Un ragazzo diventa e offre il segno del pane della vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 6, 1-15)

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Ci aiuta a entrare nel capitolo sesto di Giovanni, che accompagnerà alcune eucarestie di questi giorni, un giovane sconosciuto, ma importante come appare nel Vangelo: spontaneo, concreto, generoso, mescolato alla gente con una bisaccia piena di pane e qualche pesce.  

E’ un ragazzo che, come tutti, ha una vita davanti: va tutti i sabati in sinagoga a ripetere e cantare i versetti della Bibbia, qualcuno ogni tanto lo prende e lo molla con qualche lavoro, ma ha sentito parlare di Gesù: per lui Gesù è uno che parla chiaro, che va giù duro, che non fa le solite raccomandazioni di galateo.

Lo voglio sentire anch’io, voglio vederlo anch’io, voglio partecipare alla festa dell’esserci: e va all’incontro con Gesù che lo può infiammare, che lo fa sentire vivo.  

E parte, ma nella sua concretezza, più utile della saggezza di tanti noi adulti (poi dicono che i giovani sono sbadati), si prende una scorta di pane e due pesci seccati: sa che gli viene  un buco nello stomaco, soprattutto quando la vita va a mille. 

Ascolta Gesù che parla, si mescola alla gente e gli viene fame: apre la sua bisaccia, ma è proprio il momento in cui tra gli apostoli si diffonde il panico.

Gesù li provoca: occorre dare da mangiare a questa gente. 
Sì! – risponde Filippo – noi che ci facciamo?

E Andrea: “L’unico che sta bene è questo ragazzetto qui, più avveduto di tutti questi adulti, che pensano di campare gratis.”

Il ragazzo qualche meraviglia l’avrà avuta, sentendosi togliere il pane dalla bocca, ma il suo entusiasmo per Gesù, lo fa pure diventare generoso; sta di fatto che quei cinque pani e quelle sardine arrivano a Gesù: il ragazzo nella sua concretezza, semplicità e generosità li mette a disposizione, e tutti mangiano, e tutti si saziano, e tutti si scatenano e si scaldano.

Erano solo la scorta di un ragazzo per la sua avventura in cerca di vita, diventano il segno di un pane insaziabile, che è Gesù; erano una debolezza, di fronte al problema, sono diventati, attraverso Gesù, la forza. 

Anche noi oggi possiamo metterci davanti a Dio come quel ragazzo che porta i suoi semplici pani e le sue secche sardine; la nostra preghiera può essere molto semplice, ma vera: “Gesù, noi siamo questo, noi ti mettiamo a disposizione il poco che abbiamo per la Tua gloria; ti preghiamo di cambiare quel poco che siamo in pane della speranza, della libertà, della santità per tutti coloro che incontriamo in casa, sul lavoro, nelle nostre responsabilità sociali”. 

Il nostro pane è Gesù: è Lui che ci nutre, che fa rinascere speranza, che permette alle nostre deboli forze di sostenere le difficoltà della vita.

Il pane è la Parola, è l’Eucaristia: ecco perché tanto la desideriamo noi cristiani, questa eucarestia.

Se in questi giorni, finalmente, potremo accostarci, o sarà più vicino il giorno che lo potremo fare, non dobbiamo più essere cosi restii a nutrirci dell’Eucaristia, perché la nostra forza è Gesù

24 Aprile 2020
+Domenico

Contemplare sempre la Pasqua

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 31-36)

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Ci possiamo domandare: come mai ci sono stati anni in cui la nostra vita cristiana è implosa, anziché esplodere? Forse perché non abbiamo contemplato, ma solo organizzato o custodito, abbiamo dato alla preghiera il significato solo di un dovere, di un compito da fare, e non vogliamo più nasconderci nessuna delle domande profonde di umanità, dobbiamo percepire la sete dell’uomo di oggi, constatare il fascino di un mondo male orientato: oggi c’è una pervasività del male e delle tenebre, come dice il vangelo di Giovanni, che esige uno sbilanciamento dalla parte della luce.

Il primo nostro scopo è di contemplare: la contemplazione è luogo di ricerca, spazio in cui ci si fanno domande, non si dà niente per scontato, dove c’è posto anche per il dubbio, la dialettica, il lavoro della ragione e dei sentimenti, delle emozioni, dei comportamenti … vogliamo scavare in profondità, a far emergere tutte le riserve umane che nascono nei confronti della fede, del mondo religioso, della propria appartenenza alla Chiesa, per essere più veri!   

