Domenico Sigalini (Dello, 7 giugno 1942) è un vescovo e giornalista italiano, Vescovo emerito della sede suburbicaria di Palestrina.
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Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,33) dal Vangelo del giorno (Gv 8, 31-42) nel Mercoledì della V settimana di Quaresima
Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?”
Audio della riflessione
Liberi di fare quel che vogliamo è ormai una conquista da cui nessuno vuol tornare indietro. Voglio decidere io della mia vita, voglio realizzarmi come desidero, ho la mia età e non vedo perché qualcun altro debba poter vantare qualche diritto di fermarmi; non siamo come nel secolo scorso in cui c’erano tanti paletti e tante lotte inutili per conquistarsi un minimo di libertà. Non mi dire di andare a messa che non sono più un bambino. Sono libero o no di fare quel che voglio?
Poi va a finire che diventiamo schiavi di tutto, che tutti i giorni occorre qualche canna, ogni fine settimana qualche pasticca e passi tutta la giornata a raccattare soldi, a rubarli pure per mantenerti il vizio. Scegli con tutta la parvenza di libertà del caso le sigarette e non riesci più a staccartene, nonostante il terrorismo delle scritte che ci stanno sui pacchetti; ti attacchi a una bottiglia e non riesci più a farne a meno; ti metti in strada sulla fila del vizio e la scambi per la fila del confessionale a Pasqua; quando vai al supermercato non resisti al piacere di fare la spesa e comperi di tutto e di più insultando i poveri che muoiono di fame. E’ questa la nostra libertà?
I giudei alla proposta di libertà vera di Gesù rispondevano: noi non siamo mai stati schiavi di nessuno! Di se stessi tutti però sì. La libertà è una continua conquista, sta nella capacità di scegliere il bene, di stare dalla parte del vero, di vincere la tendenza al ribasso che continuamente ci insidia, di acquattarci nel nostro egoismo che non ci dà felicità.
E c’è una schiavitù che è ancora più grande e che da soli non riusciamo mai a vincere: il peccato. Veramente molte persone hanno già pensato di vincere anche questo, cancellandolo dal vocabolario. Facile, ma quella nostalgia del bene che ogni tanto ti prende, quella consapevolezza di aver sbagliato tutto nella vita, quel morso interiore che non ti permette di sciogliere la tua vita in un canto di gioia? Il peccato è solo Dio che lo toglie e solo lui ce ne libera. Vediamo tutti quanto male c’è nel mondo. Anzi direi che i nostri organi di informazione si scatenano solo nel farci conoscere la barbarie umana. Non riusciremo mai a sconfiggere la guerra, la mala vita, la pedofilia, la violenza, il terrorismo?
Una speranza occorre avere in cuore: la speranza che è Gesù, l’unico che ci fa veramente liberi
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 28-30) dal Vangelo del giorno (Gv 8, 21-30) nel Martedì della V settimana di Quaresima
Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.
Audio della riflessione
Dobbiamo assolutamente avere la possibilità di alzare lo sguardo da questa nostra vita a qualcosa, a qualcuno che ci sta davanti. I nostri giorni possono per molto giocarsi tutti sulle nostre preoccupazioni, i nostri problemi, ogni giorno ne scopri uno nuovo: ti sembrava finalmente di poter stare un po’ in pace, invece ritorna di nuovo il vecchio male, si accaniscono ancora le vecchie “sfortune”, il marito ritorna al suo vizio, la moglie alle sue manie, i figli fanno quello che vogliono, gli adulti non capiscono niente… e così via.
Ma abbiamo qualche volta il coraggio di alzare gli occhi, di guardare un po’ più in là del nostro naso, di tirarci fuori da questa nebbia che tarpa le nostre ali?
Gli ebrei nel deserto, dopo che erano stati avvelenati dai serpenti guardavano a un serpente di bronzo, che Mosè aveva loro messo davanti, e ne restavano guariti.
Noi non abbiamo serpenti o magie da guardare, non abbiamo scene particolari che ci possono sconfiggere la routine dolorosa della vita, ma abbiamo qualcuno cui poter alzare lo sguardo, Abbiamo un simbolo che ci può dare forza: la croce.
“Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono”: Gesù viene innalzato su quella croce, perché tutti possiamo alzare lo sguardo a lui.
E’ sempre un grande mistero pensare che noi cristiani vogliamo metterci sempre davanti agli occhi un crocifisso, un segno di dolore, uno strumento di tortura e di passione, una condanna vivente … eppure, se guardiamo a quel crocifisso, riusciamo di più a capire la nostra vita: noi guardiamo a lui e lui guarda a noi.
