Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-17) dal Vangelo del giorno (Gv 3, 14-21) nella IV Domenica di Quaresima (Anno B)
«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. ».
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Avere un ideale ti aiuta molto a vivere, avere un sogno che lancia la tua immaginazione oltre le ingessature della realtà ti può far rischiare la fuga, ma spesso ti permette di nutrire progetti, visioni di mondo belle, catalizzare le forze su prospettive nuove … non abbiamo bisogno solo di mangiare, di riempire la pancia, ma anche di bellezza, di ideali, di simboli che ci richiamano la grandezza della vita oltre ogni miseria in cui la nostra insensatezza l’ha costretta.
Mi sono sempre domandato perché nelle catapecchie più squallide delle bidonville, delle favelas, nelle capanne più sperdute e povere della savana, nei tuguri più puzzolenti, dove manca acqua corrente, igiene e il necessario per una vita civile, non manchi mai l’antenna parabolica: ci sono più antenne paraboliche in un villaggio sperduto che in un paese cosiddetto “civile”, proprio perché l’uomo ha bisogno di sogni, di allargare gli orizzonti … rinuncia anche a qualche pasto pur di poter avere un segno di riscatto, una prospettiva di futuro … solo che le TV non sanno questo, e vendono solo se stesse, e spesso non costruiscono spesso vera speranza.
Così è stato per gli ebrei nel deserto: Mosè aveva levato un serpente su un palo, chi lo guardava guariva dai morsi dei serpenti che avevano invaso il loro accampamento.
E’ una immagine ardita, ma usata dal vangelo, immagine di Gesù sulla croce: la croce è quel simbolo, quel sogno, quell’ideale, quella prospettiva cui ogni uomo può guardare per avere salvezza, per poter avere forza di riscatto, per stringere i denti nel dolore, per contemplare non tanto la sofferenza che esprime, ma l’amore che vi è depositato nella persona del crocifisso.
Lì l’uomo, noi nelle nostre pene quotidiane, troviamo avverata la promessa di Dio: guardando a quella croce vediamo realizzata la volontà di amore di Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Unigenito figlio.
Lì Dio si è compromesso fino all’estremo per noi.
Lì, su quella croce, c’è l’immagine della morte, ma c’è anche la certezza della vita … e noi purtroppo facciamo ancora tante storie di intolleranza verso il simbolo della croce che, anche senza avere fede – secondo me – senza essere cattolici, indica la morte di un uomo innocente, buono, capace di fare da segno di riscatto per i disperati, assolutamente non violento, di pace e di grande rispetto per ogni uomo e per ogni donna.
Fosse meno un ornamento e più un ideale quel crocifisso che portiamo al collo, che seminiamo nei nostri luoghi di vita comune … avremmo forse più coraggio nell’affrontare la vita, sicuramente molto di più che a guardarci nello specchio.
Lo specchio ci può dare compiacimento o delusione, la croce invece è sempre una speranza!
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 18, 13-14) dal Vangelo del giorno (Lc 18, 9-14) nel Sabato della terza settimana di quaresima
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
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Di gente che guarda Dio dritto negli occhi ce n’è sempre troppa, di persone che si sentono di dettare legge a Dio ancora di più … o per ignoranza, perché credono che Dio sia una invenzione umana, e vogliono sostituire il loro buon senso alla Parola di Dio o per superbia, perché non sanno guardarsi dentro, non sanno vedere che bisogna cominciare dall’interno della loro coscienza, o per superficialità e impostura perché credono che con Dio ci si può sempre tenere la maschera del perbenismo, che ogni preghiera sia da fare davanti alle televisioni, per farsi vedere.
Spesso noi siamo un po’ tutti questi … di quei due che vanno al tempio noi incarniamo maggiormente la figura del primo, del giusto, del fariseo, del millantatore: sappiamo forse di essere peccatori, ma sicuramente perdonabili … siamo noi che detta a Dio la misura della misericordia: per le nostre malefatte deve essere sempre grande, mentre per quelle degli altri non deve esagerare per non creare assuefazione al perdono.
