Il buon pastore è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10, 11-18)

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Abbiamo sempre bisogno di un riferimento per la nostra esistenza, un punto – insomma – a cui guardare nelle difficoltà che incontriamo.

Non sempre viviamo in tempi tranquilli, con orari ripetitivi, occasioni ricorrenti, futuri intuiti, già segnati e tranquilli: di fatto stiamo uscendo – per esempio – a fatica da questa pandemia che ci ha scombussolato i nostri giorni, ha cancellato le nostre abitudini, ci ha obbligato a inventare ogni giorno qualcosa di impensato perché ci ha tolto dal nostro tran-tran, che senza saperlo ci creava forse noia, ma non certo insicurezza e ansia.

Stiamo ore ad ascoltare le previsioni, i comunicati, la protezione civile: ci dicono che va meglio, ma non del tutto, che occorre non far lavorare troppo la fantasia; ci siamo radicati nella ricerca di riferimenti più sicuri, persone di cui avere fiducia che non ci ingannano, e che non speculano sulla nostra fragilità. 

Forse, senza rifarci a visioni bucoliche antiche (hanno pure usato, in questo Covid-19, il tema del gregge, di cui molti che vivono in città non hanno nemmeno l’immagine), e riusciamo a capire la figura del pastore che Gesù si attribuisce: abbiamo cioè dentro la necessità di una guida per la vita, di qualcuno di cui ci possiamo fidare.

E Gesù ci dice proprio «Io sono il  buon pastore», e ci offre alcuni criteri per riconoscerlo:  Egli dà la vita per le sue pecore, ha cioè il massimo disinteresse per se stesso e si mette in gioco completamente per il nostro bene, costi quel che costi. 

Non è assolutamente obbligato a fare questo, ma lo sceglie lui liberamente; non nasconde dietro le sue parole incertezze e soprattutto inganni – diremmo oggi fake news – addolcimenti per captare fiducia: è in gioco la sua vita per noi. 

Ancora, Gesù conosce a fondo le sue pecore: la sua conoscenza di noi è nel senso biblico, molto di più di qualcosa di mnemonico o di intellettuale, ha con noi una relazione personale, intima, di profonda conoscenza di noi e della nostra situazione personale, o anche comunitaria; richiama una comunanza di vita fondata sull’amore, una conoscenza esistenziale che permette di giungere alla nostra persona come essere vivo, di entrare nel mistero profondo del nostro cuore. 

E ancora Gesù si preoccupa dell’unità e di radunare il suo gregge: questo è ancora più importante, perché il pastore va alla ricerca delle sue pecore; è Lui che va alla ricerca: Gesù cerca il suo popolo, anche se il suo popolo abbandona. 

E’ Gesù che ci cerca, ancor prima che ne avvertiamo la presenza e nasca nel nostro cuore il bisogno di Lui; è Lui che ci mette assieme, che non fa della distanza sociale una distanza anche del cuore e degli affetti, della compagnia e della solidarietà.

Il dono della fede è sempre una iniziativa divina: a noi basta che ci facciamo accogliere.

Ho altre pecore che non sono di questo ovile, anche queste devo condurre: Le nostre iscrizioni alla sua amicizia non vengono respinte per nessuna incapacità di accoglienza da parte sua.

Per Lui non c’è mai soprannumero, non ci sono code kilometriche da fare in notturna, anche se la sua porta è stretta, perché desidera un cuore innamorato: e allora noi decidiamo di stare con lui, il nostro buon pastore. 

4 Maggio 2020
+Domenico

Gesù è pastore, e ci conduce alla vita pienamente umana

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,1-10)

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La vita di ogni persona, uomo e donna, ragazzo e ragazza, nonno o nonna, ha bisogno di relazioni, per svilupparsi, per crescere, per arrivare a pienezza: è vera relazione umana sentire di voler bene a qualcuno, dialogare, sognare assieme,  progettare vita. 

Se le relazioni sono intense ed escono dal sospetto e dalla superficialità hanno bisogno però, a un certo punto, di aprire il nostro cuore e varcare la soglia del cuore altrui per condividere i sentimenti e le nostre intenzioni. 

Se poi, la relazione si sviluppa nell’amore ci fa compiere piccoli passi che ci permettono di addentrarci nel vissuto della persona amata, di aprire una porta che ci introduce in un universo nuovo e sconosciuto che è il mondo dell’altro, che progressivamente si svela ai nostri occhi e diventa un tutt’uno con il nostro mondo.

