Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc12, 18-27)
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Soprattutto di questi tempi i cui siamo stati messi di fronte alla morte troppe volte, in cui abbiamo sofferto di non poter dare ai nostri cari un ultimo saluto carico di umanità, ma in cui anche siamo stati consapevoli che quelle bare – come diceva quel soldato che le trasportava in camion di notte – meritavano che ci mettessimo l’anima, e ci siamo domandati: c’è ancora qualcosa di là? Dove finiranno le nostre vite? Sono soltanto magre consolazioni affettive questi nostri rapporti con i morti, o c’è qualcosa di più?
La nostra umanità si apre a un infinito che ci dà ancora voglia di vivere: ricordo quel bellissimo film giapponese che canta “appassionata nostalgia” la scelta di un soldato che non torna in patria dopo la guerra perché dedica la sua vita a seppellire i compagni morti a migliaia e restati insepolti e preda di rapaci avvoltoi; dedicava la sua vita perché quelle migliaia di morti sapessero che una memoria di amore li ricordava tutti: dunque una sopravvivenza, un dialogo ancora tra noi e loro.
La nostra fede chiama risurrezione questa realtà del nostro futuro, solo che noi sbagliamo sempre a rappresentarcela come un prolungamento della nostra vita terrena, come banalmente, anche se umanamente, fanno domanda a Gesù quegli ebrei che traducono queste nostre domande infinite con il caso di una donna che muore dopo tanti mariti che l’hanno preceduta e si domandano di chi sarà moglie nell’aldilà.
La risurrezione – risponde Gesù invece – non è cosa di questo mondo, non va pensata possibile o impossibile in base alla vita terrena: Gesù afferma come dato di fatto la risurrezione e la qualifica come realtà superiore alla vita terrena, come un rapporto vitale nuovo con il Signore, con Dio.
Essa è una nuova creazione ed è tutta opera di Dio: Egli è il Dio dei viventi, non è tale solo per la vita terrena di chi crede in Lui, è invece il liberatore totale, anche dalla morte, perché Lui è la fonte della vita.
L’alleanza che ha fatto da sempre con l’umanità e che ha continuato a rinnovare nei secoli e ultimamente nel suo Figlio Gesù, per questo morto sulla croce, giunge (questa allenza) fino alla vita eterna.
E la pienezza della vita eterna è di gran lunga superiore alla nostra vita, ne ha tutta la bellezza e intensità, ma su un piano radicalmente diverso: dirà san Giovanni nella prima lettera: “…noi fin d’ora siamo figli di Dio…. E saremo simili a Lui, perché lo vedremo cosi come egli è”.
Una vita piena in cui tutto il nostro bene, il nostro povero balbettare l’amore su questa terra sarà nella sua pienezza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 13-17)
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Una caratteristica tipica dell’umanità è quella di farsi delle domande e di porre delle domande.
Il Vangelo è pieno di gente che si accosta a Gesù e gli fa domande: molti chiedono di guarire da malattie di ogni tipo, altri chiedono di avere vita piena, altri ancora fanno domande, che sono evidenti tranelli, diventano quindi provocazioni, sfide, nascondono quello che veramente chiedono di sapere.
Capita così quando a Gesù chiedono se occorre pagare le tasse: una domanda che non si pongono certo molti che fanno un nero di 100 miliardi in Italia.
E’ interessante ed educativo il modo che ha Gesù di provocare la risposta: sa che gli stanno tendendo un tranello, capisce molto bene che dietro la domanda di questi ebrei c’è una vita di sopraffazioni, di sofferenze, di mancanza di libertà, di imposizione dura di un potere di occupazione, i romani.
Gesù non dà risposta, ma aiuta le persone a costruirsi bene dentro di sé la domanda, ad uscire dal tranello che hanno teso e a fare un passo ulteriore nel mondo della propria coscienza, e in fondo della propria vita.
Gesù ha sempre davanti a se l’umanità in cerca di una autenticità, in cerca della stessa salvezza e Lui è venuto proprio per questo.
Dentro le persone di questo progetto però è necessario che ci sia uno scatto, come deve capitare per ciascuno di noi, nell’uso della nostra libertà.
