Il comando dell’Ascensione: andate

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)

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Mi piace pensare alla vita come a un grande pendolo che oscilla e che sposta i nostri sentimenti, le nostre tensioni ora su una prospettiva ora nussun’altra.

È il caso del nostro vivere sociale: s’è spostato per tanti anni su idee di universalismo, ora sembra che invece conti di più il particolare, quello che è nostro, che possiamo godere, che ci dà sicurezza, che ci dà identità, insomma un contorno che ci permette di riconoscerci tra noi, di godere delle nostre tradizioni, di non sentirci espropriati delle nostre radici; insomma, dall’universalismo, dal sentirci cittadini del mondo ad essere soprattutto e solo italiani. 

Forse si stava fissando troppo su questa ricerca di sicurezza anche il pendolo della vita degli Apostoli: dopo lo sconquasso crudele degli avvenimenti della passione e morte di Gesù, dopo la insperata e ritrovata felicità di vederselo vivo risorto, a ritemprare forze e stimolare volontà, si erano un po assopiti fra di loro.

Era stata di nuovo ricomposta la piccola comunità: certo, tutto non era più come prima, ma la tentazione di riportare il messaggio di Gesù al livello del “tamponamento consolatorio” della vita di ciascuno era forte.

La tentazione di farsi dei muri protettivi contro le persecuzioni, ma soprattutto contro nuovi ingressi nella comunità cristiana di tanti pagani che ponevano sicuramente dei problemi ai giudei che si erano fatti o diventavano cristiani. 

Si farà addirittura un concilio per vedere se i pagani dovevano prima diventare ebrei con la circoncisione e solo dopo ricevere il battesimo per essere cristiani, e lo Spirito Santo li aiutò a decidere per il battesimo soltanto.  

E Gesù interviene e dà un’altra oscillazione al pendolo, una oscillazione definitiva: “Andate in tutto il mondo, è là che mi troverete d’ora in avanti, non qui. Il mio messaggio, la mia vita, la mia forza è nelle vostre mani e va spesa nelle strade del mondo. Il mio compito su voi, di tenervi uniti, assieme, è finito. Io sono con voi per sempre, tutti i giorni fino alla fine del mondo e in tutti i posti del mondo.” 

Non li abbandonava, ma dava loro appuntamento fuori del guscio delle piccole appartenenze, dei piccoli equilibri di coscienza, delle fragili identità da bonsai. 

La piazza del Vangelo è il mondo invece, le strade dell’uomo sono le direzioni, tutta la sete di amore, di pace, di verità è invito per tutti a cercare nuovi orizzonti e i cristiani li debbono loro mettere a disposizione con la fede in Gesù. 

Tutte le sofferenze sono indicazioni di rotta. La fede non è un bene da seppellire nella vita come una moneta preziosa. 

Fra un poco dovrai tornare a scavare, ma non la troverai più, non sarà più fede, ma ideologia, potere, comodità, egoismo, archeologia, museo, muffa.

La fede si fortifica e cresce solo se la doni

Gli apostoli sono partiti tutti, noi invece ci siamo spesso seduti, la pandemia ci serve ancora di più da scusa.

Sappiamo però che la fede non è fatta solo di prediche e di Messe, ma oggi soprattutto deve far sperimentare la presenza di Dio soccorrendo, con ciò che è possibile fare, il nostro prossimo, i malati, la solitudine degli anziani, allargando a tutti la nostra limitata esperienza di chiesa e di parrocchia con la preghiera e la vicinanza morale, un colpo di telefono, una fotografia che aiuti a non spegnere mai la speranza. 

Siamo chiamati a uscire anche noi, pur restando in casa, come ci si dice nel rispetto delle raccomandazioni contro il Covid.

24 Maggio 2020
+Domenico

Pregare è aprirsi a Dio con i sentimenti di suo Figlio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv16, 23b-28)

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Facendo pulizia tra le cose accumulate in dieci traslochi – che non auguro a nessuno – ho trovato quattro foglietti polverosi intitolati “cento chiavi per la preghiera”: è una serie di definizioni della preghiera che risalgono a un scritto del 1977 in cui la prima chiave è “Pregare è ascoltare Dio che parla” e la centesima è “Pregare è credere che nel profondo della notte c’è la luce“.

