Una settimana impegnativa sul capitolo 7 di Marco

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Ci dobbiamo domandare, nei vangeli di questa settimana che è tutta caratterizzata dai brani che compongono il capitolo 7 di Marco, se riusciremo a riscrivere il Vangelo nella nostra vita, nelle nostre abitudini, nella nostra mentalità che tende sempre ad “adattarsi” … a cercare sicurezza esterna visibile, tracciabile, legata soprattutto a cose da fare, a riti da svolgere … per non cambiare: è un capitolo particolarmente indirizzato a noi, per le nostre vecchie tentazioni di inventare un modo comodo per distinguere il bene dal male, per tracciare i confini del lecito e dell’illecito senza coinvolgerci e coinvolgere la nostra interiorità.

Dividere nel creato le cose buone da quelle cattive, le cose di Dio da quelle di satana, le persone pure da quelle impure, i figli di Dio da eventuali figli degeneri è sempre una operazione comoda, perché non ci scomoda: al massimo ci impone delle regole, qualche sacrificio … “non mangiare questo, non frequentare quello, difenditi dalla TV, lascia perdere i delinquenti, non ti immischiare coi violenti” … ti devi creare un cordone sanitario che ti costringe a qualche privazione, ma ti dà una certezza.

Il tuo cuore è al sicuro se non entra questa melma, il tuo gruppo è un cenacolo, la tua compagnia è esemplare… difenditi dalla fogna!

Invece Gesù ancora ci provoca, ci richiama alla grande dignità della nostra umanità: la vita non è nessuna fogna, la fabbrica del bene e del male è nella coscienza, in quell’intimo dialogo tra noi e Dio, cuore lo chiama il Vangelo di oggi.

Dio ha fatto bene tutte le cose e si è affidato alla nostra libertà per condurle: non ci ha deresponsabilizzato, ma ha affidato alla profondità e alla qualità della nostra umanità la realizzazione del regno delle coscienze e non sulle coscienze.

Certo è una strada in salita: avere nell’intimo della coscienza illuminata dalla fede la decisione per il bene o per il male ci porta a vivere spesso nell’oscurità, nel non sapere bene come vivere il Vangelo in ogni situazione, nel non avere la certezza del comportamento giusto negli affetti, nel lavoro, nelle relazioni, nella visione di sé, nella costruzione di un ambiente giusto … è vivere, anche da presbiteri e da vescovi, quella laicità che si deve sempre esprimere con dignità in ogni cristiano.

Il senso di buona parte di questo capitolo sette di Marco, cui appartiene il Vangelo di oggi è nato a Nazareth, in quella casa donataci ricostruita a Loreto: Gesù sta solo aiutando i suoi discepoli a cambiare mentalità, ad assumere i criteri dell’ incarnazione.

In quella casa è iniziata per noi la nuova umanità: da quando Dio si è fatto uomo tutta la nostra vita, la nostra storia, il nostro tempo è vita, tempo, storia , che condividiamo con Dio.

Non c’è più distinzione tra sacro e profano: l’unica profanità è il peccato, che nasce nel cuore dell’uomo, non è scritto nelle cose … tutto il resto è vita di Dio, di Gesù, ed è lo Spirito Santo che delinea in noi i tratti dalla sua vita.

A Nazareth il verbo si è fatto carne e Maria, la Donna, come sempre la indica Gesù, è lo spazio, fisico e spirituale insieme, in cui è avvenuta l’Incarnazione.  

Dio nel suo piano imperscrutabile ci pone Maria davanti agli occhi perché ritorniamo a contemplare in questo dono l’umanità riconsegnata alla nostra libertà, che spesso usiamo male: il simbolo di questo male sono le nostre sofferenze, che proprio per l’Incarnazione cessano di essere maledizione, ma ancora passando nel cuore dell’uomo ne possono uscire come collaborazione, se non come corresponsabilità, donataci gratuitamente e coraggiosamente, sapendo di che siamo fatti, con Gesù per la salvezza.

Ed è alleata nel nostro impegno formativo la Madonna di Loreto: l’incarnazione è lo spazio fisico e spirituale della laicità cristiana.

9 Febbraio 2021
+Domenico

E’ così importante toccare?

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 53-56)

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C’è una parte delicatissima della nostra esistenza che finisce per diventare determinante tutta la nostra vita: la nostra corporeità. La divisione in corpo e anima di tipo platonico, con un certo disprezzo per il corpo, come prigione dell’anima, non fa più parte della nostra mentalità anche se ogni tanto riaffiorano comode semplificazioni … soprattutto quando si invecchia, quando il nostro corpo perde smalto, si appesantisce in malattie insopportabili, la prestanza fisica viene meno e il declino è irreversibile … se poi siamo ancora in pandemia, noi vecchietti abbiamo già un piede nella fossa.

