I due amici sfiduciati col morale ai tacchi

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24,13-35)

Audio della riflessione

Sfiduciati, senza futuro, ripiegati su di sé, illusi, con un grande passato alle spalle, senza prospettive e possibilmente evitati da tutti: non è la fotografia dei reduci del Vietnam o di un gruppo giovanile che alla domenica non sa come “far sera” tra una sgommata e l’altra in automobile, anche se in questi tempi non possiamo fare questo; è il ritratto della nostra vita, del mondo delle nostre relazioni, quando assaporiamo una sconfitta e gli ideali che ci avevano uniti non tengono più.

Ciascuno sfoglia nella sua memoria l’album delle fotografie, le ricorda agli altri ma non c’è più niente che ci tiene assieme.

È il ritratto di una coppia di sposi che han vissuto e si sono dati amore e d’un tratto, questo amore si svuota.

È la scena dei due amici, tirati dentro, entusiasti nell’avventura di Gesù e ora distrutti e delusi: credevano di averlo in mano, aveva loro scaldato il cuore più di una volta, avevano visto in trasparenza una vita nuova, ora hanno negli occhi solo il suo cadavere, nei pugni serrati la rabbia di essere stati liquidati, nelle gambe un tentativo di fuga dalla vita.

La fede non è proprio “come la penso io”, anche nella Chiesa non tutto gira bene: “ho sempre pensato che ci fosse veramente il bene e lo trovo sempre più impigliato in compromessi”.

Mi dice un ragazzo di quindici anni: sono stato sveglio tante notti fino alle 5 di mattina a domandarmi: ma Dio esiste davvero? 

Quei due discepoli, turisti sconsolati della domenica sera, che si preparano a fare la coda per rientrare ad affrontare un nuovo lunedì, sono la nostra fotografia.

Ma hanno una impennata di vita e di luce: si siedono a tavola con uno straniero che ha cercato tutto il giorno di consolarli; quello prende un pezzo di pane, lo spezza, lo benedice … si aprono loro gli occhi! Questo gesto è altamente simbolico: è vita donata è spezzata, è un consegnarsi fino all’ultima goccia per amore

Si rimettono in coda per rientrare a Gerusalemme, ma non sono più gli sconfitti della vita, i delusi del proprio passato: hanno ritrovato la chiave interpretativa della loro esistenza e della loro fede.

Diremmo noi “sono andati a Messa”: in quel corpo spezzato hanno trovato le uniche ragioni di vita; hanno ripensato all’ultima cena, e in quel ripensamento hanno ritrovato la presenza di Gesù.  

E … abbiamo provato, in questi lunghi mesi, a non poter partecipare all’Eucarestia, allo spezzare il pane, a non vedere, a non stare in compagnia per questo incontro con Gesù che ci dà forza, che ci rende un corpo solo, che ridà alla nostra fede il fulcro centrale del sentirsi amati fino all’ultima goccia di sangue da Gesù.

Non ci siamo abituati a fare senza, ma ci siamo accorti che qualcosa ci mancava e per molti manca ancora. 

15 Aprile 2020
+Domenico

La Pasqua è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 11-18)

Audio della Riflessione

Ci troviamo oggi a fare il punto sulla nostra esperienza di vita quaresimale, e ora pasquale: abbiamo seguito Gesù nella sua forza irrompente di annuncio del Regno di Dio, abbiamo fatto fatica a seguirlo, abbiamo celebrato in maniera del tutto inaspettata, per le nostre pasque celebrate sempre, la sua gloriosa passione e morte, ci siamo rallegrati della Pasqua.

La nostra vita purtroppo, la vita pubblica, è stata ferita dalla epidemia, dalle guerre infinite del medio oriente, dalle sofferenze che questa guerre senza tregua che stanno portando, dalla stessa migrazione e respingimento di famiglie. 

Oggi ritorniamo ancora alla nostra condizione, che sembra senza fine, di assediati dalla epidemia, ma desideriamo  dare gambe alla speranza di una quotidianità normale: le feste passano presto, a noi resta la vita dura di tutti i giorni, da far diventare un gesto d’amore sempre a Dio e alle persone.

Ci aiuta questo pianto sconsolato della Maddalena, l’annunciatrice del risorto: ha scatenato la gioia in tutti, in tutti i potenti ha messo un dubbio, nell’animo degli apostoli ha provocato un terremoto e ora sente la mancanza di Gesù e piange. 