Si passa dal destinatario che, per chi crede, è Dio, alla situazione umana di ciascuno in cui si sperimenta la notte, la solitudine, il buio della vita.  

Nel brano di Vangelo che la Chiesa ci propone oggi si tratta della preghiera, e in modo particolare della preghiera nel nome di Gesù: “Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà… perché la vostra gioia sia piena”.

Nella mentalità semitica il nome ha una forza  particolare, contiene la potenza della persona che rappresenta: la preghiera fatta nel nome di Gesù – quindi – è una preghiera che nasce da una profonda intimità con Lui, che ci porta a interpretare e a appropriarci dei suoi sentimenti, dei suoi desideri, delle aspirazioni sue; in altre parole è come far pregare Cristo dentro di noi.

Immaginate allora quanto può essere vera efficace la preghiera nel nome di Gesù: i sentimenti di Gesù li conosciamo bene, sono quelli espressi nella preghiera che proprio Lui ci ha insegnato, il Padre nostro.

Lì ci stanno le autentiche istanze della preghiera cristiana: la manifestazione della gloria del Signore, il Padre, la venuta del suo regno, l’attuazione della Sua volontà, il perdono dei peccati, la sua compagnia che ci preserva durante la tentazione; ci stanno le richieste anche del pane quotidiano, perché la salvezza si attua in questo mondo e nella sua storia in cui dobbiamo avere il necessario per vivere.

Quindi possiamo chiedere nel nome di Gesù anche doni pratici, temporali, mettere davanti a Dio le preoccupazioni del vivere di ogni giorno: Gesù si è incarnato nella vita umana, l’abbiamo contemplato nella festa del lavoro, come figlio del carpentiere e carpentiere lui stesso.

Ci sta l’apprezzamento della salute – allora – della vita, della dignità del lavoro, della mansuetudine … le beatitudini tutte insomma, che sono i profondi sentimenti di Gesù. Ci sta il cambiamento radicale di vita personale e sociale che abbiamo intuito durante l’epidemia, su cui preghiamo sempre che si dica la parola fine. 

Se alla base c’è il desiderio, la richiesta che si faccia la sua volontà, vuol dire che non daremo la stura ai nostri fini meschini ed egoistici.

Si scrive allora dentro di noi un discernimento generoso, una scelta che coinvolge il prossimo, una domanda che sta nel cuore di Gesù, in tutta la sua vita, in tutto il suo Vangelo.

Questo discernimento non siamo capaci di farlo da soli, perché siamo fondamentalmente autocentrati, e allora supplisce lo Spirito Santo, coi suoi doni che cesellano in noi la figura, il pensiero, i sentimenti, la personalità di Gesù.

Così la nostra preghiera non sarà mai una lagna, una rivendicazione, una pretesa e sicuramente sarà esaudita da Dio Padre. 

23 Maggio 2020
+Domenico

Il dolore di un parto è segno del mistero della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16, 20-23a)

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Credo che sia un tormentone sempre per tutti quello del “perché della sofferenza” come elemento determinante e invincibile della vita umana. 

Quante volte ci siamo domandati: “ma perché devo sopportare questo dolore senza colpa mia?” Perché i bambini devono soffrire senza nessuna … non solo colpa, ma anche consapevolezza di essa? 

Per questo forse nella bibbia la gioia è sempre il grande segnale di un mondo nuovo, del mondo futuro: essa tuttavia nascerà dalle tribolazioni di un parto doloroso.

Come dalle doglie di un parto nasce una nuova vita per la donna, così dalle sofferenze e dall’oscurità del Venerdì Santo scaturirà la gioia e la luce della Pasqua.  

Bellissima questa immagine di Gesù ,che al problema più difficile del dolore, e alla presenza insopportabile e incomprensibile in ogni vita della sofferenza, pone come chiave di soluzione la vita peculiare della donna, la sua maternità che la qualifica e la fa grande in dignità e compito per l’umanità.  