La moneta coniata dalla comunità ebraica, con l’impronta dell’oppressore mette la gente di fronte alla propria responsabilità: c’è un bene comune cui si deve dare il proprio contributo; c’è una vita spirituale che bisogna sostenere: date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio.
Sembra una riposta facile, bella, tranciante, ma dentro ci sta tutta la crescita quotidiana in umanità e religiosità, in coerenza con i propri obblighi; la sperimentazione di una imposizione politica straniera e di una commistione – diremmo noi – tra stato e chiesa, in un mondo ebraico in cui lo stato è anche autoritario, ma nello stesso tempo ha inglobato in sé la Torah, la legge di Dio.
Ogni ebreo deve saper maturare dentro di sé la risposta che sa di distanza dal potere romano, ma di consapevolezza di dover mantenere una pace possibile: è una risposta che provoca nella coscienza di ciascuno un dovere civico e un dovere morale, che pure dovrà avere uno salto di qualità, quello che sarà attuato alla grande da quella vecchietta che Gesù noterà quando – quasi vergognandosi – porrà nel tesoro del tempio per il Signore, l’Altissimo, due spiccioli, che si portavano dentro tutto quello che aveva per vivere, soltanto quello aveva.
Siamo tutti alla ricerca di una composizione tra doveri pubblici e coscienza religiosa che illumina e fonda la nostra scelta libera.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv, 25-34)
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Il lunedì di Pentecoste è sempre stato, soprattutto nelle chiese del Nord Europa, giorno di festa anche civile.
In questa giornata papa Francesco dall’anno scorso ha collocato la festa della Beata Vergine Maria “Madre della Chiesa”, e ce la fa contemplare proprio nel momento in cui ci è stata donata da Gesù: è sempre la donna del Magnificat, di quel canto di lode a Dio onnipotente che le è sgorgato dal cuore all’incontro con Elisabetta.
Il nostro sguardo al Calvario però è sempre pieno di domande: dove è che Dio ha spiegato potenza, disperso superbi, rovesciato potenti, innalzato umili, rimandato a mani vuote ricchi? Qui sta avvenendo tutto il contrario!
E Maria è lì: “C’era la madre di Gesù”, dice il Vangelo, come ce lo disse alle nozze di Cana, come sempre nei momenti cruciali della storia della salvezza.
Ne era passato di tempo, ne avevano macinato di chilometri Gesù e il suo gruppo: ora purtroppo sembra tutto sia finito.
Lì sul Calvario ci sono tre sofferenze, tre cuori che si cercano tra due criminali, qualche amica e i militari: sono l’ultima casa impossibile che è rimasta alla speranza.
C’è Gesù che possiede ancora un tesoro prezioso: non si sente solo, ha ancora qualcosa … qualcuno da donare, sente la dolcezza e la tragica dedizione di sua madre; è più solo invece Giovanni, nella sua giovinezza, nel suo slancio, nella sua ingenuità di sognatore: ha bisogno di una mamma per non smettere di sognare vita e salvezza.
“Figlio ecco tua madre“: Tua madre sta qui!
Quanto è confortante sentirti dire: qui c’è tua madre.
Quando la nostra croce o quella che vediamo sulle spalle degli altri risulta troppo pesante, guarda che qui c’è tua madre.
Se la tentazione è forte e la disillusione è dolorosa: qui c’è tua madre!
Se la solitudine è insopportabile e l’incomprensione ti disorienta, qui c’è tua madre;
Se la scelta del tuo futuro è difficile e lo vedi oscurato, qui c’è tua madre;
Se la fame e l’ingiustizia, la paura e la violenza minacciano di spegnerti la speranza, qui c’è tua madre;
Se i tuoi occhi non scorgono più la bellezza della vita, qui c’è tua madre;
Se la guerra ti toglie anche l’ultima illusione di un mondo nuovo, qui c’è tua madre;
Se l’incanto del virtuale ti distrae dalla vita vera e te la deforma, qui c’è tua madre;
Se non riesci a deciderti di fare della tua vita un dono a una persona come te, per sempre, senza tentennamenti, contro tutte le tentazioni di ritornare a casa tua, guarda che qui c’è tua mamma;
Se la pandemia ti ha strappato le tue radici che nei nonni spesso ricreavi, qui c’è tua madre.
Maria è una grande consolazione, è una certezza, è un rifugio sicuro, è un punto di riferimento, è un approdo.