Il pianto non è sempre un dolore: può diventare liberazione, invocazione, richiesta di riempimento di una assenza; la Maddalena è sconsolata, ma è ancora troppo concentrata su di sé, ha ancora nel cuore il desiderio di concludere con un gesto di pietà la sua avventura cristiana: le sembra che l’unica cosa da fare sia “imbalsamare”.

È immagine della ricerca dell’amore che nel cantico dei cantici fa percorrere all’amata tutti sentieri più impervi della vita per ricongiungersi all’amato, e lei invece vuole andare ad imbalsamare.  

Ma sente risuonare con dolcezza il suo nome: Maria.

Sentirsi chiamati per nome è una tra le cose più belle della vita: è la chiamata di chi ci vuol bene, di chi ha fiducia che noi lo possiamo aiutare, di chi ci aspetta e sogna che noi possiamo essere la sua felicità.

E’ la chiamata alla vita: è la chiamata a cambiare direzione perché spesso abbiamo sbagliato proprio la direzione della vita vera … e Maria Maddalena, sentitasi chiamare, cambia direzione: si volta, si converte, cambia modo di pensare.

Gesù non è più un misero corpo da imbalsamare, ma un Dio da seguire; non è un  passato da piangere, ma un futuro da aspettare, da preparare; non è un possesso da tenere per sé, ma un dono da offrire a tutti: «Va dai miei fratelli e dì loro» sono le parole che le rivolge Gesù!

Anche noi siamo chiamati a stare tra noi da fratelli e dire con la vita che crediamo nel Risorto, dire con la solidarietà che Dio non abbandona nessuno, annunciare che non siamo dimenticati, ma amati, aspettati, chiamati per nome da Dio.

Testimoniare la risurrezione oggi non è dire parole, ma esprimere solidarietà, condivisione: è contemplare tra le pieghe della vita il bene che va aiutato a esplodere, a farsi casa, quando Dio vorrà, nelle nostre relazioni private e pubbliche, nel nostro lavoro e nel nostro rischioso mestiere di vivere. 

Ci sentiremo negli orecchi, oggi e sempre, quella voce di Gesù che ci chiama per nome e che ci vuole suoi collaboratori per la gioia di tutti.  

14 Aprile 2020
+Domenico

Dove si proclama la verità, c’è sempre la menzogna

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28, 8-15)

Sulla tomba di Gesù, prima della Pasqua, tutto era stato meticolosamente disposto dai sacerdoti del tempio: sigilli alla tomba, che purtroppo per loro era “diversa” dalla fossa comune, e soprattutto guardia, a prova di furto.

Racconta poi Matteo che, all’alba di Pasqua, mentre le donne si stavano recando al sepolcro, «vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve.» (Mt 28,2-3)

E qui Matteo descrive quanto è occorso alle guardie: «Per lo spavento che ebbero di lui le guardie tremarono tramortite.» (Mt 28,4)

Dunque, le guardie hanno visto l’angelo scendere dal cielo, lo hanno visto rotolare la pietra, assicurata dai capi del popolo, e sedervi sopra; hanno tremato tramortite, forse non sono riuscite a cogliere le parole dell’angelo alle donne, ma hanno di certo visto l’evento eccezionale che fugava ogni possibilità di furto del corpo di Gesù da parte dei discepoli.  

E questo lo hanno annunciato ai sommi sacerdoti!

Un annuncio dunque è giunto anche a loro, ma i “preti” del Tempio, che lo avevano fatto uccidere, avevano il cuore indurito, come quello del faraone. e un cuore indurito può soltanto partorire la menzogna già architettata: non avevano creduto alle parole di Gesù circa la sua identità, lo avevano creduto un impostore quando annunciava la sua risurrezione, ed era menzogna.  

Ed essa, come sempre, ha bisogno di altra menzogna per legittimarsi come verità: così, pur di fronte all’evidenza del fatto annunciato loro dalle guardie, la loro unica preoccupazione è quella di far tacere sul nascere la verità.  