Sappiamo invece che la corporeità e tutto quello che è legato ad essa, fa parte della globalità della persona e, quindi, va recuperata dal suo interno come un “segno”; soprattutto deve diventare lo spazio personalissimo e originale per vivere veri rapporti con tutti e veri rapporti di amore.

In questo contesto dobbiamo collocare la nostra naturale necessità di vedere, toccare, sentire, gustare, far passare per la porta dei nostri sensi anche l’esperienza spirituale, anche il mondo misterioso della fede, anche le nostre liturgie che non devono interessare solo udito e vista, ma anche tatto, gusto, odorato: tutti i cinque sensi.

Evidentemente viviamo in pandemia e soffriamo molto questa mancanza di contatto fisico, ma quando la gente va a qualche santuario vuole “toccare la statua”, vuol vedere, vuol entrare in contatto concreto con qualcosa … e non ci dobbiamo meravigliare, perché questo accade anche quando i giovani vanno a qualche concerto rock: avere una maglietta, un autografo, una bacchetta del batterista, un braccialetto del cantante, una stretta di mano, un bacio è il massimo per sentirsi “dentro veramente” in una esperienza.

Così era la gente che rincorreva Gesù per le strade della Palestina: tutti volevano sentirlo, vederlo, ascoltarlo, ma soprattutto toccarlo.

Aveva fatto di tutto quella donna che toccò il lembo della sua tunica e restò guarita, così vogliono fare tutti quelli che si sentono imprigionati dalla malattia. Il toccare però è vero se si porta dentro una fede profonda: occorre sempre unire l’anima al corpo per unire la speranza al presente, il desiderio alla realtà.

Infatti Gesù offre la sua salvezza se chi lo accosta lo fa con fede, se sa andare oltre il fatto fisico e lo carica di adesione spirituale alla sua persona, lo fa diventare un segno di una fede profonda, di una consapevolezza di mettere al centro della sua vita Gesù.

La forza che promanava da Gesù era la conferma della certezza che Dio è incontrabile nella vita quotidiana perché Lui è l’Emmanuele, il Dio con noi: basta che noi apriamo l’incontro con Lui all’incontro con le persone, i poveri, i malati, i bisognosi, le sue immagini vere e plastiche … e se è vero, che “chi vede me, vede il Padre mio”, come ha detto Gesù a Filippo, allora siamo immersi sempre nella immensità di Dio, nel suo essere ovunque come spesso sant’Agostino affermava e viveva.

8 Febbraio 2021
+Domenico

Al mattino …si ritirò in un luogo deserto e là pregava

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1, 29-39)

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Forse abituati male dalle televisioni, dai social … dalla valanga di notizie che ogni giorno tenta di farci soccombere, non badiamo più alle cose più semplici che spesso sono quelle che ci aiutano di più a dare il vero senso alla vita.

Il Vangelo di oggi ci presenta un’umile figura di donna, ammalata, guarita da Gesù: “la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli” … è la suocera di Pietro, in casa del quale Gesù passò parecchio tempo della sua vita pubblica.

Siamo ancora nel primo capitolo del vangelo di  Marco, che ci tiene a raccontare tutta la vita pubblica di Gesù, dalla sua partenza da Nazaret alla sua cattura nell’orto del Getsemani, racchiudendola tra le immagini di due donne “semplici” che nella cultura ebraica contavano ancora meno e che non potevano assolutamente neanche essere testimoni autorevoli di niente dal punto di vista civile … ma Gesù prende queste due donne.

La suocera di Pietro fa del servizio il compito principale della sua vita: Gesù la libera dalla febbre che la teneva in suo potere e ora si può mettere alla sequela di Gesù, imitandolo, perché Lui è venuto tra noi non per essere servito, ma per servire; come può liberamente fare lei.

Vedremo alla fine della vita pubblica di Gesù, un’altra donna … semplice, anziana, che va quasi timorosa davanti alle  anfore che raccolgono le offerte del tempio, quella più piccola e malconcia, e mette senza farsi notare, ma Gesù la vede molto bene, alcuni spiccioli, che non fanno rumore e che però sono tutto quello che ha: non è certo il superfluo, ma il necessario per vivere.

Il regno di Dio che porta Gesù è di questo tipo: non è eclatante, è semplice, nascosto, radicato nel servizio e nella povertà. La casa di Pietro al calar del sole viene invasa da ammalati di ogni tipo, di ogni sofferenza e Gesù si spende per loro senza badare a fatica.

Al mattino presto si ritira in un luogo deserto a pregare: insomma, è l’orario della giornata tipo di Gesù che diventa la giornata tipo del cristiano, che deve annunciare il Vangelo, la Parola, e compiere gesti di solidarietà con i fratelli e di liberazione … e per far questo abbiamo bisogno di una carica di speranza indomabile, di una forza superiore che renda possibile anche l’impossibile.

