Un’altra colonna della vita di Fede: l’apostolo Mattia

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 9-17)

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Spesso siamo in cerca dell’immagine più vera che ci possiamo fare di Dio: che volto ha? Chi è? Esiste davvero? Quale è la caratteristica che lo contraddistingue? 

Di Lui ci facciamo tante immagini “filosofiche” legate alla nostra intelligenza e capacità razionale: facciamo fatica a credere che esista e poi quando tentiamo di dargli un volto non riusciamo a definirlo.

I filosofi ci hanno provato, gli scienziati pure, gli scrittori lo hanno fatto vecchio o giovane, buono o cattivo, barbuto o etereo a seconda della ispirazione o dell’uso che ne potevano fare. 

Dio invece è soprattutto e solo Amore, che si comunica a noi. 

Chi lo segue nella vita cristiana, soprattutto chi ne assume responsabilità nei confronti della gente, come lo furono gli apostoli lo deve testimoniare: infatti, appena fatto papa, Benedetto XVI scrisse  in una lettera enciclica quello che aveva nel cuore da tutta la sua vita di prete, di studioso, di vescovo, di cardinale; ed  è sempre stato solo questo: Dio è Amore e tutte le volte che ha cercato una chiave di interpretazione della realtà di Dio ha compreso che è sempre e solo l’Amore

E’ Amore quando crea l’universo e l’uomo, è Amore quando manda il Figlio Gesù sulla terra, è Amore quando accetta che il Figlio muoia in croce, è amore nel perdono, amore ancora di più nelle vite d’amore delle creature. 

E’ l’unica chiave di interpretazione della vita di Dio.

E Gesù quando si congeda dagli apostoli, non può non rifarsi a questa esperienza profonda che ha segnato tutta la sua vita di uomo: Come il Padre ha amato me, così anch’Io amo voi.

L’amore è un vortice: se ci vieni trascinato dentro, porti con te tutti quelli che conosci, che vedi, che incontri … tutti coloro che fanno parte della tua vita; così Gesù non può non trascinare in questa dimensione il gruppo dei suoi amici, e chiamarli a rimanere nel suo amore.  

Potremmo stare con Gesù per solidarietà con la sua bontà, perché ci offre speranza oltre le nostre paure e inquietudini; potremmo scegliere di stare con Gesù perché ci incanta la sua Parola. Gesù invece ci dice: ci dovete stare solo per amore.

Chi vuol fare il cristiano deve sbilanciarsi dalla parte dell’amore, deve assolutamente fare di questa vita donata senza interesse, senza calcolo, senza vantaggi la sua vocazione definitiva.

Mattia, che fu chiamato a sostituire Giuda, non poteva non essere un testimone fino al dono della vita dell’amore di Dio in Gesù. 

14 Maggio 2020
+Domenico

Una unica linfa scorre nelle nostre vene e nell’umanità di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 1-8)

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Fece impressione quando papa Benedetto si presentò a tutti la prima volta dalla loggia vaticana appena eletto e disse di sé che era un semplice operaio nella vigna del Signore: ogni cristiano è chiamato ad essere con la sua vita un operaio nella vigna del Signore!

Gesù è l’immagine perfetta della vigna fedele che ha corrisposto alle cure e alle attese di Dio e ha prodotto il vino buono della fedeltà all’alleanza; non solo, ma Cristo, come ha detto di essere pane di vita, è anche “vite della vita“, per sottolineare la comunicazione e la circolazione di vita divina che esiste tra Cristo e coloro che credono in Lui. 

Ne deriva che ogni cristiano deve essere sempre “collegato”, unito, in simbiosi con Gesù; questo avviene in tante modalità, che sono i mezzi che abbiamo per unirci a Gesù: la preghiera, l’ascolto della sua Parola, la vita di carità verso il prossimo, perché Gesù si incarna nelle persone che incontriamo, che Lui stesso ci mette accanto, che la vita concreta ci fa incontrare; soprattutto l’Eucarestia, il mangiare il Suo Corpo e bere il Suo Sangue.

Giustamente stiamo non poco a scalpitare, a desiderare di ritornare a comunicarci, a “fare la comunione” come diciamo popolarmente: capiamo ancora di più che significa vivere in comunione con Gesù.  

