Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,43-44) dal Vangelo del giorno (Mt 5,43-48)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli …»
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In un tempo in cui si mescolano religioni e popoli, idee e tradizioni, stili di vita e credenze, ci si domanda: “Ma quale è la vera religione? Dove sta la verità? Perché devo vivere in questo modo? Esiste la verità o ciascuno si inventa la sua?”
Ancora meglio, si vuol vedere che cosa ha il cristianesimo di nuovo rispetto a tutto il resto, rispetto a tutte le visioni della vita quotidiana che gli uomini si danno: “Per avere felicità non basta vivere tranquilli senza tante costruzioni religiose?”.
Gesù ci tiene a staccare di netto il comportamento di un vero credente da chi è pagano: il credente in Dio osa amare i nemici. L’amore non è uno scambio, non è un rapporto alla pari in cui i conti tornano (io voglio bene a te e tu ne vuoi a me) … l’amore è un paradosso: “tu mi fai del male e io ti voglio ancora più bene; tu mi distruggi la vita e io ti amo perché ti ritengo più grande delle distruzioni che pensi per me; tu mi togli il respiro e io non ho paura a offrirti il mio!”.
Su questa base di amore disinteressato è sorto il cristianesimo: la fede cristiana non è la fede dei kamikaze, ma dei martiri, che sanno dare la vita per tutti, anche per i nemici; è la fede di chi sa perdonare; di chi è disposto a non lasciarsi mai misurare dai torti subiti, di chi porge l’altra guancia, di chi sa che la lite e il torto si vincono con l’amore e la dedizione.
Non solo, ma la posta del cristiano è ancora più alta, è una vetta – direi – irraggiungibile: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.” … non c’è limite all’impegno di trasformazione della nostra vita in una bontà senza misure.
Gesù sapeva di offrire una meta altissima, ma metteva in gioco soprattutto se stesso: In Lui, nel Cristo, Figlio di Dio morto e risorto, noi possiamo sperare di ridare alla nostra vita il vero volto di Dio da sempre impresso nelle fattezze umane.
Siamo fatti a immagine di Dio, il peccato ne ha tentato di distruggere le sembianze, ma Gesù è riuscito a ricostruirle e il cristiano lo segue: non essere come i pagani oggi significa riprendere coscienza della meta che sta davanti a tutti noi cristiani.
Il cammino di conversione è questo: andare verso una meta altissima, ma scritta nelle nostre vite da Gesù, che ci tiene il cielo aperto su una terra tentata continuamente di chiudersi.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5,23-24) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 20-26)
«Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.»
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La semplificazione delle cose fino a renderle “banali” è una tentazione che ascoltiamo … molto volentieri: la vita è complicata di suo, di problemi ce n’ha a non finire … mettere d’accordo le persone è un’impresa, quando ti sembra che tutto scorra regolare scopri che c’è qualcosa che rovina tutto, e la religione viene collocata tra le cose “complicate”: il rapporto con Dio è una sorta di incognita e di irrazionalità che è meglio lasciar perdere.
Per sfuggire la complicazione, allora, si decide di separare, di distinguere, di isolare …. “Vuoi avere un rapporto con Dio? Bene, lascia in pace tutto il resto. Vuoi fare bene il tuo lavoro? Lascia perdere tutto il resto. Vuoi divertirti? Lascia perdere tutto il resto!”.
Allora c’è chi mette tutto il suo impegno nel lavoro e dimentica la famiglia, chi si diverte senza tante inibizioni e si rovina la salute, chi gioca da campione ed è una frana negli affetti, chi si dedica a Dio e dimentica i rapporti con le persone.
Questo “tutto il resto”, invece, è la nostra vita: il Vangelo dice con molta precisione che se stai offrendo a Dio qualcosa e tuo fratello è in guerra con te, “lascia e va dal fratello a tentare la pace possibile!”
La vita cristiana non è mettere Dio davanti a sé per fuggire la vita, ma è comunione con Dio e con i fratelli!