Si ama veramente solo quando si attraversa la porta della vita della persona amata e lì, in quella nuova condizione, ci si impegna con fedeltà e, se occorre, per sempre.  

La relazione che vuol stabilire con noi Gesù è di questo tipo: è un pastore che entra per la porta della nostra vita, si prende cura di noi, stabilisce un dialogo, una comunicazione, in cui noi lo sentiamo come più intimo a noi di noi stessi.

Non siamo mai anonimi per Gesù, ma siamo chiamati a uno a uno: Lui scrive la sua presenza in noi da amico; per Lui noi abbiamo un volto, un nome, una dignità.  

Ogni cristiano che si spinge nella sua vita verso l’altro, deve imitare sempre Gesù, essere come lui, perché Lui è la porta da cui passare, la porta di ogni profonda relazione umana che veicola la fede in Lui, una vita piena, una vita capace di arrivare fino al dono di sé per il bene degli altri.  

Questo atteggiamento di Gesù spiegato ai suoi discepoli, agli stessi apostoli, li metteva in guardia dal diventare usurpatori della vita degli altri, legulei senza cuore, oppressori di coscienze, “ladri di vite” in una parola.

Il mondo religioso di quel tempo si stava intorbidando in queste schiavitù, fatte passare per vita autentica: invece era una vita incatenata; forse anche oggi, quando non passiamo per questa porta che è Gesù rischiamo di imprigionare coscienze invece che liberare felicità vera e pienezza di vita.  

Questo ci dobbiamo chiedere noi preti, me lo chiedo io Vescovo, se lo devono chiedere i genitori nei confronti dei figli, gli educatori, oso dire anche gli allenatori di una squadra sportiva di giovani, di ragazzi; questo se lo devono chiedere i maestri di vita, gli stessi amici e ogni esperienza che chiede fiducia. 

Varcare la soglia della vita altrui deve essere sempre e solo una profonda imitazione di Gesù, che è sempre la porta della vita; l’entrare attraverso Gesù significa aver davanti chiaro e unicamente il bene di ogni persona, ed impegnare tutte le energie per il suo raggiungimento: è partecipare alla dedizione di Gesù perché si realizzi la felicità vera di ogni persona.  

3 Maggio 2020
+Domenico

Noi decidiamo di stare con te sempre

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 60-69)

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Ci capita molte volte di sentirci chiamati dentro avventure più grandi di noi, di misurarci le forze per vedere se riusciamo ad affrontare la sfida: spesso è uno sport, molte altre volte invece è la vita, la famiglia, la casa, il lavoro; spesso è un ideale che ci viene proposto da chi ha grandi mete, grandi sogni e vede in noi la possibilità di una risposta generosa e vera.

San Giovanni Paolo II, quando incontrava i giovani, li sapeva spingere a ideali alti, a imprese impossibili e a tu per tu li incoraggiava: molti hanno fatto cose grandi nella loro vita, per la Chiesa, per i poveri, dietro la sua spinta.  

Era così anche Gesù, evidentemente: proponeva ai suoi discepoli cose grandi, oltre ogni possibilità umana, ma molta gente lo abbandonava; dice il Vangelo: “molti si tirarono indietro e non andavano più con Lui”.

Era sta fatta loro la proposta dell’Eucaristia, del nutrirsi del suo corpo e del suo sangue: inaudito, impossibile, troppo arduo da capire … e Gesù che vuole sempre il massimo di libertà quando fa le sue proposte, dice con molta franchezza ai suoi discepoli: “Volete andarvene anche voi? Volete ritirarvi? Sentite che non ce la fate? Vi cedono le forze? Non riuscite a fidarvi di me? Avete in cuore l’idea che io vi abbandoni, che vi lasci soli? Non ve la sentite di osare tanto?”

Non posso qui non ricordare che questo brano di Vangelo che si propone oggi nelle Messe era quello che san Giovanni Paolo II propose nella Messa conclusiva della giornata mondiale della gioventù del 2000, di fronte a due milioni di giovani, andando contro alla tradizione delle giornate mondiali, che alla Messa conclusiva propone sempre  il brano di Vangelo che ne contiene il motto, in quel caso nel 2000 era “Il verbo si è fatto carne e venne ad abitare tra noi”: era il primo capitolo di Giovanni.