Il dubbio non li sfiora neppure, anzi, credono alle guardie, credono che un angelo abbia rotolato la pietra; sono stati i primi a credere alla risurrezione, proprio loro che avevano giurato di seppellire Gesù definitivamente, di cancellarlo dalla vita degli uomini; ma, schiavi della propria carne e del progetto demoniaco che li aveva afferrati, decidono di realizzare questo progetto sino in fondo, dando corpo alla menzogna che avevano già insinuato a Pilato, e per realizzare il piano, corrompono con denaro le guardie, strangolando la verità nella cupidigia; non solo, si impegnano e si fanno carico di persuadere il governatore che le cose erano andate proprio come essi avevano inventato, facendosi missionari della menzogna.

Accanto alla Verità, infatti, appare sempre la menzogna.  

Non a caso Gesù è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, come la Chiesa è stata costituita perché sia fedele annunciatrice e testimone della Verità.

Perché la testimonianza sia credibile e perché ogni uomo possa essere davvero libero nell’accoglierla o nel rifiutarla, è necessaria la menzogna: per la fede non c’è mai nessuna evidenza, c’è sempre una libertà di accogliere o rifiutare il grande amore di Dio, che vogliamo sempre augurare e impetrare per i nostri malati di epidemia. 

Che ci sia una Pasqua, un passaggio dalla malattia alla guarigione, dalla paura alla gioia, dall’isolamento da tutti gli affetti, alla propria famiglia!

Signore deve essere Pasqua per tutti, ti implora la tua Chiesa!

Maria intercedi, sei sempre la nostra mamma. 

13 Aprile 2020
+Domenico

La risurrezione è la nostra vita vera

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,1-10)

Oggi è al culmine la Settimana Santa: l’abbiamo vissuta all’insegna dei ricordi, delle tradizioni, delle usanze ereditate dai nostri genitori; abbiamo forse rimpianto – stando in casa – quando ci siamo improvvisati attori, registi, sceneggiatori di fatti più grandi di noi …. e siamo potuti risalire alla nostra infanzia, all’incanto di ogni fanciullezza, e quest’anno abbiamo visto soltanto in TV o nell’isolamento, giovani interpretare Gesù Cristo, uomini maturi fare Pilato, anziani fare i sommi sacerdoti, il solito – segnato a dito – fare Giuda.

Poi si sono fatti passare di mano in mano quella croce.

Potevamo essere tentati solo di esprimere tradizioni, folklore, appuntamenti con la storia, oggi però la cosa cambia di netto: ieri era possibile stare indifferenti, stare sulle nostre, non scomodarci troppo, oggi non è più possibile, dobbiamo fare il salto della fede

Oggi ci viene chiesta la fede: non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il “risorto”, perché li ci vuole un atto di fede; appendiamo solo un  crocifisso, che richiama la storia e pietà di un uomo, anche se molti ci negano anche quella. 

Oggi facciamo il salto nell’oltre: riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori, è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. 

Colui che è morto così miseramente, senza nessuno stoico coraggio, è il Figlio di Dio; e dice uno dei quattro Vangeli nel racconto di questa giornata memorabile: «Passato il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare il sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28, 1-2).

E’ un discorso difficile, perché occorre affidarsi: occorre avere il coraggio di leggere il “terremoto” di cui si parla nel Vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione; questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio: è il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.

Abbiamo avuto – e molti hanno ancora – il terremoto del coronavirus che ci sta cambiando l’esistenza, che ci mette alla prova, ma non ci può togliere la speranza di questo terremoto della risurrezione. 

E’ il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili di vita della nostra esistenza, della speranza oltre ogni paura e ogni dolore. 

Il terremoto del coronavirus ci fa paura, e ogni tanto anche qualche altro terremoto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia: è questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore.  

Ognuno di noi ha il suo macigno, una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo, che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro: è il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato.

E’ questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i martiri anche di questi tempi, di tanti giovani sgozzati, crocifissi perché cristiani. 

Sono stato non poche volte a celebrare Messa in una qualche scuola in occasione della Pasqua e ho trovato ragazzi, giovani, che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni: questo spesso è il coraggio della nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private; la nostra fede “per mestiere”, il nostro forzato credere per  non creare problemi dove siamo. 

Ma Dio è grande, e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia!

Risurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie e più autentico dei nostri giuramenti. 

Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai”, perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nelle braccia di Dio.

Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazzareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.  

12 Aprile 2020, Pasqua di Resurrezione
+Domenico

Silenzio, desolazione, sconforto, fino all’alba più bella di tutte

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 28,1-10 )

Oggi c’è silenzio grande in tutte le chiese.