Dio non è un alibi comodo per scappare dalla realtà: se forse nella antica religione del tempio si poteva immaginare che Dio fosse lontano dalla vita, tutto concentrato in se stesso, che la religione fosse un tributo da pagare a una entità superiore e che la vita fosse un banale destino cui occorreva dedicarsi in meno tempo, il meno possibile … con l‘incarnazione di Gesù il vero culto è diventato una lode a Dio, un amore appassionato per lui e una comunione profonda con i fratelli.
Si usa spesso l’immagine di una verticalità e di una orizzontalità, per indicare il rapporto con Dio e quello con i fratelli: non possono essere mai separati! La nostra salvezza è la croce di Cristo, che ha due braccia, una verticale tra cielo e terra e l’altra orizzontale tra uomo e uomo. In queste due dimensioni collegate strettamente c’è la nostra esperienza credente!
Scaviamo le motivazioni profonde dell’essere e dell’operare, restiamo ancorati alla salvezza che viene sempre da Dio e che passa nelle mani degli uomini.
Questa croce ci aiuta a guardare al cielo e a trovare tutte le possibili strade di santità che Dio ha tracciato tra gli uomini.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 6,9) dal Vangelo del giorno (Mt 6,7-15)
«Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome…»
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Ci sono alcune parole nella nostra esistenza che ci segnano per tutta la vita … tra queste una delle più belle è “papà”: è parola che evoca amore, gioia, forza, compagnia, tenerezza, serenità.
Potrei continuare a dare la stura ai nostri affetti, a pensare a tutte le esperienze che nella nostra tenera età e spesso anche oltre abbiamo vissuto con nostro padre: la sicurezza che ci infondeva, la sua severità che ci richiamava alla responsabilità, la certezza di poter contare sempre su di lui, la tranquilla serenità di sentirci amati anche sotto la faccia burbera di qualche rimprovero, lo sguardo di disapprovazione e di orgoglio, il volto velato di pianto quando la sofferenza abitava troppo a lungo nella nostra casa.
Gesù ci ha sempre presentato Dio con il dolce nome di “abbà“, papà: nel Vangelo, quando si rivolge a Dio, lo chiama sempre così! È stata una novità assoluta, soprattutto per gente che era abituata a pensare a Dio con timore, reverenza, se non talvolta con soggezione e paura …
…No! Dio è Padre e quando lo pregate dite: Padre nostro. Siamo una famiglia, siamo tutti figli, siamo fratelli proprio perché veniamo tutti da Dio che è padre. Lui ci ha generati, noi siamo un palpito del suo cuore, un suo pensiero, un suo gesto di amore. Lui ci dà il pane di ogni giorno, Lui è capace di piegare l’universo alla nostra cura.
Lui soprattutto è capace di perdonare: vivere la vita alla ricerca di un perdono possibile è spesso uno sforzo titanico che ci sentiamo di dover fare dopo i nostri molteplici errori … ebbene, Dio Padre è grande nella misericordia e nel perdono: Lui, ogni mattina sale al punto più alto della casa per vedere se il figlio ingrato, che è scappato sbattendo la porta, torna, se si ricorda che nel suo cuore di padre non è mai stato cancellato il posto per lui; lui è là fuori nel cortile a convincere il fratello ad accogliere, a far pace, a seguirlo nel perdono, a forzare un abbraccio che a Lui è sgorgato spontaneo, immediatamente, ancora prima che il figlio gli chiedesse perdono.
Abbiamo veramente un padre così come Signore, come creatore, come giudice, come fondamento dell’universo: non abbiamo – come dicevano i filosofi, pure arrangiandosi con il nostro modo di ragionare – noa abbiamo un motore immobile, un onnipotente, ma un padre che non ci abbandona a nessuna tentazione, che guarda dal cielo sulle strade spaesate della nostra vita e ci fa da papà, sempre.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,35-36) dal Vangelo del giorno (Mt 25, 31-46)
«Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi.»