Ma Gesù, che noi spesso incoscientemente riteniamo “duro” nel chiamare sua madre “donna”, perché vuol sempre rifarsi alla creazione, a tutte le donne del mondo, a tutte le mamme della terra, ha una tenerezza da esprimere a sua madre; non la lascia sola a piangere un figlio che muore, ma le affida tutti noi: donna ecco tuo figlio.
E’ una preghiera a sua madre per Giovanni, per ogni giovane, per ogni persona che si è trovata travolta nella sofferenza, per tutti quelli che si fanno padri e madri di figli sofferenti, ammalati, disperati, giovani e anziani.
Lui conosce lo smarrimento di tanti disperati, di tanti sfiduciati, lasciati soli, calcolati come scarto, li affida a sua madre; conosce la superficialità che ci tenta tutti e dice: questi, così come sono, sono tuoi figli.
Quando non riescono ad ascoltare il Signore nel silenzio della preghiera e ad accoglierlo nella sofferenza: madre, sono tuoi figli;
Quando non riescono a scoprire il Signore nei loro percorsi quotidiani, forse anche infettati di noia: madre sono tuoi figli;
Quando non hanno il coraggio di vendere tutto, darlo ai poveri e seguire radicalmente il Signore: madre sono sempre tuoi figli;
Quando si lasciano smarrire nei meandri della droga, della delinquenza, dello sballo: madre sono tuoi figli;
Quando non hanno il coraggio di fare della loro vita un dono a Dio Padre anche attraverso una persona desiderata, accolta, amata, sposata, madre sono tuoi figli;
Quando nella loro vita di giovani sposi non hanno più vino, non sanno più sorridere, hanno perso la gioia della vita, credono di adattarsi a vivere a pane e acqua, madre sono tuoi figli.
Noi siamo presi in affido da Maria, e la vogliamo custodire perché Gesù ce l’ha donata proprio nel momento della morte, nell’offerta di sé fino all’ultima goccia di sangue.
E siccome in ogni messa si rinnova quel dono supremo, noi sappiamo che ai piedi di questo altare anche oggi c’è Maria che si sente dire da Gesù: “sono tuoi figli”, e noi siamo confortati perché Gesù ci ripete: “qui c’è tua madre“.
Lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto di nuovo in abbondanza non solo come fuoco che brucia dentro di noi singolarmente, ma come forza, coraggio, slancio di tutta la comunità cristiana, di tutta la Chiesa, ti fa anche “Madre della Chiesa”, madre di tutta la nostra comunione tra noi, che spesso non apprezziamo o critichiamo, perché non sappiamo scorgere in essa il tuo volto di madre.
Maria, sappiamo che sei la mamma di questa Chiesa, di cui noi vediamo solo le rughe che gli abbiamo inflitto da noi, come purtroppo anche a te; ma Tu falle e facci sempre da mamma.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)
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Spesso ci vien voglia di sintesi di tutte le esperienze belle che facciamo; in genere si fa una festa: è la festa del battesimo per una nascita, è la festa del matrimonio per una decisione di amore pubblica, proprio perché l’amore fra due persone che si decidono di volersi bene, e nel volersi bene danno vita, non può essere “fatti loro”, ma evento di tutti coloro con cui i due sposini hanno legami; ancora lo è la festa della laurea perché si è finito un percorso nuovo, che ha ampliato conoscenze e professionalità: faccio festa perché mi è costata molto – il punteggio del voto non è la cosa più importante – e ci sono riuscito.
Oggi – fatto cosmico – siamo al compimento del grande progetto di Dio con l’umanità: la conclusione della nuova alleanza tra il Signore Onnipotente e l’umanità.
Abbiamo ancor in mente il Vangelo al capitolo 20 di Giovanni, in cui si narra di quella bella corsa al sepolcro di un vecchio e di un giovane, Pietro e Giovanni, a constatare che il sepolcro era vuoto, e i tre verbi che hanno dato una notizia importante ai due e a tutto il genere umano: entrarono, videro e credettero.