Questi giorni pasquali sono un tempo in cui è possibile l’ascolto, il confronto, lo studio, l’incontro con Gesù, nel silenzio del raccoglimento o nella ricerca comune, nella preghiera o nel dialogo.  

Ogni tanto è utile una visita al cimitero – se ce lo permettono, anche in questi giorni – dove sono sepolti i nostri avi, quelli che non siamo nemmeno riusciti a portare alla sepoltura e sono stati portati senza un minimo di nostra partecipazione, verso i quali oggi siamo debitori di cristiana pietà e di preghiera; quelli che ci hanno passato il testimone della fede, che nei secoli hanno tenuta viva la luce della fede e ce l’hanno tramandata: hanno creato esperienze di vita cristiana, hanno affrontato la vita con la speranza nel Signore risorto. 

Vogliamo guadagnarci una nuova adesione, anche sofferta, ma decisa e felice, alla vita di fede; vogliamo confessare che Gesù è il Figlio di Dio: dobbiamo tornare da Gesù a dire quel “Mio Signore e mio Dio”, dell’affidamento, della preghiera, della celebrazione, della vita sacramentale, dell’accostamento ai tesori della Chiesa, ed in questo tempo ne abbiamo sentito la mancanza.

Allora la Chiesa prenderà nuovo slancio: la nostra comunità diventerà casa abitabile da tutti, soprattutto dai giovani, che sono sempre il nostro futuro. 

La Chiesa oggi ricorda e venera san Giorgio, cui sono dedicate nazioni, compagnie, tante parrocchie, chiese, bandiere: è un difensore contro le forze del male e ne abbiamo sempre bisogno, noi e ogni comunità cristiana, perché dobbiamo vincere il male con il bene

23 Aprile 2020
+Domenico

Guardare alla croce, soprattutto al Crocifisso

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-21)

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Avere un ideale ti aiuta molto a vivere!

Avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà, ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, di avere visioni di mondo belle, di catalizzare le forze su prospettive nuove: non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia … ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza la costringe.  

Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove magari manca anche acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica: ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto civile. 

Noi ci meravigliamo, e perfino rimproveriamo gli immigrati perché hanno tutti una parabolica: proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti e anche di radici, di riferimenti al proprio passato per immaginare un futuro, rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro.

Solo che le TV spesso vendono solo se stesse e non costruiscono vera speranza: nel nostro male dell’epidemia, qualcosa hanno imparato forse anche le TV, a non propinarci solo distrazioni e pubblicità.  

Così è stato per gli ebrei nel deserto: Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento.

E’ una immagine ardita, ma usata dal Vangelo, di Gesù sulla croce: la croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni persona può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto,  per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’Amore che vi è depositato nella persona del crocifisso.

Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio: guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore del Signore che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.

Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi: lì c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita

Non abbiamo anche noi pensato proprio così e avuto forza impensata quando quella sera di pioggia scrosciante in piazza san Pietro a Roma, Papa Francesco s’è fatto pellegrino a quel Crocifisso, anch’esso lavato dalla pioggia e contemplato da tutti come segno di speranza, voglia di resistere, passione da vivere nella solidarietà e nella pietà?!  

Fosse meno – la croce – un ornamento e più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune, avremmo forse più coraggio nell’affrontare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.

Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza, e lo abbiamo provato nei giorni più bui della nostra pandemia, anche il Venerdì Santo, se abbiamo avuto il coraggio di baciare quel Crocifisso che abbiamo in casa non potendolo baciare in Chiesa come ogni anno.

22 Aprile 2020
+Domenico
 

Occorre il vento dello Spirito che ci sostiene nella rinascita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 7-8) dal Vangelo del Giorno (Gv 3, 7b-15)

«Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito». 

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Ci capitano alcune volte delle esperienze di vita in cui diciamo “mi sembra di rinascere, mi sento rinato a una vita diversa”: può essere l’aver trovato un lavoro, l’essere uscito dall’incubo di una malattia, di cui non si vedeva la fine, l’esperienza gratificante dell’aver incontrato la persona a cui dedicare l’amore della nostra esistenza, una forte esperienza spirituale, la fine dell’incubo dello stare a casa…  

Ecco, nel discorso notturno tra Gesù e Nicodemo si parla proprio di questo vento misterioso dello Spirito che entra nella vita di una persona inaspettatamente e la cambia.