Ieri non abbiamo celebrato l’eucarestia perché abbiamo fatto memoria e adorato Gesù Cristo nella sua morte; oggi, sabato, gli apostoli si sono rifugiati nel cenacolo: la loro disperazione si taglia a fette, ribolle in loro la fuga che hanno fatto miseramente dal Calvario, l’abbandono del maestro, la sconfitta senza speranza.

Stanno pensando come fare i funerali, come portarsi al luogo della sepoltura, che pensavano doveva essere la fossa comune dei delinquenti, intoccabile, ignominiosa: dentro si sarebbe sepolta ogni traccia del suo assassinio, della sua morte, della sua condanna.

Solo le donne sapevano dove invece lo avevano sepolto, e avevano predisposto tutto per imbalsamarlo: erano “vecchie del mestiere” le vestali della morte, tocca sempre a loro, alle donne, riportarsi in grembo quel figlio dell’uomo che con tanto amore e cura hanno allevato, fatto crescere, accompagnato.

Scompaiono per un po’ dalla sua vita, ma quando te lo ammazzano, sono ancora loro che rientrano in campo per consegnarlo alla terra.

Questa è la storia di ogni uomo: le donne della piazza di Maggio in Argentina non si sono mai date pace, sono sempre state in attesa di poter consegnare alla terra, almeno nel loro cuore, i figli, i nipoti strappati e scomparsi. 

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio, della riflessione, del nostro esame di coscienza e diventerà per tutti il giorno della più grande attesa. 

Ebbene, è un grido solo quello che si ode per i vicoli di Gerusalemme quel giorno dopo il Grande Sabato: hanno portato via il Signore.

Il potere s’è fatto furbo: i funerali sono spesso più pericolosi dell’assassinio; i conti però non tornano: Pilato aveva fatto mettere delle guardie perché non inventassero sublimazioni pericolose, o mitizzazioni deleterie, tormentoni infiniti.

Ma il corpo là non c’è più!

Non solo sono le donne che lo dicono: c’è la “visita ufficiale” diremmo del Papa, di Pietro, che constata l’assenza del cadavere; c’è una deposizione un po’ ridicola presso i carabinieri: ci siamo addormentati ed è venuto qualcuno a portarcelo via.

Ma se dormivate, come fate a dire che qualcuno l’ha portato via?

Sì, perché tu avresti qualche altra soluzione? Dai, lasciaci firmare, per il servizio fatto, che torniamo in caserma: a quello gli ho squarciato il petto io e non ci potrà più nuocere, in giro per Gerusalemme non ne vedremo più nemmeno l’ombra.”  

Invece Lui, Gesù, si fa incontrare vivo: Lo incontrano le donne, lo vede Pietro, lo ascoltano di nuovo tutti gli amici.

È lui, è Gesù, è ancora con noi: è una vita piena.

Non è vero che ce ne dobbiamo ritornare a vivere come prima: Lui alla morte ha riso in faccia, il Padre non lo ha abbandonato, è vero quello che ci aveva detto! 

Ma allora la nostra vita cambia: il nostro dolore ha un senso, non siamo a un eterno ritorno, non viviamo sotto un cieco destino!

Chi consuma la vita nell’amore la continua piena, nuova, definitiva. 

Per la nostra povera umanità italiana e mondiale oggi è ancora un Sabato Santo di attesa, di angoscia, per la vita fisica in grande fragilità; è ancora più fragile per molte famiglie: è un attesa di pace, di prospettiva di ricostruirci una vita serena. 

Supplichiamo Dio che ci faccia sperimentare risurrezione, rinascita, umanità nuova. 

11 Aprile 2020
+Domenico

Gesù muore, come muore ogni uomo

Una riflessione sul Venerdì Santo

Possiamo ancora oggi, se ci teniamo alla nostra fede in Gesù, ricordare con un momento di silenzio, come si fa per le morti di chi stimiamo e amiamo, alle 15 la morte di Gesù: per noi credenti è il Figlio di Dio, per tutti una persona, un uomo, che ha cambiato la storia dell’umanità, e ancora la sta cambiando.  

Il racconto della sua passione ce lo presenta nel Getsemani: lì Gesù è ogni uomo, mostra le paure di tutti, i pensieri faticosi del vivere, le ansie e gli interrogativi del morire che ci assalgono tutti. 

La preghiera di Gesù è abbandono nelle mani del Padre, è il desiderio di sentirsi di qualcuno nel momento supremo e quindi si abbandona nella fede.

