Signore, vieni prima che mio figlio muoia! Và, tuo figlio vive!

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 4, 50-51) dal Vangelo del giorno (Gv 4, 43-54) nel Lunedì della IV settimana di quaresima 2021

Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino.
Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!»

Audio della riflessione

La vita non fa sconti a nessuno: è sempre un dono da accogliere e mai da possedere, è sempre una sorpresa e una prova … non guarda in faccia a nessuno: non conta se sei ricco o povero, non la puoi barattare e vendere, comperare o dominare.

Il Vangelo presenta la figura desolata di un funzionario del re, di un notabile – quindi – del governo, di un uomo “oltre la media” che non ha bisogno di nessuno, che non è costretto a mescolarsi con i  miserabili che seguono Gesù: Lui ha tutto, ma non possiede la vita, infatti suo figlio è malato gravemente e a quel figlio è legata la sua felicità; ha un cuore di padre prima delle sue cariche e della sua posizione sociale: alla forza della vita di suo figlio non può comandare … se ne sta fuggendo e solo Gesù la può trattenere … e Gesù sembra che non si dimostri tenero verso di lui, gli legge nel cuore però un amore di padre vero, anzi lo mette alla prova: lo rimanda a casa con una promessa, “tuo figlio vive!”.

E’ la parola che tutti noi vorremmo sentirci dire sulle nostre disgrazie: tuo padre vive, tuo figlio vive, tua madre vive, tua moglie vive, tuo marito vive … la vorremmo sempre sentire sulle morti e le disgrazie che popolano la nostra esistenza, la vorremmo sentire anche sulle nostre vite spente, su ogni pandemia, pure!

Spesso viviamo, ma ci spostiamo nel mondo come “cadaveri ambulanti” perché non sentiamo più di niente, abbiamo l’anima morta, il cuore spento, la fantasia imprigionata solo nel male, incattivita nel voler perseguire ad ogni costo i nostri disegni malvagi, le nostre passioni incontrollate.

Il funzionario del re accetta, si fida: ritorna a casa, col cuore in gola, tra la certezza e il dubbio, tra la fiducia che Gesù gli ha ispirato e la sua tentazione di uomo potente che non può fare a meno di verifiche … è in un cammino di fede come tutti noi, che vogliamo conferme, segni, evidenze … è stato il cammino in cui ha giocato la sua libertà: l’ha iniziato rivolgendosi con fiducia a Gesù e l’ha completato nel cammino di ritorno a casa … e ha in regalo la vita del figlio, ma soprattutto ha in regalo la fede, la certezza che su Dio può sempre contare: la sua speranza non verrà mai meno, è fondata sull’abbandono in Gesù.

La sorgente, anche della sua speranza, è sempre Lui.

15 Marzo 2021
+Domenico

La condizione del cristiano alla luce della passione e risurrezione di Gesù secondo Giovanni (capitoli 18-21): L’arresto di Gesù ci insegna come essere sempre “soggetto” delle nostre azioni e “persona” nelle nostre relazioni.

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)

1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5 Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8 Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». 9 Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».

Audio della riflessione

Descrizione storico-geografica (18,1)

«Dopo queste parole, Gesù uscì con i suoi discepoli» – abbiamo sentito; uscire è una parola chiave nel Vangelo di Giovanni: indica l’uscita dal Padre, richiama l’esodo stesso degli ebrei dall’Egitto, la stessa uscita di Abramo da Ur dei Caldei – come ha vissuto papa Francesco in questo ultimo viaggio in Iraq – uscire, insomma, indica un gesto sempre coraggioso, come tanti si debbono fare nella vita.

«… Al di là del torrente Cedron …», al di là delle acque – quindi – come attraversare le acque al di là del mar Rosso, o le acque del Giordano: queste acque delimitano una schiavitù e quindi andare al di là è uscire da una schiavitù, da un impedimento, per entrare e “gustare una libertà”.

«… dove c’era un giardino …» richiama immediatamente il giardino dell’Eden, del paradiso terrestre – come lo abbiamo chiamato noi a catechismo da bambini – dal quale l’uomo uscì per consumare il suo peccato di disobbedienza a Dio.

«… entrò lì con i suoi discepoli…» Gesù invece vi decide di rientrare: c’è una volontà di Dio da realizzare … anche qui vediamo che Gesù è sempre al centro del racconto, si parla solo di Lui. Giovanni descrive la tragicità di quello che sta capitando, non si ferma a dare descrizione dell’evento, ma attraverso di esso, va oltre, lo colloca in un panorama vasto come la vita dell’universo e di Dio.