Nella vita cristiana i sacramenti sono proprio incontri con il Signore Gesù veicolati, costruiti, definiti da concretezza di espressione, di tatto, di gusto, di udito, di sensazione, di sentimento: elementi che danno la certezza che Gesù abita la nostra vita.

L’acqua del Battesimo ci conferma l’immersione nella sua morte e risurrezione; il pane e il vino nella Messa ci mettono a contatto fisico anche con il corpo e il sangue di Gesù come lo propose agli apostoli nell’ultima cena; il crisma è una unzione-consacrazione di questo abitare dentro di noi dello Spirito Santo, della configurazione a Cristo pastore; l’amore degli sposi è la certezza di essere a immagine dell’amore indissolubile di Cristo e della Chiesa, dell’amore di Dio all’umanità; il pentimento per i nostri peccati è la invocazione del figliol prodigo e la certezza dell’abbraccio e della festa di suo Padre; e per finire, l’ultimo sacramento, l’olio santo, è la consapevolezza e la sicurezza della carezza di Cristo nella malattia e nella morte.  

I sacramenti non sono nostri pii desideri, non sono azioni “in streaming”, non sono fantasie di sentimenti di Dio nei nostri confronti che ci inventiamo noi che spesso ci sostituiamo a Dio e ce lo facciamo buono o cattivo, comprensivo o severo come ci aggrada: certo, molti cristiani durante persecuzioni, calamità naturali non hanno potuto avere il dono dei sacramenti e Dio sa supplire nella sua immensa bontà, basta che sappiamo che se non siamo uniti alla vite non abbiamo vita.

L’epidemia che ci sta ancora tormentando ci permette incontri con Dio, consapevolezza del suo amore e esperienza concreta di esso, perché abbiamo scelto con i nostri pastori, con papa Francesco, la regina delle virtù che persisterà sempre, anche dopo la nostra morte che è la carità: l’amore soprattutto per la vita degli altri, non solo per la nostra.  

Non l’abbiamo fatto perché perseguitati, anche se abbiamo sperato che la società civile avesse più rispetto e considerazione della concretezza umana della nostra fede, relegata sempre paternalisticamente nel campo dei sentimenti strettamente privati e personali.

Questa sacramentalità, questa concretezza, questa umanità la si è capita almeno per i funerali, durante i quali oggi la possiamo cominciare ad esprimere in un minimo di partecipazione sacramentale con la Messa e col dolore supremo e la solidarietà nel  distacco ultimo dai nostri cari che ci hanno lasciato. 

Oggi però non possiamo passare sotto silenzio il 13 di Maggio che per tutti noi è la data della famosa apparizione di Maria a Fatima, dei segreti sulla vita della Chiesa, dell’attentato fatto a san Giovanni Paolo II in piazza san Pietro e della sua convinzione che quella pallottola fu deviata da Maria, se a lei ha portato da incastonare nella sua corona la pallottola che l’ha colpito.

Supplichiamo san Giovanni Paolo II che ci conduca, con la sua potente intercessione presso Maria, fuori da questa pandemia. 

13 Maggio 2020
+Domenico

Donaci la tua pace o Risorto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 27-31a)

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Si torna spesso nella nostra vita a parlare di pace, sia per le continue guerre che si scatenano nel mondo, sia perché nessuno ci toglie la sensazione che – come dice papa Francesco – stiamo vivendo una terza guerra mondiale a macchia di leopardo, sia per il bisogno assoluto che ciascun uomo ha di un benessere diffuso, di una possibilità di rapportarsi tra tutti da amici, da collaboratori, da persone che mettono in comune ideali e sanno che ogni persona può essere di grande aiuto per sviluppare i propri.

Siamo spesso anche provocati dalla pressione dei migranti sulle rive del Mediterraneo: molti di loro fuggono da guerre assurde, da prevaricazioni e privazioni di libertà e pericolo di vita, per governi opprimenti o in guerra per predominare in questa o quella zona del mondo.

All’origine ci stanno sempre temi economici: ricerca di fonti energetiche e occupazione e accaparramento di esse, predominio su certe aree strategiche del mondo e chi ci va di mezzo sono sempre i più deboli, i più fragili, le famiglie, le donne e non certo gli eserciti.