Gesù è turbato: non tenta penosamente di nasconderlo a nessuno, ma il turbamento non spezza il rapporto di fiducia in suo Padre.

L’ideale greco era di mostrarsi altero, dignitoso, sprezzante … l’ideale di Gesù è di mostrarsi fiducioso nel Padre: la sua è accettazione dolorosa della verità, è fedeltà a Dio.  

Gesù mantiene uno sguardo serio e realistico sulla morte: per la sapienza razionale, l’atteggiamento quasi stoico di un eroe di fronte alla morte è di gran lunga più nobile di quello di Gesù.

Il modo con cui Gesù è morto è uno scandalo, è indegno di un figlio di Dio, ma anche di un uomo responsabile di altri.

Dovrebbe fare da eroe, se vuole che qualcuno lo apprezzi, dovrebbe presentare una certa saggezza per essere ricordato da tutti nella sua fierezza, nel suo coraggio.  

Gesù si unisce in certo modo a tutte le nostre morti ingloriose, scioccanti, distruttrici di ogni umanità e le svuota di potenza dall’interno.

Gli eroi muoiono come si vorrebbe morire, Gesù muore come veramente si muore. 

Il fatto straordinario è che Gesù, lui che è morto così miseramente, soffrendo senza ritegno, affrontando le paure e le ansie del morire con così poco coraggio stoico, è proprio il Figlio di Dio. 

Se il Figlio di Dio muore così, allora le nostre povere morti, le nostre paure, le pene che soffriamo, l’attaccamento alla vita che abbiamo, il dolore disperato per le morti improvvise e violente sono depositate con amore nelle braccia di un papà, non sono opera di un tragico destino. 

Allora non ci è richiesto sforzo di autocontrollo, ma abbandono nelle mani del Padre: la nostra morte non è una resa dei conti impossibile, ma è lasciarsi amare fino in fondo da Dio, nella massima fiducia di avere un Padre che ci ama sempre, proprio a partire da quella morte in croce che nelle sue stesse braccia diventa risurrezione.  

Sul Calvario ci siamo ancora tanti di noi: questa epidemia è proprio un Calvario.

Tanta umanità sta ancora cercando di ridare speranza alla vita personale e sociale, alla salute fisica e alla pace: noi vogliamo guardare per tutti a questa croce che ci rivela  l’amore indiscusso di Dio per tutti.  

E … se in casa abbiamo un crocifisso, stacchiamolo dalla parete e diciamogli: Siamo peccatori ma ti vogliamo dare un bacio. 

Un bacio te lo diamo Gesù, non tener conto di come siamo stati e di quel che saremo. 

Avremo sempre bisogno della tua bontà e del tuo perdono, del tuo sguardo che hai lanciato a Pietro e di quello che hai detto all’adultera: va in pace e non peccare più

Dacci un momento di lucidità oggi, stasera: fallo durare una vita, ma accettalo anche se è solo un momento. 

10 Aprile 2020, Venerdì
+Domenico

Gesù ci lava la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 1-15)

E’ sempre bello poter rifarsi a qualcosa che ti incanta e ti incatena nello stesso tempo.

L’amore, per esempio, l’amore tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza: sei passato per caso, s’è accesa una passione, uno spasimo, una gioia che non puoi più contenere, hai fatto pazzie per capire, per incontrarti, per vedere come … “saziare” questo desiderio, come dargli un nome, come possederlo; non ce l’hai mai fatta perché ogni espressione non è mai stata capace di definirlo, di comprenderlo fino in fondo: c’è sempre stata una sete che non poteva esaurirsi.

La vita è così: accende forti passioni per farci alzare lo sguardo all’infinito, anche se noi facciamo finta che ci possiamo accontentare di qualcosa che vale molto meno: i soldi, il potere, il sesso fine a se stesso.

Ma nessuno si inganna con se stesso: sono tutte “pezze” di felicità che cercano di tappare un colabrodo che è la nostra vita e che fa acqua da tutte le parti.

Per noi cristiani una esperienza della stessa profondità dell’amore è l’Eucarestia, anche molto di più: questa semplicissima cena, in cui Gesù anticipa nei gesti, nei segni, nel pane e nel vino l’offerta di sé per la pienezza di vita del mondo, per colmare la sete di amore dell’uomo, per proporsi come riferimento alle nostre ricerche e alle nostre paure.