E dove la troviamo questa forza? Nel dialogo con Dio e quindi nella preghiera, come ha fatto Gesù.

Si pensa sempre che la preghiera sia una fuga dalla vita, una facile evasione dal mondo: Al culmine della nostra attività umana la nostra preghiera non è alternativa al nostro agire.

Il contatto diretto di Gesù col Padre è il sole che illumina il suo cammino e così Gesù ci insegna a pregare, a mettersi in disparte, stare di fronte a Dio, attendere in silenzio e soprattutto ascoltare Dio che ci parla … ed è questo che facciamo quando ci mettiamo in adorazione davanti al santissimo, a quel Corpo che ci rivela Dio Padre.

Non so quanto noi preghiamo, ma se preghiamo poco è perché è venuta meno la relazione filiale dell’uomo con il Padre celeste che è nei cieli, che però affermiamo sempre, senza badarci, ad ogni Padre nostro che recitiamo.

E’ che noi ci dichiariamo troppo autosufficienti, autonomi al massimo, anche se con la Pandemia stiamo abbassando un poco la cresta. Solo che pensiamo solo al vaccino, che risolverà tutto, non a Dio Padre, autore di ogni vero vaccino.

E Gesù dopo aver passato la mattinata nella preghiera non smette di ributtarsi nel contatto con la gente verso cui – vedremo – ha una grande compassione: c’è un movimento anche del suo essere fisico che lo porta a farsi carico di tutto quello di cui ha bisogno l’umanità: non di solo pane, ma anche della sua parola che si farà corpo spezzato e sangue versato, sempre tra di noi fino alla fine del mondo, noi possiamo vivere.

Oggi è la festa della vita: vogliamo mettere al centro della nostra fede e della nostra esistenza il grande dono della vita, che purtroppo oggi non apprezziamo più, riteniamo di  essercela data noi, di farne quello che vogliamo.

Per avere a tutti i costi figli comperiamo anche una mamma che ce li fa e li teniamo noi come se fosse merce di scambio; si mettono assieme persone dello stesso sesso e fanno fare i figli agli altri da cui poi si comperano. Se non vanno bene li possiamo far morire, se soffriamo troppo ci possiamo togliere la vita e obblighiamo i dottori a dare morte invece che curare la vita.

Il Signore dice che la vita è Lui: Io sono la vita.

Ogni vita che disprezziamo è disprezzo a Gesù, è disprezzo di Dio: c’è un fiume di vita che rischia di finire nelle paludi dell’egoismo, dell’indifferenza, del rifiuto, dello scarto.

La vita è un bene concretissimo per ogni persona, il mondo però è segnato da tante guerre contro la vita, da tanti rifiuti, da tanti muri, da tanti ostacoli, da tante disperazioni inascoltate o addirittura sfruttate: sono le paludi in cui va a morire il fiume della vita.

7 Febbraio 2021
+Domenico

Attività, riposo e preghiera per essere sempre almeno umani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 30-34)

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Ma che vita è la nostra? Sempre indaffarata, con l’assillo dell’agenda, sempre piena di impegni, di cose da fare, con le nostre categorie e i nostri criteri di efficienza, di produzione, di fatturato! Ma che senso ha tutto questo?

E’ forse proprio per dare un senso all’esistenza, un senso che non si trova o che si è perso, per affermarsi, sentirsi qualcuno, magari più importante, che noi ci schiavizziamo nel lavoro, nell’azione senza posa e lo stesso facciamo per chi dipende da noi … forse per questo la pandemia è anche traumatizzante perché interrompe le occupazioni e non sappiamo più come vivere.

Se fosse per noi, porteremmo all’esaurimento tutte le nostre riserve di energia: ci vogliamo stordire nell’attività, non domandarci mai che senso stiamo dando al nostro vivere, al nostro stare in compagnia, in famiglia, in società; c’è da pensare a che senso complessivo diamo al nostro umano vivere assieme agli altri.

Non voglio prendere il sacco sopra, perché il lavoro è importante, la professione esercitata fa parte integrante di ogni vita. Non ci sembra che restare un pò quieti, in silenzio, creare orizzonti di riflessione, di meditazione – io direi anche di preghiera – e su questi far nascere tutte le nostre attività, le varie occupazioni e preoccupazioni; non ci sembra – dicevo – che in esse le cose acquistino un loro vero senso e la nostra esistenza trovi il suo vero significato?!

Ormai credo che sia retorico parlare di ritmi frenetici, ma anche come nella famiglia si riescano a perdere moglie o marito e figli in abissi di incomprensione e di incomunicabilità … però ci possiamo però fare alcune domande: c’è qualcosa di disumano, di superficiale, oserei dire di diabolico, nel ridurre la vita all’agire? Non è forse attività più profonda una sosta contemplativa, religiosa, oggi molti dicono anche “estetica” … l’ascolto, il dialogo?