Audio della riflessione
Che hai fatto? Perché ti sei comportato così? Dove sta tutta la tua moralità? Credevi di farla franca … pensavi di non dover rendere conto a nessuno di quello che sei e che fai? Quel poveraccio che hai imbrogliato non è nessuno, ha sempre qualcuno dalla sua parte che se lo prende a cuore però.
Farla franca è uno sport che ha molti cultori: c’è una debolezza che tutti vogliamo sfruttare per star meglio, quella degli altri; c’è una sottile soddisfazione che si distribuisce nel nostro circuito vitale, quella dello sfruttare gratis, del sopraffare e poi sentirci a posto: la chiamiamo furbizia e intelligenza e la cancelliamo da ogni tribunale interiore.
Alla fine, invece, Dio dice che ogni tuo gesto ha lasciato una traccia sulla spiaggia del mare della vita e soprattutto ha segnato il suo volto di offese o di carezze: “Tutto quello che avete fatto al più piccolo è a me che lo avete fatto”.
Il volto del povero e del figlio, il volto della mamma e dell’accattone, il volto del drogato sono il suo: Dio, da quando Gesù si è fatto uomo, si incontra nel volto di ogni persona, e le nostre relazioni tra persone non si chiudono mai solo tra di noi, ma si aprono all’orizzonte infinito della sua presenza.
La vita cristiana è impegnativa, ma non complicata, l’esame finale non è ingarbugliato, pieno di insidie e di tranelli, è solo l’insieme delle nostre relazioni, della configurazione che la faccia della nostra anima ha assunto davanti agli altri! Certo, è difficile vedere nel volto degli altri il volto del Signore …non lo è però più di quanto sia difficile immaginare che Dio assuma il nostro volto. Eppure Dio è disposto a mettersi nei nostri panni, ad abitare nella nostra vita, a rendere viva la sua presenza in noi: Lui si fa corpo e sangue perché se noi lo mangiamo, Lui abita in noi e diamo a Lui le nostre sembianze.
La nostra vita è più grande di quanto pensiamo, la nostra dignità è ai vertici della creazione: Quando madre Teresa – ora santa – andava per le strade di Calcutta ad accarezzare chi moriva solo, non faceva altro che accarezzare Dio, non faceva altro che fare incontrare a quella povera creatura la mano tenerissima di Dio.
Il grande mistero è questo: noi negli altri incontriamo Dio perché per loro siamo l’amore di Dio!
Il cielo sopra gli uomini non sarà mai vuoto, se ogni giorno gli uomini sapranno di poterlo bucare con l’amore verso i fratelli.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,14-15)
In quel tempo, si avvicinarono a Gesù i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».
Audie della riflessione
È bello essere invitati a nozze di un amico o di un’amica, con cui hai condiviso tanti momenti della vita, con cui spesso magari ti confidavi, che vedevi ogni giorno entusiasmarsi mentre ti raccontava i suoi sogni … è ancor più bello se le nozze non sono quel supplizio infinito di un pranzo da nababbi, o quel ricevimento formale che ti mette in imbarazzo con gente estranea o, ancor peggio, se partecipare alle nozze non consiste nella preoccupazione, che sovrasta ogni sentimento, di fare un regalo vistoso, calcolato, che ti lega nella catena perversa del “do ut des” (ti do perché tu mi dai), “ti faccio il regalo oggi perché tu e gli altri me lo facciate domani”, dove l’invito è soltanto calcolo e la spontaneità diventa obbligo … e per “cortesia” ti danno pure l’IBAN.
L’invito che fa Gesù è un invito a nozze per godere di Lui: “Quando ci sono Io non fate piagnistei, non lesinate in allegria, non state a controllarvi la dieta, soprattutto non siate tristi! Vi voglio entusiasti dell’essere miei amici, contenti di avermi conosciuto e seguito: fatelo sapere a tutti che con me state bene!”.
Nella vita c’è anche un tempo per il digiuno, per il controllo sulla gestione della propria interiorità e della propria “disponibilità” e allenamento alle difficoltà … ma non è questo il momento: “Se ci sono io voglio che scoppi la festa, la gioia! Sono venuto perché si possa godere di una vita piena: il mio regno è un regno di felicità, di gioia, di scatto verso la bontà!”.