Aveva davanti un mondo giovanile entusiasta, coltivato in tutte le giornate mondiali che anche con sofferenza aveva presieduto: poteva raccogliere il frutto del suo lavoro accarezzandolo di più questo mondo giovanile, addolcendo il Vangelo con altre belle frasi, che sempre Vangelo sono … invece no! Fece risuonare di fronte a quella gioventù entusiasta, che divenne pure profetica, la domanda cruda e provocatoria del Vangelo “Volete andarvene anche voi?” 

La tentazione dei discepoli di girare i tacchi a Gesù è forte: il giovane cui aveva indicato la strada della vita piena – la vita eterna: “che devo fare per avere la vita eterna?” – lo aveva lasciato; Giuda lo abbandonerà tradendolo; qualcuno che gli dice si, ma poi se ne va, lo ha incontrato pure lui: molti al momento giusto sono fuggiti. 

La debolezza va messa in conto, e non spaventa mai Gesù: Lui sarà sempre pronto a raccogliere la fragilità per cambiarla in cammino di ripresa; infatti Pietro che ha capito che nella sua vita l’unico che gliela può riempire è Gesù, dice con la sua solita ingenuità: “Signore che credi? Che noi abbiamo alternative alla tua pienezza, alla gioia che ci doni, alla pienezza di vita che ci hai fatto balenare davanti agli occhi? Tu hai parole di vita piena, oltre ogni limite, una parola che ci riempie il cuore di gioia oltre ogni misura. Tu sei la pienezza di Dio, la santità di Dio, il cielo della nostra aspirazione quotidiana e decidiamo di stare sempre con te.”

E Pietro, nella figura di papa Francesco, continua come tutti i suoi predecessori anche oggi ad alzare tutti noi alle parole più impegnative di Gesù. 

2 Maggio 2020
+Domenico

San Giuseppe Lavoratore: primo maggio, festa del lavoro

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 13, 54-58)

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Primo Maggio, festa del lavoro, inizio del mese della Madonna: ricordiamo San Giuseppe.

Da buoni cittadini italiani, non vogliamo nella nostra esperienza ecclesiale snobbare una festa civile: oggi è festa del  lavoro, e da sempre in questa giornata la Chiesa ha voluto fare memoria – nella Messa – dell’esperienza semplice, quotidiana, faticosa di un lavoro con cui Gesù si è misurato, necessario per vivere concretamente la vita dell’umanità, una incarnazione vera. 

Aveva imparato a guadagnarsi da vivere da san Giuseppe, se i Vangeli lo ricordano come il figlio del carpentiere: da ragazzo non giocava soltanto, non viveva facendo passerotti di creta da far volare miracolosamente, come dicono alcuni Vangeli apocrifi. 

Gesù torna nella sua patria, dove era cresciuto, dove era stato per trent’anni, dove aveva fatto il falegname; Gesù aveva imparato ad affrontare il rischioso mestiere di vivere che tocca ad ogni uomo e donna: la fatica, la quotidianità, la ripetitività, le relazioni, le scoperte, le incomprensioni; insomma tutto ciò che avviene in un paese e che avviene in ogni paese, l’ha vissuto pure lui: ha vissuto quelle cose che noi cerchiamo di schivare, o per lo meno non apprezziamo, perché non hanno  significato, e sono la quotidianità.

Importantissimi quei trent’anni invece! Ed entra nella sinagoga, dove ha imparato a leggere, a scrivere, ha imparato la Parola di Dio, è cresciuto, dove ha tutti i suoi ricordi, i suoi compagni, e la gente rimane stupita e alla fine lo rifiuta.  

Noi diciamo spesso “gli oscuri anni di Nazareth”, anche perché nei confronti di Gesù abbiamo ancora la stessa mentalità dei suoi compaesani: anche noi non capiamo perché Gesù ha vissuto la maggior parte della sua esistenza, in un paese anonimo, in un’esistenza incolore, con millenni di attesa, secoli di preparazione e arriva il Messia, e per trent’anni: niente. Non fa, non dice nulla che non sia “strettamente normale”. 

Quando il vangelo ci dice che lui è il figlio del carpentiere, ci fa capire che era subentrato nel lavoro del padre; non è un lavoro qualificato: aggiustava gli attrezzi, gli utensili da lavoro, costruiva pezzi che potevano rimettere a posto mobili disfatti; viveva – insomma – lavorando per altri.

Gli “oscuri anni di Nazareth”, sono una rivelazione del modo con cui Dio si inserisce nel nostro quotidiano e lo vive in un modo diverso: dà un grande significato positivo, profondo al lavoro quotidiano; il lavoro è il cantiere allora del Regno di Dio: è in esso che la persona si “allena”, si forma al senso della vita, della collaborazione, della solidarietà, della concretezza, dell’approfondimento della sua umanità, della sua dignità.