Che senso ha sempre avuto il sabato nella Bibbia, e per noi la Domenica, se non avere spazi di ricomprensione del nostro essere umani, del nostro lavoro: la domenica non è solo un periodo di tempo di ricupero di forze, di giusto riposo per ritemprare tutto l’insieme della persona, ma anche una finestra aperta sull’eternità, per respirare a pieni polmoni la bellezza e la preziosità non del nostro destino, quasi sia una cappa di piombo che ci salterà addosso, ma della nostra destinazione finale che è sempre tra le braccia di un papà.

E’ per stare con Gesù che ogni cristiano deve trovare uno spazio silenzioso, come Gesù trovava nello stare con il Padre per immergersi nel significato del suo essere dentro nella vita del mondo, mandato da suo Padre, nella sua incarnazione: non si sottraeva ai fratelli che lo aspettavano, ma ne andava sempre a comprendere il segreto … così i nostri momenti di raccoglimento e di preghiera non sono abbandoni di azioni importanti per il prossimo, ma trovare la forza di non dimenticare e abbandonare mai chi ha bisogno e diritto alla nostra compagnia.

6 Febbraio 2021
+Domenico

Adulti … che “rubano” la vita ai giovani

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6,14-29)

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Non una volta sola nel percorso di fede e di crescita, di conversione e di testimonianza che ci propone l’anno liturgico, il Vangelo distribuito lungo tutto un anno in cui stendiamo la nostra vita, viviamo i nostri sogni, non una volta sola – dicevo – ci viene presentato san Giovanni Battista: un martire provocato da un ballo, tanto la vita può essere distrutta, misconosciuta e buttata, ma non certo il suo significato, la sua intensità, la sua esemplarità e il suo destino in Dio.

La sua missione di dito puntato verso Gesù l’ha terminata col sangue.

Giovanni Battista era stato severo con se stesso, con la religione del tempio, con chi lo voleva seguire nel deserto … là diceva “Dio non è un bene di consumo; che ne avete fatto? È un vento che spazza via la pula dall’aia delle nostre esistenze superficiali, è una scure che taglia di netto alla radice. La gente è stanca di riti morti, di assolutizzazioni cultuali, di commercio di cose di Dio. Chi ha ingessato il Signore? Chi tenta continuamente di farlo prigioniero?” … e lui faceva rinascere speranza: strappava la gente dal torpore dei “supermercati del sacro”, dal chiasso dei propri affari meschini.

Avete in cuore una profonda sete di Dio, sentite urgere dentro una aspirazione insopprimibile e la spegnete con la droga, con l’ecstasi, con i compromessi? Avete una sete insaziabile di pace e la cercate con armi e tritolo? Sentite desiderio di interiorità e sperate di trovarla nei talk show?

Giovanni non aveva mezze misure: “Avete desideri di affetto pulito e profondo e vi prendete i mariti o le mogli degli altri?”

Poi è venuto Gesù: non credeva ai suoi occhi – il battista – e ha ceduto il passo.

Incrocia la vita di Giovanni, una ragazzina, bella, agile, elegante, armoniosa: vuole sfondare con la sua bellezza e la sua leggiadria; si allena e finalmente arriva la sua grande occasione: non è il solito compleanno con la torta, oggi c’è tutto il governo, i notabili … e danza, se la mangiano tutti con gli occhi.

Erode stravede, i giovani sono sempre sorprendenti, ti incantano, meritano tutto: la metà del mio regno è tua. La ragazza è saggia, i complimenti non le danno alla testa. La sua danza è una sfida con se stessa, non con gli adulti; sa di aver bisogno di tutti per crescere, per decidere e va da sua madre … “Mamma è il momento più bello della mia vita. Ti ricordi quanti allenamenti, quante volte volevo smettere e tu mi hai aiutato? Se non ci fossi stata tu starei ancora a divertirmi con l’orsacchiotto di pelouche. Il re è disposto a darmi la luna. Ho un avvenire sicuro, non sono più in casa sua soltanto perchè vuole bene a te. Ho un  posto anch’io”.

Non si sente più una vita da scarto, come capita a tanti giovani, le si è aperta nella vita una strada … non vuoi che sia questa anche l’aspirazione degli adulti che le vogliono bene, di colei cui tra una coccola e l’altra si confida?