Purtroppo spesso noi cristiani non facciamo capire a tutti che seguire Gesù è una felicità, che aver trovato lui, il suo Vangelo è una profonda pace che scende nella vita, che seguire i suoi passi anche faticosi è come quando fatichi a scalare una montagna, ma vieni appagato dalla gioia della conquista, della vetta, della visione di un nuovo panorama che ti si apre davanti.
Essere cristiani è essere felici! Non rimpiangiamo nessuna libertà persa, perché stare con Gesù è trovare quella vera di Liberta! La Quaresima non è luogo di tristezza, ma di una gioia serena, di una consolazione profonda, perché stiamo in compagnia di Gesù, ne ascoltiamo ogni giorno la parola, facciamo i passi della vita anche faticosa, ma li facciamo con Lui! Diamo a ogni giornata una nuova speranza di poter guardare a quel cielo abitato da Dio che rende la terra molto meno “spaesata”.
« … Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà … »
« … E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano … »
Audio della riflessione
Esistono dei gesti che i cristiani compiono sia pubblicamente che nella propria vita privata, che non possono essere messi a bilancio, né rispondere a domande tipo “che cosa me ne viene, che cosa producono di concreto, dove mi portano, si può vedere che cosa mi danno in più?”: sono gesti che si portano via del tempo prezioso, che tengono le persone fisicamente inattive, senza fare niente di produttivo. Ciò è ancor più incomprensibile se dobbiamo ogni giorno fare i conti con la sindrome dell’agenda, sempre lì a ricordarci tutti gli impegni della giornata. Altri gesti invece impoveriscono la persona che li compie: le fanno perdere energie e sostanze, rendono ancora più problematico il già difficile bilancio familiare, le svuotano i risparmi; altri ancora sono incomprensibili perché vanno contro un istinto di conservazione necessario e provvidenziale: sono la preghiera, l’elemosina e il digiuno … sono tre gesti che il Vangelo continuamente mette in campo, in un tempo caratteristico della vita cristiana, la sua primavera, e cioè la Quaresima. Sono tre perle che devono abbellire la nostra vita.
Affidarsi a Dio nella preghiera è il respiro di ogni nostra giornata: Lui ci ha creati, a lui siamo grati. Lui ci tiene in vita, a lui ci affidiamo; Lui è il nostro Padre, nelle sue braccia facciamo riposare la nostra umanità ferita.
Abbiamo la necessità di tenere il corpo allenato a vincere la comodità, il torpore, la violenza dei sensi, e allora digiuniamo; sappiamo che molti mancano del necessario e noi moriamo del superfluo, e allora digiuniamo; il nostro spirito spesso si appanna perché troppo teso ad essere accontentato, e allora digiuniamo; vogliamo tenere lo sguardo fisso su Gesù e il nostro corpo teso come una freccia nell’impegno per gli altri, e allora digiuniamo.
Sappiamo che molta gente non ce la fa ad arrivare alla fine del mese, spesso della settimana: conosciamo famiglie che vivono nell’indigenza, sappiamo come in tante nazioni si muore di fame, e allora facciamo l’elemosina. Non risolviamo noi i problemi dei poveri, ma ci facciamo poveri con loro per aiutarli a sperare, diamo quel poco che abbiamo per condividere le piccole speranze della vita.
Allora la Quaresima sarà sicuramente uno sguardo per tutti verso quel cielo abitato da Dio per cambiare, per quanto possiamo, questa terra in cui viviamo, ma che è spaesata.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 16, 13-19)
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
I romani avevano una bella abitudine nelle pratiche con cui esprimevano il culto dei morti: si portavano presso la tomba del loro congiunto e si sedevano attorno al tumulo a conversare tra di loro, a ricordare la vita del defunto, con l’avvertenza di lasciare una sedia vuota come se su quella sedesse il loro caro.