Ci vediamo sopra un uomo che muore come capiterà a tutti noi di morire, un uomo lasciato solo come tanto spesso ci troviamo soli noi anche noi, un uomo che ha paura di morire, come l’abbiamo noi, un uomo con le braccia aperte come vorremmo sempre trovarci uno davanti a noi, un uomo che sa abbandonarsi nelle braccia di suo Padre, di cui è Figlio amatissimo, un uomo soprattutto che esprime il massimo di amore di Dio per noi e di questo abbiamo infinitamente bisogno.
Alzare lo sguardo al crocifisso, smettere di piangerci addosso e di guardare alle nostre miserie … è la nostra unica e vera speranza, che nessuno ci può togliere, perché noi, guardando il crocifisso, contempliamo l’amore.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 7) dal Vangelo del giorno (Gv, 8, 1-11) nel Lunedì della V settimana di quaresima
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Audio della riflessione
Sembra che sia finita la caccia alle streghe, cioè quell’insana soddisfazione che qualcuno trova nello stigmatizzare le debolezze di comportamento, gli errori degli altri, denunciarli al pubblico ludibrio, senza guardare i propri: è facile farsi belli nelle denunce e nascondere le proprie nefandezze.
Oggi forse è più normale non scandalizzarsi di niente, anzi … mettere sfacciatamente in mostra il male, confondere i deboli con l’ostentazione del vizio, ergere monumenti a chi ruba, a chi violenta, a chi ha comportamenti devianti … ma è proprio la stessa cosa sempre … tanto gli uni che gli altri si nascondono dietro la vita sbagliata di qualcuno, la sfruttano, la usano da comodo paravento per coprire il proprio vizio.
Con questa gente – che potremmo essere anche ciascuno di noi – si era imbattuto Gesù quel giorno che gli portano davanti, sempre per provocarlo e per poterlo indurre in errore, una donna sorpresa con un altro uomo, che non era suo marito.
Cose normali si direbbe oggi …
Il male non è mai cosa normale. Allora la legge era severissima, era una legge civile, rifletteva la civiltà del tempo. Questa donna va lapidata, fatta morire con il concorso di tutti. Ciascun uomo deve armarsi contro di lei con pietre e scatenare crudelmente tutta la violenza che ha in corpo su questa povera vita … una strana catarsi, uno strano modo di purificarsi dal male.
Gesù guarda questa povera donna: “Nessuno la osi toccare. La vostra voglia di fare giustizia deve nascere da un cuore pulito. Come potete pensare di ergervi a giudici, se forse voi stessi siete stati con questa donna? Perché deve pagare questa donna e non voi? Contro chi per primo deve scagliarsi quella pietra che avete in mano? A voi non interessa lottare contro il male, ma conservarvi la possibilità di rifarlo sempre sulla pelle e sulla vita degli altri.
Gesù è molto più essenziale di tutti questi ragionamenti che ho fatto io e dice “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei” … e l’unico rumore che si sentiva era il tonfo di quelle pietre che ad una ad una davano su quel selciato le prime note del canto del perdono di Dio: “neanch’io ti condanno, va in pace e non peccare più”.
L’errore c’è, va conosciuto e condannato nel male che è in sé, la persona è sempre da salvare e aiutare a ritrovare speranza e mai giudicare … e Gesù è la nostra speranza!
Una riflessione Esegetica sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 12-28)
Audio della premessa
Dopo l’arresto di Gesù entriamo sempre più nel vivo della sua Passione affrontando i “processi” che hanno fatto a Gesù: cominciamo con il processo religioso.
C’è una difficoltà nella comprensione della passione … la passione di Gesù è difficile da capire anche per una serie di eccessi di comportamenti umani assunti da tutti nei suoi confronti che sono di una crudeltà inaudita ; eccesso di sofferenza umana. Per farcene una idea si possono leggere alcuni testi del Primo Testamento (qui propongo la Terza Lamentazione, si può vedere anche Giobbe…)
Eccesso di cattiveria umana, crudeltà gratuita e selvaggia (Lc 23), eccesso di ingiustizia sia nella farsa di processo religioso, sia in quello civile (che avrebbe dovuto essere l’orgoglio della giustizia e del diritto Romano), eccesso di amore, l’amore folle di Dio, che dà la vita per l’uomo, eccesso di trascendenza è tutto umano-divino lascia scorgere il mistero trinitario e ci vuole allora una grazia di rivelazione dallo Spirito Santo data a Pietro, a tanti santi … sant’Angela da Foligno, san Francesco d’Assisi, a Maria, la Madre di Gesù – pensate allo Stabat Mater –
Diamo lettura “contemplativa” soltanto della terza lamentazione o parte di essa, che ci rende in maniera molto “plastica”, senza giri di parole
Io sono l’uomo che ha provato la miseria sotto la sferza della sua ira. Egli mi ha guidato, mi ha fatto camminare nelle tenebre e non nella luce. Solo contro di me egli ha volto e rivolto la sua mano tutto il giorno.