Proviamo brevemente a contemplare questo momento intenso, tragico, coinvolgente: immaginiamo di esserci tutti noi.

Quest’anno purtroppo lo possiamo soltanto proprio immaginare, non vediamo i segni perché non possiamo andare in chiesa, non possiamo partecipare a questa ri-presentazione in cui riviviamo l’ultima cena: possiamo soltanto “guardarla” alla Radio, a una TV o un tablet .

Però, per una sera voglio immergermi: Stasera ci sto anch’io.

Gesù tra l’annuncio di un tradimento e la crocifissione, prende tra le mani i piedi degli apostoli e li lava: quest’anno chi lava i piedi degli apostoli sono tutti quei medici e infermieri che stanno a curare, a consolare e confortare con grande dedizione i nostri malati.

Gesù – dicevo – ha preso tra le mani i piedi di ciascuno di noi, ha pensato a tutti i nostri percorsi sbagliati, le nostre fughe da lui, le nostre avventure incoscienti, i nostri tradimenti, ma prende tra le mani anche i piedi dei dottori, degli infermieri, delle persone che rischiano la vita per i nostri malati.

Stasera però Gesù vuol andare oltre e ci lava la vita.

E ci fa il suo più grande dono: “Vi dico che sono allo snodo fondamentale della mia missione: vi do la Mia Vita, perché vi voglio troppo bene. Non posso permettere più che il male sia l’ultima parola sui vostri sentimenti, sui vostri affetti, le vostre azioni, i vostri corpi e le vostre relazioni: questo pane spezzato e questo vino versato saranno sempre il segno di un dono senza rimpianti, di una vita donata senza ripensamenti; saranno il segno del Mio Corpo dilaniato e del mio Sangue versato per Amore, solo per Amore: il mio stesso corpo e il mio stesso sangue. E potrete sempre rifare questi miei gesti e ogni volta che li rifarete Io sarò lì ancora a dirvi che vi voglio bene, a dirvi che non immaginate che Padre avete nei cieli, a ricordarvi che è finita la schiavitù, che l’ultima parola non è la morte, anche se in cuore avrete odio, anche se userete questi miei segni per farvi belli, in una Chiesa dove state soltanto per dovere, in una comunità che usa la Messa per truccare l’odio e la falsità, anche quando i gesti li compirà un prete senza fede, senza amore, pieno di ambizioni: è un dono, per sempre, senza ripensamenti o nostalgie.

Ricordate che “Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà” (Lc 9, 24): questo è il paradosso a cui siamo chiamati anche stasera.

Se noi ci arroghiamo di essere i padroni della vita, la perdiamo.

La storia di ogni giorno ce lo insegna: non arrogandoci la vita per noi, ma solo dando la vita, non avendola e prendendola, ma dandola, possiamo trovarla.

Questo è il senso ultimo della Croce, che domani metteremo al centro ancora di più del nostro essere cristiani: non prendere per sé, ma dare la vita.

E noi lo supplichiamo che ci lavi dalla nostra epidemia.

Abbiamo affidato alla medicina la purificazione che dobbiamo responsabilmente favorire e aiutare, ma c’è da lavare anche il nostro cuore che in questi tempi per molti di noi si è rattrappito nell’egoismo.

9 Aprile 2020
+Domenico

Si può tradire in tanti modi

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13,21-25) dal Vangelo del giorno (Gv 13, 21-33. 36-38)

«In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: “In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà”. I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Dì, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”».  

La settimana santa entra nella sua pienezza e si porta dentro i nostri sentimenti. 

Abbiamo bisogno di allargare la nostra visione della vita oltre i nostri dolori, le nostre pene: è il tempo delle grandi pulizie, che oggi vorremmo anche più fisiologiche per i nostri mali. 

La luna sta facendosi piena per risplendere al massimo, dalla tragica sera del Getsemani all’alba di Pasqua.  

Altri personaggi ci vengono presentati oggi dal Vangelo, sono Pietro e Giuda: due traditori, due personaggi che ci rappresentano molto bene.

Sono l’immagine della debolezza del nostro amore, della incapacità di buttarci con generosità per gli altri o per l’altro, sono il simbolo della fragilità che sperimentiamo ogni giorno, che vogliamo camuffare con maldestra fantasia.

Di fronte a Gesù si svelano le intenzioni del cuore.  