La tradizione assunse un significato ancora più profondo a mano a mano che si consolidò nella chiesa la necessità del servizio di unità e di governo che il successore di Pietro era chiamato ad esercitare da Roma per tutta la Chiesa: la sedia allora non era solo la sedia su cui si rendeva presente il defunto, ma divenne la cattedra, il segno dell’autorevolezza e autorità dell’insegnamento del papa.
La “cattedra”, letteralmente, è il seggio fisso del Vescovo, posto nella chiesa madre di una Diocesi, che per questo viene detta “cattedrale”, ed è il simbolo dell’autorità del Vescovo e, in particolare, del suo “magistero”, cioè dell’insegnamento evangelico che egli, in quanto successore degli Apostoli, è chiamato a custodire e trasmettere alla Comunità cristiana.
Quando il Vescovo inizia ufficialmente il suo servizio pastorale in una chiesa particolare che gli è stata affidata, egli, portando la mitra e il bastone pastorale, si siede sulla cattedra: da quella sede guiderà, quale maestro e pastore, il cammino dei fedeli, nella fede, nella speranza e nella carità.
Ancora più piena di significato è la cattedra di san Pietro, collocata nell’altare di fondo della basilica romana di san Pietro: dobbiamo esserne orgogliosi e degni. Questa fede in Gesù come la espresse Pietro nella sua vita, questo attaccamento al Papa, successore di Pietro, vogliamo esprimere ogni volta che ne visitiamo la basilica vaticana.
Ma anche a noi oggi vengono poste le domande che Gesù fece ai suoi discepoli: “Voi che pensate di me? Secondo voi, chi sono io? Che idea vi siete fatti di me? Avete capito che cosa mi sta a cuore, quale è la passione della mia vita tra di voi?”
Gesù era preoccupato che gli apostoli lo confondessero con un mago, un uomo strano, potente, un uomo fuori dal normale, con poteri del tutto particolari: temeva che lo scambiassero per uno dei tanti che percorrevano la Palestina ad infiammare gli animi, promettendo il cielo.
Sono le domande che tutti abbiamo fatto nella nostra giovinezza al papà, alla mamma: “chi sono io per te?”.
E’ la domanda che gli stessi genitori fanno ai figli: “chi siamo noi per te? Siamo i padroni di un albergo?”.
Sono le domande che si fanno tra loro due innamorati: “chi sono io per te?”.
La risposta decide sempre il tipo di relazione, spesso decide la felicità di una persona, la sua sicurezza, la sua dignità, il riconoscimento del suo valore.
Lo chiedevano i giovani kazaki a papa Giovanni Paolo II: “chi sono io per te papa Giovanni” e Lui rispondeva “Tu sei un palpito del cuore di Dio, tu sei un pensiero di Dio”.
E’ lo slancio ancora di Pietro per Gesù che si ripete sempre per la bocca del papa:è solo Pietro che di slancio dice la vera percezione di Cristo, una certezza che gli viene donata da Dio, e come a quelle domande di Cristo ha risposto nella pienezza della verità, questa non le mancherà mai più.
Pietro non potrà sbagliare nell’indicare la strada del Regno di Dio a tutti gli uomini: questo significa infallibilità, non onniscienza, ma sicurezza nell’indicare ai cristiani la strada della salvezza! Pietro sarà da allora la guida sicura verso Dio. Il papa sarà garante dell’ascolto autentico delle verità del Vangelo.
Gesù ha scelto bene: non ha scelto un perfetto, un uomo tutto d’un pezzo la coerenza fatta persona, ha scelto chi è più capace di farsi costruire da Cristo, di lasciarsi plasmare da Lui, di esserne sempre in ascolto … e Pietro oggi conferma la nostra fede, conferma il cammino di crescita di ogni comunità, delle famiglie e delle associazioni.
Il centro è sempre il Vangelo, perché il Vangelo è la stessa persona di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-17.23-25)
In quel tempo, quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano.
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Quando si imbocca una strada difficile non sempre si ha il coraggio di continuare: le tentazioni di fermarsi, di lasciare tutto a metà, di non finire niente sono più di un raro episodio.