La sofferenza allora è quasi una legge della vita, anzi della nascita alla vita.

Da qui tutti i nostri interrogativi: come può la sofferenza, che apparentemente è soltanto forza negativa e annientatrice, essere all’origine del parto del nuovo Regno di Dio? Sarebbe falso pensare che Dio si serve deliberatamente della sofferenza come di una tappa per instaurare il suo regno.  

La sofferenza non è voluta in se stessa, ma diventa un momento ineliminabile, perché l’instaurazione del Regno di Dio avviene sempre in una dialettica di lotta e di opposizione che scatena le forze del male, messe in moto dalla libertà umana

La vittoria sappiamo che è sempre preceduta da una lotta, spesso mortale, e la lotta non è mai un innocuo esercizio di ginnastica, ma è agonia e scontro di avversari.  

Ci possiamo fare allora un’altra domanda che sta all’origine della sofferenza: perché quando nel mondo compare una bontà, c’è sempre una cattiveria che la fa soffrire? Perché il Vangelo che è una parola di pace deve sempre scatenare persecuzione?  

Io leggo ogni giorno il martirologio, cioè un calendario che quotidianamente ti  dice quanti, in quel giorno, nella storia del mondo, furono ammazzati per la loro fede: è un elenco di cattiverie e di crudeltà inimmaginabili, uscite solo da menti cattive, ma anche la visione dei volti che nei tormenti offrono uno spettacolo impensato di serenità e di gioia di fronte alla morte. 

Infatti noi sappiamo che la vittoria sul male è sicura perché Gesù con la sua morte e la sua risurrezione ha vinto tutto il male.

21 Maggio 2020
+Domenico
 

La vostra afflizione si cambierà in gioia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 16-20)

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La chiesa universale e il santo Padre oggi celebra probabilmente l’Ascensione, noi invece italiani e romani pur avendo come vescovo e primate il papa, per decisioni prese in accordo con lo stato italiano abbiamo spostato la festa dell’Ascensione alla domenica prossima. 

L’esperienza di essere spesso lasciati soli nel nostro rischioso mestiere di vivere la proviamo ogni tanto nella nostra esistenza: l’abbiamo sofferta nei passaggi difficili dall’essere ragazzi spensierati all’adolescenza turbolenta in cui non sapevamo chi eravamo e soprattutto chi volevamo essere, abbiamo sperimentato dalla giovinezza alle scelte che ci imponeva la vocazione che ci sentivamo dentro scritta anche nella nostra carne per diventare adulti, dall’essere adulto operativo al pensionamento, a questa età della famosa “scrematura facile” …  

Talvolta però la solitudine che forse ci pesava di più è stata quella della fede: infatti alle volte, nelle storie spirituali di ogni cristiano, ci sono dei momenti di dubbio, dell’oscurità dello spirito, di notte, di silenzio di Dio.

La fede ci dice che egli è vicinissimo, ma non riusciamo a cogliere i segni della sua presenza, né fuori, né dentro di noi: questi momenti talora sono vissuti anche a livello di comunità e di umanità, complice la secolarizzazione, che ha da sempre con strafottenza predicato l’inutilità di riferirsi al Signore, oppure l’eclissi del sacro predicata e provocata ad arte da molti, la cosiddetta “morte di Dio”.  

La pandemia può anche essere uno di questi momenti, ma sono proprio questi fatti più grandi di noi in cui si può avverare una riscoperta purificata di Dio, non legata ai segni che ci vengono da sentimenti psicologici o a cultura diffusa o civiltà, ma a quelli di una visione che ha la penetrazione e l’acutezza della fede, e che sono sempre doni di Dio, non mete razionali dell’uomo. 

La presenza del Signore Gesù è essenziale nella vita della Chiesa: quando viveva in Palestina la sua presenza era fisica e visibile, e con la Pasqua e l’Ascensione è diventata una presenza spirituale, profonda e universale, non meno vera ed efficace di quella fisica.

E’ una presenza che si riconosce solo nella fede, testimoniata da cristiani, convinti di questa nuova visione della vita da far circolare tra tutte le persone. 