  • Gli avversari (18,2-3)

«… Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché spesso Gesù vi aveva riunito i suoi discepoli …»; Giuda, un amore respinto, soffre dentro di sé delusioni d’amore, perché Cristo non è stato per lui quello che si immaginava di poter fare contro i romani oppressori, quindi  frustrante per la sua passionalità e ultimo motivo per il suo tradimento. Giuda conosce il luogo, riservato, segreto che rende più evidente il tradimento.

«… Giuda intanto era andato a cercare i soldati e le guardie, messe a disposizione dai capi dei sacerdoti e dai farisei », c’è quindi un gruppo di soldati romani agguerriti e di rappresentanti del mondo religioso: C’è insomma una coorte – come fa capire ancora meglio Matteo (Mt 26,47) – armati di spade e bastoni, e tutta la gamma delle inimicizie contro Gesù messe assieme dai sacerdoti del Tempio.

«… con lanterne e fiaccole »

Queste sono forse superflue perché era una notte di luna piena, ma indicano le tenebre da cui viene tutto il manipolo condotto da Giuda con le sue tenebre.

Non sono lanterne, la parola lampadon in greco non significa lucerne ad olio, per cui deve essere necessario averne un contenitore che fa da riserva e che si consuma bruciando (come del resto pensiamo avvenisse nell’episodio delle 10 vergini che aspettano lo sposo) ma dei bastoni preparati, spalmati a dovere da pece, da incendiare.

  • Gesù soggetto nel Giardino (18,4-7)

Gesù sapeva tutto quello che stava per accadergli. Perciò si fece avanti (esce) e disse: Chi cercate?

Gesù risponde ripetutamente: Io sono e con la luce della sua divinità appare nella pienezza della sua dignità. E’ lui il soggetto. E’ lui che va incontro ed è pienamente cosciente di quello che avviene e che ne consegue. La risposta del manipolo di gente è giusta, ma lui non si presenta tanto come il nazzareno, ma come il vero uomo Gesù nella pienezza della sua dignità di Figlio dell’uomo, di mandato dal Padre, di Figlio di Dio

Con le guardie c’era anche Giuda

Gv ci tiene a ricordare che c’è anche Giuda  per indicare la drammaticità di questo dialogo. Gesù è padrone della situazione (è lecito chiederci se questa descrizione è storica o simbolica; sta di fatto che è insegnamento del vangelo). E’ sempre Gesù che domina, Gv lo presenta sempre superiore agli eventi

  • Gesù conduce tutto l’arresto (Gv 8a)

Gesù domandò una seconda volta: Chi cercate?Quelli dissero Gesù di Nazareth

Ilverbo cercare non è parola a caso, come per dire che volete, che siete qui a fare….è la prima parola che Gesù dice agli apostoli, quando si sente seguito da due di loro, dopo l’indicazione del Battista: Ecco l’agnello di Dio. E’ un verbo di grande denità, che vuole obbligare chi lo cerca ad andare in profondità in questa ricerca. Non è certo la profondità di questa canaglia di gente, che cerca solo un uomo da ammazzare, uno che già hanno dovuto definire come delinquente, come mestatore di popoli. In pratica è come se Gesù dicesse: Cercate Dio o solo un uomo? Loro insistono sulla ricerca di un uomo vecchio. Non arriveranno mai a cercare il Figlio di Dio. Lo farà solo il centurione dopo averlo visto soffrire e morire. “Veramente costui era il Figlio di Dio!”

  •  Si preoccupa della salvezza degli apostoli (Gv 8b-9)

Gesù rispose: vi ho detto che sono io! Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano. Con queste parole Gesù realizzava quello che aveva detto prima: nessuno di quelli che mi hai dato si è perduto

Nel massimo pericolo si preoccupa dei discepoli e del colloquio col Padre perché si adempisse la Parola del Padre

  • Il gesto di Simone (Gv 18,10-11)

Simon Pietro aveva una spada: la prese, colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Allora Gesù disse a Pietro: Metti via la tua spada! Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato.

Pietro era armato, Gesù accettava che qualcuno fosse armato per i loro continui spostamenti in luoghi anche infestati da briganti (cfr il racconto del buon samaritano). Pietro colpisce per istinto secondo i principi di questo mondo. Gesù però riporta la reazione difensiva di Pietro oltre la violenza, vive sempre come persona in dialogo, non impulsivo, non smarrito, sempre come superiore alla dinamica degli  eventi e, anche qui, come soggetto che determina o almeno guida la sua passione.

Se avete badato il vangelo di Giovanni non dice niente qui della agonia di Gesù nell’orto, niente sui discepoli, sullo stesso bacio di Giuda, non c’è la distinzione di Marco dei tre tipi di discepoli. Qui Gesù non viene legato subito e questo avverrà dopo il versetto Gv18,12

Proviamo ora a riflettere su queste informazioni che ci hanno reso più consapevoli di chi è Gesù e di come si comporta.