Bet
Egli ha consumato la mia carne e la mia pelle, ha rotto le mie ossa. Ha costruito sopra di me, mi ha circondato di veleno e di affanno. Mi ha fatto abitare in luoghi tenebrosi come i morti da lungo tempo.
Ghimel
Mi ha costruito un muro tutt’intorno, perché non potessi più uscire; ha reso pesanti le mie catene. Anche se grido e invoco aiuto, egli soffoca la mia preghiera. Ha sbarrato le mie vie con blocchi di pietra, ha ostruito i miei sentieri.
Dalet
Egli era per me un orso in agguato, un leone in luoghi nascosti. Seminando di spine la mia via, mi ha lacerato, mi ha reso desolato. Ha teso l’arco, mi ha posto come bersaglio alle sue saette.
He
Ha conficcato nei miei fianchi le frecce della sua faretra. Son diventato lo scherno di tutti i popoli, la loro canzone d’ogni giorno. Mi ha saziato con erbe amare, mi ha dissetato con assenzio.
Vau
Mi ha spezzato con la sabbia i denti, mi ha steso nella polvere. Son rimasto lontano dalla pace, ho dimenticato il benessere. E dico: «È sparita la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore».
Zain
Il ricordo della mia miseria e del mio vagare è come assenzio e veleno. Ben se ne ricorda e si accascia dentro di me la mia anima. Questo intendo richiamare alla mia mente, e per questo voglio riprendere speranza.
Het
Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; esse son rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà. «Mia parte è il Signore – io esclamo – per questo in lui voglio sperare».
Tet
Buono è il Signore con chi spera in lui, con l’anima che lo cerca. È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore. È bene per l’uomo portare il giogo fin dalla giovinezza.
Iod
Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni.
Caf
Poiché il Signore non rigetta mai… Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo la sua grande misericordia. Poiché contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo.
Lamed
Quando schiacciano sotto i loro piedi tutti i prigionieri del paese, quando falsano i diritti di un uomo in presenza dell’Altissimo, quando fan torto a un altro in una causa, forse non vede il Signore tutto ciò?
Mem
Chi mai ha parlato e la sua parola si è avverata, senza che il Signore lo avesse comandato? Dalla bocca dell’Altissimo non procedono forse le sventure e il bene? Perché si rammarica un essere vivente, un uomo, per i castighi dei suoi peccati?
Nun
«Esaminiamo la nostra condotta e scrutiamola, ritorniamo al Signore. Innalziamo i nostri cuori al di sopra delle mani, verso Dio nei cieli. Abbiamo peccato e siamo stati ribelli; tu non ci hai perdonato.
Samech
Ti sei avvolto nell’ira e ci hai perseguitati, hai ucciso senza pietà. Ti sei avvolto in una nube, così che la supplica non giungesse fino a te. Ci hai ridotti a spazzatura e rifiuto in mezzo ai popoli.
Pe
Han spalancato la bocca contro di noi tutti i nostri nemici. Terrore e trabocchetto sono la nostra sorte, desolazione e rovina». Rivoli di lacrime scorrono dai miei occhi, per la rovina della figlia del mio popolo.
Ain
Il mio occhio piange senza sosta perché non ha pace finché non guardi e non veda il Signore dal cielo. Il mio occhio mi tormenta per tutte le figlie della mia città.
Sade
Mi han dato la caccia come a un passero coloro che mi son nemici senza ragione. Mi han chiuso vivo nella fossa e han gettato pietre su di me. Son salite le acque fin sopra il mio capo; io dissi: «È finita per me».
Kof
Ho invocato il tuo nome, o Signore, dalla fossa profonda. Tu hai udito la mia voce: «Non chiudere l’orecchio al mio sfogo». Tu eri vicino quando ti invocavo, hai detto: «Non temere!».
Res
Tu hai difeso, Signore, la mia causa, hai riscattato la mia vita. Hai visto, o Signore, il torto che ho patito, difendi il mio diritto! Hai visto tutte le loro vendette, tutte le loro trame contro di me.
Sin
Hai udito, Signore, i loro insulti, tutte le loro trame contro di me, i discorsi dei miei oppositori e le loro ostilità contro di me tutto il giorno. Osserva quando siedono e quando si alzano; io sono la loro beffarda canzone.
Tau
Rendi loro il contraccambio, o Signore, secondo l’opera delle loro mani. Rendili duri di cuore, la tua maledizione su di loro! Perseguitali nell’ira e distruggili sotto il cielo, Signore.