Le guerre, oltre che a fare morti e creare indicibili sofferenze e ingiustizie, distruggono più di quanto si ottiene dialogando; si tratta sempre però di una pace che si pensa di poter ottenere attorno a un tavolo di concertazione.

Gesù nel suo accorato discorso che prelude al suo supremo sacrificio dice chiaramente: “So che amate la pace, so che la desiderate come benessere, convivenza buona fra tutti, serenità, calma, tranquillità, distensione, soprattutto assenza di guerre, ma anche pienezza di vita e di salute, la perfezione e la gioia; la pace per voi è il successo di ogni impresa e il compimento dei vostri desideri. E voi pensate che agendo sulle strutture soltanto si possa ottenere e gustare questa pace?

E’ una illusione, che si basa su equilibri esterni, regolati dal calcolo del potere o dal gioco delle forze sociali: questi sono equilibri estranei alle profonde ragioni del cuore e proprio per questo instabili e deludenti.

“Io vi do la mia pace, ma non come ve la dà il mondo.”

Infatti per Gesù la pace non può prescindere da un dialogo, da una comunione profonda con Dio e Io – dice – “sono venuto a garantirvi che questa comunione è in atto con la mia vita, con la mia morte e risurrezione, con la mia parola, con la tenerezza della paternità di Dio per ogni creatura, con il suo perdono, la sua presenza in mezzo a voi sempre, da quando Dio mi ha dato un corpo come il vostro e una vita umana da innalzare sempre alla comunione con Lui. Sappiate che avete sempre la sua Parola che non tornerà mai a Lui senza aver realizzato ciò per cui l’ha mandata, come ha mandato me, e il vostro cuore in questa continua comunione non potrà non avere solo che sentimenti, parole e volontà di pace.

12 Maggio 2020
+Domenico

Verremo da te e prenderemo dimora presso di te

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 21-26)

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La vita umana non è fatta per essere sviluppata in solitudine e lo capiamo sempre di più in questa congiuntura che tarda a sciogliersi, in cui la distanza è d’obbligo.

Non è ancora solitudine, non è ancora fare a meno degli altri, ma ne è un simbolo impietoso: ci ricorda che dobbiamo mettere sempre una separazione tra noi e gli altri.

Il come siamo stati architettati dal Creatore dice sempre ordine a un’altra persona come noi: gli altri ci sono necessari per definire noi stessi, per darci una identità, per vivere una vita serena, e se siamo cristiani per fare loro dono della nostra vita. 

Nell’esistenza cristiana è ancora più evidente perché trattandosi di realtà che sono anche immateriali, la loro presenza in noi e la loro compagnia è una manifestazione spirituale, che non significa evanescente e immaginaria, ma vera e pervasiva: non ha bisogno di metri quadri di appartamento Gesù per stare con noi, ma di cuore in ascolto, di animo che desidera, di persona che ha spazio interiore di pensiero, di affetto, di disponibilità.

Attraverso Gesù, Dio si manifesta spiritualmente ai credenti.

L’esperienza cristiana avviene nel segreto della persona, in un modo intimo, spirituale: Dio rifiuta sempre lo spettacolare, quando vuol compiere la più profonda rivelazione della sua salvezza, del suo amore, della sua paternità, è sempre molto discreto, e noi possiamo dichiararci “disponibili” per entrare in contatto con Lui. 

L’amore per la persona di Gesù è dimostrato custodendo i suoi precetti, ossia accogliendo la parola di Cristo, facendola penetrare nel cuore e custodendola gelosamente.  

Il vero discepolo, che dimostra di ascoltare, obbedire ai comandamenti di Gesù diventa oggetto di un amore speciale del Padre e del Figlio.

Tenete conto che la parola comandamento non significa mai “imposizione autoritaria” o obbedire sempre a bacchetta: comandamento dell’amore è amarsi assolutamente gli uni gli altri

Questo amore del Cristo per i suoi amici avrà come effetto una speciale  manifestazione  intima e personale che passa attraverso l’azione dello Spirito Santo: abbiamo dentro di noi lo Spirito Santo che cesella, in noi, la figura del Cristo; gli  fa posto anche nel senso che lo  trasforma, ci trasforma, fino a poter dire, come diceva San Paolo “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me“.   