Siamo forse riusciti con l’aiuto di tante persone a costruirci una vita passabile, onesta, ma crediamo che tutto sia frutto del nostro sforzo, della nostra volontà. Tanti invece non hanno avuto niente né dai genitori, né dagli adulti, nè dalle istituzioni e si sono sempre trovati nel giro dei “dannati”, dei senza pace: senza fissa dimora, imbrigliati nella rete della mala vita, della trasgressione.
Noi ce ne facciamo un vanto anche di fronte a Dio, mentre dovremmo farcene un dovere di fronte agli altri; la nostra preghiera diventa una ostentazione, mentre la vera preghiera deve sempre essere un affidamento.
Il poveraccio che giunge in fondo al tempio, che sa di non poter osare alzare lo sguardo, non perché teme Dio, ma perché si vede sproporzionato al suo grande amore, ha ancora il coraggio di affidarsi a Lui: “Sono qui ancora, come tante altre volte, non sono riuscito a portarti un cuore più puro, una vita meno schifosa, sentimenti di pace anziché di odio, gesti di solidarietà anziché di preda… Prendimi ancora così come sono: ho nostalgia della tua bontà, so che il tuo amore è più grande della mia cattiveria; non ti prometto niente, perché so che da solo non ne esco; ma lasciami la gioia di poterti venire a trovare, perché quando sono qui, mi si apre il cuore alla speranza, vedo le tue braccia allargate, so di avere un angolo nel tuo cuore. Sarà solo quello che mi darà bontà e mi farà scoprire il segreto della vita che è il tuo amore.”
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc 12, 29-31) dal Vangelo del giorno (Mc 12, 28-34) nel Venerdì della terza settimana di quaresima
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
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Saranno tante le discussioni che si possono fare sulla fede cristiana, saranno tante le critiche che si possono esprimere al riguardo, potranno essere molteplici i modi di intendere il cristianesimo, ma nessuno può scordarsi che alla base di tutto ci sta una realtà: l’amore.
Papa Benedetto a suo tempo l’ha voluto mettere al centro del suo servizio petrino, con la sua lettera enciclica – che vuol dire “spedita a tutto il mondo” – Dio è amore e l’essere cristiani consiste nell’amare Dio e amare il prossimo: questa è la legge, il compendio di tutto il mondo cristiano.
Si sono fatte tante discussioni negli anni ’70 sul “cristianesimo verticale” che consisterebbe nel rapporto con Dio, che riduce la vita cristiana a delle belle celebrazioni, a preghiera, a culto o di quello “orizzontale” che consiste nella attenzione ai poveri, nel fare attività di sostegno a chi è nel bisogno … è sufficiente amare il prossimo per essere cristiani, si diceva.
Altri invece dicono: ma che cristiani sono se non pregano mai, se fanno delle ottime raccolte di fondi, costruiscono ospedali e scuole, ma non danno lode a Dio? Papa Benedetto dice: “Se nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente pio e compiere i miei doveri religiosi, allora si inaridisce anche il rapporto con Dio”: è un rapporto corretto con Dio, ma senza amore! Solo la mia disponibilità ad andare incontro al prossimo, mi rende sensibile anche di fronte a Dio … il servizio al prossimo apre i miei occhi su quello che Dio fa per me e su come egli ama … e se io vedo con gli occhi di Cristo, perché lo amo e lo contemplo, allora imparo a guardare tutti non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo il cuore di Cristo.
Verrebbe da dire che l’uomo non può separare quello che Dio ha congiunto, invece noi diventiamo maestri nel separare vita cristiana e vita di amore, amore a Dio e amore al prossimo … evidentemente perché ci fa comodo.
Ogni divisione, ogni semplificazione è sempre un tradimento della bellezza della vita: è un tradimento separare corpo da anima, sentimento e pensiero, intelligenza e volontà, fede e vita … è talmente vero che le separazioni sono dannose che il demonio si chiama proprio separatore, diavolo.