Nicodemo, come ricordate, era andato da Lui di notte, forse la sua posizione di prestigio nel Sinedrio non gli permetteva di avere contatti “ufficiali” con Lui, forse voleva tenere per sé e non sbandierare a tutti i tentativi di ricerca della verità per trovare quella felicità cui tutti siamo chiamati: sicuramente Gesù lo aveva incantato e in Lui era sicuro di trovare risposta a tutti i suoi perché.   

E la risposta non si fa attendere: occorre rinascere.

La vita va riportata a un nuovo inizio: non si può vivere di restauri, di pezze, di aggiustamenti, occorre affrontarla ex novo, da un altro punto di vista.

Capita spesso così anche a noi, quando vediamo che non ce la facciamo a cambiare, a dare una svolta positiva al nostro continuo tornare nel peccato, nel vizio, sulle strade dello spacciatore o del venditore di illusioni, del gioco o dell’alcool.

Occorre affidarsi allo Spirito per rinascere: la risurrezione, che ancora sta al centro della riflessione e della esperienza pasquale, è questa novità che dobbiamo abituarci a fare nostra; non siamo destinati, ma chiamati; non siamo abbandonati, ma ricuperati; non siamo condannati, ma salvati

La tentazione di vivere come se non fossimo destinati alla risurrezione è grande: la nostra scarsa fantasia prevede sempre che tutto sia come prima, che si tratti di piccole correzioni di rotta, di qualche sentimento un po’ più buono che dopo Pasqua possiamo nutrire; invece è una vita nuova che deve risorgere: è una vera conversione.

Questa forse è la parola che più permette di capire che cosa Dio sta scrivendo nelle nostre esistenze: un cambiamento, una nuova meta, una vita del tutto diversa, un insieme di desideri e di ideali alti cui sempre occorre rispondere.

E’ lo Spirito Santo che soffia dentro le nostre vite e le lancia su nuovi orizzonti, gli orizzonti di quel Dio che non ci abbandona mai

Ma non vi sembra che stiamo proprio tentando questo, se ci aiutiamo l’un l’altro, dopo la botta dell’epidemia?! 

21 Aprile 2020
+Domenico

La notte di Nicodemo non è sballo, ma rinascita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 1-8)

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Rinascere è l’aspirazione di ogni uomo che ha provato delusioni nella vita, che si è dovuto incontrare con esperienze negative che gli stanno intorbidando l’esistenza.

Nei computer c’è una operazione facilissima che ci permette di partire da capo, dopo che in maniera maldestra – come faccio io spesso – hai fatto confusione, hai rovinato file e programmi: questa operazione si chiama “resettare”, portare il sistema allo stato iniziale; permette di cancellare tutto e di ripartire di nuovo.

Reimpostare, cambiare modo di lavorare, di scrivere, di progettare … la vita la possiamo resettare? C’è un comando facile che ci permette di tornare ai box di partenza come se niente fosse? 

E’ stata la domanda di Nicodemo a Gesù: c’è andato di notte, perché lui era un uomo in vista e la sua posizione non gli permetteva di avere consuetudini con Gesù, io dico anche perché era giovane e già allora amava la notte per non venire catalogato da tutti senza essere conosciuto, come fanno i giovani di oggi; e la domanda che gli fa è di poter riuscire a intravedere un nuovo progetto del vivere.

Aveva sentito parlare Gesù tante volte, parlare di regno di Dio, di un nuovo mondo, una storia di bontà e di amore, “ma è possibile vederne nascere un germe?”

E Gesù: “per vedere un mondo nuovo occorre nascere di nuovo“; c’è una nuova nascita che il cristiano deve accogliere e deve cercare: è la nascita dall’acqua e dallo Spirito.  

Noi lo chiamiamo battesimo, è l’unica possibilità che ci è data di morire a un mondo vecchio e nascere a un mondo nuovo: possiamo “resettare” la vita solo così, lasciandoci immergere nella morte di Cristo e nella sua risurrezione.

Per questo è fondamentale per il cristiano il battesimo: è un “lavoro” che fa solo lo Spirito Santo, perché è soltanto Lui che ricostruisce nella vita degli uomini i lineamenti della vera vita, quella di Gesù.

Lui è artista, Lo Spirito Santo è scultore: Lui è forza, Lui è l’Amore.  

A noi sembrano solo gocce di acqua che passano scivolando sulla testa dell’uomo, del bambino, della persona: invece è una vera e autentica collocazione del nuovo cristiano nel mondo di Dio.