Papa Francesco direbbe nella Christus vivit, che è un bellissimo documento fatto dopo il sinodo dei giovani: “Se Egli vive, allora davvero potrà essere presente nella tua vita, in ogni momento, per riempirlo di luce. Così non ci saranno mai più solitudine e abbandono. Anche se tutti se ne andassero, Egli sarà lì, come ha promesso: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,20). Egli riempie tutto con la sua presenza invisibile, e dovunque tu vada ti starà aspettando. Perché non solo è venuto, ma viene e continuerà a venire ogni giorno per invitarti a camminare verso un orizzonte sempre nuovo.” 

La pandemia non ci potrà fermare.

11 Maggio 2020
+Domenico
 

La nostra ricerca di Dio trova una via sicura, che è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 1-12)

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L’epidemia che abbiamo ancora alle costole ci ha dato uno scossone non piccolo sulla complessità del nostro vivere, del nostro metterci in relazione: ci ha fatto fare tante domande sul senso del nostro esistere, sulla verità da cercare.  

Noi produciamo tutto, possiamo trasformare tutto, cambiamo tradizioni, inventiamo nuovi modelli di vita, ci appassioniamo a tutte le novità, ma spesso abbiamo paura, temiamo di perdere il senso delle cose, non sappiamo se avremo futuro, se le cose che facciamo sono per il bene dell’umanità, sono per la vera felicità, anzi … ci siamo accorti che tante cose non sono proprio per la vera felicità. 

Abbiamo bisogno di discernere, di valutare, di soppesare, di vagliare tra generosità e verità, tra bontà e fedeltà, tra bene personale e bene comune.  

Gesù è la verità che ci aiuta a fare chiarezza, a discernere e a scegliere.  

L’amarezza, la delusione, l’afflizione, il pianto, l’offesa bruciante, le ferite che sanguinano sono costanti della nostra vita; abbiamo spesso preso scorciatoie maledette: molti che ci dicono di volerci bene, ci rimproverano, ci fanno sentire in colpa; sbagliamo strada, ma abbiamo bisogno di chi con amore ci riprende, ci aiuta a uscire dalle nostre piccole o grandi prigioni, ci aiuta a fare chiarezza e quindi anche capacità di comprendere. 

Gesù è la via, è dolcezza che rasserena, è pazienza che sorregge, è amore che comprende, è guida che dà sicurezza. 

Ci eravamo abituati alla routine dei nostri giorni quotidiani come al colore delle pareti, senza slancio, senza entusiasmo, senza lode e senza infamia: alla grinta avevamo sostituito la smorfia, all’ardore l’adattamento, al progetto un insieme di rattoppi; ci lasciamo andare perché ci sembra di aver perso la speranza. 

Gesù  è vita, è fervore che ridà anima alle nostre esistenze, alle nostre coscienze, alla fragilità che sperimentiamo e alla solidarietà che ci fa ben sperare.

Insomma, abbiamo bisogno di un colpo di reni per scrollarci di dosso il vecchiume dell’abitudine: questa via, verità e vita hanno bisogno di essere dette fino in fondo, approdano da Gesù allo stesso Dio Padre.

Conoscere Gesù esige di vederne in filigrana lo stesso Dio Padre: ecco allora il salto di qualità che è proposto ad ogni credente a partire dagli apostoli. 

Un giorno si avvicinano al gruppo dei discepoli che stanno accanto a Gesù, alcuni stranieri; sicuramente sono stati colpiti da quanto si dice in giro di Gesù: un tam tam popolare lo aveva reso celebre, tutti ne riconoscevano la grande personalità, si sentivano consolati e affrancati dalla sua parola.

Ecco allora naturale la richiesta di un gruppo di greci: “Vogliamo vedere Gesù; vogliamo parlargli, incontrarlo, conoscerlo; vogliamo anche noi poter stare con Lui.

La persona di Gesù la volevano vedere in tanti e Filippo era specializzato nel presentare Gesù; ora però nasce a Filippo una curiosità ancora più profonda: «Signore, mostraci il Padre e ci basta», e Gesù quasi lo rimprovera: “Ma come? è una vita che sto con te e ancora non mi hai conosciuto?”  