L’unica speranza per vincerlo è sempre e solo Gesù, colui che tiene la vita unita, e Lui è la speranza fatta persona.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 11, 18-20) dal Vangelo del giorno Lc 11, 14-23) nel Giovedì della terza settimana di quaresima
Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
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C’è un vizio sottile … che è sempre quello di definire cattivo, nemico, poco di buono … chi non è del nostro parere, chi non riusciamo a inquadrare nei nostri schemi, chi si comporta diversamente da noi: è la voglia di “azzerare”, di non farsi mettere in discussione, alla fine di non voler confrontarsi per crescere, per cercare la verità … riteniamo sempre di avere la verità in tasca!
Gesù opera prodigiosi miracoli, riesce perfino a liberare le persone dal demonio e che dicono i suoi connazionali? “E’ d’accordo coi demoni, sta dalla loro parte, non sta dalla parte del bene, ma ha connivenza col male: se è riuscito a ottenere quel che ha ottenuto chissà che cosa ha pagato, a quali compromessi ha dovuto scendere.”
Non sono disposti a riconoscere in Gesù la bontà, l’originalità di un mondo nuovo che sta nascendo, di un Dio che si mette tra gli uomini a dialogare, a convincere, a liberare … e Gesù invece sta ingaggiando una lotta senza quartiere con il male: non è sceso a compromessi fino dal primo giorno, fin dalle tentazioni del deserto! Satana aveva tentato di accalappiarlo come ben riesce con tutti noi, quando nella nostra debolezza cediamo alle sue lusinghe, a impostare una vita sul potere, sul danaro, sulla superbia, sulla apparenza e non sulla Parola di Dio, sulla debolezza delle nostre stesse esistenze che in Dio diventano risorse.
“Chi non è con me è contro di me.”: occorre decidersi, non possiamo stare sempre a giocare a dadi, quasi ci fosse una decisione casuale o a vedere chi vincerà per collocarci al momento giusto dalla parte del vincitore!
Gesù non è un vincitore di questo tipo: siamo sicuri che vince il male, ma non secondo i nostri schemi di successo. Il suo, quello della croce, forse per la nostra leggerezza e superficialità – perché non lo abbiamo ancora vissuto nella nostra carne – lo riteniamo scontato.
Metterci dalla sua parte significa che siamo disposti a fare tutta la strada di ricerca della verità, di dedizione alla sua causa, di solidarietà con i fratelli, anche soffrendo per camminare totalmente sulle vie del vangelo.
Stare con lui è stare con la speranza fatta persona, è sapere che c’è una meta difficile, ma sicura, impossibile se guardiamo alle nostre forze, ma garantita se gli stiamo col fiato sul collo con la preghiera, e non lo molliamo mai!
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 17-18) dal Vangelo del giorno (Mt 5, 17-19) nel Mercoledì della terza settimana di quaresima
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto».
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Siamo in tempi di grandi cambiamenti, ancora più destabilizzanti perché avvengono in fretta: noi adulti facciamo fatica ad adattarci! Ieri i nostri genitori ci facevano da maestri per tutte le cose della vita, oggi con i giovani dobbiamo farci insegnare tutto: a scrivere gli sms sul cellulare, a usare il computer, a leggere Internet, a fare la spesa più conveniente, a impostare la stessa azienda … “Ma papà … non si fa più così oggi! Sei fermo ancora al secolo scorso” … è vero, anche se è appena passato da pochi anni.
Quello però che ci mette più in difficoltà è questa “liquidazione” del passato, questo continuo orientarsi al moderno quasi fosse per natura sua sempre più adatto, più bello, più vero … perché è “di oggi”.
Gesù vive in tempi di grandi cambiamenti, di assoluta novità: è Lui che la provoca, è Lui che continuamente annuncia la buona notizia, la novità assoluta, la presenza di Dio nel mondo nella sua persona.