I segni della sua presenza ce li mostrano i testimoni dell’amore alla vita, dell’amore fino al dono di essa, della fedeltà alla nostra dignità umana, dell’adorazione a nessun altro dio che al Signore e Dio Padre di Gesù.

E dove ci sono due riuniti nel mio nome Io vi garantisco la mia presenza, senza se e senza ma.

La sua Parola ce ne garantisce la verità e l’Eucaristia ce ne indica la strada. 

21 Maggio 2020
+Domenico

La continua novità della comunicazione di Dio

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni  (Gv 16, 12-15)

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Che la nostra vita e la consapevolezza di essa, del suo valore, dei suoi limiti, delle nostre fragilità e dei nostri valori siano sempre in continuo ridefinirsi lo abbiamo sperimentato nel nostro passare dalla fanciullezza, alla giovinezza, all’età matura – e per me alla vecchiaia – negli imprevisti difficili da comprendere e da umanizzare sempre, negli interrogativi sempre più profondi che ci abitano a mano a mano che l’umanità cresce, si compone, si ricompone, si fa cattiva e brutale, ma anche buona e generosa.  

E’ così però anche la nostra comprensione della comunicazione che Dio ha deciso di intrattenere con l’umanità, della Parola di Dio scritta nella Bibbia e presentata nella vita concreta delle persone, nella vita di Gesù, nelle vite di santi e peccatori, di popoli giusti e ingiusti, aperti e chiusi da muri asfissianti. 

Nella scoperta e nell’approfondimento della verità del Vangelo, possiamo contare sul ruolo insostituibile dello Spirito non tanto per darci una nuova rivelazione che si aggiunge a quella di Gesù, ma per illuminare, guidare, stimolare la Chiesa a interpretare sempre più a fondo la Parola del Signore.

La Parola di Dio infatti non è un deposito di proposizioni cristallizzate, è una parola vivente: è verità di Dio e quindi inesauribile nella sua comprensione e nei suoi significati. 

E’ anche verità sull’uomo: verità che si porta dentro tutte le implicazioni esistenziali e storiche che questo comporta. 

E’ una forza dinamica, che continua a rivelarsi nella storia, che si arricchisce attraverso la riflessione, l’esperienza, le stesse vicende storiche che come popolo di Dio viviamo.  

L’assistenza dello Spirito che ci è guida nella pienezza della verità è pure stimolo per una comprensione sempre nuova e creativa e per una fedeltà di lettura e di interpretazione che rifugge da ogni avventuroso accomodamento, proposto o imposto da letture ideologiche, da potere oppressivo di falsi autoritarismi.

Immaginiamo quanto la vicenda dolorosa della pandemia da Covid-19 ci sta facendo capire il senso che la Parola di Dio può suggerirci in essa: chi ci aiuterà a capire il messaggio del Signore che la Parola di Dio scrive dentro le sofferenze, gli sforzi, le ricerche, le vite donate per la salvezza di tanti ammalati?

Credo che lo Spirito Santo suggerisca a medici, infermieri, operatori della salute, gli stessi malati sopravvissuti e passati attraverso il crogiolo del dolore che li ha investiti, suggerisca i significati nascosti della sua Parola in questa stagione dolorosa e difficile. 

Non sono soltanto i teologi o noi preti e vescovi che abbiamo il dono dell’ascolto e della comprensione e interpretazione della Parola di Dio, ma anche ogni battezzato: ogni uomo di buona volontà è illuminato dallo Spirito.

Papa Francesco ci dice sempre che occorre liberare la stessa teologia dalla occupazione degli uomini di mestiere, che pure sono utili, ma non gli unici ispirati dallo Spirito Santo, che noi invochiamo su tutti i protagonisti, sofferenti, fragili e audaci, di questa stagione, di questo tempo che è sempre tempo dell’uomo e per questo tempo di Dio. 

Mi aspetto che molti di questi ci dicano: quel brano di Vangelo occorre leggerlo anche così, quella parola forte di Gesù si porta dentro anche questo.