Bellissimo questo scambio di persone: Filippo chiede di vedere il Padre e Gesù presenta se stesso; anche Filippo deve fare un salto nella visione di fede, nel capire fino in fondo che Gesù non è solo un uomo con grandi capacità oratorie o di fare miracoli, grande bontà, chiara sapienza, ma è il figlio di Dio, è Dio stesso.  

10 Maggio 2020
+Domenico

Signore, mostraci il Padre e ci basta

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 7-14)

Audio della Riflessione?

Quante volte nella vita domandiamo con ansia, con curiosità, spesso anche con rabbia: “Dio dove sei? Se ci sei, fatti vedere? Che faccia hai? Che volto mi presenti in questo dramma che stiamo vivendo?”

Dalle ansie e paure, sofferenze e tensioni di questa pandemia ci nasce quasi una pretesa di sperimentare la presenza di Dio: la nostra vita resta sempre quasi sospesa senza una sicurezza e stabilità necessaria per vivere.

E’ giusto continuare a dire che l’esistenza è una ricerca continua di nuove conquiste, di nuovi equilibri, ma questo Dio può farsi vedere una buona volta o la mia vita passerà tutta ad immaginarmelo, senza un minimo di traccia di Lui, oggi che siamo abituati a vedere almeno un sacco di  immagini? 

Queste domande, in maniera più diretta, le ha rivolte Filippo – l’apostolo – a Gesù dicendo in maniera papale papale: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; nel suo entusiasmo un po’ ingenuo, forse Filippo si aspettava una apparizione di Dio come quelle del Primo Testamento, ma Dio non si rivela attraverso lampi e tuoni, fuoco e terremoto. 

Già – onestamente, nel primo testamento – c’è quel bellissimo incontro con Dio del profeta Elia che si affaccia alla imboccatura della caverna in cui aveva passato la notte, perché Dio gli aveva detto: “Esci e fermati alla presenza del Signore”.

Esce, sente, prova e vede vento impetuoso e gagliardo, terremoto, fuoco, ma Dio non era lì: alla fine percepisce il sussurro di una brezza leggera e in essa Dio si presenta

Nella vita quotidiana, semplice, piacevole Dio si presenta, è più presente a noi di quanto pensiamo: Dio ha preso un volto d’uomo, in Gesù Cristo e da quel momento in poi bisognerà scorgere il volto di Dio attraverso il Suo volto.  

Anzi, l’unico modo per “vedere” realmente Gesù, per attingere in qualche modo il mistero, è quello di vederlo nel suo intimo rapporto con il Padre. 

Gli apostoli erano rimasti molto meravigliati di come di notte Gesù stesse in dialogo con Dio Padre nella preghiera, tanto da chiedergli di insegnare a loro la Preghiera, il Padre nostro, la preghiera più bella! 

Se gli apostoli fossero penetrati più a fondo nella persona e nella vita di colui che è vissuto, come Gesù, nella loro familiarità, già si sarebbero accorti che il fine della vita è il Padre, che la via è il Figlio e che tra loro due c’è una correlazione così stretta che aderire all’uno vuol dire entrare in familiarità con l’altro.

Una conoscenza corretta di Gesù non si ferma alle sue opere esteriori o ai fatti della storia, ma rimanda continuamente al mistero dell’amore e della vita trinitaria.

La conoscenza vera e profonda di Gesù esige un affondo nella fede: non è solo un personaggio storico, è il Figlio di Dio. 

9 Maggio 2020
+Domenico

La ricerca di strada, un indirizzo preciso

Una Riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,1-6)

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Credo che sia capitato a tutti di avventurarsi in un bosco, cercarne la via di uscita e girare sempre su se stessi: il sole è nascosto tra le nubi, hai perso qualsiasi orientamento; o ancora peggio quando sei in mare senza bussola e continui a girare e ti trovi al punto di partenza: lontano c’è la riva, ti sembra di esserti avvicinato invece ti trovi su un altro approdo.