Pietro, sicuro della sua incrollabile fedeltà, fa l’indagine, cerca il traditore al di fuori di sé: “chi è che ha il coraggio di tradirti?”

Non pensa a sé, è sicuro delle sue scelte: Gesù è per Lui il figlio di Dio, l’aveva detto solennemente quando Gesù aveva fatto la sua inchiesta … bella frase, bel suggerimento dello Spirito, ma la vita ha bisogno di accogliere in profondità e con un tirocinio severo ogni dono di Dio.

Lui non pensa affatto che sarà messa a prova la sua fedeltà, il suo entusiasmo, la sua prontezza, la sua decisione, la sua leadership; invece farà i conti con l’inganno e la troppa fiducia in se stesso e il tradimento cova già dentro di lui i suoi artigli. 

L’altro è Giuda: lui ha già nel cuore la decisione presa, ha già costruito a tavolino la trama, si è già preso i soldi; Il suo cuore è lancinato: è il cuore di tutti noi quando siamo costretti a fingere; vorremmo che tutto fosse già finito, ne portiamo un peso insopportabile, ma non siamo capaci di tornare indietro.

Ci siamo visti fragili, ma non riconosciamo l’errore.

Non ne può più, ed esce sbattendo la porta: quei soldi che ieri rimproverava a Maria di aver buttato con quel lussuoso profumo versato sui piedi di Gesù, oggi li ha in mano lui, anche se sono solo trenta denari anziché i trecento del profumo, gli pesano troppo, va a disfarsene, ma è tardi. 

Non è invece mai tardi per chiedere perdono per affidarsi a Dio: io spero che gli sia bastato quell’istante in cui ha fatto il salto nel vuoto dall’albero, appeso a quella corda; spero che abbia visto in lontananza l’altro albero, quello della salvezza: la croce

Noi questo albero della croce chiediamo a Dio di vederlo, di adorarlo, di baciarlo, come salvezza dalla nostra triste condizione umana di epidemia e di dolore, di disfacimento e di disperazione, perché si accenda ancora la speranza, che è l’ultima a morire e che non vogliamo farci rubare da questa epidemia. 

7 Aprile 2020
+Domenico

E la luna piena ritorna: Domenica delle Palme

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt. 26, 14 – 27,66)

C’è una legge e un ritmo nel nostro vivere, nella vita del mondo, della natura, che riporta le cose a un infinito ritorno, a una infinita partenza.

Le stagioni si susseguono con maggiore o minore regolarità: ogni anno finisce l’inverno e torna la primavera, il sole torna alto nel cielo, le piante scoppiano di verde … la luna questa settimana tornerà piena nel cielo a illuminare la notte.

È … la stessa luna che ha illuminato quello sparuto gruppo di ebrei nell’orto degli ulivi, addormentati qua e là … sotto gli alberi, mentre la “soldataglia” stava preparando la sua sorpresa al Maestro, e la luna illuminava il Maestro in preghiera, ma anche la strada al traditore … il Suo volto angosciato … ma questa luna, però, non illuminava un eterno ritorno.  

Quella settimana era decisiva per l’umanità, per ciascuno di noi: il mondo non sarebbe stato più lo stesso … la natura avrebbe continuato a fare il suo corso, ma l’umanità non sarebbe stata più la stessa.

Un uomo sarebbe stato ammazzato, ma non ci sarebbe stata tomba alcuna capace di custodirlo cadavere!

Un processo si sarebbe celebrato, con tutti gli “aggiustamenti” che il potere riesce a mascherare, ma la coscienza dell’uomo ne sarebbe stata sconvolta per sempre: quel processo, da allora, viene ripetuto dallo Spirito in ciascuno di noi, per convincerci di “correità” con quella morte. 

Quella Domenica, dopo la luna piena di Marzo ci avrebbe continuamente richiamato l’evento definitivo della vita dell’uomo: la passione, la morte e la risurrezione di Gesù di Nazareth, uomo, figlio di Dio, centro della storia e dell’universo.

“Settimana Santa”, la chiamiamo noi cristiani, e oggi, fuorché da noi, si inizia in tutto il mondo cattolico con una festosa piccola processione con in mano ramoscelli di ulivi.

Gli unici spensierati e felici sono i ragazzi, come lo sono stati spontanei, creativi e coinvolgenti al tempo di Gesù: volevano solo far festa, noi adulti invece eravamo già pronti a cambiare casacca e soprattutto a cambiare festa in vendetta, a cambiare “osanna” in “sia crocifisso”.

