricordiamo e torniamo a venerare e a pregare perché ci scampi da questa pandemia, soprattutto dove si sta diffondendo tra popolazioni povere e abbandonate, era un principe della parola pulita, chiara, precisa: un grande predicatore che sapeva stanare dal cuore degli uomini i pensieri malvagi, le volontà delinquenziali, le vendette sanguinose.

Ecco, Sant’Antonio ci aiuti a trovare l’onestà massima nel nostro parlare e nel nostro scrivere. 

13 Giugno 2020
+Domenico