Ma di grande gioia ancora non si parla: è bello allora, per completare la grande storia di Gesù, figlio di Dio, e dare gioia a tutti, l’arrivo di Gesù alla sera di Pasqua: ci sono tutti, meno Tommaso, ma il capitolo 20 di Giovanni non finirà senza descrivere anche quell’altra bella sera di otto giorni dopo, che concluderà con la bellissima espressione di Fede “Mio Signore e mio Dio”, che noi adulti ricordiamo da bambini abbiamo imparato dai nostri genitori da dire sotto voce ad ogni Messa quando il prete innalzava l’ostia prima e il calice dopo.
Ebbene … quella sera Gesù compie il suo sogno, che è il sogno di Dio Trinità sulla vita dell’umanità: è lo stesso Gesù che era stato appeso alla croce, difatti mostra ai discepoli le mani trafitte e il costato squarciato.
E’ sempre lui visto da occhi umani e ora percepito nella fede, e oltre che mostrare la propria identità col crocifisso compie tre gesti che lo rivelano ancora una volta definitivamente come il Messia, gesti che danno forma alla Chiesa.
Augura la pace: è una pace che l’uomo non si può dare e che viene da una libera decisione di Dio; è un bene degli ultimi tempi, in cui Gesù è già entrato; viene irradiata da Cristo risorto adesso all’esperienza di fede degli apostoli, che si sentono inondati di gioia, finalmente.
Secondo, alita su di loro dicendo “ricevete lo Spirito Santo“: Gesù è già risorto, è già presso il Padre e quindi lo Spirito trasmesso viene anche dal Padre. E come Dio spirò nel primo uomo l’alito della vita e divenne persona vivente, così il nuovo Adamo – ormai alla destra del Padre – Gesù, alita il suo Spirito sul gruppo dei discepoli e fa di loro una comunità vivente, il primo nucleo della nuova umanità.
E infine, Trasmette il potere di rimettere i peccati ai suoi discepoli, che già lui esercitava nella sua esperienza di vita umana, facendoli partecipi della sua divina regalità, che ora risplende come era da sempre, arricchita però della sua umanità.
Si capisce allora molto bene quella frase “mozzafiato” – dice il Vescovo Lambiasi – di san Gregorio di Nissa: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo quello che resta non è più Dio, ma il suo cadavere”, e allora verrebbe da dire a maggior ragione “Se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma una lunga fila di camion carichi di bare, che vanno a riempire un cimitero di cadaveri“.
E proprio anche per questo chiediamo allo Spirito Santo che risani la nostra umanità dalla pandemia, perché siamo e ridiventiamo un popolo di Dio vivente e gioioso, e smettiamo di essere segnati da queste morti che ci tolgono anche l’immagine di un popolo vivo e ci privano della gioia della Pasqua e della Pentecoste.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 20-25)
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Oggi è una giornata di conclusioni, di rilancio, di speranza: la messa di stamani ci riporta nel Cenacolo a vivere l’ultima attesa.
La storia della chiesa primitiva si conclude: Paolo è arrivato finalmente a Roma, è agli arresti domiciliari, ma nessuno lo ferma nella sua decisione di far conoscere Gesù; a Roma ci sono tanti ebrei che lo possono consultare, ma soprattutto tanti pagani cui lui vuole annunciare la figura di Gesù, risorto e salvezza di ogni uomo, e proprio a Roma si può dire che si aprono le porte dell’occidente alla luce del Vangelo.
Il Vangelo di Giovanni – pure – si chiude: Pietro e Giovanni si accommiatano; gli apostoli si sentivano prima di tutto testimoni di Gesù, della sua vita, della sua dottrina e specialmente della sua risurrezione: hanno una missione nel mondo e nella storia di garanti della verità trasmessa come testimoni, chiamati ad esserli da Dio.
Ci viene quindi richiamata la missione di ogni cristiano: ognuno di noi deve essere segno visibile, mediante la sua vita, della parola in cui crede.
Gli Evangeli che abbiamo letto e su cui abbiamo riflettuto, e in quest’ultimo tempo soprattutto il Vangelo di Giovanni, ci danno l’immagine del testimone che dobbiamo realizzare nella nostra vita in maniera originale: non siamo mai fatti con lo stampino.
La Parola di Dio scava nelle nostre vite cose diverse, meravigliose, importanti e da comunicare: è il tempo dell’andate, dell’uscite, dell’Ascensione di Gesù, delle sfide che ogni giornata sicuramente non ci farà mancare.