Lo vedi in certe regioni in cui si cominciano le case e le lasciano per decenni con le impalcature per l’ultimo piano; lo vedi nella politica che è l’arte di non decidere mai, di rimandare all’infinito; lo sperimenti nella tua vita privata quando sei convinto di dover prendere alcune decisioni per mettere ordine nei tuoi affetti, nelle tue passioni che spesso debordano e rimandi continuamente. La dieta comincia sempre il giorno dopo … allora ti capita come quando devi alzarti al mattino: non vorresti mai uscire dal letto, maledici la sveglia, la metti lontano per costringerti a uscire dal letto, spegni quella maledetta soneria, ma poi risalti nel letto, inventi tutti i ragionamenti possibili per convincerti che non è necessario alzarsi, che le cose si possono fare anche più tardi… nella vita invece ci sono momenti in cui occorre un colpo di reni che ti mette nella direzione giusta.
Gesù ha dato una decisione definitiva alla sua vita da sempre, ma nella sua esistenza umana ha preso una decisione per il Regno di Dio e si è tagliato dietro tutti i ponti: lasciò Nazaret, il luogo della sua infanzia, la sua gente, il suo lavoro, i suoi amici, sua madre e venne ad abitare a Cafarnao. Una cittadina sul lago, crocevia di genti e di affari: qui circolava tanta gente e quello che aveva in cuore da realizzare qui lo poteva comunicare a tutti. Era preso da urgenza, non da fretta, non c’erano da fare tante cose, c’era da prendere una decisione: occorreva sbilanciare la propria vita, i propri affetti, i propri progetti, la stessa vita sociale e religiosa dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Regno di Dio, dalla parte del Vangelo, che era la bella notizia che Jui voleva comunicare..
La notizia sconvolgente che non doveva lasciare tranquillo nessuno era la grandezza e la paternità di Dio che si stava manifestando in Lui. Segno di questo nuovo che stava irrompendo nella storia erano le molteplici guarigioni che Gesù operava: faceva toccare con mano che la vita poteva prendere un’altra piega; se le malattie erano vinte, perché non lo doveva e poteva essere la malattia ancora più profonda che è il peccato, un cuore marcio.
Era finito l’incubo della storia, l’uomo poteva ancora abitare una speranza. Non sappiamo noi oggi quando finirà l’incubo della pandemia, anche se oramai non ci sorprende più; sicuramente è una prova e chiediamo al Signore di uscirne migliori come uomini e come donne, come ragazzi e ragazze, come comunità attiva e che non si scoraggia di vivere in una incertezza, che si cambierà in verità.
Sappiamo sperare e vivere oltre la pandemia combattendola con generosità verso tutti, intelligenza e affidamento a chi si dedica con generosità e disinteresse.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 1-12)
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele””. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
Audio della riflessione
Ieri sera, o questo pomeriggio prima di andare a dormire, o questa notte abbiamo completato il presepio: erano forse già collocati in vista questi tre personaggi stravaganti nei vestiti, nei regali, nel seguito, e oggi sono stati avvicinati alla capanna di Betlemme … si conclude così l’elenco degli invitati, con i Re Magi.
La tradizione vuole che fossero tre anche se nessuno nella Bibbia l’ha mai detto … ma quello che ci interessa è che cosa e chi cercano e perché sono tanto considerati nella nostra tradizione: sono l’immagine della ricerca anche pensosa di Dio, della vocazione, che noi ancora ci incaponiamo a chiamare “destino” dell’umanità, del punto di arrivo di ogni ricerca umana.
Cercare è non sentirsi soddisfatto di quello che si ha e osare di volere la luna
Cercare è farsi domande profonde: chi sono? dove vado? perché esisto? che senso ha la mia vita?
Cercare è lasciare la certezza per sperimentare la sorpresa, è rispondere all’impulso interiore della libertà.