Gesù non trasforma i fatti, ma li trasfigura. Ciascuno di noi nella sua vita non è solo un esecutore di cose che gli capitano, ma può tra-passare, andare oltre le tragedie umane, essere veramente lui il soggetto della sua vita, tenerla sempre in mano, non lasciarsi mai vivere, abbandonare tutto a quel che capita. Ci possiamo fare qualche domanda:

 Questa pandemia la devo subire solo o posso affrontarla con la mia dignità di persona? La perdita di lavoro o di qualche persona cara è tutto quello che posso pensare o c’è una capacità mia di non subire, ma di accogliere e collocare su un piano mio personale, del mio modo di vivere, dei miei progetti di vita e non perdere  proprio il fatto che sono io che li vive, non che li subisce? Facciamoci aiutare dai grandi simboli di Giovanni per rifletterci sopra e applicarli alla nostra vita:

  1. uscire, come esodo e atto di coraggio, cambiare modo di vivere…Da che cosa devo uscire che mi trattiene? Ho coraggio di lasciare vizi, abitudini da schiavo, situazioni incallite che fanno male a me e agli altri?
  2. entrare nel giardino significa nella terra promessa, aprirsi al futuro di Dio. Che futuro ha Dio per me? C’è una palude della mia vita di affetti, di relazioni, di rapporti che devo lasciare per entrare in un futuro diverso come Dio me lo fa capire?
  3. andare al di là delle acque, superando le schiavitù. Quali sono le acque che mi imprigionano nei miei vizi o peccati o balordaggini o atti che fanno male a me, ai miei familiari…?
  4. ricerca dell’uomo: che uomo cercate? Quello smarrito o l’uomo nuovo? Che uomo cerco in Gesù? Quando cerco qualcuno/a, ho la consapevolezza di una novità che  mi si può rivelare o ho già preparato una casella in cui imprigionarlo o imprigionarla? La mia ricerca affettiva è aperta, permette che mi cambi o l’ho già asservita al mio modo di essere, di pensare, ai miei buchi che deve riempire?

Come riesco a stare con Gesù nelle mie prove?

Sono soggetto, mi prendo in mano la vita?

Sono persona, rimango in dialogo con la vita, le persone, il prossimo?

Rivediamo gli atteggiamenti di Gesù e come è sempre stato lui il soggetto degli avvenimenti.

Gesù è sempre soggetto e persona  nella passione, morte e risurrezione

Contempliamo la Trinità nella croce di Gesù e come si configura la condizione della persona alla luce della narrazione evangelica della Passione, morte e risurrezione di Gesù dell’apostolo Giovanni.

Appoggiamo tutte le nostre riflessioni su un principio base.

Gv 3, 16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna

Sviluppiamo questo principio a partire dal Gv 13, 1-3

1Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava .

Questo “sapendo” espresso due volte così ravvicinate ci dice che Gesù conosce tutto quello che andrà a capitargli in questa dolorosa e cruenta conclusione della sua missione per la nostra salvezza e ci permette di essere sicuri

  • della conoscenza di Gesù del suo futuro
  • della coscienza che la sua ora è giunta e che ha tutto nelle sue mani
  • della percezione degli ostacoli che incombono
  • della decisione interiore “li amò sino alla fine”

Questa non è coscienza che si è improvvisata solo al momento della sua passione e morte, ma è maturata durante tutta la sua vita entro un contesto più ampio

  1. La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)
  2. La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)
  3. Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)
  4. Un contesto estatico cfr Gv 12,25 
  5. Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51

In questi testi della scrittura Gesù appare, si staglia, come soggetto e persona

  1. soggetto

Gesù tiene in mano la propria vita come totalità, in una visione unitaria sia tra i vari momenti, come nella loro sequenza; dalla nascita alla giovinezza a Nazareth, alla vita pubblica, alla sua predicazione, ai conflitti con gli scribi e i farisei, alla passione , morte e risurrezione. Noi invece viviamo la vita fatta di pezzi; piuttosto staccata e al massimo incollata. C’è stata un infanzia, una adolescenza, un periodo di studi medi, una scelta vocazionale, la decisione, una serie di esperienze o incarichi o mansioni o responsabilità, una vita adulta e ora magari la pensione… tutti elementi staccati, o accostati. Occorre invece prendere ogni pezzo della nostra vita farne una sintesi e unirla a quello che ci aspettiamo, la nostra morte o meglio il nostro ritorno a Dio. La vita e la morte come un insieme che ci è dato da Dio. Prendere in mano la nostra vita come totalità e offrirla a Dio. Siamo creati da Dio e siamo sempre nelle sue mani in senso passivo e in senso attivo. Siamo spesso disturbati da morti violente, inaspettate, magari da incidenti e ci domandiamo spesso: che senso ha? Ricordo il mio incidente quasi mortale con 17 giorni di coma. Al risveglio la cosa che mi ha fatto più male era che sarei potuto morire senza aver avuto una visione intera, unita di tutta la mia vita, senza aver mai fatto una sintesi. Il senso del vivere lo capiamo forse un poco di più se guardiamo con totalità sia la vita che la morte, accogliamo anche l’eternità che è la nostra destinazione. Contempliamo un poco più spesso Gesù soggetto delle sue azioni che accoglie tutte dal Padre. Fino a che punto viviamo come soggetti della nostra esistenza?