In città oggi è anche peggio: domandi a qualcuno e immancabilmente ti dice che è di passaggio e non conosce la città; prima di provare panico riguardi il tom tom, ma ti trovi sempre da dove eri partito: non servono arrabbiature, maledizioni, occorre qualcuno che ti aiuta a trovare la strada.  

Finché si tratta di vie e di numeri civici, puoi arrangiarti, ma se invece questa confusione, questa incapacità di trovare la strada giusta riguarda quello che cerchi nella tua vita, la chiarezza di scegliere l’indirizzo giusto di come impiegarla, la risposta a domande assillanti e decisive per le scelte da cui non puoi più tornare indietro, la forza di uscire da difficoltà insormontabili, cosa fai?

Si capisce subito che la risposta ha esigenze molto più profonde di un numero civico, molto più difficili della lettura di una carta geografica o di una mappa.  

Sentirsi dire dal Vangelo Gesù che afferma «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me», sapendo che Gesù non è una guardia comunale, ma è la pienezza della vita, hai la gioia di trovare un vero punto di riferimento, una risposta e una indicazione sicura per vivere.  

Gesù è verità: è la rivelazione perfetta del Padre, dal quale tutte le cose traggono origine e nel quale tutti possono trovare la propria consistenza e la verità di se stessi. 

Gesù è vita, perché da sempre ci può far partecipare alla comunione con il Dio vivente, con la sorgente di tutto quanto esiste, di tutto il creato, di tutte le forme di vita che popolano l’universo.  

Ma soprattutto Gesù è la via, in quanto lui ha vissuto nella sua persona l’esperienza profonda dell’incontro tra Dio e l’uomo e comunica questa esperienza a tutti noi suoi fratelli.

Questo essere via di Gesù, non è l’incarnazione di un tom tom, qualcosa di esteriore, un arido procedimento tecnico tipo Google, ma una persona, la persona di colui che per primo si è incontrato con Dio ed è il luogo visibile di un patto d’amore con il Signore, con il Creatore: il Padre per eccellenza, insuperabile.

Da qui ancora meglio si coglie che la verità non è più un rapporto logico o una astratta conoscenza intellettuale, ma un rapporto personale con Dio nella persona di Gesù.

La vita si risolve allora non con una consultazione, da vocabolario, da enciclopedia o da wikipedia, ma dentro un dialogo d’amore in cui la nostra vita si affida, si confida,  si sviluppa e si realizza. 

8 Maggio 2020
+Domenico

Il cristiano è sempre al servizio del prossimo

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 16-20)

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Nella nostra vita ci sono degli stati d’animo ricorrenti, dei fatti molto sgradevoli che ti si propongono alla memoria, o per incontri particolari con qualcuno che te li riporta alla memoria, o per scrupoli di coscienza che ti assalgono senza volerlo.

Uno di questi fatti che non vorresti aver mai compiuto è un tradimento: ce ne sono di varia importanza, ci sono stati quelli tra amici nelle avventure sentimentali da adolescenti, ci sono situazioni che capitano nel mondo del lavoro, qualche volta nella vita di relazione.

Nella esperienza religiosa ci ha sempre colpito il tradimento di Giuda, che  ci sequestra l’attenzione quando si descrive l’ultima cena, che comincia con la lavanda dei piedi. 

Il rito della lavanda dei piedi ricorda che il segno di riconoscimento vero e definitivo del cristiano è il servizio ai fratelli, l’interesse verso gli ultimi, i bisognosi, i piccoli.

Se è vero che il pane e il vino consacrati sono segno di una specialissima presenza di Cristo morto e risorto, è altrettanto vero che il cristiano, con uguale fede, deve riconoscere la presenza di Dio nel povero, nell’oppresso, nel debole, nell’emarginato, in una parola nel fratello di cui ci si preoccupa di vedere il prossimo, e il bisogno. 

Perderebbe il suo senso la fede nell’Eucaristia e sarebbe una impostura la sua celebrazione, sarebbe un altro tradimento dell’amore di Gesù e della sua sequela, se essa non si prolungasse e non cercasse una verifica nella carità, nel servizio del prossimo: questo che è un impegno per ogni cristiano, diventa criterio di autenticità e giudizio di verità, soprattutto per quelli che nelle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle diocesi, nella Chiesa universale rivestono un servizio di autorità per la comunione in un impegno pastorale.  