Cercare è non lasciarsi fasciare da nessuna comodità;
Cercare è rincorrere Dio che non si lascia mai prendere;
Cercare è lasciare alla speranza di essere il motore della vita;
Cercare è tendere l’orecchio a chi ti può chiamare;
Cercare è ascoltare una parola che ti provoca a camminare, è togliersi le cuffie per lasciarsi destabilizzare dalle relazioni vere!
Cercare non è fuggire nel virtuale, ma forare la realtà per seguirne le tracce;
Cercare è lasciarsi incontrare;
Cercare è spesso solo tenere aperti gli occhi sulla vita, sulle persone, sugli altri;
Cercare è inseguire l’orizzonte che s’allarga all’infinito;
Cercare è vivere da innamorati, innamorati di Gesù e del suo mondo di pace.
L’Oriente è sempre stato visto come la terra degli scienziati, dei saggi, dei cercatori di ragioni per vivere, di mondi eterei, dedicati al sapere, alla ricerca della felicità non da quattro soldi … loro scrutavano il cielo, ne leggevano continuamente i messaggi, non erano dediti alle guerre, non dedicavano la loro vita a costruire armi, a fare battaglia, a seminare terrore … hanno visto una stella curiosa, strana, ne hanno letto l’indicazione: nasce il Messia! Linguaggio figurato fin che vogliamo, ma capace di dirci che ci sono da cercare continuamente ragioni di vita e di speranza.
Cercare ragioni di vita, vuol dire che non ne abbiamo abbastanza di quelle che ci presentano i talk show o le star del rock o gli eroi dello sport: vogliamo qualcosa di più! Non ti riempiono la vita nemmeno le belle e buone amicizie, il successo nel lavoro, una buona vita di famiglia … l’uomo è fatto per qualcosa di più grande; c’è un inquietudine sempre che affiora e che non si deve seppellire.
E una volta trovatolo, dice il Vangelo, lo adorarono.
Adorare Dio oggi è impegnativo: vuol dire che riconosci al di fuori di te le ragioni del tuo essere, mentre sei circondato da gente e da insegnamenti che ti dicono che sei autosufficiente, salvo poi a darti alla droga o all’alcol o ai maghi per trovare ragioni per una vita decente.
Adorare Dio significa che hai pure un corpo bello, lo puoi continuamente perfezionare, curare con ore di esposizione a tutti gli specchi possibili e a tutte le creme più sofisticate, ma alla fine c’hai un’anima da mettere al centro, hai un cuore da servire, un amore da sprigionare e un Dio che ti insegna la vera arte di amare.
In questa ricerca si collocano coloro che si donano al Signore: si sono collocati coloro che si sono fatti preti o suore … hanno seguito una stella, si sono domandati tante volte dove sta la felicità … hanno lasciato casa, amici, superficialità, i progetti di tutti. Hanno investito in una direzione come i cercatori d’oro, hanno setacciato il fiume della vita per cercare le famose pepite. In questa ricerca come tutti i giovani erano guidati da un istinto infallibile, che è l’amore. A chi darò la mia vita? Chi mi merita? Chi potrà sentirsi felice con me? A chi potrò dedicare la mia vita perché ne nasca felicità per me e per tutti.
Sono le domande che ogni giovane si fa nella sua esperienza d’amore: non si domanda solo qual è la ragazza più bella? Che figurone faccio se riesco a scarrozzarla e a farla vedere a tutti sul corso? Una ragazza non si accontenta di sentire qualche fischio quando passa o qualche complimento, sempre più pesante e volgare in questo nostro mondo materiale, ma vuole sapere con chi può costruire felicità per se e per tutti.
La ricerca dei magi è arrivata a Dio e oggi ci dicono che lui, il Signore della vita e della storia è la loro felicità! Ed è una felicità vera, che non finisce mai. Oggi ci aiutano a togliere il vetro all’orologio e buttare via le lancette o resettare sul digitale il programma per far sparire i numeri e far comparire la parola “sempre”.
Vogliono dire anche a noi che è bello seguire Gesù, che essere poveri non è una condanna, ma una libertà, di fronte a tutte le ingessature dei soldi. Ci ricordano che la vita è bella se il centro è Gesù, che il nostro amore umano, l’amore di coppia, l’amore dei genitori, l’amore tra amici deve sempre avere come riferimento Gesù.