E la madre, l’adulta, il “maturo”, quella che vede bene, che calcola, che è navigata nella vita, che le dice? Purtroppo non sa più sognare e cambia i sogni dei giovani in incubi, dice tutto il suo odio per la vita, e per il futuro dei figli: “la testa di Giovanni Battista”, una sentenza che prima di ammazzare Giovanni, distrugge speranza e uccide l’anima di sua figlia che non ha ancora il coraggio di ribellarsi, è ancora soffocata dall’affetto predatore di sua madre, dell’adulto senza scrupoli.

Occorre sempre avere la vista più lunga dei sentimenti.

5 Febbraio 2021
+Domenico

La carta di identità della Chiesa

Una riflessone sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 7-13)

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Stanno nascendo da sempre in tutto il mondo civile, ma anche ecclesiale, aggregazioni, enti, compagnie … associazioni, gruppi … insieme di amici, cordate … insomma, tutta una serie di persone che si legano tra loro, che si danno uno scopo, una finalità, quasi sempre di interesse pubblico, con degli ideali da proporre, far vivere, esprimere come servizio al bene comune.

Soprattutto in questi tempi di pandemia, in cui non ci si può incontrare di presenza, ma si hanno sempre cose da dire, da proporre, solidarietà da esprimere, tramite i social le persone si aggregano per dire la loro presenza, le loro idee, fare le loro proposte ad altri. L’ultimo caso che mi è capitato … un folto gruppo di frati, in un convento, tutti positivi al tampone, tutti segregati in casa, ma con bisogno di provviste per vivere: sono bastati alcuni appelli in whatsapp che un gruppo di persone ha portato e porterà viveri di prima necessità e cose essenziali per affrontare in severa quarantena il periodo necessario.

A Gesù è capitato la stessa cosa: ha annunciato che ormai era finita l’attesa del regno di Dio … “Basta aspettare, è ora di cambiare testa, di convertirsi e affidarsi a questa buona novella, a questo Vangelo e viverlo in pienezza”.

Gesù ha formato una squadra, gli apostoli, e ha inviato altri, i discepoli, a due a due a proporre la bellezza del regno di Dio: ha dato a loro una sorta di carta di identità che diventerà la “magna charta” della Chiesa, se vuole mantenersi fedele al suo mandato.

Tutte queste persone: apostoli, discepoli … la gente che segue Cristo, saranno presto chiamati cristiani, continueranno la missione data da Gesù … ecco allora le qualità della vita da proporre e mantenere: dovranno “stare con Gesù”, il che non vuol dire stare fermi o tranquilli, ma vivere poveri, come lui ha vissuto, testimoniare con la propria vita, condividere con Lui amore al Padre, passare dal Calvario ciascuno portando la sua croce, non portarsi dietro niente con sé neanche il pane, perché il pane è Lui, e sulla barca della nostra vita Gesù c’è sempre, il centro è Gesù, il riferimento è sempre a Lui.

Siamo … quindi un po’ tutti come Abramo, dobbiamo abbandonare le nostre comodità, verso la terra che Dio ha promesso: dobbiamo contare solo sulla fedeltà e sulla potenza di Dio, non sui mezzi umani.

La povertà è sacramento, cioè segno efficace della fede in Dio: è qualcosa che si vede bene, che tutti possono sperimentare: è segno concreto della fede … senza povertà non c’è fede, se non a parole!

I cristiani devono condurre una vita come quella di Gesù, tutta trasparenza del messaggio di fede di Dio: per la Chiesa sarà povertà materiale ed effettiva, una povertà di spirito che la privi di ogni potere e di ogni dominio, di ogni sapienza e persuasività mondana; insomma … ha un ben altro modo di proporsi che non la coercizione, l’accalappiamento, ancor meno l’inganno e la menzogna!

Solo così la Chiesa è sacramento di salvezza, testimonia la sua fede in Dio, è solidale con i poveri, può protestare e lottare con loro! Solo così il suo messaggio è credibile e potrà sperimentare la beatitudine che Dio ha promesso ai poveri, agli afflitti, ai miti, agli affamati, agli assetati e perseguitati di giustizia, ai misericordiosi, ai semplici, ai pacificatori.

4 Febbraio 2021
+Domenico

La fede non ha bisogno di cose meravigliose per cambiare la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 6, 1-6)

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Il nostro rapporto con il Signore è sempre qualcosa che ci stupisce: noi ci facciamo una idea di Dio, della religione, della vita cristiana … che purtroppo ha sempre bisogno di qualcosa di straordinario, di sorprendente, di diverso da quello che siamo noi e la nostra ricerca non riesce mai a trovare colui che cerchiamo.