Audio dell’introduzione
Il processo religioso di Gesù (Gv 18, 12-28)
Il processo religioso nel vangelo di Giovanni è brevissimo rispetto invece ai sinottici (manca ad esempio l’episodio citato in Mc 14, 55-65)
I personaggi e i luoghi (Gv 18, 12-14)
Vangelo secondo Giovanni, Capitolo 18, versetti 12-14
Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno. Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: “È meglio che un uomo solo muoia per il popolo”.
Audio della prima esegesi
C’è la coorte, il capo della coorte, le guardie delle autorità del Tempio, cioè i mestatori di popolo appositamente preparati per nuocere a Gesù, Anna, suocero di Caifa – già qui si annota che c’è una presenza non legittima in un processo, legata da parentela, ma soprattutto da interesse di famiglia – utile, soprattutto, perché era stato lui a montare tutta l’operazione per prendere Gesù per quella famosa affermazione profetica -senza saperlo – meglio che ne muoia uno e il popolo sia risparmiato.
Giovanni nel fare l’elenco dei presenti non infierisce sulla moralità delle persone, ma li presenta dicendo il meglio possibile di ciascuno evitando di parlarne male: l’uno per parentela e l’altro per profezia.
E’ la prima volta in questa cattura che Gesù viene legato.
La descrizione di Pietro (Gv 18,15-18)
Vangelo secondo Giovanni, Capitolo 18, versetti 15-18
Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: “Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?”. Egli rispose: “Non lo sono”. Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava.
Audio della seconda esegesi
C’è un discepolo innominato, noto al sommo sacerdote che riesce a far entrare Pietro. E qui comincia l’avventura sconsolante di Pietro, che cade nel suo peccato di negazione. Forse anche senza accorgersene e senza averne coscienza immediata. E’ in uno stato di semicoscienza; sa che deve portar fuori da quel mondo di accuse la sua persona e salvarsi da quell’ambiente, vuole bene a Gesù. E’ entrato di istinto, si è messo volentieri a scaldarsi, cede e per un po’ non si rende nemmeno conto. Le domande incalzano e facilmente riesce a destreggiarsi. Contrariamente a Gesù che nell’arresto disse solennemente 3 volte quell’“io sono”che evoca la definizione di Dio, Pietro per tre volte dice “non sono”. E il gallo cantò. Immaginiamo la desolazione di Pietro, quando riuscirà ad avvertire il senso del suo diniego!
Interrogatorio del sommo sacerdote (Gv 18,19-24)
Vangelo secondo Giovanni, Capitolo 18, versetti 19-24
Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: “Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto”. Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: “Così rispondi al sommo sacerdote?”. Gli rispose Gesù: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”. Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote.
Audio della terza Esegesi
Il sommo sacerdote interroga Gesù ed è Gesù che parla a lungo, è lui che ha in mano la situazione e dà una lezione ad Anna: ho sempre parlato senza nascondermi, ho insegnato in sinagoga….perchè interroghi me, interroga chi mi ha ascoltato… Inaudito questo coraggio e bella questa dignità umana, ma prende uno schiaffo e Gesù risponde ancora con somma libertà, non porge l’altra guancia, come ha insegnato sulla Montagna e fa capire bene che significa porgi l’altra guancia, che non è meschinità, ma è non stare sullo stesso piano dell’offesa e quindi prima deve difendere la sua dignità. Questo schiaffo però diventa per tutto il Sinedrio e la gente ingannata il segnale che Lui non è intoccabile, ci si può scagliare contro di Lui impunemente. E da quel momento sarà sempre più umiliato. Gesù rimane nella sua serenità e nella sua forza e così termina il processo religioso, perché se anche viene portato da Caifa, non si dice niente del suo faccia a faccia con Caifa.
Pietro nega ancora e subito il gallo cantò e termina il processo religioso (Gv 18, 25-28)
Vangelo secondo Giovanni, Capitolo 18, versetti 25-28
Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: “Non sei anche tu dei suoi discepoli?”. Egli lo negò e disse: “Non lo sono”. Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: “Non ti ho forse visto con lui nel giardino?”. Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò. Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio.Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua.
Audio della quarta esegesi
I tre “non sono”, al canto del gallo risuonano nella coscienza di Pietro e lo rendono consapevole di aver tradito il maestro: un fariseismo classico chiude questo processo religioso … da una parte Pietro distrutto nel suo tradimento e dall’altra l’ipocrisia di chi giudica Gesù: al mattino presto, e si fanno superbi di non entrare nel pretorio per non incorrere in proibizioni cultuali … e con questo atteggiamento di carattere ipocrita termina il processo religioso.