Lavare i peccati non è opera di bucato, ma è generazione a una nuova vita: non solo cancella, ma fa rivivere; non solo libera, ma fa diventare liberi: è la sorgente da cui zampilla speranza vera, vita nuova, è la condizione che ci unisce tutti come cattolici, dal papa al più piccolo dei battezzati. 

Siamo miracoli viventi di Grazia e di figliolanza di Dio, e ne siamo sempre entusiasti! 

Il battesimo è gesto semplice, che passa sulla testa dei bambini incoscienti, ma amati da Dio, fin dal seno materno: è una vita ricuperata e la sua vera valenza ci colloca tutti nelle mani di Dio. 

Potremo resettare anche il lungo tempo dell’epidemia? Forse ci ha resettato lei – l’epidemia – con tutte le morti e i dolori che ha fatto provare a tutti, ma anche con tutte le domande di generosità che ci ha richiesto, cui molti hanno risposto e molti altri ci siamo solo ritirati, perché era l’unico modo di non fare il suo gioco.

Dobbiamo anche noi però ora nascere di nuovo, non per dimenticare, ma per vivere meglio, per andare sempre al centro dell’esistenza, non dell’autosufficienza, non del l’ “ognuno si arrangi”, non della vendetta per il male, ma della costruzione di una Italia più giusta e dell’amore che è sempre una vittoria, e una necessaria risorsa contro ogni male e contro ogni offesa. 

20 Aprile 2020
+Domenico

Per la sua dolorosa passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31) 

Audio della Riflessione

Ci incuriosiscono quei quattro ebrei che stanno rintanati presso amici compassionevoli, e che si stanno leccando le ferite di una avventura forse non calcolata bene in tutte le sue conseguenze: avevano lasciato tutto per correre dietro a Gesù, questo Galileo, con uno sguardo penetrante e un fascino travolgente. 

Dice Sant’Agostino: Bello è il Verbo, Bello quando nasce fanciullo mentre succhia il latte nel seno materno, mentre è portato in braccio; è Bello in cielo, ma è Bello anche in terra; Bello nei miracoli, Bello nei supplizi, Bello sulla croce, Bello nel sepolcro; Bello sul Tabor, Bello salendo in cielo, ovunque è Bello… 

Ebbene l’incontro è finito: sono tappati in casa, diremmo noi oggi, a leggere le partecipazioni alla morte! Non ce ne sono molte: è morto come un delinquente, mancano quelle della gente che conta, solo qualche poveraccio cui ha fatto miracoli e non tutti: neanche quelli! E si accingono a pensare qualche frase di ringraziamento: almeno preparano qualche segno per una dignitosa sepoltura, un piccolo monumento per andare a piangere ogni tanto, in attesa di ritornare tutti alla vita di prima; qualcuno farà compagnia a sua madre, poi il ricordo svanirà, e ciascuno si terrà in cuore i suoi sogni e le sue delusioni.  

Invece no! Si sente la sua voce, il suo saluto: Pace a voi, shalom, salve – noi diremmo ciao – come state? Sono qui! 

Una esperienza troppo vera per creare una illusione: palpatemi, toccatemi, abbracciatemi, parlatemi, non avete qualcosa da mangiare? Guardatemi ancora negli occhi! 

Tommaso, metti le tue dita in questi buchi di luce, la tua mano in questo petto squarciato dalla lancia: la tua sincerità, i tuoi sani dubbi, le tue domande vere, giuste, il tuo cuore in subbuglio fallo incontrare con questo corpo che ha ancora i segni della crocifissione, del mio amore. 

È troppo dirompente, nella vita di questi quattro ebrei, una esperienza così: d’ora in poi avranno un cuor solo e un’anima sola e nessuno dirà sua proprietà quello che gli appartiene, ma ogni cosa sarà fra loro comune. 

Quanti possiedono campi e case li vendono, portano il ricavato ai piedi degli apostoli, di Pietro e tutto viene distribuito a ciascuno secondo il bisogno: ma non è ancora questo che sognano tanti uomini e donne che lavorano, che faticano, che si consumano?

Non è ancora questa giustizia di base, questa pari dignità che ogni lavoratore cerca, per incontrare quel Cristo risorto, anche egli operaio, carpentiere come tanti? 