La nostra mentalità rispetto alla vita chiarisce ancora di più il dolore di Gesù e il suo amore per noi in questo senso: fateci dono di quello che vi suggerisce lo Spirito in questa Pentecoste di dolore, di apprensione e di attesa. 

20 Maggio 2020
+Domenico

Ci sono due processi da rifare: contro Gesù innocente e contro noi peccatori

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16, 5-11)

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Capita nella vita di sporgere denuncia contro qualcuno per difenderci e venire denunciati perché la vera colpa è nostra: credevamo di poterla fare franca, perché avevamo conoscenze, sapevamo di una strada di ingiustizia “superprotetta” da connivenze coltivate a lungo, come i vecchioni – ricordate – che insidiavano la regina nei suoi giardini, coperti nei loro turpi affari da guardie e testimoni prezzolati.  

Nei confronti di Gesù  è capitato proprio questo: i sommi sacerdoti – che rappresentano tutti noi evidentemente, tutti noi uomini e donne anche di oggi – lo hanno incriminato, condannato e ucciso, sicuri del favore del popolo prezzolato, sicuri del favore degli intrighi di potere a lungo sperimentati, della corruzione anche del potere romano.

Ma dopo la sua Risurrezione apparve lo Spirito Santo che ha voluto rifare nelle nostre coscienze questo giudizio di morte e convincere noi tutti di peccato, di ingiustizia e di falso giudizio.

Ed era una paradossale situazione quella dei discepoli di Gesù: perseguitati e condannati dai tribunali del mondo come Gesù e sul piano della fede e nell’intimo delle loro coscienze chiamati a giudicare e condannare il mondo.

Le parti si invertono: il condannato diventa giudice e viceversa.  

Anche nella scena del mondo il cristiano si erge a giudice: illuminato dalla Parola di Dio, nutrito dall’Eucarestia, abitato dalla potenza dello Spirito, egli è abilitato a intraprendere un’opera di “contestazione” del mondo.

Infatti, lo Spirito suscita continuamente in seno alla Chiesa persone, uomini e donne particolarmente sensibili ai valori autentici e veri e li rende capaci di impegnarsi effettivamente nella opposizione ai falsi valori del mondo.

Questa opposizione del cristiano però, proprio perché suscitata dallo Spirito Santo non si esaurisce in qualche gioco facile di parole pure vere, ma diventa incarnazione di questi valori evangelici, nella concretezza della vita e nelle scelte di ogni giorno. 

Gesù manda lo Spirito, manda una forza che si fa persona dentro i meandri di ogni vita, nelle pieghe intime di ogni esistenza, in quel sacrario inviolabile di ogni persona che è la coscienza, ed è il mistero della Pentecoste, è la ricchezza della vita divina che si sperimenta con la presenza dolcissima dello Spirito.  

Insomma, è come se nel buio pesto di una vita smarrita e scoraggiata, perché falsamente accusata, irrompesse una luce viva, che ridà speranza, ridà chiarezza o come se nella pur bella vita di due persone, nei loro rapporti corretti di buon vicinato scoppiasse l’amore, come se nella tristezza scoppiasse la gioia, come se nella tentazione di rancore più impenetrabile per il male ricevuto, alla luce del vero cominciasse a risplendere la verità, per lasciare sempre solo a Dio il giudizio su ogni persona.  

19 Maggio 2020
+Domenico

Noi cristiani non stiamo a piangere il nostro “fondatore defunto”

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 26-16.4)

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Fatte delle scelte, dopo aver ricercato, riflettuto, valutato, esserci fatti aiutare da amici, da persone esperte e oneste, si entra nella fase del lavoro concreto e responsabile, della operatività e di alcuni risultati anche soddisfacenti.

Ciò non toglie che non si sentano fatiche e contrapposizioni: Il Vangelo considera normale che nel campo della fede il discepolo debba soffrire persecuzioni e contraddizioni.

Il mondo non può non odiare chi segue Cristo, ma il punto di arrivo di questo odio è proprio Gesù stesso!