  • Persona

La persona si qualifica soprattutto come luogo di relazioni, come soggetto che si apre agli altri. Diceva un rabbino che il Giordano è un fiume che forma due laghi: uno vivo e l’altro morto. Il primo è quello di Tiberiade in cui entra acqua e ne esce: è vivo; riceve e dona, il secondo è il mar morto che riceve soltanto e quindi muore.

Gesù è totalmente persona: prende dal Padre e dona, riceve con gratitudine e dona con gratuità. La legge del dare la vita è principio generale per guardare alla vita, è interpretativo dell’esistenza umana, la condizione dell’essere uomo e dell’essere cristiano.

Sa guardare alla sua vita con totalità

Gesù ha una legge dentro di sè che è quella del dare la vita; nel suo modo di guardare alla vita ha questo principio interpretativo dell’esistenza.

Un grande compito di Gesù è quello di essere  rivelatore del Padre, ma è pure colui che dà la vita per bere il calice del Padre; dà la vita per noi, in nostro favore o al posto di noi. Cose che vanno assieme.

Ci nasce allora un rendimento di grazie a Dio perché La nostra fede ci dice  (2Cor 4-16) che l’esteriore si corrompe, ma l’interiore si rinnova di giorno in giorno e così sarò ancora di più quando mi affiderò nella mia morte al Padre. Scambio reciproco di dare e avere come persone, che è anche causa di sofferenza a causa del peccato.

Ma Gesù è anche colui che dà la vita “per noi” e “in favore”, al posto di noi, come Caifa disse di Gesù, (cfr Gv11, 50-52)“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

E’ questa decisione per noi che dà gioia, senso  e speranza alla nostra vita. Possiamo ringraziare Dio perché se ci riferiamo a chi vive alla giornata, se ci paragoniamo con coloro che non hanno speranza, che vivono in balia del caso, che non mettono pensiero al come e perché vivono, a noi è dato con Gesù di cogliere l’insieme della nostra esistenza. compresa la stessa decadenza e questo ci rivela il senso dell’esistenza intera. Qui possiamo utilmente e bene riferirci anche a quanto dice san Paolo che interpreta la vita, la morte e la passione di Gesù cfr (2 Cor 4, 16)

16Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.

Il senso della nostra decadenza, della fine, della morte è momento dell’atto supremo di abbandono nelle braccia del Padre e questo ci permette di vivere con gratitudine, anche se sperimentiamo sofferenza, la nostra soggettività, l’essere soggetto sempre della nostra esistenza e persona nella nostra vita.

Appendice

Gesù  è rivelatore del Padre

Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere (Gv 1,18)

Nessuno però ha visto il Padre, se non il Figlio che viene dal Padre. Egli ha visto il Padre (Gv 6,46)

“Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? (Gv14,9-10)

6Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato (Gv 17,6-8)

PS

Cfr Raymond Brown, La morte del messia. (atteggiamento di Gesù nella narrazione della passione in Giovanni pg 54ss.) Ed Queriniana

L’arresto di Gesù

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)

1Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. 5Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. 8Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. 9Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato“. 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote egli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.

  • La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 15come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore… 17Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.

E’ un eccesso di rapporto con le pecore, non è una prassi dei pastori, perciò è una sua volontà precisa

  • La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)

13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perchè il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perchè tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.

E’ una consapevolezza precisa della missione che ha accettato dal Padre e che va a realizzare fino alle sue ultime conseguenze.

  • Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)

“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

Che poi è richiamato  più avanti in Gv 18,14“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.

  • Un contesto estatico cfr Gv 12,25 

25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.

E’ un dato di fatto scritto dentro la dimensione umana dell’esistenza proiettata sul suo futuro.

  1. Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51

 51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

Gesù entra nella sua passione con questa conoscenza e coscienza, quindi è padrone degli eventi; è lui che si fa arrestare, non lo arrestano; è lui che giudica, non è giudicato; è lui che accetta la morte e muore, non è ucciso.