E soprattutto ancora oggi, nelle condizioni di precarietà che non sembrano finire, ci rifugiamo nella grande misericordia di Dio, e torniamo a dire fiduciosi e sicuri di essere accolti: “per la sua dolorosa passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero”, come ci ha insegnato papa San Giovanni Paolo II, in quella che ha istituito,la “festa della Divina Misericoria”.

 La imploriamo questa misericordia, anche in questo tempo pasquale, per le ferite, le sofferenze, le morti che ci hanno segnato e che dobbiamo continuamente aprire al sole di Pasqua.  

19 Aprile 2020
+Domenico

Fede e annuncio della risurrezione: il centro della vita cristiana

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 16,9-15)

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Come ci comportiamo nei confronti della risurrezione di Gesù? 

È fede vera? È tentativo di capire, ma non sempre? È linguaggio incomprensibile perché risurrezione non è esperienza che si può provare o definire, o scientificamente dimostrare, non la si può “falsificare” direbbero in gergo scientifico i logici matematici? È un modo di dire … dopo la certezza di una morte da cui non si torna mai indietro?

Possono essere tante le domande che ci assillano: per questo ci facciamo aiutare da come gli apostoli, i primi che hanno fatto esperienza del risorto, si sono convinti o hanno comunicato con il Signore risorto e vivo. 

All’inizio, i primissimi cristiani non si preoccupano tanto di provare la risurrezione per mezzo di apparizioni: per loro la fede nella risurrezione era così evidente e viva che non c’era bisogno di prove. 

Le prime comunità, disperse e fragili in mezzo all’impero romano, che era immenso, erano una prova viva della risurrezione: erano poi talmente in pochi e uniti che erano ritenuti ancor meno di minoranze nel mondo romano o nel mondo pagano, senza nessuna rilevanza pubblica, al di fuori del mondo ebraico da cui quasi tutti si erano allontanati … e Marco ci presenta una lista di apparizioni che terminano con una puntigliosa incredulità degli apostoli: altre liste di apparizioni cominceranno a spuntare più tardi, nella seconda generazione, per ribattere le critiche degli avversari. 

La prima apparizione della lista di Marco è quella di Maria Maddalena, ma gli altri apostoli non le credettero, e a ragione Gesù aveva affidato a una donna il primo annuncio della Risurrezione, rivoluzionando la mentalità del tempo che non dava alla donna – in quanto tale – nessuna possibilità di una testimonianza riconosciuta in nessun fatto.

Anche con questa apparizione vuol passare dalla debolezza e non dalla certezza, il Signore.

Gesù poi appare ai due discepoli “mentre erano in cammino verso la campagna” – dice il Vangelo – si tratta sicuramente dei due discepoli  di Emmaus, ma anche di questi Marco dice: “gli altri non credettero nemmeno a loro”. 

Gesù stesso, quando appare agli undici discepoli, li rimprovera per la loro resistenza nel credere alla testimonianza di coloro che hanno sperimentato la risurrezione sua, e questo perché doveva far loro capire che la fede in Lui passava sempre attraverso la fede nelle persone che ne avrebbero dato testimonianza: questo avrebbe sempre fatto emergere dei dubbi o dei momenti di incredulità, che nascono nel cuore, di cui non ci si doveva assolutamente scandalizzare e abituarsi a superarli nella vita della comunità.  

Insomma, sostanzialmente il cristiano deve far capire a tutti che essere credenti nella risurrezione di Gesù non è una dabbenaggine o una imperdonabile ingenuità, ma un percorso severo e profondamente umano di ragione e di cuore, di ascolto e di affidamento, di accoglienza e di rielaborazione vitale in ciascuna coscienza, in piena accoglienza del dono della fede, che non è mai un conquista razionale dell’uomo. 

Ecco perché al termine del Vangelo Marco dice “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”: è il compito esaltante di ognuno di noi cristiani, che ci rinforza nella fede in Gesù Risorto, donandola, e la doni quando doni te stesso nella tua professionalità, nella tua onestà, nella tua accoglienza, dedizione, apertura.

Le doti dei tempi dell’epidemia. 

18 Aprile 2020
+Domenico

Gli apostoli si rimettono assieme

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 21,1-14)

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La piccola comunità degli apostoli ha ripreso la sua vita, ma si porta dentro una verità che prima o poi dovrà esplodere: la gente li ritiene i poveri illusi che hanno avuto un po’ di notorietà al tempo di quel Gesù che è finito male, loro dicono per consolarsi che è risorto, ma sono tutte illusioni.