Quanto siamo ingiusti se lasciamo la gente senza lavoro: le viene a mancare, oltre che la possibilità di vivere, la stessa dignità umana.

Oggi che l’epidemia forse sta mollando la presa, ci lascia un grande impegno per tutti e per le istituzioni: ridare e offrire un lavoro dignitoso per tutti. 

E’ un compito che ci deve vedere impegnati tutti, da persone e da cristiani. 

1 Maggio 2020
+Domenico

Il sapore e la forza della vita è Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 47-48) dal Vangelo del giorno (Gv 6, 44-51)

«In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita.»

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In tempi di grande confusione come sono i nostri non è raro farsi domande del tipo: “dove sta il segreto per avere una vita vera, non succube delle strane teorie che ogni tanto qualcuno vende per definitive? E’ possibile trovare pienezza di vita o dobbiamo accontentarci sempre di ritagli, di piccoli adattamenti?” 

Il Vangelo non ha dubbi: la vita piena, bella, felice, completa, degna di essere vissuta, determinante, definitiva ce l’ha solo chi crede, chi si affida, chi mette la sua vita nelle braccia di Dio, chi ha colto in Dio la direzione del suo percorso e lo continua a seguire, a cercare, a percorrere.

Per essere felici occorre avere una fede: noi cristiani diciamo “occorre avere la fede nel Dio di Gesù Cristo”.  

Purtroppo molti dicono che la fede provoca fanatismi e intolleranze: addirittura si fanno guerre, si creano contrapposizioni, si mina la pace sociale e quindi è meglio starsene tranquilli, senza esporsi, facendosi ciascuno i fatti propri …

A parte che qualche contrapposizione naturale, qualche confronto anche duro per chiarire i nostri ideali e sostenerli è sempre meglio della pace del cimitero, e inoltre pace e serenità non possono consistere nel lasciarsi fare la vita dai più furbi, mettersi in balia di chi ha la capacità di farci ragionare come lui vuole, perché è potente, perché è persuasivo, ha tutte le immagini possibili di felicità da propinarci per svariate ore ogni giorno. 

Ogni persona ha una sete di vita che non può passare con l’adattamento: la persona, l’umanità, è un vulcano di energie, di amore, di intelligenza, di forza e deve trovare direzioni verso cui esprimerle, e la direzione che il Vangelo ci dice è quella della fede, e per prendere questa direzione Dio si pone nella vita come il pane, il nutrimento di base, la solida possibilità di crescere nella prospettiva di Lui.

Questo pane è il sapore della vita, e il sapore è Lui; è la forza della vita, e la forza è Lui.

Dice Gesù: “Io sono il pane della vita, io sono a disposizione per ogni vostra fame, io sono la forza di quel Dio che non vi abbandona mai.”

Se facciamo digiuno eucaristico in questi tempi di epidemia è perché c’è una giustizia e un amore più grande che viene prima, una attenzione ai più fragili, ma molti di noi lo hanno sempre fatto volutamente e cocciutamente senza motivo, per superficialità, per supponenza, tutti atteggiamenti che non hanno ragione di stare in un cristiano. 

Anche questa è una conversione che dobbiamo “attuare”.

30 Aprile 2020
+Domenico

Io non vi mollo, ma voi mettete fuoco nella vita del mondo

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11,28-30) dal Vangelo del giorno (Mt 11, 25-30)

«Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero»

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La fatica della vita spesso è tanta e non ne vedi un sollievo: la casa, i figli, il lavoro, lo studio, le avversità, le incomprensioni, le sventure e quando ti sembra che tutto fili liscio, la malattia o la morte, un’epidemia e lo stravolgimento della vita quotidiana.

Altre volte invece c’è serenità, gioia, comprensione, collaborazione, intesa, amore; purtroppo sembrano più frequenti le sfortune che le fortune.  

I discepoli di Gesù da un po’ di tempo stanno con lui e cominciano a sentire la dolcezza della sua persona, ma anche l’arditezza dell’impegno che Gesù loro chiede, e si avventurano da soli per le strade della Palestina a predicare, a preparare la via a Gesù: tornano stanchi e desiderosi di parlare, di confidarsi, di confrontarsi con Lui, di sentire il suo sostegno.