Questa figura di Gesù che si staglia dignitoso nella sua passione conoscendo quello che gli capita, e avendone una precisa coscienza, è presente anche nei sinottici

Mc 8, 31 Poi Gesù rivolto ai discepoli, cominciò a dire chiaramente: il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto… lo condanneranno; egli sarà ucciso…ma dopo tre giorni risorgerà

Lc 9, 30-31  durante la Trasfigurazione con Mosè e Elia: Essi parlavano con Gesù del modo con il quale egli avrebbe concluso la sua missione in Gerusalemme

Non ti vergognare mai di guardare a quella croce

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-17) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 14-21) nella IV Domenica di Quaresima (Anno B)

«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. ».

Audio della riflessione

Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove … non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.

Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, delle favelas, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica: ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto “civile”, proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti … rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro … solo che le TV non sanno questo, e vendono solo se stesse, e spesso non costruiscono spesso vera speranza.

Così è stato per gli ebrei nel deserto: Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento.

E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, immagine di Gesù sulla croce: la croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso.

Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio: guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.

Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi.

Lì, su quella croce, c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita … e noi purtroppo facciamo ancora tante storie di intolleranza verso il simbolo della croce che, anche senza avere fede – secondo me – senza essere cattolici, indica la morte di un uomo innocente, buono, capace di fare da segno di riscatto per i disperati, assolutamente non violento, di pace e di grande rispetto per ogni uomo e per ogni donna.

Fosse meno un ornamento e più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune … avremmo forse più coraggio nell’affrontare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.

Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza!

14 Marzo 2021
+Domenico

Ho nostalgia della tua bontà, non mi abbandonare

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18, 13-14) dal Vangelo del giorno (Lc 18, 9-14) nel Sabato della terza settimana di quaresima

Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Audio della riflessione

Di gente che guarda Dio dritto negli occhi ce n’è sempre troppa, di persone che si sentono di dettare legge a Dio ancora di più … o per ignoranza, perché credono che Dio sia una invenzione umana, e vogliono sostituire il loro buon senso alla Parola di Dio o per superbia, perché non sanno guardarsi dentro, non sanno vedere che bisogna cominciare dall’interno della loro coscienza, o per superficialità e impostura perché credono che con Dio ci si può sempre tenere la maschera del perbenismo, che ogni preghiera sia da fare davanti alle televisioni, per farsi vedere.

Spesso noi siamo un po’ tutti questi … di quei due che vanno al tempio noi incarniamo maggiormente la figura del primo, del giusto, del fariseo, del millantatore: sappiamo forse di essere peccatori, ma sicuramente perdonabili … siamo noi che detta a Dio la misura della misericordia: per le nostre malefatte deve essere sempre grande, mentre per quelle degli altri non deve esagerare per non creare assuefazione al perdono.

Siamo forse riusciti con l’aiuto di tante persone a costruirci una vita passabile, onesta, ma crediamo che tutto sia frutto del nostro sforzo, della nostra volontà. Tanti invece non hanno avuto niente né dai genitori, né dagli adulti, nè dalle istituzioni e si sono sempre trovati nel giro dei “dannati”, dei senza pace: senza fissa dimora, imbrigliati nella rete della mala vita, della trasgressione. 

Noi ce ne facciamo un vanto anche di fronte a Dio, mentre dovremmo farcene un dovere di fronte agli altri; la nostra preghiera diventa una ostentazione, mentre la vera preghiera deve sempre essere un affidamento.

Il poveraccio che giunge in fondo al tempio, che sa di non poter osare alzare lo sguardo, non perché teme Dio, ma perché si vede sproporzionato al suo grande amore, ha ancora il coraggio di affidarsi a Lui: “Sono qui ancora, come tante altre volte, non sono riuscito a portarti un cuore più puro, una vita meno schifosa, sentimenti di pace anziché di odio, gesti di solidarietà anziché di preda… Prendimi ancora così come sono: ho nostalgia della tua bontà, so che il tuo amore è più grande della mia cattiveria; non ti prometto niente, perché so che da solo non ne esco; ma lasciami la gioia di poterti venire a trovare, perché quando sono qui, mi si apre il cuore alla speranza, vedo le tue braccia allargate, so di avere un angolo nel tuo cuore. Sarà solo quello che mi darà bontà e mi farà scoprire il segreto della vita che è il tuo amore.”

13 Marzo 2021
+Domenico

Amore a Dio e al prossimo, sempre inseparabili

Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 29-31) dal Vangelo del giorno (Mc 12, 28-34) nel Venerdì della terza settimana di quaresima

Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».

Audio della riflessione

Saranno tante le discussioni che si possono fare sulla fede cristiana, saranno tante le critiche che si possono esprimere al riguardo, potranno essere molteplici i modi di intendere il cristianesimo, ma nessuno può scordarsi che alla base di tutto ci sta una realtà: l’amore.

Papa Benedetto a suo tempo l’ha voluto mettere al centro del suo servizio petrino, con la sua lettera enciclica – che vuol dire “spedita a tutto il mondo” – Dio è amore e l’essere cristiani consiste nell’amare Dio e amare il prossimo: questa è la legge, il compendio di tutto il mondo cristiano.