Intanto sono saggi: se si sono lasciati montare la testa ieri, oggi almeno sono tornati a pescare e hanno la concretezza di non vivere di miracoli, “in quella notte non presero nulla”, dice il Vangelo.

Sono tornati alla durezza della vita, ma la compagnia è di gente con dentro una certezza: Lui è risorto. Se lo dice Pietro, se lo dice Tommaso che è con Lui … ha tergiversato, si è ostinato, ma non ha potuto non credere: quel “mio Signore e mio Dio” gli ha riempito la vita. 

C’è Natanaele un giovane schietto: ha sempre detto pane al pane, vino al vino, si è lasciato affascinare da Gesù; c’è Giovanni il giovane entusiasta intuitivo, con l’occhio limpido e il cuore sgombro: è lui che riconosce laggiù sulla riva Gesù, «È il Signore!» dice a tutti.  

Avere questa capacità di vedere nella vita il Signore è compito di ogni cristiano, riuscire ad andare oltre i fatti, oltre le nebbie del nostro egoismo, essere capaci di andare al cuore della vita per incontrarne il Signore, è frutto di pazienti avvistamenti fatti di ascolto della Sua Parola, di preghiera, soprattutto di amore: Giovanni era giovane e innamorato.  

L’amore ti pulisce la vista: Giovanni lo vede e Pietro si butta a nuoto per andargli incontro, stavolta è Pietro che precede Giovanni, non è come la sera di Pasqua che Giovanni l’aveva battuto nella corsa al sepolcro, stavolta è Pietro che raggiunge Gesù.

Il suo nuotare nel mare è simbolo del nostro andare verso Gesù: è una concentrazione di energia, di sguardo verso la meta, di coordinamento dei movimenti, di sforzo costante, di desiderio di arrivare.

Gesù lo si raggiunge così, non a caso: è lui che si offre, ma sei tu che lo devi desiderare, e ricordiamoci che il luogo più frequente in cui lo incontriamo è sempre il prossimo, il povero, chi è di nessuno, la tua coscienza, la croce.

E il prossimo non è un elenco di persone, ma sei tu che ti devi fare prossimo a chi la vita ti presenta. 

In questi mesi ci siamo fatti tante domande: dove è Dio, se siamo così tribolati? Che devo fare? Chi devo essere per le persone che non posso incontrare nemmeno più? Siamo rientrati in noi stessi, ci siamo ripresi in mano la vita, ma non è sufficiente, la nostra solitudine diventa luce e capace di futuro se siamo capaci di convertirci.

17 Aprile 2020
+Domenico
 

La gioia nel Signore è la Vostra Forza

Carissimi,
mi chiamo Marco, e sono uno dei “collaboratori” di questo sito, uno di quelli che pubblica ogni giorno la riflessione sul Vangelo di Don Domenico, dopo i necessari adeguamenti tecnici.

Oggi con questo sito faccio una doverosa eccezione nel condividere anche l’omelia del Santo Padre proclamata questa mattina dalla cappella di Casa Santa Marta dove la sua Messa Quotidiana è trasmessa in diretta ogni giorno ormai dal 9 Marzo, per sua stessa volontà in questo tempo di pandemia.

Il motivo per cui ho ritenuto di pubblicarla, sentito Don Domenico, è perché il Santo Padre ha affrontato estensivamente e magistralmente, il tema della gioia, in un modo semplice ma efficace, tale da poter costituire un buon alimento spirituale per chi segue regolarmente “Collaboratori della Vostra Gioia”.

Ve ne raccomando un attenta lettura, anche possibilmente ri-ascoltando i toni del Santo Padre che in particolare oggi sono stati difficili da rendere con piena efficacia in forma scritta.

Di seguito trovate la mia trascrizione dell’omelia che segue il video ufficiale di Vatican Media: se volete seguire il mio personale “servizio” di trascrizione dell’omelia del Santo Padre, che ho deciso di rendere in questo tempo di pandemia, potete consultarlo giornalmente su http://maria.reginadellapace.it … per quanto in questi giorni Vatican Media renda talvolta disponibile la trascrizione ufficiale delle meditazioni quotidiane con tanto di riferimenti biblici, in prima mattinata, o comunque molto prima di quanto era solito fare nei mesi precedenti …

16 Aprile 2020
Ave Maria.
Marco.

LettureAt 3, 11-26; Sal.8; Lc 24, 35-48.