Lui è il nuovo per eccellenza e spinge gli uomini a cambiare tutto, a fare nuove tutte le cose, a non vivere di “pezze” come sempre ci si accontenta di fare … ma … una cosa chiara dice Gesù: il nuovo che lui porta non è trascurare quello che Dio da sempre ha scritto nel cuore degli uomini, non è liquidare il passato con il suo bagaglio di esperienze necessarie per capire il futuro: Lui non disprezza nessuno dei comandamenti che Dio, nella sua delicatissima pedagogia, ha voluto come tappe di un cammino di crescita per il suo popolo … si mette nella stessa linea e la porta a compimento.
I figli portano a compimento ciò che i genitori hanno iniziato, lo volgono al bene come appare alle loro nuove esperienze, ma non disprezzano il passato, le tradizioni: sanno andare in profondità a cercare le ragioni che hanno dato calore a quei comportamenti che oggi nella loro attuazione “sembrano” superati.
Il mondo va avanti così: il presente è la necessaria elaborazione del passato per creare un vero futuro, è il discernimento di tutte le energie, di tutti i doni che Dio ha fatto crescere nella storia per far crescere il suo Regno … e la speranza è proprio basata sulla certezza che Dio sta sotto questa continuità e la fa crescere verso nuove mete.
A noi apprezzarle, farne tesoro, e non buttarle mai.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 18, 21-35) dal Vangelo del giorno (Mt 18. 21-22) nel Martedì della terza settimana di quaresima
In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
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La vita ha tutti i suoi tempi: ci sono i tempi del riposo, dell’incontro con le persone, del lavoro, delle faccende famigliari; ci sono i tempi dell’amicizia, degli affetti, dei colloqui, della sopportazione.
Ecco quest’ ultimo si sta sempre più restringendo: aumenta il tempo dello shopping, dello stare a guardare la TV , dello smanettare in Internet, del fare notte al pub, dello stare in piazza senza dire niente (la pandemia questo ce l’ha un pò cancellato!), del talk show, che proprio è più un vedere che un comunicare, uno spettacolo più che un aiuto a pensare. Diminuisce enormemente il tempo del perdonarsi, dell’accettarsi, dell’ascolto, dell’accoglienza, della pazienza …
Forse anche l’apostolo Pietro si vedeva restringere sempre più questi tempi di gratuità: ne avvertiva la sconvenienza, ma voleva essere rassicurato … “Gesù, non ti sembra che quando è troppo, è troppo! Io perdono, sto zitto, ho imparato nella vita a non reagire troppo in fretta per non offendere, sto ad ascoltare ore e ore, non mi manca la capacità di attutire, di stemperare, ma qualche volta non se ne può proprio più! Soprattutto quando ti offendono senza motivo, diventano petulanti e ti fanno del male, ti fanno sentire uno straccio; hanno pretesa di giustificare tutte le storture che compiono nella loro vita; sono insolenti, violenti e sporchi. Vorrebbero sporcare anche me. Non ti sembra che bisogna dire basta prima o poi, anzi che forse tu con la tua bontà li stai coccolando troppo, hai sempre una parola buona da dire. Non ti sembra che ne approfittino. A sette volte io ci arrivo, vuol dire che non mi faccio rincrescere nessuna pazienza. Ma bisogna dare un taglio. Il perdono che è? Un incitamento a delinquere!?”
E Gesù, candidamente, moltiplica a Pietro il tempo della perfezione giudaica: sette è un numero che indica pienezza? Per il perdono non c’è mai pienezza che tenga: Dio è spropositato nel suo perdono, è settanta volte sette: è il numero perfetto oltre ogni paragone e limite.
“Il mio cuore è una speranza vera per tutti e per sempre: a te Pietro che avrai le chiavi del perdono nella chiesa, dico che il perdono non è cosa da contare come i soldi, ma è uno stile di vita, una strada definitiva, che una volta imboccata, non permette ritorni.”