Il Vangelo è così difficile da annunciare? Perché incontriamo tanti ostacoli? Non stiamo parlando e offrendo pace e serenità, vita bella e amore di Dio? Perché troviamo persecuzioni e molestie?

Il male viene sconfitto, ma il mistero del male non vuol cedere e scatena nell’uomo tutte le reazioni possibili.

La vita è una lotta continua: il male non vince il bene perché Gesù lo ha già sconfitto, ma  vincere le resistenze del cuore è una scelta di libertà che parte dalla convinzione della persona; e Gesù si pone come “interlocutore” della fatica del vivere e della lotta contro il male: Lui è forza e balsamo, ristoro e serenità, fiducia e consolazione.

“Se avete qualcosa che vi pesa nella vita Io vi aiuto a portarla, non vi lascio soli, non vi lancio appelli, non vi faccio una videoconferenza dal cielo, ma sto con voi; non vi seguo dall’esterno dei problemi e della vita, ma mi accompagno ai vostri passi. Vedrete poi che il mio giogo è lieve e la vita cristiana una fontana di luce e di gioia: se siete stanchi passate da qui, Io non ho altro che accogliervi e farvi dimorare con me. Anch’io mi sento sempre accolto dalle braccia forti e sicure, amorevoli e rappacificatrici del Padre mio; star dietro a me può sembrare difficile, ma questa è la strada della felicità; le difficoltà le semina nel vostro cuore il principe del male, vi ho dimostrato che lo posso vincere: fidatevi di me! Mitezza, umiltà, semplicità, povertà, la stessa vostra debolezza sono titoli di assoluta presenza mia nelle vostre esistenze.”  

Oggi è la festa di santa Caterina da Siena, patrona d’Italia e dell’Europa, e non posso non ricordare quel grido che san Giovanni Paolo II lanciò 20 anni fa, alla conclusione della GMG del 2000 a Tor Vergata, citando proprio santa Caterina. “il Papa vi accompagna – diceva – con affetto” e, parafrasando un’espressione di Santa Caterina da Siena, vi dice: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!” 

Non si riferiva certo agli incendi dei boschi, ma a quel fuoco che ogni cristiano deve avere dentro ed essere capace di appiccare in tutto il mondo. 

29 Aprile 2020
+Domenico

Signore dacci sempre questo pane

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,30-35)

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Fame e sete sono bisogni che assillano ancora molta parte dell’umanità; fame e sete di pane, di nutrimento, di acqua, degli elementi fondamentali della vita umana dividono -purtroppo – ancora l’umanità in ricchi e poveri, in affamati e sazi, in denutriti e obesi.

Parole come pane e acqua in alcuni nostri contesti non dicono niente, in altri sono l’assillo quotidiano: il bisogno di pane e di acqua, la fame e la sete non sono solo di un momento, ma tornano sempre finché viviamo, ci accompagnano per tutta la vita; oltre che necessario nutrimento, sono anche segno di salute, di voglia di vivere.  

E Gesù parte da questa esperienza determinante per aprire l’umanità a una prospettiva più ampia nella sua esistenza: c’è una fame e una sete che non passa col cibo e con l’acqua; ci sono dei bisogni profondi che non si possono esaudire con cibo e bevanda; c’è una sorgente di acqua zampillante che è fatta per un’altra sete, un pane che è fatto per un’altra fame: è la sete di felicità, è la fame di amore, è il bisogno di Dio e di contemplazione di un riferimento alto per la nostra vita. 

Per questi bisogni occorre un altro pane e un’altra acqua.  

Aveva provato – se ricordate – quella donna al pozzo in Samaria a dialogare con Gesù di acqua, di pani, ma Gesù subito la smaschera: “non ti nascondere dietro questi bisogni, tu hai un’altra sete più profonda dentro! Abbi il coraggio di guardarti nella coscienza e di leggere che hai una vita da alimentare con lo Spirito”.

Gesù si pone davanti agli uomini come il pane della vita, il sostegno vero, il nutrimento necessario, normale, quotidiano: “vai cercando felicità ovunque, perché non la cerchi nella Mia vita, nella Mia Parola? Perché non ti decentri dal tuo continuo guardarti addosso e non alzi lo sguardo a me per aprirti alla bellezza di Dio, alla pienezza della felicità?” 