In questo tempo pasquale siamo stati serrati nella nostra pandemia: sembra che ci lasci … ora si potrà sperare che ci abbandoni del tutto?
Ci aspetta un periodo difficile di ricupero forze, energie, impegno, solidarietà, ma l’attenzione più alta deve essere a non tornare ai vecchi tradimenti della fede e della noia di essere cristiani.
Questa sera, questa notte, molti faranno la veglia: è una veglia come quella che ha anticipato la pasqua; ricordo che gli scout si trovano tra di loro, accendono fuochi, fanno proprio la veglia in preghiera e rinnovano la loro grinta formativa e di servizio.
E noi allora, in questa notte che precede la pentecoste, che precede la venuta dello Spirito Santo, che vogliamo ricelebrare con molta intensità, ora che possiamo anche partecipare alla celebrazione eucaristica, pur se con tante condizioni, dobbiamo aprire il cuore alla venuta dello Spirito.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21, 15-19)
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C’è bisogno ogni tanto di rifondare le cose più importanti che viviamo: assumiamo un incarico nella amministrazione comunale, sarà bene conoscere meglio la Costituzione Italiana; facciamo parte di qualche associazione di volontariato? sarà utile conoscere bene le disposizioni legislative del terzo settore; sarà importante conoscere oppure facciamo parte della chiesa e vogliamo accostarla con più rispetto e conoscenza o ancor meglio prenderci alcune responsabilità cui siamo stati chiamati, e sarà importante conoscere in senso biblico, cioè fare esperienza concreta della Chiesa.
Ecco, il tempo di Pasqua è stato un tempo molto utile per ricostruire tutti gli elementi fondamentali della vita della Chiesa, e ci sono stati presentati nelle letture della Messa, che avevano sempre gli Atti degli Apostoli, cioè questa entusiasmante vita dei primissimi cristiani a partire anche da quando ancora non erano chiamati così.
E’ in questa ultima settimana che insiste sulla Pentecoste: abbiamo riflettuto sulla bellissima preghiera di Gesù, prima della sua morte e risurrezione, e oggi contempliamo l’ultima chiamata di Pietro, quella del Conclave, cioè il giorno in cui Gesù lo fa responsabile della Chiesa, lo fa il primo papa.
Vi ricordate … o leggete il Vangelo … c’è quel famoso dialogo con tre domande imbarazzanti che fa Gesù a Pietro: “Mi ami? Mi ami davvero? Mi ami più di costoro?“
Ad ogni risposta Gesù gli aumenta la responsabilità sulla Chiesa, fino a farlo papa.
Per dirigere gli altri occorre prima di tutto dare la prova di un amore più grande … però è troppo facile dire “ti amo”: può essere una dichiarazione leggera, pure una dichiarazione sincera, ma che nasce dall’entusiasmo e dalla presunzione di sé.
Pietro, al quale Gesù riserva un ruolo che richiede soprattutto un grande amore e una grande fedeltà, si era imbarcato troppo facilmente nel suo ruolo futuro, giurando una fedeltà e un amore che, alla prova dei fatti poi, si è dimostrata fragile e incerta.
Gesù, con le sue domande, non vuole cacciare in gola a Pietro altri fatti incresciosi: non ha mai chiamato nessuno a rendiconti del proprio operato, ha sempre caricato tutto di perdono, di fiducia, di nuove proposte più impegnative.
Pietro però deve sapere che la sua vocazione al primato pastorale non dipende e non è legata al suo merito, ma alla scelta di lui che il Signore fa, per questo dovrà amare di più.
E’ un episodio questo che avrà sostenuto non un papa solo al momento della richiesta di accettazione dei voti dei confratelli cardinali in Conclave.
Anche il suo rinnegamento è una lezione: non ha disimparato l’amore di Cristo, ha imparato il timore di sé; non ha trascurato la carità, ma ha trovato l’umiltà e la fiducia nella forza di Gesù.
Nella Chiesa tutti noi battezzati abbiamo un posto perché siamo stati scelti da Gesù e quindi senza timore di non essere all’altezza del compito, ma disponibili a farsi correggere.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17, 20-26)
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Quante volte, quando veniamo a contatto con persone che stimiamo per il loro rapporto con Dio, le loro preghiere, la loro testimonianza di fede incrollabile chiediamo loro di pregare per noi?