Queste parole se le sentono addosso tutti i preti, io vescovo e papa Francesco che continuamente ci rivolge questo insegnamento e per questo – purtroppo – è indicato dai benpensanti, dai cattoliconi che la sanno sempre troppo lunga, è visto come uno che non parla mai di Dio, ma sempre dei poveri.

Tutti noi sentiamo che se non viviamo nella nostra vita il Vangelo così,  non siamo molto diversi dal traditore Giuda che ci viene di nuovo presentato nel Vangelo di questa giornata del tempo pasquale. 

Papa Francesco ci ha detto tra l’altro, in questo tempo in cui vogliamo vivere da risorti, di ribaltare le numerose pietre del nostro egoismo, pensando a quello che ci spetta dopo la pandemia; e si domanda, Papa Francesco, “Saremo capaci di agire responsabilmente di fronte alla fame che patiscono tanti, sapendo che c’è cibo per tutti? Continueremo a guardare dall’altra parte con un silenzio complice dinanzi a quelle guerre alimentate da desideri di dominio e di potere? Saremo disposti a cambiare gli stili di vita che subissano tanti nella povertà, promuovendo e trovando il coraggio di condurre una vita più austera e umana che renda possibile una ripartizione equa delle risorse? Adotteremo, come comunità internazionale, le misure necessarie per frenare la devastazione dell’ambiente o continueremo a negare l’evidenza? La globalizzazione dell’indifferenza continuerà a minacciare e a tentare il nostro cammino …

Che Dio ci trovi con gli anticorpi necessari della giustizia, della carità e della solidarietà.   

7 Maggio 2020
+Domenico

Il testo integrale di un articolo pubblicato da una rivista spagnola dove il Papa si fa queste domande è apparso sull’Osservatore Romano, e può leggersi anche all’indirizzo http://www.settimananews.it/papa/esercizi-di-speranza/

Nel buio della nostra storia Gesù è la luce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 44-50)

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La parola tenebra ci fa un poco paura.

Nella nostra civiltà, che tra le tante esagerazioni ha un coefficiente di illuminazione elevatissimo – tanto che i pochi osservatori del cielo posti in genere sopra un colle si devono difendere con leggi speciali per poter essere almeno efficienti in qualche ora della notte – tenebra vuol però proprio dire non vedere niente, non avere riferimenti per muoverti, brancolare nel buio – si dice – camminare a tentoni.  

C’è poi una tenebra spirituale che significa “non capire più niente nella tua vita”, “non avere alcuna indicazione per come uscire da certi problemi”, “non vedere nessuna luce in fondo al tunnel in cui ti sei immerso”: la pandemia non una volta sola ci ha dato questa sensazione di trovarci nella tenebra, di non avere possibilità di uscirne, di difendersi, di trovare una certezza di riparo: è un buio esistenziale.  

Ecco, Gesù nel vangelo si presenta come luce del mondo e lo gridò a gran voce – dice il Vangelo – «Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre».

E’ una parola che è detta a noi soprattutto oggi, in questi momenti che sperimentiamo cecità per le deformazioni e le ferite alla nostra umanità, date da incertezza sul nostro futuro, di salute fisica e di saldezza economica, certezza di lavoro e di prospettive anche a breve termine.

Il Signore vede le nostre miserie, vede le nostre desolazioni e fatiche, ma noi continuiamo ad allontanarci da Lui: siamo pervicaci a non rinunciare a niente delle false conquiste che hanno oscurato la strada della nostra vita. 

Gesù però ci dice con passione che è venuto non per condannare, ma per salvarci; occorre che ascoltiamo la Sua Parola: lui non ci condanna, è la parola stessa che ci giudica, che attiva la nostra libertà di ascolto. 

Gesù non obbliga nessuno a salvarsi, offre a tutti però la possibilità di aprire gli occhi e di farsi illuminare: siamo noi che siamo sempre in cerca di strade buie.

La sua luce non fa crescere l’oscurità o il dramma: ci indica solo una strada per uscire da ciò che è sbagliato, per non farci prendere da inganni.

Allora dobbiamo camminare in questa luce!