Colpisce l’omogeneità tra il comportamento protervo dei sacerdoti e il comportamento fragile di Pietro: la passione di Gesù fa venire a galla le nostre debolezze, quelle dei sacerdoti e quelle di Pietro; così capita nei momenti di prova quando anche noi siamo più paurosi e vigliacchi.
Ci colpisce il fatto che non c’è un vero processo religioso con accusa e difesa di Gesù: è Gesù colui che tiene sempre in mano il bandolo della matassa.
Non risponde, ma afferma, si difende in maniera dignitosa dallo schiaffo: Tutto questo contrasta con l’ipocrisia di chi non entra da Pilato … e allora è importante approfondire l’imprudenza di Pietro che si lascia scaldare mollemente al fuoco e dice quei tre “non sono”.
Come difenderci quando la nostra debolezza è messa a dura prova? Non esporci imprudentemente alle tentazioni in luoghi in cui sappiamo di non saper resistere, nei luoghi della società, della politica, del divertimento, di certe amicizie, dove non riusciamo a trattenerci.
Occorre che riflettiamo su come l’ambizione e l’invidia accecano i nemici di Gesù, i sommi sacerdoti che pensano di essere meritori presso il popolo e invece si lasciano accecare dalle passioni occulte.
La povertà del processo è segno di “decadenza religiosa e giuridica”, condotto da chi non è autorizzato, e tocca a Gesù spiegare: è il crollo di una istituzione fatta per riconoscere il messia che fallisce il suo scopo fondamentale!
Si possono evidenziare anche buone scuse dei sacerdoti del tempio di fronte a questo tradimento: non erano aperti alla novità, davano tutto per scontato come avviene spesso in comunità chiuse … resta il fatto che la mentalità del sinedrio ha perduto l’occasione fondamentale di riconoscere il Messia.
E allora una nota anche sulla decadenza di una istituzione religiosa … e occorre anche avere il coraggio di … superare anche le tradizioni religiose quando non sono più autentiche: è soltanto la parola di Dio che è “normativa”, e non sempre le nostre tradizioni traducono la Parola di Dio … e allora occorre sempre farci fermentare tutti a vicenda da questa Parola, da queste parole vere e autentiche … per esempio proviamo ad usare il discorso della montagna – ricordate : sono parole non confessionali, ma toccano le cose più belle dell’esistenza umana e vanno oltre la tradizione religiosa
Toccare nel profondo il cuore e andare alle profondità dello Spirito, questo permette di aprire, far crescere, come fa e ha fatto papa Francesco: è nel suo cammino interreligioso.
Convertirsi profondamente alle parole vere di Gesù, predicare la vera dottrina, che è la povertà l’umiltà, l’amore alle umiliazioni, e contengono anche la giusta critica alle giuste tradizioni depravate.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 24-26) dal Vangelo del giorno (Gv 12, 20-33) nella V domenica di Quaresima (Anno B)
In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Audio della riflessione
Sono tante le cose necessarie nella vita: avere una buona famiglia, un papà e una mamma che ti vogliono veramente bene, un marito o una moglie che è felice di vivere con te, avere un lavoro che ti permette di “campare”, condurre una vita onesta, star bene di salute … l’elenco potrebbe anche continuare, ma soprattutto deve orientarsi anche a qualcosa di più profondo, che è il sapere di stare a cuore a Dio.
L’esperienza religiosa non è secondaria nella vita di una persona: le permette di salire su … un albero per guardare l’esistenza dall’alto e capire quale è il proprio posto nella vita, le permette di avere un punto di riferimento per dare senso a quello che capita ogni giorno, e che spesso non riesci a capire.
Ebbene, un giorno si avvicinano al gruppo dei discepoli che stanno accanto a Gesù, alcuni stranieri: sicuramente sono stati colpiti da quanto si dice in giro di Gesù, un tam tam popolare lo aveva reso celebre: tutti ne riconoscevano la grande personalità, si sentivano consolati e affrancati dalla sua parola.
Ecco allora naturale la richiesta di questi stranieri: Vogliamo vedere Gesù … vogliamo parlargli, incontrarlo, conoscerlo … vogliamo anche noi poter stare con Lui.
E’ la domanda che ogni cristiano si deve fare ogni giorno … spesso invece, ne portiamo il nome, ci adorniamo dei suoi segni, mettiamo al collo una croce, ma lui resta il grande sconosciuto; diventano più importanti le cose secondarie, gli stessi precetti di buon comportamento, che conoscere Lui, Gesù.