Papa Francesco non termina un angelus senza chiedere di non dimenticarsi di pregare per lui, ed è una gioia scoprire che Gesù, in questa accorata preghiera, prima di affrontare la suprema prova della sua vita sul Calvario, Lui stesso, Gesù, ha pregato per ciascuno noi.
Noi che non abbiamo condiviso con Lui nessun momento di vita, noi che non abbiamo potuto vederlo con i nostri occhi, sentirlo con le nostre orecchie, noi gente di questo nostro tempo turbolento, che sembra allontanarsi sempre più da Dio, noi siamo stati nelle sue preghiere, nel suo cuore, nel suo pensiero, nel suo dialogo con il Padre e continuiamo ad esserci perché lo Spirito Santo viene dentro di noi per rendercelo sempre vivo e presente: lo ascoltiamo ancora oggi nelle parole della sua Chiesa.
Che cosa chiede Gesù al Padre per noi? Che tutti siano uno, «come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi».
Gesù, mentre prega, getta uno sguardo a quanti crederanno in lui e per i suoi apostoli e per tutti noi invoca l’unità, che ha due dimensioni: una invisibile, che è la comunione stessa con la Trinità, e l’altra visibile, capace di convincere il mondo che Gesù è davvero inviato da Dio Padre.
Nel suo commiato da noi si identifica con l’amore reciproco spinto fino al dono della propria vita: Giovanni parla della Chiesa solo in questi termini, e lancia più di uno spiraglio, una luce vera, che si farà fiaccola, che in nostra compagnia ci aiuta a camminare nelle nebbie della vita, e fa da riverbero di misericordia sul mondo che non crede in Gesù.
Abbiamo la gioia e il compito come cristiani di fare da capofila di una umanità già tutta redenta, anche quella che non è consapevole di questo grande dono di Dio: non ci possiamo permettere di lasciare fuori nessuno da questa unità, anche i nemici nostri e i nemici di Dio.
Forse oggi siamo divisi, perché abbiamo pensato che fare unità si potesse fare attorno a un tavolo di concertazione, con i nostri metodi tipici del “passo indietro tu, un passo indietro io, andiamo d’accordo, vediamo com’è, se a me serve …”
La gloria di Dio non si manifesta moltiplicando i discorsi su Dio o difendendo i diritti di Dio: infatti si è manifestata nella morte di Dio, nell’estremo annichilamento nel quale anche la Parola – con la P maiuscola – ha taciuto.
La teologia della gloria è la stessa teologia della croce: non possiamo allora accedere a questa gloria se non ci si apre all’amore con cui il Padre ha amato il Figlio, già prima della creazione del mondo, e che ha trovato il suo punto finale nella morte per la salvezza di tutti gli uomini.
Certo noi intelligentoni potremo fare tutti i nostri ragionamenti più contorti e difficili, profondi e logici, ma il Dio che ci inventeremmo sarà sempre un Dio senza gloria, ed è senza gloria perché è senza croce.
La Chiesa per cui Gesù, prima di andare a morire in croce prega, è sempre illuminata dal quell’ «io ho fatto conoscere loro il tuo nome»: non è una dotta teologia che ce lo fa conoscere nel senso biblico di esperienza coinvolgente ogni nostra persona, ma il silenzio di Dio, quello del Figlio dell’uomo appeso sulla croce.
E il dono finale della preghiera di Gesù è: “che l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”, e dobbiamo dircelo sempre, anche in questi tempi di “distanza fisica”.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17,11b-19)
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Ancora all’inizio della preghiera di Gesù che precede – come dicevamo – la notte dell’agonia nel Getsemani, la sua crocifissione, morte e risurrezione, Gesù stesso fa questa affermazione: «Non prego per il mondo».
E’ una frase che sorprende: sappiamo che la parola mondo assume molti significati, sempre nel campo di forze ostili, e la frase sembra poco in sintonia con altre affermazioni del Vangelo, però questa affermazione non possiamo tacerla e nemmeno sminuirla.
Nel contesto dell’intera preghiera il rapporto col mondo è descritto secondo varie prospettive: il vocabolo “mondo” vi ricorre almeno dodici volte, ciò vuol dire che è importante.