Papa Francesco, in queste giornate drammatiche ci indica la strada da fare: Lui è interprete autorevole della luce che è Gesù, che ci può far essere nel mondo e nella storia di oggi una risposta credibile e luminosa agli interrogativi sul nostro presente e sul nostro futuro. 

Tra l’altro ci dice che dobbiamo rompere … “tutto il fatalismo in cui ci eravamo immersi e ci permetterà – questo – di sentirci nuovamente artefici e protagonisti di una storia comune e, così, rispondere insieme a tanti mali che affliggono milioni di persone in tutto il mondo. ”

E il Papa continua “Non possiamo permetterci di scrivere la storia presente e futura voltando le spalle alla sofferenza di tanti. È il Signore che ci domanderà di nuovo: «Dov’è tuo fratello» e, nella nostra capacità di risposta, possa rivelarsi l’anima dei nostri popoli, quel serbatoio di speranza, fede e carità i cui siamo stati generati e che, per tanto tempo, abbiamo anestetizzato e messo a tacere.” 

Parole Sante.

6 Maggio 2020
+Domenico

La scelta necessaria: ascoltare la voce del nostro pastore, Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 22-30)

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La fede non è mai il risultato di ragionamenti o di una serie di sillogismi, di dimostrazioni intellettuali, non è collocata nella chiarezza di enunciati, di definizioni, anche se non disprezza la ragione, le motivazioni, la valutazione personale, e all’inizio una grande fiducia che si accresce nella consuetudine, nella conoscenza, nella comunione di intenti, nella comunione di visioni di vita, di atteggiamenti e di adesione del cuore.

E per arrivare a questo, per avvicinarsi al suo mistero occorre – usando le parole del Vangelo – appartenere al Suo gregge e ascoltare la Sua voce.  

Coloro cui si rivolgeva Gesù non hanno fatto nessuno sforzo per accettarlo, per riconoscerlo come Messia, non si sono messi nemmeno per prova a seguire il suo cammino: si facevano condizionare in forma invincibile da un accecamento volontario e responsabile; si sono radicalmente dimostrati incapaci di appartenere al suo gregge e – fuori di metafora – di far parte del suo popolo, della sua compagnia, della gente che condividesse paure e speranze, dialogo e fiducia, ricerca sincera e disponibilità, solidarietà e coraggio, dedizione e voglia di superare pericoli e cecità. 

Tante volte noi non vogliamo credere e non sappiamo nemmeno perché: abbiamo in cuore una decisione irrevocabile che ci condanna al nostro vuoto e la scambiamo per sicurezza.

Chi vuole seguire Gesù deve vincere la sua autosufficienza, deve provare seriamente ad ascoltare la sua voce e nessuno, nemmeno la nostra cocciutaggine, potrà rapirci a Lui, perché gli siamo stati tutti affidati da Dio Padre. 

Di fronte all’epidemia, quante idee abbiamo dovuto cambiare, quante certezze che sembravano incrollabili abbiamo trovate false e inconsistenti, quante abitudini inveterate, cui nemmeno più pensavamo e che ci portavano a una vita grama, abbiamo capito.

Quanta sicumera abbiamo lasciato, quanta autosufficienza si era annidata in noi e abbiamo dovuto ammettere che da soli non riusciamo anche solo a vivere e non solo a godere della vita.  

Abbiamo dovuto capire che di questo passo non si va da nessuna parte, eppure eravamo campioni nel giudicare, nel pontificare, nella sicurezza, nel comportamento; il rapporto con la natura da cambiare: ci sembravano idee di qualche ragazzetta che non  ha esperienza del duro lavoro quotidiano, della fatica del vivere, abituati solo a farsi mantenere. 

Se la nostra situazione materiale, fisica, lavorativa, imprenditoriale deve cambiare, nel nostro spirito dobbiamo far cadere molti preconcetti, nel rispetto della vita nascente e terminale: dobbiamo fare scelte più evangeliche: nel nostro atteggiamento verso il prossimo e le molte fragilità e povertà non possiamo più voltarci dall’altra parte.

Ogni persona è nelle mani di Dio e – dice  Gesù nel Vangelo – “nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”. 

5 Maggio 2020
+Domenico