Gli apostoli dicevano di essere perseguitati a causa del Nome, una sorta di qualificazione degli stessi cristiani di quei primi tempi, proprio perché profondamente la propria identità di destino e di vita con il Cristo, come pure il dovere di testimoniarne la risurrezione. 

C’è sempre un’àncora che sostiene ed è lo Spirito Santo: “Vi darò un consolatore, un confortatore, una forza, una colonna su cui potete contare: non vi relegherò a fare la fila di orfanelli, ma vi darò la tempra e la forza di una paternità, la sicurezza di una verità, la certezza di una presenza; Egli dimora presso di voi e sarà in voi.

Così la Chiesa non è un orfanotrofio che piange il suo fondatore defunto, ma una comunità che tutti nella storia hanno tentato di decimare e che è sempre risorta nelle coscienze di chi ha saputo ascoltare lo Spirito, il Consolatore, appunto. 

Verrà il Paraclito, la forza, il conforto, l’energia vera, la grazia, la nuova presenza intima di Dio in ogni vita: colui che aiuterà a cambiare testa, a misurarsi con verità su ogni parola di Gesù, a sentirlo dentro come fuoco d’amore, è Lui.

Il peggio non è ancora passato, perché ora quello che hanno fatto a me lo faranno anche a voi. Anche voi sarete messi a morte nella convinzione di fare piacere a Dio, mio Padre. Vi isoleranno, vi cacceranno, vi scardineranno dalla vostra stessa identità. Ma io non vi lascio soli, con voi ci sarà sempre lo Spirito. Ve lo mando, ve lo assicuro, dovunque ci sarà una comunità che lo invoca e un apostolo con loro io manderò lo Spirito.” 

E noi lo chiediamo, anche perché abbiamo bisogno di luce, di saggezza umana, di accortezza di comportamenti nell’uscire con sicurezza dalla nostra situazione di pandemia.

Dobbiamo ricostruire le nostre vite, le nostre sicurezze, la nostra serenità, le nostre famiglie: non vogliamo fare “restauri”, perché tante cose non devono esistere più, dobbiamo fare progetti di nuove relazioni tra di noi, di nuova impostazione della vita sociale, di nuova attenzione alla vita nostra e del mondo, di condivisione con i più fragili della forza e della salute che Dio ci ha donato. 

Vogliamo che rifiorisca la natura, e rispettare la terra, e scorgervi sempre dentro la bellezza del Creatore, e questo è il tipico lavoro dello Spirito Santo in ciascuno di noi e nelle nostre comunità. 

18 Maggio 2020
+Domenico

Siamo attesa di difesa e conforto

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 14, 15-21)

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Nella vita comune di tutti i giorni, sperimentiamo due situazioni che ricorrono non poche volte: il bisogno di una difesa sicura e la ricerca di una forza consistente.

Infatti, soprattutto se viviamo qualche responsabilità di tipo sociale, o viviamo convinti per un ideale e a questo orientiamo tutta la nostra vita, sperimentiamo malcontento intorno a noi, accuse gratuite, denunce pure, e dall’altra ci sentiamo molto fragili e incapaci a resistere: decisi, ma non sempre efficaci e sicuri, coraggiosi e perseveranti.

Nella esperienza esaltante e coinvolgente della evidenza e del Cristo risorto gli apostoli si trovano a vivere situazioni di questo tipo: la certezza intima di avere incontrato Cristo risorto li riempie di gioia e ridà loro l’entusiasmo della testimonianza e dell’annuncio esplicito.

Stefano, nel suo entusiasmo giovanile, non bada a pericolo, e viene accusato e lapidato; Pietro si sente responsabile di un annuncio che rinfaccia alla classe sacerdotale l’assurdità di aver crocifisso Gesù, ed è responsabile di un minimo di riorganizzazione della vita dei dodici, ma viene messo in galera e diffidato di parlare ancora di questo Nazzareno ormai “liquidato”, e si prende frustate.

Occorre un difensore e una forza corroborante per ciascuno.  