Gesù non riesce a esprimere il suo rapporto col Padre, e nemmeno il suo rapporto coi discepoli, senza servirsi della figura del mondo: Gesù non appartiene al mondo, ma al Padre che lo ha mandato nel mondo.
I discepoli non appartengono al mondo, ma Gesù li lascia nel mondo: i discepoli sono diversi dal mondo, ma devono stare il mondo, perché il mondo sappia che Gesù è stato inviato dal Padre per la sua salvezza.
Allora … tra il mondo e Gesù, il mondo e i discepoli, c’è diversità di appartenenza: una diversità che il mondo rifiuta, la avverte come una minaccia; tuttavia ogni discepolo deve stare davanti al mondo per testimoniare la grande verità che Dio ama il mondo.
Il mondo rifiuta la verità che lo salva, e rifiuta i cristiani che la annunciano: è un umanità che rifiuta consapevolmente l’obbedienza alla Parola restando chiusa nell’amore di sé, ma ogni cristiano deve stare nel mondo a testimoniare che il mondo sta sempre nel cuore di Dio.
Se c’è una diversità, non sta nella condanna del mondo, ma nell’amore al mondo: Il mondo non ama se stesso, è pieno di relazioni egoistiche e distruttive.
Il cristiano invece lo ama: questa è la differenza cristiana.
Questo mondo non è nemmeno quello che gli anacoreti, o i contemplativi, gli eremiti abbandonano per dedicarsi alla contemplazione in una salutare segregazione: Gesù stesso ha abbandonato il suo stato di “segregazione divina” per entrare compiutamente nella condizione umana, proprio per scrivere dentro lo spessore della nostra storia, dentro questa nostra umanità, la sua nuova esperienza di umanità: Lui stesso che è fondamento oggettivo di passaggio dalla schiavitù alla libertà.
I cristiani non sono portatori di una alternativa mondana, ma annunciatori della Parola che salva, della parola che cambia, che accende speranze, che è presenza della Parola per eccellenza: il Verbo fatto carne.
E qui torniamo con una completezza di visione al primo capitolo del Vangelo di Giovanni: «il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi».
Ci fa bene, anche dentro questa epidemia che sta forse evolvendo verso la sua fine, che noi abbiamo questa consapevolezza: che questo mondo va amato come lo ha amato Dio.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 17, 1-11a)
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Non faremo mai attenzione sufficiente a un rapporto con il Signore di ogni persona umana veicolato dalla preghiera.
Checchè se ne dica, pregare è un atto squisitamente umano: non si tratta sempre di un rapporto con Dio, perché la preghiera matura nella nostra condizione umana quando si snoda nel suo percorso di crescita, di attesa, di costruzione di sé.
Ogni persona si caratterizza necessariamente in una relazione con altri, con qualcuno, con le persone amate, o le persone incontrate: con esse sviluppa desideri che si comunicano e diventano semplici o persistenti invocazioni di amicizia, di relazioni più profonda, di richiesta di compagnia, di aiuto, di ascolto oppure di accettazione di qualcosa di te.
Non è forse così anche l’incontro tra due innamorati, tra cui a mano a mano che si conoscono e manifestano fiducia vicendevole, nasce un desiderio, una richiesta spesso solo intuita, ma in seguito anche significata e espressa?
E’ la più semplice forma di preghiera: non è manifestazione di dipendenza, ma dialogo costruttivo, approfondimento di comunione.
Le celebrazioni eucaristiche di questa settimana – che è imminente alla Pentecoste – ci presentano la bellissima preghiera di Gesù al Padre, che occupa tutto il capitolo 17 del Vangelo secondo Giovanni.
In questa preghiera solo Gesù parla e si rivolge al Padre; il nome “Padre” è l’invocazione, l’unica invocazione continuamente ripetuta: Gesù lo invoca almeno sette volte, cinque senza nessun aggettivo, una volta dice Padre “Santo” e un’altra “Padre Giusto”.
E’ una pagina scritta in simmetria con il prologo, che è la prima pagina del Vangelo di Giovanni, dove si diceva, se ricordate “in Principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio“, dove si annunciava ciò che nella Trinità si viveva e si era deciso circa la missione di Gesù nel mondo.