E’ una settimana ancora rischiarata da luna piena, in cui siamo chiamati a rivivere quegli eventi, almeno nelle nostre case, nei nostri spazi di quotidianità, a ricollocare le nostre vite e il nostro convivere su quello scenario.

Ci rivediamo in Giuda, con i nostri tradimenti; in Pilato, col nostro lavarcene le mani; con quella folla festante oggi e pilotata e assetata di sangue all’indomani; ci rivediamo in Pietro che non regge alla tentazione di nascondersi, che fa il “camaleonte”, e che piange disperatamente.

Stiamo a contemplare Lui, Gesù, carico delle nostre cattiverie e paure, ma con quello sguardo di forza e perdono, che apre la nostra vita a una speranza nuova

Ed è una speranza che supplichiamo il Signore di farcene regalo, quest’anno … in cui sembra che tutto sia in declino, sia ineluttabile, in cui sperimentiamo che scienza e tecnica non sono risolutive per tutti e per sempre, in cui scopriamo di essere una umanità che non si scoraggia però, che ce la mette tutta, e che ha speranza sempre nell’amore di Dio. 

5 Aprile 2020
+Domenico

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!?

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 11, 49-50) dal Vangelo del Giorno (Gv 11, 45-56) 

Meglio che uno muoia per la salvezza di tutti!? (Gv 11, 45-56) 

<<Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera>> 

Ci sono sempre “tattiche politiche” che usano far fuori il leader per disperdere correnti di pensiero o di lotta, per fermare movimenti della gente che toglierebbero ai potenti il controllo sulle vite e sulle cose: in certi paesi si dice che si vuole la pace, ma quando è veramente prossima a qualche accordo che la potrebbe far balenare concretamente davanti agli occhi, si programma un attentato o si progetta un assassinio.

La nostra storia recente ce ne mostra tanti esempi: certi gruppi violenti vanno proprio a prendere le persone migliori, quelle che veramente anche nel nascondimento tessono le linee di un mondo diverso e le ammazzano per fermare la storia. 

Così il sinedrio pensa di Gesù: questo uomo sta portandoci via il popolo, sta sconvolgendo il nostro mondo religioso; già tanta gente lo sta seguendo: cominciano a risponderci male, come quel cieco di alcuni giorni fa che si faceva beffe di noi, che insinuava se anche noi eravamo discepoli di questo Gesù.

Occorre fermarlo!  

Un gruppo che esercita la violenza ha una necessità assoluta da cui partire: deve trovarsi d’accordo, completamente, tutto il gruppo; ciascuno deve essere possibilmente lui stesso l’autore dell’assassinio che si progetta, altrimenti si defila e rompendo la compattezza, rende perdenti. 

E’ meglio che muoia!

E’ la sentenza nei confronti di Gesù: la condanna di Pilato sarà una farsa, la morte di Gesù era già stata decisa molto prima.  

Qui la cattiveria dell’uomo si incontra con il progetto di Dio … “è meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” … certo, la salvezza che pensava il sinedrio era quella dell’autoconservazione, del controllo sulle coscienze e sulla religione, invece nei piani di Dio la morte di Gesù è veramente il segno di un passaggio epocale da cui non si torna indietro: l’umanità viene salvata.

In quella sentenza c’è la prospettiva nuova che la morte e la risurrezione di Gesù porterà.  

Quel “meglio che uno muoia per la salvezza di tutti” è la scelta di dono radicale di sé di Gesù, è la sua scelta di amore, è la realizzazione del piano di Dio fino dall’eternità.

La cattiveria di questi uomini non solo non ferma il piano di Dio, ma si svuota dall’interno per far posto al più grande gesto d’amore della storia: su quella croce finirà l’amore di Dio che non ci abbandona mai.

Questa croce sarà sempre un segno di grande solidarietà del Signore con tutte le nostre sofferenze, che non devono portarci alla disperazione, ma a una nuova speranza, perché la sofferenza non è stata l’ultima parola anche per Gesù: che ci aiuti, e ci dia la gioia di poterci ritrovare assieme tutti a ringraziarlo del pericolo passato.

Questa nostra pasqua sia un passaggio dalla malattia alla salute, dal mare di sofferenza e di tribolazione alla ritrovata terra della salute e della consolazione. 

4 Aprile 2020
+Domenico