Sì … due o tre nozioni imparate al catechismo, qualche parabola, qualche sentimento vago a Natale o a Pasqua ce l’abbiamo, ma la sua vita, la sua missione, quello che gli ardeva nel cuore, spesso non lo conosciamo, o non vogliamo pensarci.
E Gesù a quei greci che lo volevano conoscere dice subito quello che lo caratterizza: “sono un chicco di grano che ha il coraggio di morire nella terra per poter risorgere a vita nuova”; presenta a loro subito il centro della sua esistenza: il dono di sé fino alla consumazione, ma nella consapevolezza di una risurrezione.
Nella vita non si può vivere per se stessi … ci si diverte pure, ma si rimane soli, con un cuore rinsecchito di egoismi … invece chi ha il coraggio di dare la sua vita, di perderla, la ritroverà piena, sovrabbondante, incontenibile.
Questa è la nostra speranza, a questa speranza ci orienta sempre la vita di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 7, 44-46) dal Vangelo del giorno (Gv 7, 40-53) nel Sabato della IV settimana di quaresima
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!».
Audio della riflessione
E’ più il tempo che si passa a difendersi che ad accogliere: vediamo pericolo dovunque, vediamo nemici in tutti quelli che ci incontrano … ci pensano poi le notizie ad allarmarci, a metterci in guardia …. Homo homini lupus si scriveva una volta, l’uomo è sempre un lupo per il suo simile.
In questi tempi di pandemia l’atteggiamento di difesa è ancora più invasivo … come sarebbe diversa la vita se fossimo in grado di aprire il cuore alla speranza, all’accoglienza del bene che ogni persona si porta dentro!
Gesù sta percorrendo tutte le città e i villaggi e sta continuamente offrendo la sua parola di speranza che apre il cuore. La gente, gli stessi militari, pagani venuti da Roma, dicono: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!»
E’ una constatazione, è un passaparola che percorre tutte le vite in difficoltà, in ricerca … ma a qualcuno dà fastidio: “Voi abboccate a tutto, voi non avete sufficiente senno per capire, voi non conoscete la legge, voi siete per questo maledetti. Il Cristo che stiamo aspettando non viene da un oscuro villaggio della Galilea, la speranza che aspettate non è disponibile se non nei luoghi ufficiali destinati a controllarla. Deve avere un marchio DOC e questo marchio lo diamo noi.”
Pieni di sé lo siamo spesso tutti, non ci rasenta mai un dubbio che abbiamo qualcosa da accogliere anche da chi non sta nei nostri schemi: abbiamo già deciso che tutto viene da noi, tutto è incasellato, tutto non può essere che nei nostri usi e costumi. Invece ti capita che ti commuove un bambino indifeso e innocente e ti dà forza per cambiare vita; ti sorprende il pentimento di un peccatore incallito che ha avuto il coraggio di ricominciare, ti salva un gesto di bontà che non avresti mai potuto pensare di essere in grado di fare.
La vita l’ha in mano Dio e Lui decide di farla fiorire dove vuole. Le guardie mandate ad arrestare Gesù se ne tornano con i ceppi vuoti, ne sono stati incantati. Come si fa a pensare che questo Gesù è quel delinquente che dicono? Nella vita siamo invitati a conversione, a cambiare rotta, ma ci scomoda troppo. Non abbiamo il coraggio di rischiare, preferiamo morire di noia.
La vita cristiana invece è aperta alla speranza a qualcosa di nuovo che Dio può donarci se avremo il coraggio di osare accoglierlo anche nelle persone che meno ci aspettiamo ce lo possano far incontrare. Dove abiterà questa speranza che aspettiamo?
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 1, 16. 18-21.24) nella Festa di San Giuseppe
Audio della riflessione
Molti quadri, sculture, rappresentazioni di San Giuseppe lo vedono con il volto sereno, con in mano un bastone fiorito mentre si avvicina a Maria per prenderla in sposa … e dietro a lui tanti altri giovani, belli, aitanti, che stanno spezzando con dispetto il loro bastone ormai diventato inutile: è la rappresentazione di una leggenda che dice che Maria, la madre di Gesù, sarebbe andata sposa a quel giovane cui sarebbe fiorito in mano il bastone del pellegrino che lo aiutava a fare i suoi percorsi nella vita … Solo quello di Giuseppe fiorì e ebbe Maria come sposa: è un giovane che vuol dare alla sua vita lo slancio del dono, dell’amore appassionato, della gioia di costruire una famiglia, di offrire a Dio lo spazio d’amore in cui Lui solo può far crescere le sue creature.