Gesù risorto si presenta al mondo proprio così: il pane della vita, il sapore dei nostri giorni, il nutrimento della nostra fame di verità, di gioia, di amore; non solo, ma si rende presente in questo pane e ogni chiesa ne è la casa, la custodia del pane della vita, di quel Dio che non ci abbandona mai

Resta qualche compito da fare anche alla nostra portata? Credo di si, perché ogni famiglia non deve accontentarsi solo del cibo, ma deve offrire affetto, compagnia, solidarietà, dritte, condivisione, deve “fare famiglia“.

Così anche una amministrazione pubblica deve offrire ai cittadini futuro con il lavoro, sicurezza per la casa, l’ambiente, la vita quotidiana, la convivenza pacifica, progetti che anche a lunga scadenza possono essere utilissimi, importanti per i giorni che Dio ci concederà, con lungimiranza, con disinteresse, amore alla gente e alla propria terra, e anche a chi possiamo ospitare. 

Deve pure avere in massimo conto la salute di tutti, gli elementi fondamentali per mantenerla, condividerla e garantirla a tutti, poveri inclusi, ospiti inclusi, barboni inclusi. 

28 Aprile 2020
+Domenico

Datevi da fare per il cibo che rimane per la vita eterna

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 22-29)

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Noi pensiamo spesso di essere generosi, di avere ideali grandi, ma tante volte ci basta mettere a posto il nostro corpo con cose materiali e ne siamo soddisfatti.

Erano così anche quelli che sono andati alla moltiplicazione dei pani fatta da Gesù; infatti dirà: “voi mi cercate perché avete mangiato”, ma c’è un pane diverso che vi deve nutrire. 

Il nostro pane è Gesù: è Lui che ci nutre, che fa rinascere speranza, che permette alle nostre deboli forze di sostenere le difficoltà della vita.

Il pane è la Parola, è l’Eucarestia: nella celebrazione eucaristica si sposa la centralità dell’Eucarestia con il dono necessario dello Spirito; laddove  si va a pregare, soprattutto a celebrare l’Eucaristia, lo Spirito troverà la sua casa per illuminare le vite degli uomini di oggi.

In questa casa vorremmo che l’uomo disperato trovi speranza, l’affamato di luce trovi chiarezza, il povero trovi la solidarietà, il malato trovi non solo conforto o tamponi, o tute, o mascherine, ma guarigione piena

Avere bisogno di pane significa avere fame: forse noi oggi non abbiamo fame di Dio, ma di tante altre cose che non ci danno soddisfazione

Purtroppo quando facciamo ricerche personali sulle cause della nostra infelicità, depressione, scoraggiamento, insipienza nella vita, frustrazioni… non ci domandiamo mai: che posto ha Dio nella mia vita?

Se Lui è il nostro bene massimo, la nostra felicità senza misura, l’averlo estromesso dalle nostre  esistenze significherà qualcosa? Produrrà carenze determinanti, o Dio è solo un quadro o un soprammobile? 

Abbiamo – insomma – buttato fuori di Dio dalla vita, noi che siamo fatti a sua immagine e somiglianza, e crediamo che questa morte di Dio dentro di noi non sia assolutamente influente sulle nostre vite?

C’è un prototipo del nostro essere persone, una luce che la rischiara: noi l’abbiamo spenta e questo assassinio noi diciamo che non conta niente, che abbiamo bisogno appena di ricostituenti, di dialoghi tra noi, di passeggiate all’aperto, di tenere il corpo in forma.

Se non curiamo anche l’anima non possiamo sperare di guarire le nostre mille fragilità umane:

Certa nostra infelicità non ha origine fisiologica, è bisogno di Dio: occorre avere il coraggio di cercarlo e mettere la nostra vita con semplicità davanti a Lui; Lui sa moltiplicare non le nostre miserie, ma le nostre disponibilità; sa cambiare la debolezza in forza, purché lo cerchiamo con sincerità.

Lo Spirito ci guiderà a farlo presente e a fare della nostra vita una gratitudine e una sorgente del suo amore per tutti.

Se dopo l’epidemia il nostro ricostruire vita personale e sociale sarà fatto senza Dio, o addirittura contro, non speriamo nella felicità vera, saranno sempre passi utili, ma non tutti e non quelli definitivi. 

27 Aprile 2020
+Domenico

I delusi e scoraggiati del pomeriggio di Pasqua

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

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Procedevano con la mani in tasca, tirando calci ai sassi: non ne potevano più di quello che avevano vissuto.