In questi giorni a Gerusalemme la gente aveva tanti sentimenti: la paura, lo stupore … il dubbio …

«In quei giorni, mentre lo storpio guarito tratteneva Pietro e Giovanni, tutto il popolo, fuori di sé per lo stupore»: c’è un ambiente non tranquillo, perché … accadevano cose che … non si … capivano.

E il Signore è andato dai suoi discepoli: anche loro sapevano che era risorto già, anche Pietro lo sapeva perché aveva parlato con Lui quella mattina; questi due che tornarono da Emmaus lo sapevano, ma quando il Signore è apparso si spaventarono: «sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma».

La stessa esperienza l’avevano avuta sul lago, quando Gesù è venuto camminando sulle acque, ma in quel tempo Pietro, facendosi coraggioso, ha scommesso (con) il Signore, ha detto “Ma, se sei tu mandami ad andare sulle acque”; questo giorno Pietro era zitto, aveva parlato col Signore quella mattina e … di quel dialogo nessuno sa cosa si siano detti, e per questo era zitto; ma erano così … pieni di paura, sconvolti, credevano di vedere un fantasma, e lui dice “ma no”, «Perché siete turbati», «perché sorgono dubbi nel vostro cuore?», “guardate le mani, i piedi …”: gli fa vedere le piaghe, quel tesoro di Gesù che … lo ha portato in cielo per farlo vedere al Padre e intercedere per noi.

«Toccatemi e guardate un fantasma non ha carne e ossa», e poi vi è una frase che a me da tanta consolazione, e per questo … questo passo del Vangelo è uno dei miei preferiti: «Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore», la gioia gli impediva di credere! Era tanta quella gioia che “no, questo non può essere vero”, questa gioia non è reale, è troppa gioia! E questo gli impediva di credere.

La gioia, i momenti di grande gioia: erano strapieni di gioia, ma paralizzati per la gioia; e la gioia è uno dei … dei desideri che Paolo fa ai suoi di Roma: “Che il Dio della speranza vi riempia di gioia” gli dice; riempire di gioia, essere pieno di gioia, è l’esperienza della consolazione più alta, quando Signore ci fa capire che … che questa è un’altra cosa di essere allegro, e positivo, luminoso: no, è un’altra cosa essere gioioso, ma pieno di gioia, una gioia traboccante, così, che ci prende da pieno … e per questo Paolo gli augura che “il Dio della Speranza vi riempa di Gioia”, ai Romani; e quella parola, quella espressione “riempire di gioia”, va ripetuta tante, tante volte.

Per esempio quando accadde quel “successo” del carcere, e Pietro salva la vita al carceriere che era (li) per suicidarsi, perché … si erano aperte le porte, poi il terremoto, e poi gli annuncia il Vangelo, lo battezza … e il carceriere, dice la Bibbia, era pieno di gioia per aver creduto; lo stesso accade col “ministro dell’economia” della Candacia (At 8,26-39), quando Filippo lo battezzò, e su … sparì, lui seguì il suo cammino pieno di gioia; e lo stesso successe nel giorno dell’Ascensione: i discepoli tornarono a Gerusalemme, dice la Bibbia “pieni di gioia“, e la pienezza della consolazione, la pienezza della Presenza del Signore, perché come Paolo dice ai Galati “la gioia è il frutto dello Spirito Santo”, non è la conseguenza delle emozioni che scoppiano per una cosa meravigliosa, no .. è di più: questa gioia, questa che ci riempe, è il frutto dello Spirito Santo, senza lo Spirito non si può avere questa Gioia!

Ricevere la gioia dello Spirito: è una Grazia.

Mi viene in mente gli ultimi numeri, gli ultimi paragrafi della Enciclica “Evangelii nuntiandi” di Paolo Sesto, quando parla dei Cristiani gioiosi, degli evangelizzatori gioiosi, e non di quelli che vivono sempre giù: oggi è un giorno bello per leggerlo.

Pieni di gioia: è questo che … ti dice la Bibbia, ma perché per la gioia non potevano credere, era tanta che non credevano.

C’è un passo del libro di Neemia, che ci aiuterà oggi in questa riflessione sulla gioia: il popolo, tornato a Gerusalemme, ha ritrovato il libro della legge, è stato scoperto di nuovo, perché loro sapevano la legge a memoria, ma il libro della legge non lo trovavano: grande festa e tutti … tutto il popolo si riunì per ascoltare il sacerdote essere che leggeva il libro della legge, e il popolo commosso piangeva, piangeva di gioia, perché aveva trovato proprio il libro della legge, e piangeva, era gioioso, e pianto … alla fine, quando il sacerdote Esdra finì, Neemia disse al popolo “State tranquilli, adesso non piangere più: conservate la gioia, perché la gioia nel Signore è la vostra forza“.