Ma torniamo al presepio: nei pressi, e in qualche presepio se ne fa vedere l’artiglio, sta appostato Erode, l’avvoltoio che cala sulle nostre ingenue aperture all’infinito. Ha molti volti: tutti i nostri quando non sanno apprezzare il bene che faticosamente altri, i nostri genitori, gli amici, i nonni hanno da donarci. Ha il volto dell’egoismo, il volto dell’indifferenza, della paranoia, della vergogna cui soccombiamo di fronte agli amici quando si tratta di essere cristiani convinti; ha il volto del vizio.
Per mantenere la speranza intuita occorre passare sempre da un’altra strada però per evitarlo … e i re magi tornarono da un’altra strada.
Carissimi tutti, qualche strada bisogna cambiarla se vogliamo mantenerci puliti e belli dentro e fuori.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 2, 16-18)
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:«Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più».
Audio della riflessione
Il mistero del dolore innocente è per tutti credenti e no uno scandalo: Dio stesso è rimasto come “spiazzato” di fronte alla malvagità e cattiveria che l’uomo da lui creato è riuscito a inventare.
La storia dell’umanità è storia di grandi conquiste, di maturazione verso il bene, ma contemporaneamente è la storia dell’intelligenza applicata al male, del male gratuito, dello sfogo immotivato, della barbarie sempre più sofisticata, e ne abbiamo esempi anche oggi: uomini fugaci nell’amore e tenaci nell’odio.
Di fronte a questo fatto c’è il “silenzio” di Dio: il dolore innocente si infrange contro un cielo di cristallo, freddo e indifferente.
Romano Guardini – grande Teologo – sul letto di morte ebbe a dire: “nel giorno del giudizio dovrò rispondere alle tante domande che Dio mi farà, ma ne avrò anch’io un paio da fargli: perché la sofferenza degli innocenti?
Perché non riusciamo a trovare una spiegazione al dolore?
Credo che una continua preghiera che possiamo fare a Dio sia proprio quella che in diverse forme ci viene dalla Bibbia: “Fino a quando Signore mi nasconderai il tuo volto? Dio mio perché mi hai abbandonato! Perché mi respingi?”
“Maledetto il giorno in cui nacqui … mia madre poteva ben essere la mia tomba! Signore distogli il tuo sguardo, così che io respiri un istante”, dice Giobbe nel colmo della sua disperazione … e risale al 2200 a.C. il dialogo con la sua anima di un suicida: “la morte è davanti a me come la guarigione per un malato, come l’ombra nella oasi del deserto, come il profumo delle ore dell’alba”. Anche Giobbe per non poche volte impreca, maledice, bestemmia, descrive Dio come un arciere sadico che gli trafigge per divertimento, reni, fegato, cuore …
Il dolore e il male sono una tomba: sono una componente della nostra vita di fronte al quale non si devono cercare pezze, soluzioni di bassa lega volte solo a esorcizzare, a non fare i conti con la realtà … bisogna passarci dentro: rispettare chi dentro soffre, rispettare il momento in cui si soffre e sopportarlo con pazienza.
Spesso non c’è ora di adorazione che tenga! Giobbe sopportò tutto: ha perso la pazienza solo quando sono arrivati i suoi amici a consolarlo.
La ricerca della consolazione è il rifiuto del limite, è segno di onnipotenza, è non volere toccare il fondo: solo se sapremo toccare il fondo della nostra povertà, solo allora avremo in dono la Resurrezione, la speranza … invece stiamo a perdere tempo a ingannarci con piccole consolazioni che polverizzano la nostra dignità umana.
Le ultime parole di Gesù sono state il grido di una disperazione umana lanciata nelle braccia di un padre: quel grido è stata la prova per la fede dei presenti … è il pianto di Rachele, è il vuoto assoluto che può essere riempito soltanto da Dio, e per questo lo invochiamo.