Si sono fatte tante discussioni negli anni ’70 sul “cristianesimo verticale” che consisterebbe nel rapporto con Dio, che riduce la vita cristiana a delle belle celebrazioni, a preghiera, a culto o di quello “orizzontale” che consiste nella attenzione ai poveri, nel fare attività di sostegno a chi è nel bisogno … è sufficiente amare il prossimo per essere cristiani, si diceva.

Altri invece dicono: ma che cristiani sono se non pregano mai, se fanno delle ottime raccolte di fondi, costruiscono ospedali e scuole, ma non danno lode a Dio? Papa Benedetto dice: “Se nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente pio e compiere i miei doveri religiosi, allora si inaridisce anche il rapporto con Dio”: è un rapporto corretto con Dio, ma senza amore! Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, mi rende sensibile anche di fronte a Dio … il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come egli ama … e se io vedo con gli occhi di Cristo, perché lo amo e lo contemplo, allora imparo a guardare tutti non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo il cuore di Cristo.

Verrebbe da dire che l’uomo non può separare quello che Dio ha congiunto, invece noi diventiamo maestri nel separare vita cristiana e vita di amore, amore a Dio e amore al prossimo … evidentemente perché ci fa comodo.

Ogni divisione, ogni semplificazione è sempre un tradimento della bellezza della vita: è un tradimento separare corpo da anima, sentimento e pensiero, intelligenza e volontà, fede e vita … è talmente vero che le separazioni sono dannose che il demonio si chiama proprio separatore, diavolo.

L’unica speranza per vincerlo è sempre e solo Gesù, colui che tiene la vita unita, e Lui è la speranza fatta persona.

12 Marzo 2021
+Domenico

Per darci ragione mettiamo anche Gesù dalla parte di satana

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 18-20) dal Vangelo del giorno Lc 11, 14-23) nel Giovedì della terza settimana di quaresima

Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.

Audio della riflessione

C’è un vizio sottile … che è sempre quello di definire cattivo, nemico, poco di buono … chi non è del nostro parere, chi non riusciamo a inquadrare nei nostri schemi, chi si comporta diversamente da noi: è la voglia di “azzerare”, di non farsi mettere in discussione, alla fine di non voler confrontarsi per crescere, per cercare la verità … riteniamo sempre di avere la verità in tasca!

Gesù opera prodigiosi miracoli, riesce perfino a liberare le persone dal demonio e che dicono i suoi connazionali? “E’ d’accordo coi demoni, sta dalla loro parte, non sta dalla parte del bene, ma ha connivenza col male: se è riuscito a ottenere quel che ha ottenuto chissà che cosa ha pagato, a quali compromessi ha dovuto scendere.”

Non sono disposti a riconoscere in Gesù la bontà, l’originalità di un mondo nuovo che sta nascendo, di un Dio che si mette tra gli uomini a dialogare, a convincere, a liberare … e Gesù invece sta ingaggiando una lotta senza quartiere con il male: non è sceso a compromessi fino dal primo giorno, fin dalle tentazioni del deserto! Satana aveva tentato di accalappiarlo come ben riesce con tutti noi, quando nella nostra debolezza cediamo alle sue lusinghe, a impostare una vita sul potere, sul danaro, sulla superbia, sulla apparenza e non sulla Parola di Dio, sulla debolezza delle nostre stesse esistenze che in Dio diventano risorse.

“Chi non è con me è contro di me.”: occorre decidersi, non possiamo stare sempre a giocare a dadi, quasi ci fosse una decisione casuale o a vedere chi vincerà per collocarci al momento giusto dalla parte del vincitore!

Gesù non è un vincitore di questo tipo: siamo sicuri che vince il male, ma non secondo i nostri schemi di successo. Il suo, quello della croce, forse per la nostra leggerezza e superficialità – perché non lo abbiamo ancora vissuto nella nostra carne – lo riteniamo scontato.

Metterci dalla sua parte significa che siamo disposti a fare tutta la strada di ricerca della verità, di dedizione alla sua causa, di solidarietà con i fratelli, anche soffrendo per camminare totalmente sulle vie del vangelo.

Stare con lui è stare con la speranza fatta persona, è sapere che c’è una meta difficile, ma sicura, impossibile se guardiamo alle nostre forze, ma garantita se gli stiamo col fiato sul collo con la preghiera, e non lo molliamo mai!

11 Marzo 2021
+Domenico

La nostra storia è maestra di vita non una palla al piede

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-18) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 17-19) nel Mercoledì della terza settimana di quaresima

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto».