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 4, 28-30) dal Vangelo del giorno (Lc 4, 24-30) nel Lunedì della terza settimana di quaresima (ispirata ad una riflessione del 20 marzo 2006)
All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Si dice spesso per indicare la perdita dello stupore, della meraviglia, della gioia della sorpresa, che ci si è abituati tra di noi come al colore delle pareti: forse se ci pensi a freddo non ti ricordi neanche che colore hanno … ti sei talmente abituato che non ti ricordi di quando le hai non solo viste ma guardate, di quando ci hai fatto sopra un ragionamento, una valutazione … sono sempre lì!
Così purtroppo diventano le persone: sono sempre lì … lo è il papà, la mamma, spesso lo diventa il marito o la moglie, qualche volta anche i figli: s’è fatta grande e alta come un armadio, ma è sempre la mia bambina; sono cresciuti e hanno responsabilità, ma in casa sono sempre “bastardi perditempo”.
Tutto è sempre dovuto, niente è più desiderato: è la tomba dell’amore, ma anche della vita … quando due fidanzatini si preparano al matrimonio sono una esplosione di stupore continua: appena sposati, comincia la routine, si comincia a sedersi, a pretendere e alla fine a non aspettarsi più niente.
Gesù un giorno ha un grosso diverbio con i suoi concittadini, tanto che alla fine lo vogliono perfino ammazzare: andava in giro per la Palestina e compiva le grandi opere di Dio, faceva miracoli, soprattutto moltiplicava segni … erano le indicazioni di rotta per una vita piena, beata e felice per tutti.
A Nazareth ne hanno colto solo l’aspetto esteriore: per loro Gesù era poco più che un giovane simpatico, pure brillante, ma del tutto “misurato” una volta per sempre … non sono riusciti mai a stupirsi di Lui! Essere di Nazareth significava avere lo spettacolo assicurato … ma Gesù porta la notizia sconvolgente del Regno di Dio e non può non sconvolgere! Non è una notizia da sotterrare subito nel sentito dire, ma è notizia che ribalta la vita!
La salvezza esige la bella e preziosa capacità di stupirsi, di avere il cuore limpido di chi si meraviglia, si apre alla lode e si orienta all’affidamento: non è uno spettacolo da godere, niente di questo può produrre la sicumera dei compaesani di Gesù.
Per stupirci occorre cambiarsi dentro: o cambiano o la salvezza passa altrove.
Anche noi siamo spesso così: Gesù talmente scontato da fare pure da soprammobile, un elemento decorativo … come può essere la nostra speranza se non sappiamo di nuovo tornare a stupirci di Gesù, della sua bellezza, della sua bontà, della sua grazia, del suo dono di sé fino all’ultima goccia di sangue?
E’ un altro passo del cammino quaresimale per giungere alla speranza.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 2, 15-16) dal Vangelo del giorno (Gv 2, 13-25) nella terza Domenica di quaresima (Anno B)
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!».
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Noi abbiamo la triste possibilità di cambiare anche le cose più belle in una bottega: abbiamo un istinto indomabile di mercificare ogni cosa, ogni sentimento più bello, ogni realtà anche profonda … il primo ad essere messo in vendita – dicono – è stato l’amore, o meglio il corpo distribuito a brandelli per denaro.
Siamo stati fatti per essere un dono l’uno per l’altra, invece diventiamo una merce.
Poi abbiamo mercificato la paternità e la maternità, la nascita: possiamo prendere in affitto un utero per far fare un figlio, andiamo alla banca del seme a comperare un padre …. poi abbiamo fatto bottega della vita affettiva: oggi si può comperare una zia o una nonna per riempire il vuoto di affetti di una casa o dei figli … e di conseguenza abbiamo mercificato anche il rapporto con Dio.
Che cosa mi dai, se ti prego Dio per farti avere una grazia? Signori avete avuto “fortuna” quest’anno con i vostri greggi, con i vostri affari? Guardate che dovete pagare, altrimenti l’anno prossimo la grandine è assicurata, le locuste vi mangeranno tutto, dall’aviaria non avrete scampo … Guardate che bel capretto vi potete acquistare per placare Dio di tutte le malefatte che avete combinato …
Insomma, questa era la scena che apparve davanti a Gesù quel giorno, poco prima della solenne Pasqua, in cui era salito al tempio: la casa di Dio scambiata per un mercato! E’ l’immagine di ogni dimora di Dio, che è la nostra vita, scambiata in oggetto di mercificazione.