Lo è stato anche e soprattutto per i compaesani di Gesù, i quali anziché “avvantaggiarsi” di avere Gesù tra le proprie case, le proprie amicizie, i propri lavori, nella stessa sinagoga dove vanno a pregare ogni sabato … si “scandalizzano”, cioè diventa per loro un inciampo insormontabile: evidentemente non possono non credere che Gesù ha delle qualità “particolari”, hanno sentito e forse anche visto quello che Gesù sta facendo in giro nei paesi vicini sulle rive del lago, presso il quale molti di loro vanno a lavorare e a commerciare, ma per loro l’inciampo più grosso e insormontabile è che il messia che stanno aspettando, la parola decisiva della loro fede, l’azione liberatrice di Dio dell’umanità decaduta nel peccato – questo in sinagoga l’avevano sentito e imparato da sempre – che questa persona, che questo messia sia proprio quel Gesù che tutti conoscono, il loro compagno di scuola, di apprendistato per diventare falegname.

E’ lo scandalo della parola fatta carne, cioè della rivelazione di Dio in un pezzo di storia umile e simile a quella di loro tutti: Dio incontra l’uomo solo in Lui e l’uomo incontra Dio attraverso e in questo giovanotto, bravo, ma sempre uno di noi.

Un uomo rivela e grida al mondo incredulo che in lui Dio parla e agisce in maniera decisiva per sempre e per tutta l’umanità … ma perché proprio lui? perché un giudeo, perché proprio una persona normale, che si può toccare, e, vedremo più avanti nella vita di questo nazzareno, che si può addirittura ammazzare crocifiggendolo!?

Non è stata una passeggiata per il figlio di Dio, l’aver condiviso la nostra umanità: comprendiamo ancora di più come senza la croce sarebbe stata davvero un’altra incarnazione.

Credo che ci rendiamo conto della sfida che nostro Signore, Dio Padre e creatore, lancia a tutta l’umanità, a noi stessi, a tutte le intelligenze e le persone che vivevano, vivono e vivranno su questa terra: questo giovanotto è la parola ultima e definitiva di Dio all’umanità!

Noi siamo chiamati a mettere da parte i nostri criteri, i nostri standard mondiali: la carne, il sangue, la patria, il buon senso, l’intelligenza non superano lo scandalo della parola fatta carne.

Il nostro Natale salta: tutta la nostra fede cristiana passa da qui!

Dio si rivela in questo brano di storia. E noi siamo felici di avere un compagno di strada, di vita, di dolore e di gioia, di difficoltà e di pace, in Gesù … ed essere cristiani è una gioia immensa: è la vera felicità.

Sempre per la concretezza della nostra umanità credente … oggi è la festa di san Biagio cui raccomandiamo sempre oltre che l’imitazione di questo santo vescovo, il benessere della nostra gola, delle vie respiratorie.

3 Marzo 2021
+Domenico

Presentazione del Signore al tempio

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 2, 22-40)

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Che cosa ci aspettiamo dalla vita? Perché viviamo? Quei quattro sogni che abbiamo nel cassetto  riusciremo a realizzarli? La nostra vita è una continua ricerca che ci lascia sempre insoddisfatti … o c’è un momento in cui possiamo dire di aver raggiunto con soddisfazione ciò che cercavamo?

C’è un uomo, carico di anni, saggio, con occhio da sentinella, che sta aspettando da sempre nella sua lunga vita non qualcosa, ma qualcuno: è Simeone … nella sua lunga esistenza non ha mai smesso di aspettare … “Il Signore è fedele alle sue promesse, la sua parola è per sempre. Ci ha promesso un Salvatore e ce lo darà. Se è Dio non ci può abbandonare”.

Quanti suoi amici gli avevano detto: “ecco Simeone, il vecchio sognatore, che non smette di giocare all’adolescente! Ma dove è il tuo Dio se i pagani, i romani, ci opprimono e bestemmiano ogni giorno il suo nome con i loro riti peccaminosi?”

Quel giorno invece nel tempio appare un bambino portato dai suoi genitori: è povero, perchè si fa “riscattare” da due piccioni, ma è la promessa di Dio.

Maria e Giuseppe restano meravigliati delle esclamazioni di questo vecchio Simeone: “ora Signore muoio in pace perché l’attesa della mia vita è compiuta. È arrivata quella luce a lungo sognata per dissipare le nostre tenebre.”

Lui non aspettava di aumentare i suoi guadagni, ma solo di cambiare la sua attesa in presenza, il suo cercare in un trovare: si avverava una speranza nel vedere Gesù, non ne registrava un possesso; si apriva a un dono, non si stringeva al petto un oggetto.

Il suo secondo sguardo è a Maria, la mamma, che si sente dire che una spada le trafiggerà l’anima: detta da un anziano non è una cattiveria, ma l’avvertenza di prepararsi alla prova che ogni vita di genitori si deve aspettare e che non sarà mai senza speranza.