Questa parola del libro di Neemia ci aiuterà oggi: la grande forza che noi abbiamo per trasformare, per predicare il Vangelo, per andare avanti come testimoni di vita e la gioia del Signore, che è frutto dello Spirito Santo, e oggi chiediamo a Lui, di concederci questo frutto. 

Ritorna la speranza e saltano le paure

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

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Occorre che ci riportiamo, ogni giorno di questa settimana, alla luce, alla forza, alla gioia, al dono inestimabile della Pasqua e non possiamo non leggere le emozioni, le paure, le nuove forze che nascono nel gruppo disperato fino a quel giorno degli apostoli.

E’ un cammino che viene richiesto a tutti per vivere la Pasqua, non come una domenica qualunque, o un fatto come tanti della vita di Gesù, ma come essa è: il centro della nostra fede e della nostra vita di Chiesa

Gesù ritorna dai suoi e li trova sconvolti e pieni di paure; collochiamo questo fatto in un rapporto normale tra amici: avevano vissuto assieme per circa 3 anni, si erano lasciati lentamente convincere e scaldare il cuore, in Gesù avevano ritrovato speranza; ce ne avevano messa di volontà per riuscire a entrare nel nuovo ordine di idee, nella nuova esperienza di fede che Dio aveva loro offerto nella persona di Gesù; ne avevano viste di schiavitù saltare, si erano sentiti entusiasti al ritorno dalle piccole missioni a due a due che avevano fatto; ogni tanto litigavano fra loro per spartirsi i ministeri del Regno di Dio, e Gesù li rimproverava amabilmente.  

In quell’ultima cena erano convinti, partecipi, commossi, si erano lasciati lavare i piedi; ma poi c’era stata la prova, lo sconvolgimento, la tentazione, la fuga.

 Lui l’avevano lasciato al suo destino: la costruzione della loro nuova mentalità non aveva retto; erano crollate a una a una le motivazioni umane: fascino di Gesù, amicizia, entusiasmo per una nuova visione della realtà, sogni di mondo nuovo, progetti di attività comuni, contrapposizione al mondo, al modello religioso dei farisei … 

Insomma, avevano sperimentato ciascuno, in cuor loro, la delusione: forse questo sentirsi “traditi e ingannati” … e … non avevano pensato che erano stati loro ad averlo abbandonato!

Lui non aveva mantenuto le promesse e loro se ne erano tornati a pescare.

Le donne avevano speso un capitale per imbalsamarlo, tanto credevano alla risurrezione che aveva loro promesso, e i discepoli si stavano a leccare le ferite.  

E Gesù si ripresenta, ma non per la resa dei conti: arriva per aiutare a capire, per ricostruire amicizia, per radicare nella fede le loro esistenze smarrite: “Quei colpi secchi sui chiodi che avete udito da lontano mi hanno forato mani e piedi, ma non mi hanno fissato alla morte. Quell’urlo agghiacciante che avete potuto sentire, ben protetti per non farvi vedere, non è stata disperazione, ma affidamento a Dio mio Padre, che mi dona per sempre a voi. Quel colpo di lancia ha fatto nascere la nuova comunità, la Chiesa, che ora affido a voi, per vivere una nuova comunione”. 

Gesù, insomma, non rinfaccia il tradimento, ma continua a farli crescere, li lancia nella missione: “Voi sarete testimoni di tutto questo”.

Non è il modo di educare di tanti consigli disciplinari, che è quello  di calcare la mano sugli errori, di togliersi tutti i sassolini dalle scarpe, di chiamare alla resa dei conti.

 Gesù invece torna ad avere fiducia, richiama ancora dalla sua parte e dice: vi affido la mia buona notizia, il Vangelo, da annunciare a tutti. 

Non vi lascio soli: il mio corpo e il mio sangue lo avrete sempre con voi.

 E ce lo affida ancora oggi. 

Abbiamo provato in questi mesi a farne a meno, domandiamoci se c’è dispiaciuto o se … ci siamo già abituati facilmente: non ci si abitua al dolore! Come non si sono “abituati al dolore” i nostri malati di questa epidemia: che il Signore li ri-consoli e dia loro salute, a tutti.

16 Aprile 2020
+Domenico