E Gesù … butta all’aria tutto, attirandosi le ire non solo dei commercianti, ma soprattutto di coloro che ricavavano guadagno dai loro affari. Ogni posto vendita del tempio è come ogni posto vendita delle nostre fiere: il suolo pubblico lo chiedi e lo paghi se vuoi vendere.
“La mia casa è la casa della preghiera, è il luogo in cui puoi ascoltare la Parola di Dio e non comperare benedizioni; è lo spazio della lode e della gratitudine, non del contrattare le tue pigrizie! Il tuo corpo è tempio dello Spirito Santo, non lo puoi vendere! La vita è dono gratuito di Dio, non la puoi barattare né vendere, né comperare; la terra è di tutti, l’aria e l’acqua sono beni indispensabili per la vita, sono di Dio e da Dio regalati alla vita degli uomini. No! voi ve ne impossessate e li vendete!”
Il gesto di Gesù che tocca gli interessi concreti sarà decisivo anche per la sua morte, ma è proprio sull’alto significato della preghiera, della gratuità, della assoluta paternità di Dio che abbiamo bisogno di far nascere speranza!
Ricordiamo che i vangeli, soprattutto quello di Giovanni sono stati scritti dopo non poco tempo della morte in croce di Gesù e la sua risurrezione, elementi decisivi per la fede cristiana, e a partire dalla fine si è sentito il bisogno di narrare quello che era successo prima.
Noi partiamo da questo episodio narrato nel vangelo di Giovanni: sei giorni prima della grande festa ancora tutto è normale (noi nella preghiera ufficiale della Chiesa chiamiamo questo sesto giorno “Lunedi Santo”), non è ancora esplosa la cattiveria umana che porterà Gesù in croce, c’è una scena intima di amicizia, dove si mescolano tenerezza e triste presagio.
Gesù sente di essere braccato: quell’ingresso trionfale a Gerusalemme ha messo in allarme il sinedrio (che potremmo per noi chiamare “consiglio dei ministri”, di fronte a Gesù che è molto più pericoloso di una pandemia) … non staranno con le mani in mano a farsi cogliere di sorpresa, il loro DPCM è “O adesso o mai più: Quel che Gesù ha fatto è troppo” … e Gesù si concede un momento di intimità con gli amici: va a Betania, nella casa dell’amico Lazzaro … la casa è piena di tanti amici, ma la scena è occupata da due persone soprattutto, Maria, che è la sorella di Lazzaro e Giuda.
Entra in scena per prima una donna, Maria: è importante notare che è una donna che dà inizio al racconto della passione e sarà una donna che ne segnerà la fine annunciando la risurrezione.
Tra la congiura dei capi e il tradimento di Giuda si inserisce questa donna con un gesto tenerissimo: porta un profumo in un vasetto, un profumo di grande valore, di nardo genuino, non contraffatto.
In giro per l’orto del Getsemani si percepisce l’atmosfera acre dell’accerchiamento di morte che gli stanno preparando i membri del Sinedrio, in questa casa invece si diffonde un profumo delicatissimo, in un silenzio rotto dal colpo secco di un vasetto di alabastro, come di un cuore indurito, che si infrange per amore.
Questo olio viene versato sui piedi di Gesù: sembra un gesto normale, di cortesia, di gentilezza, di ospitalità, in cui si mescolano tenerezza e tristezza, per quello che tutti presagiscono.