Qui invece, appena prima della narrazione della passione, morte e risurrezione, Gesù afferma, in forma di preghiera e con il pathos della condizione umana, che tutto quello che era stato incaricato di fare, cioè la missione di Gesù, si è compiuta: non si fa più la fotografia della condizione di ombre e tenebre in cui dall’alto, dalla parte di Dio, si vedeva come era mal combinato il mondo, ma dal basso si contempla, dentro questa terra che doveva essere redenta, e si contempla l’orizzonte della gloria di Dio.
Qui le tenebre sono giunte al massimo della loro oscurità: c’è l’umanità del figlio dell’uomo con i segni del supplizio della croce e con quelli della gloria del Padre.
Non c’è altra pagina di Vangelo così densa in cui le due condizioni di Gesù, quella umana e quella divina, confluiscono nei due termini contraddittori della sua esistenza: morte e gloria.
Queste coincidono perfettamente negli stessi movimenti del cuore e ci aiutano a superare le contraddizioni attorno al centro del mistero profondo, grande, entusiasmante di Cristo, cui si può giungere solo con la fede e non con una sintesi razionale.
Per questo Gesù dice “ è giunta l’ora”, l’ora attesa e invocata da Maria a Cana, l’ora della morte obbediente.
Ciò che andava compiuto, ora è compiuto, è l’ora dell’annientamento di Gesù, ma nello stesso tempo è la più intensa e vera manifestazione del Padre.
La gloria non è vista come il premio della croce, ma la stessa croce: qui è Dio il soggetto stesso di tutto, anche della morte, perché questa è il massimo dell’amore e il Dio fatto carne entra nella totale assenza, nella morte, e vi entra proprio nel massimo del suo amore.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 16, 29-33)
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Ci facciamo spesso domande sulla fede, sull’eternità, sull’aldilà, sul mondo soprannaturale e le risposte non ci danno mai evidenza e soprattutto certezza.
Tra certezza e verità – però – c’è una bella differenza: la fede, l’aldilà, il soprannaturale stanno dalla parte della verità.
La fede non è certezza umana baldanzosa, sicura, schiacciante, non elimina mai completamente il dubbio, l’oscurità, è continuamente messa in discussione dalla tentazione e dalla prova, e questo – val la pena di ricordarlo sempre – significa che la persona è sempre libera di credere, non ne è costretta come se si trattasse di un teorema matematico dimostrabilissimo dalla ragione.
Con Gesù i discepoli avevano fatto molta fatica a stargli dietro col pensiero, a capire che cosa volesse dire quando parlava del Padre, del regno dei cieli e – finalmente dopo averci messo il naso, si direbbe con san Tommaso – si sono rassicurati.
“Adesso finalmente parli chiaramente: della serie non è che siamo meglio noi che ci siamo sforzati di entrare nel tuo modo di pensare – no – sei Tu che parli chiaramente. Almeno sul monte alcuni di noi Ti hanno visto trasfigurato, Ti sei mostrato veramente per quello che sei, anche se sei venuto più vicino alle nostre aspettative” … e pensano ormai che ogni problema sia superato.
Tutto è chiaro ai loro occhi. Nel loro entusiasmo c’è qualcosa di infantile e di umano: l’orgoglio di essere alla scuola di un uomo straordinario che sa tutto e soprattutto sa farsi capire.
E Gesù, come se facesse loro una doccia fredda, dice: “Adesso capite? Arriverà il tempo della prova, della disillusione, della fatica di entrare fino in fondo nel mio mistero.“
Si erano tutti adagiati sulla focosità e certezza di Pietro dopo la Trasfigurazione; che disse Pietro allora? ” Signore vogliamo stare qui sempre, ci facciamo tre capanne e stiamo a contemplarti soltanto”.
E’ facile avere fede nel Cristo splendente e glorioso sul Tabor, ma difficilissimo accettare, senza scandalizzarsi, il Cristo dell’angoscia dell’orto degli ulivi, del disprezzo e del gioco sadico dei soldati, le urla della morte sul Calvario, l’annullamento dentro nella tomba, ma anche il Cristo che si nasconde in questo tempo di pandemia, nelle sofferenze indicibili dei morenti.
Lo Spirito Santo solo ci può aiutare a colmare la nostra incapacità di capire e di affidarci … e ci affidiamo a Lui.