Ti capita qualche volta che non ce la fai più a stare al palo, sai che il tuo compito è lì, che devi resistere, ma vuoi cambiare aria: non ti basta più la classica sigaretta che vai a fumare da solo nel cortile, non ti basta più l’amico con cui non hai ritegno a dire le tue debolezze, vuoi cambiare aria, andar via, cancellare il problema.  

C’è la segreta speranza di poter trovare qualche soluzione o per lo meno la fiducia che la vita sia più forte dei tuoi malanni e ti dia qualche nuova prospettiva; spesso, in casi come questi purtroppo ti affidi alle sostanze, o all’alcool: ma ti ricacciano i problemi in gola e tu stesso t’accorgi che non sei più te stesso, e fingi di essere normale.  

Cleofa era in questa crisi nera: con il suo amico dei giorni buoni aveva deciso di lasciare Gerusalemme quel famoso giorno dopo il sabato; non era ancora un turismo domenicale, ma la fine di una settimana senza speranza, senza obiettivo, lontano dai vicoli di Gerusalemme, da quelle pietre, da quella “skyline” oltre le mura che ricordavano il passo disperato di Gesù sotto la croce, le grida prezzolate della gente, la confusione del cuore, l’urlo di Gesù sulla collina delle croci alla sua morte.

No, non poteva finire così!  

Non si spengono così i sogni di futuro che due giovani hanno conquistato giorno dopo giorno passando da incredulità, sorpresa, curiosità, desiderio, gioia di un incontro con la speranza, come era stato per loro Gesù.

Ma dov’è che abbiamo sbagliato? Perché ci siamo infilati in questa strada stretta? Eppure quando parlava ci incantava, a me passavano troppo velocemente le ore, perdevo perfino l’appetito. 

E questi due si stavano a distribuire le colpe: tu hai abboccato, tu mi hai trascinato dentro; Ma anche tu però trovavi che era bello stare con Lui.

Sempre tra amici ci si colpevolizza a vicenda per darsi forza e per sentirsi dentro tutti e due alla stessa maniera, forse per trovare coraggio, sicuramente per non restare soli.

Ma il cammino disperato e senza scopo deve fare i conti con uno sconosciuto: C’è sempre qualcuno che non pensa ai fatti suoi, che ti sta tra i piedi proprio quando già fai fatica a tenere coordinati i tuoi.

E fa pure lo gnorri: viene da Gerusalemme e non sa che cosa è capitato.

C’è sempre qualcuno che vive isolato nei suoi affari. Questo che faceva a Gerusalemme prima della festa? Stava a casa a raccogliere francobolli o a infilzare farfalle? E’ il solito agnostico che nemmeno a Pasqua si fa vedere in Sinagoga, che non legge giornali e tanto meno dà ascolto alla gente?  

Ma non sanno che è Gesù, che sente quei loro ormai, quei loro verbi all’imperfetto, non solo come la mancanza di speranza, ma come altre pietre tombali che vorrebbero inconsciamente calcare sulla sua morte.

Lui li aveva amati a uno a uno, i suoi apostoli, li aveva toccati a uno a uno in quella sera dolcissima dell’ultima cena, lui aveva patito l’inverosimile sotto i colpi pesanti e inumani dei suoi crocifissori, lui aveva sperato che qualcuno forse con scarso coraggio, ma con nel cuore un lume di speranza, stesse trepidando nell’attesa del compimento di un grande mistero di vita e risurrezione, invece se li vede davanti a dire “ormai, non c’è più niente da fare”.  

Cleofa è troppo vero per non essere la nostra immagine, per non ricordarci tutte le volte che anche noi allunghiamo ombre sul nostro vivere, anziché cercare luci; ma ha un pregio, sa dire la sua disperazione a questo sconosciuto, non sa di dirla a Gesù, se ne accorgerà a poco a poco, perché gli si scalda il cuore.

Delle volte nella vita basta avere il coraggio di dire le nostre delusioni a Lui, a Gesù, e ci pensa Gesù a cambiarle in raggi di speranza, a far nascere un cuore nuovo, a metterci attorno a un tavolo a spezzare il suo unico pane, come saremmo contenti di poter fare ancora tutti se questa epidemia ci lasciasse respirare di più e scomparisse dovunque, ancora meglio.

26 Aprile 2020
+Domenico
 

Andate: questo è il segreto della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16, 15-20)

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Le parole che caratterizzano un venditore di ogni tipo, gli ambulanti soprattutto, sono: “Venite che qui trovate tutto quello che vi serve! Mi voglio rovinare, se passate di qua ne uscirete felici; donne, uomini è qui la fine del mondo, venite che troverete tutto quello che vi piace e anche molto di più.”