La bibbia è piena di momenti solenni in cui sul corpo, il capo o i piedi dell’uomo viene versato olio profumato: con l’olio si allieta il volto, si consacrano i sacerdoti, si consacrano i re e i profeti, si curano i malati… forse riusciamo tutti a ricordare il gesto di Samuele che, invitato da Dio a ungere, e consacrare quindi, il nuovo re di Israele, blocca il pranzo di tutta la famiglia, finchè, dopo aver passato in rassegna tutti i figli presenti, non si presenta il più piccolo, Davide … e giunge il ragazzetto, sottovalutato da tutti come capita anche oggi, perché noi adulti siamo molto importanti e bravi … e lo unge re.
Ricordo il fatto perché con questo gesto la donna non solo fa un gesto di amore, ma anche di fede profonda: riconosce in Gesù, il re, il sacerdote, la vittima, il profeta. E’ inaudito che sia una donna che compie una unzione messianica, quasi una consacrazione, dopo che Dio ha dichiarato messia il figlio Gesù.
Questo corpo di Cristo prossimo alla morte è oggetto di amore: Resta per ora sospesa una decisione efferata di metterlo a morte, si espande un profumo che penetra le narici, imbeve i vestiti, riempie l’atmosfera di una esaltazione gioiosa, di sentimenti di gratitudine e di amore. Questo momento nel racconto della passione si inscrive come una sospensione, una contemplazione; guardiamo questo Gesù con il suo cuore di figlio e di messia, che si prepara alla croce. Un uomo nel pieno della vita, nell’entusiasmo della sua missione che viene braccato come un delinquente, come uno spergiuro, un maledetto da Dio e dagli uomini. Una donna lo capisce, ne intuisce il dramma, ne coglie la mestizia e non lo vuol lasciare solo a un ruolo, lo accoglie come persona nella sua dignità umana.
Il gesto più bello d’amore lo compie ancora questa donna. Gli unge quel corpo che fra poco penderà dalla croce, che sarà percosso e umiliato, oltraggiato in maniera efferata. Gesù pensa alla sua sepoltura, e lo dirà pure, agghiacciando le persone che gli vogliono solo bene perché è Lui e non pensano al valore del profumo, perché ormai la morte è vicina. La donna non offre solo il profumo, ma la sua persona, il suo cuore, il suo corpo, se stessa e confessa che Gesù per lei è tutto. Un altro evangelista che racconta questo stesso fatto riferisce che Gesù avverte questa fede profonda e dice che in tutto il mondo non si potrà proclamare il vangelo senza parlare del gesto di questa donna. In pratica si annuncia che tutto questo espresso in una sensibilità squisitamente femminile nei confronti di Gesù. è l’evangelo.
Vediamo invece ora che cosa pensano gli altri invitati alla cena:
Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: “Perché non si è venduto questo profumo, per trecento denari e non si sono dati ai poveri?
L’autore di questo pensiero scellerato per l’evangelista Giovanni è Giuda, nei passi paralleli degli altri evangelisti si dice: Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro. Ed erano infuriati contro di lei tra i qualici sono pure i discepoli che si indignano. Una povera donna scoppia di amore, un ceto di saggi si fanno consumare dai calcoli, dagli interessi, pensano agli affari e accampano la scusa dei poveri. I poveri sono purtroppo sempre usati per nascondere le intenzioni più basse. Non sempre si servono i poveri, ma ci si serve dei poveri.
Il momento dell’amore è finito troppo presto, con esagerata velocità; nella successione dei fatti si passa subito a spegnere ogni sogno. Il profumo è ancora nell’aria, ma non c’è più nessuno che è disposto a lasciarsene invadere; la gratuità è finita, l’illusione che l’amore fosse definitivo si fa palpabile. C’è gente che si sdegna per la perdita dei soldi e non s’accorge che disprezza la sofferenza di un morente, passa sopra ai sentimenti di Gesù, alla consapevolezza della sua morte imminente. Che è la morte di un uomo di fronte all’accumulo di denaro, all’efficienza di una amministrazione, alla fame di trecento denari? Nella vita credono che sia più importante comperare o vendere, piuttosto che amare e donare; calcolare e ammassare, piuttosto che aprirsi e consolare.