Il Vangelo comincia a rendere evidente un grande dono che Dio si appresta a dare alla sua Chiesa, a ciascuno dei suoi apostoli e ad ogni persona che deciderà di seguire Gesù: “Io pregherò il Padre che vi darà il Paraclito

E’ la promessa dell’irruzione nella nuova avventura cristiana dello Spirito Santo: Lui è il difensore di cui l’umanità ha bisogno e nello stesso tempo il confortatore che rinsalda coraggio e forze per superare ogni fragilità.  

Si possono subire accuse infamanti, si possono spegnere litigiosi confronti, si può lasciar correre tempo su calunnie e falsità, ma il ristabilimento della verità deve essere un dono non solo alla persona falsamente accusata, ma anche un debito di verità nei confronti di tutti. 

Il processo deve cominciare dall’interno di ciascuno di noi, per purificare  e rinsaldare nella coscienza la bellezza della verità e in seguito creare le condizioni perché ciascuno scelga liberamente di stare dalla parte del vero e del bene. 

Contemporaneamente lo Spirito è forza, coraggio, consolazione: non si ferma alla difesa, che è sempre un dono necessario, ma si spinge ad essere consolazione.

Questa forza consolante è vera, perché viene applicata all’anima, non al mondo degli istinti: non soddisfa la carne per affliggere l’anima, ma parte dall’anima per portare conforto dall’interno. 

E’ una consolazione perfetta, perché non si ferma a turare buchi, ma giunge a ritessere tutto l’ordito della vita: è un dono personalizzato, perché si manifesta nella normalità dell’esistenza di tutti e di ciascuno.  

In questa pandemia abbiamo bisogno di tanta verità e di amore sconfinato ad essa: desideriamo che tutti possiamo tornare a fidarci del prossimo.

La distanza che ci viene richiesta è solo fisica, non sociale: manteniamo la comunione con tutti, che parte dal cuore e che si sviluppa e solidifica in famiglia, e si deve sentirne la forza dell’attesa di uno sviluppo nuovo di socialità e di condivisione.

Torneremo – quando ci sarà permesso – a tutti i rapporti sociali, ma non come prima, sapendo che lo Spirito Santo li riempie di verità e di novità.

17 Maggio 2020
+Domenico
  

Il Cristo ci accarezza, il mondo non cede mai, e la croce interpella

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 18-21)

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Non abbiamo dubbi sulla carezza di Gesù ad ogni persona, indipendentemente dalla sua fede, dalla sua bontà e dalle sue fragilità: il perdono è la prima parola che Gesù dona, che Dio Padre mette in atto, che definisce Dio come grande nella sua misericordia.

Ci sentiamo veramente coccolati dal Signore, siamo nei pensieri e nei progetti di Dio, il Padre, di Gesù, l’amore, e dello Spirito Santo, la forza, ma non possiamo non vedere che molti ci cacciano in gola di essere cristiani, ci dicono disprezzandoci +perché chiediamo di poter celebrare la Messa con una partecipazione controllata e sicura anche in questi tempi – “se  vi ammalate, risolvete la vostra malattia con le vostre preghiere e non contate su di noi: alla nostra carità, di cui non ci vantiamo, ma che non teme confronti, si risponde con questi e altri ben più gravi e miseri ricatti. 

Nessuno ci toglierà la parola dalla bocca e nemmeno il sorriso e pure le preghiere: noi sappiamo che la croce è una esperienza normale per ogni cristiano e siamo aiutati a portarla con dignità … Gesù infatti dice: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me … » 

Siamo chiamati anzi a farci carico di tutti, quando si scatenano nel mondo le forze del male contro persone inermi, semplici, credenti convinti, operatori di pace e di serenità: si direbbe che c’è un accanimento speciale contro coloro che cercano di mettere pace, di far stare assieme gli uomini in progetti di convivenza e di bontà.

Dove ci sono guerre, dove ci sono contrapposizioni, lotte tra i popoli e divisione tra le religioni, e lì c’è una persona che tenta in tutti i modi di unire, si scatena la violenza contro il pacificatore: è sempre stato ed è così per chi  tenta di far convivere cristiani e mussulmani, ebrei e palestinesi, ricchi e poveri, ancora qualche volta adesso inglesi e irlandesi, cristiani e atei.