Non occorre essere venditori di cose per chiamare la gente, si può essere anche venditori di idee, propugnatori di ideali: “venite, mettiamoci assieme, diventiamo forti e conquisteremo il posto per governare”. La battaglia elettorale è una battaglia per mettere assieme all’insegna del verbo venire. 

Gesù invece, nel momento conclusivo della sua vita, dice perentorio a tutti: andate.

La vostra casa è il mondo: la gente di ogni razza si attende di incontrare la salvezza che voi avete incontrato; c’è un avvenimento sconvolgente che deve essere vissuto da tutti: il Vangelo è una speranza per ogni persona

Nella intensità di un serio lavoro di ricostruzione della interiorità di ogni cristiano, in ogni cammino di conversione si deve inscrivere un movimento missionario, una andata nel mondo ad annunciare, proprio perché è Gesù che vogliamo imitare. 

Sono solito dire che il Vangelo che abbiamo non è quello che abbiamo imparato o studiato, ma quello che sappiamo portare agli altri.  

Per seguire il comando di Gesù “andate“, occorre vita interiore, preghiera prolungata, affidamento totale alla misericordia di Dio, contemplazione di Gesù, conversione profonda che aiuta ad avere fiducia soltanto nel Signore, che permette di approfondire le ragioni della propria fede, e trovare la sorgente di speranze decisive per la vita di tutti.  

Noi crediamo nella risurrezione, per questo non temiamo la morte; noi sappiamo che Dio è somma giustizia, per questo amiamo gli ultimi; noi osiamo non spaventarci della croce, per questo sappiamo anche soffrire per una causa o una vita.  

Beati tutti quelli che sanno prendere posizione per me: sarete insultati, messi fuori giro, davanti a voi spegneranno le dirette televisive, non sarete “trendy”, dovrete sempre ricominciare da capo … ma sappiate che Io sarò sempre lì con voi; Io nella mia vita ho sempre fatto così e voglio essere la vostra felicità; Io, non le mie cose, o i miei pensieri, Io nel massimo dell’intimità con le vostre esistenze. 

Sappiate che nel vostro andare c’è sempre la Mia Presenza: il cielo non è mai vuoto è sempre aperto sui vostri cammini in tutto il mondo. 

Se siamo convinti che dobbiamo aprirci alla missione ci nascono allora alcune domande impegnative: che Chiesa è quella capace di spingere i credenti fino agli estremi confini della terra? Che formazione e celebrazione  deve offrire perché i giovani e gli adulti di oggi siano lanciati sugli orizzonti della missione, dell’uscire? Quali sono gli assopimenti del mondo cristiano provocati dalla formazione o dalle celebrazioni che li costringono nei confini del gruppo e della parrocchia? Chi insinua la mancanza di coraggio, il nascondersi dietro un dito, il mimetizzarsi di fronte alle responsabilità per un futuro di pace e di Vangelo, per un annuncio coraggioso della fede? 

Che felicità offre la Chiesa a questi giovani di oggi, spesso annoiati, diffidenti, pieni di domande, desiderosi di risposte e in fuga dalle comunità cristiane? Che comunità cristiana deve essere? Quali percorsi può intraprendere, che figure educative deve avere? Quali aperture deve coltivare assolutamente necessarie e normali nella vita di una comunità cristiana, parrocchia o insieme di parrocchie? Che libertà deve scavarsi dentro le nostre strutture per spaziare oltre i confini? 

Se rispondiamo decisi e generosi a queste domande, sogniamo il volto della Chiesa e il ritratto del giovane e dell’adulto credente, perché la missione non sta dalla parte delle attività, ma dell’essere configurati a Gesù, dal viverne a fondo il mistero, dal far diventare esperienza vissuta la sua Incarnazione.  

Oggi però non possiamo dimenticare che è l’anniversario della Liberazione, della fine della guerra nel 1945 che ha portato tanti lutti, tanti odi in Europa, nel mondo e nella nostra Italia: sia una festa che non ci divide, come troppe volte è stato.

Forse l’epidemia ci fa capire che le cose importanti sono altre, non le nostre divisioni ideologiche, ma la pace, la salute, la vita operosa, la fratellanza, la solidarietà, l’accoglienza gli uni degli altri, la famiglia, la vita.

Dio ci dia possibilità di viverle e goderle tutte queste realtà in tutto il mondo. 

25 Aprile 2020
+Domenico