Quanto bisogno c’è che nella nostra esistenza ci siano anziani che non si divertono a scoraggiare i giovani con i loro lamenti: Dio non voglia rovinarli con le loro passioni, ma che siano capaci di tenere sempre viva la speranza! Di incoraggiare ad attendere, di tenere sempre fermo lo sguardo su un futuro diverso come Dio ci ha promesso e manterrà!

Oggi è una festa che vede al centro della nostra preghiera i religiosi e le religiose, adulti, giovani e ragazze che vogliono dedicare la vita al Vangelo, al regno di Dio.

E’ necessario uno sforzo continuo di vita dedicata, di preghiera incessante, di gesti di fede, di amore a tutti: i giovani devono sentire che ci sono persone innamorate di Dio, instancabili nell’intercessione, capaci di vivere stili di vita povera e sobria, disincantati dalle cose e dal denaro, che si dedicano a loro e a tutti, che escono dai loro calcoli e li orientano alla sorgente della vita, al Signore della vita.

Stiamo vivendo un tempo di grande difficoltà sanitaria ed economica: molta gente perde la speranza, fa fatica a ritornare povera, a riabituarsi all’indigenza, a cambiare stile … abbiamo bisogno tutti  di riscoprire il dono della solidarietà attraverso la nostra stessa solidarietà, ha bisogno soprattutto della nostra compagnia, di pregare con noi per trovare fiducia in Dio, in se stessi e nella propria umanità che ha sempre da Dio risorse per superare le difficoltà della vita.

C’è sempre una spada che trapassa l’anima, ma c’è sempre Dio che ne ferma il dolore e lo cambia in speranza.

2 Febbraio 2021
+Domenico
+Domenico

Il male nella vita del mondo e dell’umanità

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 5, 1-20)

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Siamo tuti colpiti da quanta cattiveria, malvagità, terrore e pervasività del male c’è nella nostra vita: andiamo sempre alla ricerca prima di tutto di una difesa, di una coscienza che ci aiuti a difenderci dal male perché porta sempre sofferenza, distruzione, discordia, disperazione … e la nostra esperienza di fede che ci dice?

Gesù come si pone di fronte al male, alla cattiveria che si sviluppa nell’umanità? Nella sua vita di nazareno, di uomo tra gli uomini, si incontra con tanti mali che ci sono nel mondo: quando si sposta per la Palestina, si leva un tam tam tra i disperati, i malati, i poveri e gli impoveriti, i paralizzati e i ciechi, gli stessi ricchi oppressori che dubitano della bontà delle loro ricchezze, che hanno accumulato rubando … ma un’altra categoria di persone sono gli “indemoniati” e un giorno, in una zona di gente non legata alla religione ebraica – pagana si diceva allora – si incontra con un indemoniato, descritto come un energumeno, indomabile, frequentatore di cimiteri, che urlava continuamente e si percuoteva con le pietre.

Come tutti gli indemoniati che incontrerà Gesù, anche questo lo riconosce come figlio di Dio e lo supplica di non tormentarlo … Gesù lo vuol far tacere.

Chi ha pratica di queste realtà – qualcosa un vescovo sicuramente conosce – sa che la persona è “spossessata” dalla presenza del demonio, che parla in lei, lo possiede in tutti i sensi, togliendogli libertà, coscienza di sé, capacità di controllo … e Gesù immediatamente gli ordina: “Esci spirito immondo da quest’uomo”: non parla con questo abitante di Gerasa, ma con chi possiede la sua povera umanità!

Gesù gli chiede anche il nome, altro elemento che qualifica la potenza di Gesù, perchè conoscere il nome per la cultura del tempo  era molto più di un passaporto o di una carta di identità o di una casella giudiziaria, che sono i nostri elementi di controllo, ma era un potere sulla realtà nominata: il demonio, che si di dichiara “legione”, cioè un insieme di demoni, e viene vinto e tutti cacciati fuori da quell’umanità, da quel geraseno, in un branco di porci.

Fuga della gente, impressionata dalla potenza di Gesù e l’indemoniato, ritornato nella sua identità, che gli era stata violentata, tranquillo, ben vestito e dialogante, tanto che vuol restare con Gesù.

Il demonio esiste davvero! La forza di Gesù che abita in ogni cristiano lo può vincere!

Non dobbiamo però pensare che chi si comporta male, il malvagio, l’assassino, il ricco predatore di beni sia “posseduto” dal demonio: ognuno ha la  responsabilità delle sue scelte, ma è giusto che sappiamo che esistono anche queste persone “possedute”, che vengono private della loro volontà.

La chiesa ha delle preghiere apposite per vincere il demonio, che si chiamano esorcismi, solo che la presenza del demonio non è sempre così eclatante e si manifesta nelle nostre vite con le tentazioni, che possiamo tutti vincere con l’aiuto di Dio, con la sua Parola, la preghiera, una coscienza ben formata, e un controllo fatto anche di digiuni, per allenarci a controllare anche la nostra corporeità.