Il diavolo ha questo nome che significa appunto divisore: l’arte sua è di continuare a dividerci,  a creare odio, a tenere in contrasto.

E così si consumano grandi vendette nella storia delle persone, pure nella politica e nella vita sociale; certo il male ha come terreno di grande prolificazione l’odio, la separazione, la contrapposizione: infatti costruiamo muri, anziché ponti e chi fa ponti viene tolto di mezzo; diamo ragione a chi ci divide a partire dalla cultura, dagli interessi, dalle cattive intenzioni.

Dio ci ha dato la terra e noi l’abbiamo tagliata a pezzettini, l’abbiamo circondata di reti e di confini, di dogane e di posti di blocco.

Vogliamo vivere in pace, ma la pace non nasce mai dai muri, dai fossati, dai reticolati, dalle serrature, ma nasce da un cuore che pur difendendosi dal male sa sperare di più nel bene.  

Certo non siamo ingenui, ma crediamo veramente che il mondo va verso una convergenza pacifica, che le guerre sono assurde, che la terra è una casa per tutti e non ci importa dell’odio dei malvagi, perché sappiamo che il nostro maestro non li ha temuti e proprio quando sembrava che avesse fallito è risorto, e regna ancora per chiamarci alla comunione fra tutto il genere umano, a partire da chi ci odia.

16 Maggio 2020
+Domenico
 

Servo per me non lo sei mai stato

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 15, 12-17)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.
Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.
Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri»

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La vita è la cosa più bella che abbiamo: la vita è la nostra possibilità di esserci, di esistere, di gioire, di vedere, di godere dell’amicizia, di cantare, saltare, correre, sperare, sorridere e lottare.

Al di sopra di tutto, per te sono disposto a dare la Mia vita, a perderla, a rischiare di rimanerne senza, perché la voglio vedere piena in te, la voglio passare a te, voglio che sia tu a goderla: non ti offro solo qualche pezzo per un trapianto, non ti lascio i miei ricordi, le cose più belle che hanno fatto felice me, ma ti metto a disposizione la Mia vita, perché la tua sia piena. 

Ricordati: servo per me non lo sei mai stato; schiavo di qualcosa, ma non di me! Servo delle tue passioni o dei tuoi desideri insani forse lo sei stato, ma con me c’è solo libertà, c’è voglia e possibilità di realizzare i tuoi sogni, di volare con le tue musiche. 

Purtroppo ti lasci ingannare e finisci per servire, per farti tanti padroni cui devi e da cui non ricevi; spesso perdi la stima anche di te, perché qualcuno te l’ha tolta.

Molte volte sei stato schiavo dello sballo o della immagine: Non eri più te stesso. Hai percepito non una volta sola di avere dentro un mistero grande, che non potevi scambiare per una oscurità e non sei mai riuscito ad allargare i tuoi orizzonti. 

Io ti do la libertà di spaziare nell’immensità della vita.  

Tu sei mio amico, io ti ho scelto, tu ancora non riuscivi a farti di te una idea e io già ti amavo, così come sei: ti ho sognato quando ho creato l’uomo e la donna, ti ho seguito con ansia quando i tuoi progenitori hanno rovinato l’armonia che avevo creato anche per te; ti ho visto appostato come Caino, ti ho valutato quando coi tuoi fratelli aspettavi il sognatore Giuseppe per venderlo, ti ho visto prendere in giro tuo padre Noè, mi sono sostituito a te quando tuo padre ti portava a sacrificare sul monte.  

La tua vita è scritta sul palmo delle mie mani, lontana o vicina che sia dalla vita cristiana: ti ho seguito nei tuoi percorsi, ti ho visto con i tuoi amici, ti ho pedinato nelle tue ricerche di distrazione, di placebo, di amore, di posti per stare lontano da tutti; ti ho scrutato i pensieri, ho visto che cosa hai dentro: proprio per quello che sei Io ti ho scelto.

Io mi sono sbilanciato per te: voglio rischiare di fallire, non m’importa quanto mi costi; ti voglio capace dell’impossibile. Ci stai?

15 Maggio 2020
+Domenico