Audio della riflessione

Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta: noi adulti facciamo fatica ad adattarci! Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a scrivere gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda … “Ma papà … non si fa più così oggi! Sei fermo ancora al secolo scorso” … è vero, anche se è appena passato da pochi anni.

Quello però che ci mette più in difficoltà è questa “liquidazione” del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero … perché è “di oggi”.

Gesù vive in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità: è Lui che la provoca, è Lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona.

Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di “pezze” come sempre ci si accontenta di fare … ma … una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare quello che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro: Lui non disprezza nessuno dei comandamenti che Dio, nella sua delicatissima pedagogia, ha voluto come tappe di un cammino di crescita per il suo popolo … si mette nella stessa linea e la porta a compimento.

I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato, lo volgono al bene come appare alle loro nuove esperienze, ma non disprezzano il passato, le tradizioni: sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione “sembrano” superati.

Il mondo va avanti così: il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutte le energie, di tutti i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno … e la speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete.

A noi apprezzarle, farne tesoro, e non buttarle mai.

10 Marzo 2021
+Domenico

Il perdono non ci sta in nessun contenitore

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-35) dal Vangelo del giorno (Mt 18. 21-22) nel Martedì della terza settimana di quaresima

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

Audio della riflessione

La vita ha tutti i suoi tempi: ci sono i tempi del riposo, dell’incontro con le persone, del lavoro, delle faccende famigliari; ci sono i tempi dell’amicizia, degli affetti, dei colloqui, della sopportazione.

Ecco quest’ ultimo si sta sempre più restringendo: aumenta il tempo dello shopping, dello stare a guardare la TV , dello smanettare in Internet, del fare notte al pub, dello stare in piazza senza dire niente (la pandemia questo ce l’ha un pò cancellato!), del talk show, che proprio è più un vedere che un comunicare, uno spettacolo più che un aiuto a pensare. Diminuisce enormemente il tempo del perdonarsi, dell’accettarsi, dell’ascolto, dell’accoglienza, della pazienza …

Forse anche l’apostolo Pietro si vedeva restringere sempre più questi tempi di gratuità: ne avvertiva la sconvenienza, ma voleva essere rassicurato … “Gesù, non ti sembra che quando è troppo, è troppo! Io perdono, sto zitto, ho imparato nella vita a non reagire troppo in fretta per non offendere, sto ad ascoltare ore e ore, non mi manca la capacità di attutire, di stemperare, ma qualche volta non se ne può proprio più! Soprattutto quando ti offendono senza motivo, diventano petulanti e ti fanno del male, ti fanno sentire uno straccio; hanno pretesa di giustificare tutte le storture che compiono nella loro vita; sono insolenti, violenti e sporchi. Vorrebbero sporcare anche me. Non ti sembra che bisogna dire basta prima o poi, anzi che forse tu con la tua bontà li stai coccolando troppo, hai sempre una parola buona da dire. Non ti sembra che ne approfittino. A sette volte io ci arrivo, vuol dire che non mi faccio rincrescere nessuna pazienza. Ma bisogna dare un taglio. Il perdono che è? Un incitamento a delinquere!?”

E Gesù, candidamente, moltiplica a Pietro il tempo della perfezione giudaica: sette è un numero che indica pienezza? Per il perdono non c’è mai pienezza che tenga: Dio è spropositato nel suo perdono, è settanta volte sette: è il numero perfetto oltre ogni paragone e limite.

“Il mio cuore è una speranza vera per tutti e per sempre: a te Pietro che avrai le chiavi del perdono nella chiesa, dico che il perdono non è cosa da contare come i soldi, ma è uno stile di vita, una strada definitiva, che  una volta imboccata,  non permette ritorni.”

Per questo è una speranza certa.

9 Marzo 2021
+Domenico

Se guardassimo sempre di nuovo a Gesù con stupore!

Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4, 28-30) dal Vangelo del giorno (Lc 4, 24-30) nel Lunedì della terza settimana di quaresima (ispirata ad una riflessione del 20 marzo 2006)

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Si dice spesso per indicare la perdita dello stupore, della meraviglia, della gioia della sorpresa, che ci si è abituati tra di noi come al colore delle pareti: forse se ci pensi a freddo non ti ricordi neanche che colore hanno … ti sei talmente abituato che non ti ricordi di quando le hai non solo viste ma guardate, di quando ci hai fatto sopra un ragionamento, una valutazione … sono sempre lì!

Così purtroppo diventano le persone: sono sempre lì … lo è il papà, la mamma, spesso lo diventa il marito o la moglie, qualche volta anche i figli: s’è fatta grande e alta come un armadio, ma è sempre la mia bambina; sono cresciuti e hanno responsabilità, ma in casa sono sempre “bastardi perditempo”.