Ma non sa ancora che Dio ha grandi progetti su di Lui … e Dio come sempre entra nella sua vita con una domanda esigente: Dio conosce il suo cuore e sa che può dare molto … nei suoi progetti di amore pulito, gioioso, solare, un amore cui pensava – come ogni giovane del suo tempo – da tutta la vita, amore che lo illuminava nei lunghi giorni di lavoro, si introduce un dramma: Maria è incinta prima che lui le viva assieme.
La sua coscienza non dà segni di squilibrio: affronta la situazione con grande delicatezza … “Volevo bene a Maria, vuol dire che Dio mi sta provando, ma la delicatezza mia nei confronti di Maria resta intatta, non voglio nemmeno dubitare, sono davanti a qualcosa di più grande di me. Dio, fammi capire, continua a dare spazio al mio sogno di amore, all’amore che tu mi hai scritto nel cuore.”
E Dio si fa incontrare all’appuntamento: “Non temere, ti voglio accanto a Maria per aiutarla a crescere, per aiutare a far crescere lei e far crescere il Salvatore, il Messia. Mi dai la tua statura morale di padre, la tua dignità di lavoratore, la tua delicatezza, la tua sicurezza, la tua dedizione?”
Giuseppe, destatosi dal sonno, fece quel che Dio gli aveva chiesto: una frase lapidaria che contiene tutta l’adesione alla volontà di Dio, tutta la decisione di custodire come in uno scrigno, lo scrigno di una vita povera, umile, ma dignitosa e profondamente umana, Gesù. E Giuseppe è stato accanto a Maria, per allenare Gesù perché diventasse quell’uomo che si sarebbe piegato su tutti i mali del mondo, che avrebbe avuto il coraggio di affrontare la croce e che avrebbe riportato a Dio l’umanità.
Una vita data in dono, come deve essere ogni vita umana, capace di aprire sempre alla speranza.
Oggi papa Francesco dà solenne inizio all’anno dedicato a san Giuseppe, “l’uomo – dice – che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà.
San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza: a tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5, 39-40) dal Vangelo del giorno (Gv 5, 31-47) nel giovedì della IV settimana di quaresima
«Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.»
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Chi di noi non cerca felicità? Chi di noi, ogni giorno che si alza, non lancia uno sguardo veloce alla giornata per vedere dove oggi riuscirà a trovare e a vivere cose che lo soddisfano?
C’è da aver paura quando affronti la giornata solo come un automa, come un sonnambulo, come un pacco postale … per fortuna che l’istinto è più forte dei nostri ragionamenti, ci obbliga a fare qualcosa … a mangiare, a bere, a parlare, a sorridere, ad accorgerci degli altri, a pensare che si può sempre ricominciare … per fortuna che a giorni di estrema noia, si alternano altri in cui ti nasce in cuore una volontà di riscatto.
Spesso però la vita che andiamo cercando non è bella, ci accontentiamo al ribasso: abbiamo sete e ci scaviamo pozzanghere, abbiamo voglia di amore e ci accontentiamo del sesso, speriamo benessere e ci costruiamo prigioni dorate … abbiamo davanti proposte vere di vita e ci scaviamo con i nostri piedi una fossa.
Gesù ai suoi interlocutori, che non vogliono dargli un minimo di fiducia, che si scandalizzano dei suoi miracoli fatti in giorno di sabato, ai farisei e agli intellettuali del suo tempo che rimangono chiusi in se stessi e sulla loro scienza incartapecorita dice: “Voi non volete venire da me per avere la vita!”.
Lo potrebbe rivolgere a tutti noi questo rimprovero! Abbiamo tanti giorni in cui non riusciamo a dare ragioni al nostro malessere, andiamo dal medico, dallo psicologo, dal mago, dal fattucchiere … pensiamo sempre che la vita dipenda dai calmanti o dagli antidepressivi, siamo sempre in cerca di qualche “nutella” per risolvere le nostre carenze affettive.
Non ci domandiamo mai che posto abbiamo dato a Dio: la nostra crisi di vita è crisi di astinenza da fede! Se manca Dio, manca tutto, manca la gioia di vivere!
Non sto facendo propaganda per mandare la gente a Messa – che non sarebbe neanche male per se – sto solo facendo capire che la nostra vita sarà sempre inquieta finché non troveremo Dio, nostra speranza. La vita abita lì, il segreto del vivere ce l’ha soltanto Dio, Gesù si è presentato per indicarcelo, ma voi non volete venire a me per avere la vita!
Possiamo nutrire qualche speranza di andare oltre i nostri meschini e pur necessari adattamenti e alzare lo sguardo a Lui?
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,24) dal Vangelo del giorno (Gv 5, 17-30) nel Mercoledì della IV settimana di quaresima
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.
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C’è qualcosa che può durare nella vita … o tutto passa, tutto scorre diceva un antico filosofo greco, tutto è fragile, inconsistente, deperibile?