L’indemoniato liberato viene invitato alla fine da Gesù a testimoniare la sua liberazione a tutti, per dire che il demonio non è invincibile: non ci serve fatalismo, ma nemmeno troppa approssimazione, con le malattie spirituali, e grande rispetto e amore per chi ne soffre, oltre il sensazionalismo da film, ma nella preghiera costante.

1 Febbraio 2021
+Domenico

Gesù insegnava con autorità una dottrina nuova

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 1,21-28)

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Nel nostro mondo globalizzato, pluralista, in cui ciascuno pensa di scegliere giustamente con libertà la sua religione, ci si domanda spesso: “la nostra religione è quella vera? Vedo tanti immigrati che professano altre religioni e alcuni ne sono molto più convinti di noi. Ci sono comportamenti di persone sagge che danno motivi di  ragionevolezza delle loro scelte, ma la verità … dove sta?”

Alcune di queste domande se le faceva la gente anche al tempo di Gesù: c’era una religione ebraica cui tutta la gente di allora era “fedele” … arriva Gesù e propone un cambiamento radicale, che poi rivoluzionerà tutto il culto (non più sacrifici di animali, ma spezzare il pane e bere il calice dell’Eucarestia – pesate) … il suo Vangelo  sarà un grande perfezionamento del primo testamento, in continuità, ma nella novità assoluta della sua morte e risurrezione.

Come fa Gesù a giustificare tutta questa novità, che autorità ha di fare questo?

Ecco allora quanto è importante che la gente si accorga di come Gesù insegna: “insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi ”, ed anche che Gesù  definisca quanto insegnava … e si dice nel Vangelo “una dottrina nuova insegnata con autorità”.

Quando parlavano gli scribi davano l’impressione di chi inizia un discorso con “mi dicono di dire”, come il presentatore televisivo, che sarà molto brillante, ma ha sempre in mano una maledetta “scaletta” in cui altri hanno scritto quello che deve fare, non solo, ma ha un auricolare attraverso cui gli sparano nell’orecchio anche le battute da dire.

Anche gli scribi avevano giustamente una sorta di “regia” che dovevano seguire: era la regia del riportare fedelmente i versetti della Torah, della legge, di chiosarli con i pareri autorevoli della scuola rabbinica da cui provenivano, ne riportavano le flessioni, i punti e le virgole, portavano a conoscenza la sapienza concentrata nei commentari.

Quando si presenta Gesù invece è tutta un’altra cosa … Lui è diverso: intanto parla in prima persona, non si mette a dire “mi dicono di dirvi” … oppure “secondo i pareri più importanti che sono stati espressi su questo argomento sembra utile” … oppure “tenendo conto delle varie situazioni” … insomma, gli va qualcuno a chiedere se c’è una speranza nella vita e lui non risponde “vediamo che cosa dicono gli altri. Lui dice: Io sono la via, la verità e la vita; Lui parla in prima persona! A chi ha terrore della morte Lui dice “Io sono la risurrezione e la vita” e lo dimostra con la risurrezione di Lazzaro, del figlio unico di quella mamma vedova; soprattutto lo dimostrerà con la sua risurrezione, con la sua vittoria sulla morte.

E per dimostrare che non si arroga una autorità da sè e che quindi lui è il messia compie una azione tipica del messia, cioè dominare i demoni con quel comando perentorio: “Taci, esci da quell’uomo” … “E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte uscì da lui” – dice il Vangelo.

Il primo comando di tacere era importantissimo, per impedire al demonio di essere lui annunciatore della sua venuta: azione astutissima del demonio per far accusare Gesù di essere in combutta con loro, con i demoni, come gli scribi e i farisei in seguito gli rinfacceranno.

Il secondo “esci da costui” è la prova del potere preannunciato del messia di dominarli: quando sarà accusato in tribunale gli negheranno proprio ancora  l’autorità che si era preso nel cacciare i venditori dal tempio.

Insegnare con autorità e dominare i demoni era la dichiarazione più solenne di essere il Messia!

Sono anche contento di ricordare che oggi in tutto il mondo – perché non c’è chiesa dove non ci siano i salesiani o le salesiane, con oratori, scuole, patronati, associazioni di ex alunni –  si fa la festa di san Giovanni Bosco: un santo piemontese che ha rivoluzionato i modelli di educazione e formazione dei ragazzi e dei giovani … alla fine, una figura di prete di rara santità, di profonda obbedienza alla chiesa e di grandi intuiti innovatori di vita cristiana.

Io gli devo molto della luce e forza donatami nella mia vita passata con i giovani: ne invochiamo l’intercessione per tutti i giovani e i ragazzi e per i loro educatori, a cominciare dai genitori.

31 Gennaio 2021
+Domenico