Tutto è sempre dovuto, niente è più desiderato: è la tomba dell’amore, ma anche della vita … quando due fidanzatini si preparano al matrimonio sono una esplosione di stupore continua: appena sposati, comincia la routine, si comincia a sedersi, a pretendere e alla fine a non aspettarsi più niente.

Gesù un giorno ha un grosso diverbio con i suoi concittadini, tanto che alla fine lo vogliono perfino ammazzare: andava in giro per la Palestina e compiva le grandi opere di Dio, faceva miracoli, soprattutto moltiplicava segni … erano le indicazioni di rotta per una vita piena, beata e felice per tutti.

A Nazareth ne hanno colto solo l’aspetto esteriore: per loro Gesù era poco più che un giovane simpatico, pure brillante, ma del tutto “misurato” una volta per sempre … non sono riusciti mai a stupirsi di Lui! Essere di Nazareth significava avere lo spettacolo assicurato … ma Gesù porta la notizia sconvolgente del Regno di Dio e non può non sconvolgere! Non è una notizia da sotterrare subito nel sentito dire, ma è notizia che ribalta la vita!

La salvezza esige la bella e preziosa capacità di stupirsi, di avere il cuore limpido di chi si meraviglia, si apre alla lode e si orienta all’affidamento: non è uno spettacolo da godere, niente di questo può produrre la sicumera dei compaesani di Gesù.

Per stupirci occorre cambiarsi dentro: o cambiano o la salvezza passa altrove.

Anche noi siamo spesso così: Gesù talmente scontato da fare pure da soprammobile, un elemento decorativo … come può essere la nostra speranza se non sappiamo di nuovo tornare a stupirci di Gesù, della sua bellezza, della sua bontà, della sua grazia, del suo dono di sé fino all’ultima goccia di sangue?

 E’ un altro passo del cammino quaresimale per giungere alla speranza.

8 Marzo 2021
+Domenico

Non usiamo mai la tenera paternità di Dio per fare i nostri affari

Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2, 15-16) dal Vangelo del giorno (Gv 2, 13-25) nella terza Domenica di quaresima (Anno B)

Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».

Audio della riflessione

Noi abbiamo la triste possibilità di cambiare anche le cose più belle in una bottega: abbiamo un istinto indomabile di mercificare ogni cosa, ogni sentimento più bello, ogni realtà anche profonda … il primo ad essere messo in vendita – dicono – è stato l’amore, o meglio il corpo distribuito a brandelli per denaro.

Siamo stati fatti per essere un dono l’uno per l’altra, invece diventiamo una merce.

Poi abbiamo mercificato la paternità e la maternità, la nascita: possiamo prendere in affitto un utero per far fare un figlio, andiamo alla banca del seme a comperare un padre …. poi abbiamo fatto bottega della vita affettiva: oggi si può comperare una zia o una nonna per riempire il vuoto di affetti di una casa o dei figli … e di conseguenza abbiamo mercificato anche il rapporto con Dio.

Che cosa mi dai, se ti prego Dio per farti avere una grazia? Signori avete avuto “fortuna” quest’anno con i vostri greggi, con i vostri affari? Guardate che dovete pagare, altrimenti l’anno prossimo la grandine è assicurata, le locuste vi mangeranno tutto, dall’aviaria non avrete scampo … Guardate che bel capretto vi potete acquistare per placare Dio di tutte le malefatte che avete combinato …

Insomma, questa era la scena che apparve davanti a Gesù quel giorno, poco prima della solenne Pasqua, in cui era salito al tempio: la casa di Dio scambiata per un mercato! E’ l’immagine di ogni dimora di Dio, che è la nostra vita, scambiata in oggetto di mercificazione.

E Gesù … butta all’aria tutto, attirandosi le ire non solo dei commercianti, ma soprattutto di coloro che ricavavano guadagno dai loro affari. Ogni posto vendita del tempio è come ogni posto vendita delle nostre fiere: il suolo pubblico lo chiedi e lo paghi se vuoi vendere.

“La mia casa è la casa della preghiera, è il luogo in cui puoi ascoltare la Parola di Dio e non comperare benedizioni; è lo spazio della lode e della gratitudine, non del contrattare le tue pigrizie! Il tuo corpo è tempio dello Spirito Santo, non lo puoi vendere! La vita è dono gratuito di Dio, non la puoi barattare né vendere, né comperare; la terra è di tutti, l’aria e l’acqua sono beni indispensabili per la vita, sono di Dio e da Dio regalati alla vita degli uomini. No! voi ve ne impossessate e li vendete!”

Il gesto di Gesù che tocca gli interessi concreti sarà decisivo anche per la sua morte, ma è proprio sull’alto significato della preghiera, della gratuità, della assoluta paternità di Dio che abbiamo bisogno di far nascere speranza!

Se perdiamo speranza in Dio, in chi la troviamo?

7 Marzo 2021
+Domenico