Una delle più grandi industrie del nostro tempo è quella della conservazione: si sono raggiunte gradazioni di temperatura vicine allo zero assoluto, si sono inventati contenitori che riescono a mantenere e a conservare di tutto e per molto tempo, dal cibo agli embrioni, a parti del corpo.
Tra le nostre ambizioni c’è anche quella di conservarci sempre in vita … ma su ogni prodotto c’è sempre una data di scadenza, su ogni nostra vita c’è un termine che possiamo ancora spostare, ma che non cambia la qualità della nostra esistenza.
Noi abbiamo bisogno sì di vivere a lungo, ma di vivere anche bene, in una vita piena: questa non è nelle nostre possibilità, è solo il Signore della vita che ce la può donare!
Dice il Vangelo “chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna”: la vita senza fine è garantita a chi ascolta la Parola di Gesù, è sempre una parola potente, che non può mai tornare a chi l’ha pronunciata senza ottenere ciò per cui è stata detta.
Ricordiamo tutti il racconto della creazione, quel ritornello potente: “e Dio disse… e Dio disse…” e a ogni Parola appare nel mondo una nuova vita, fino a raggiungere il culmine, l’uomo e la donna.
Noi siamo progetto, atto, effetto della Parola di Dio, ed è ancora la sua parola che ci tiene sempre in vita: questa Parola è come una spada a doppio taglio che penetra nel profondo delle nostre coscienze e ne svela le trame di bontà o di malvagità, ma è soprattutto una parola che dà vita.
Le molte parole che diciamo, che ascoltiamo … sono solo segni di quello che la Parola di Dio può fare: in casa spesso aspetti una parola di comprensione che ti toglie dalla tua tristezza, una parola di amore che ti fa rinascere alla speranza, due ragazzi innamorati si mandano sms, scrivono parole sui muri … sono segni che danno corpo a un amore, che rilanciano affetti, sentimenti …. ma non durano, hanno la triste possibilità di essere un inganno, una maschera, una fuga.
La Parola di Dio invece si inscrive nella nostra vita come una finestra di eternità, apre una speranza che non delude che si fa certezza di vita piena, ci configura al “durare per sempre” e offre consistenza e verità anche alle nostre se l’ascoltano.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv. 5, 7-9) dal Vangelo del giorno (Gv 5, 1-3.5-16) nel Martedì della IV settimana di quaresima
Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
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La nostra esistenza è regolata soprattutto dalla ragione: i rapporti tra gli uomini sono regolati da dialoghi, confronti, riflessioni, scambi … abbiamo in comune la possibilità di intenderci, una logica che permette di andare d’accordo.
Abbiamo però anche forti istinti che entrano in conflitto o in dialogo con l’uso della ragione: talvolta vanno oltre la nostra ragione che si perde a rincorrere ideologie, visioni false della vita … tali sono l’istinto della sopravvivenza, della conservazione, sono spesso bisogni naturali, corporali che urgono anche se il cervello è distratto: per fortuna che ci viene fame, che abbiamo sete, che vogliamo coccole … qualcuno si dimenticherebbe pure di mangiare se fosse possibile … ma l’istinto deve essere regolato dalla ragione e dall’amore.
Quel povero uomo che giaceva ai bordi della piscina di Siloe non riusciva mai a entrarvi al momento giusto perché aveva attorno altri che badavano solo a sé: mi viene in mente come la nostra società emargina tante persone che non ce la fanno da sole a raggiungere quello che spetta a tutti, per esempio i portatori di handicap. Le barriere architettoniche, ma soprattutto le barriere che abbiamo costruito nella nostra mentalità non permettono loro di avere quello che è diritto per tutti.
Ebbene Gesù trova un ammalato ai bordi della piscina che aspetta di poter essere guarito: è sabato, Lui aspetta da 38 anni di poter ridare alla sua vita un barlume di autonomia, di potersi muovere, di non dipendere da nessuno … Gesù, perentorio, lo rimette in piedi a camminare diritto, gli ridà la pienezza della sua umanità.
Ma c’è chi è più preoccupato dei quadri che degli uomini, delle cornici che del quadro: I farisei vedono nella guarigione di questo poveraccio, di questa nostra umanità, un insulto alla legge, ma Dio ha tanto amato l’uomo da mandare suo Figlio: è così ogni esperienza di vita credente, deve liberare sempre, non costringere; deve guardare al bene profondo dell’umanità, non al bene della struttura.
E’ facile a questo punto giudicare ogni norma come costrittiva, ma da quando c’è Gesù, la norma è Lui, è lo Spirito che ci abita e che infonde la speranza che la vita possa sempre essere libera, ma vera.