Quanta gente regola i rapporti umani col calcolo e con l’interesse. L’unico intento della vita è il vantaggio, il fatturato. E’ il denaro il fine della società stessa. Le cose, il lavoro, i gesti, l’uomo stesso, tutto è mercificato, comprato, venduto, barattato; così è tentata anche di diventare la religione: una ragioneria di interessi.
Non sanno capire i convitati alla vita il bello, il buono, il gratuito che si nasconde nel gesto della donna. Il dono è l’unico atto umano in cui l’uomo ritrova se stesso. Contemplare, amare e donare sono gesti che non servono a niente, ma ci fanno diventare persone, ci distaccano dalla confusione con la materia, creano spazio per la meraviglia, la gioia, la vita.
No a noi servono trecento denari, non ci serve Gesù Cristo; a noi serve avere sicurezza nelle strategie dei cambiamenti, non la gratuità dei rapporti. Questi pensieri purtroppo potrebbero essere anche quelli della caritas, di noi cristiani semplici e in continua ricerca, non ci dobbiamo vergognare e chiediamo a Gesù di farci capire.
Questa donna ha rovinato le uova nel paniere di chi voleva fare anche di Gesù un affare. E contro di lei si infuriano, sbraitano, intolleranti. Non amare nessuno perché a qualcuno fai subito fastidio, soprattutto a chi crede di dover giudicare gli altri e di avere in mano il mondo.
Penso che resti in piedi ancora qualche dubbio sulla insensatezza dello spreco dell’olio profumato: i poveri. Si poteva dare ai poveri. Certo c’è una intenzione nobile; il calcolo non è fatto per un volgare tornaconto o affare, ma per un atto di solidarietà. Rivediamo al rallenty la scena: da una parte la tenerezza, un cuore ansioso, pieno di presagi, una sensazione di qualcosa di irreparabile che sta capitando, dall’altra un freddo calcolo pieno di sicurezza e di disprezzo, frustrato e tentato di tradimento. La donna rompe un vaso di nardo preziosissimo e riempie la sala di profumo. Sono i piedi di Gesù che meritano tanto, ma è tutta la casa che ne viene saturata, la vita di quel gruppo di disperati che viene inondata da un profumo che nei loro ricordi resterà indimenticabile. E’ un gesto d’amore, è l’ultimo vero gesto d’amore che viene rivolto dall’umanità a Gesù. Ce ne sarà tra poco un altro, il bacio di Giuda, quello non sarà amore, ma tradimento.
C’è un conteggio che passa per la mente di Giuda o di tanti che la pensano come lui: un profumo sprecato questo unguento, con tutti i poveri che ci sono e che potrebbero avvantaggiarsi del suo valore. Vale ben trecento denari. Il prossimo conteggio lo farà ancora il Sinedrio, quando gli conterà trenta miseri denari come prezzo del tradimento.
Ma non ci saranno funerali per Gesù, ci sarà la morte, sicuramente; il male avrà il sopravvento, ma solo per porre davanti a tutti nella solennità di un trono scomodo quale è quello della croce, il massimo di bene che Dio avrà sempre per l’uomo, anche per i traditori, per gli infami.
Allora si leverà nella vittoria massima la speranza di vita per tutti, una speranza prefigurata e generata nei gesti semplici dell’amore.
6 Allora Gesù disse: “Lasciala fare; perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre.
E’ Gesù stesso che interviene con la sua parola per aiutarci a fare discernimento. Il punto nodale è: Noi dobbiamo sempre fare la scelta decisiva di stare dalla parte della persona di Gesù, è Lui il povero che si è addossato tutto il male del mondo; l’unzione è rivolta proprio a chi verrà presto ucciso, a uno che sta affrontando la morte. Questa, dice Gesù, è un’opera buona: amare Lui sopra ogni cosa è opera buona, come era buona la creazione ogni giorno che arricchiva l’universo delle bellezze del creato e della centralità dell’uomo e della donna.
Se vedi che davanti a te si affaccia il Cristo che sale il Calvario, tu vai a preoccuparti di come e dove poter risparmiare o stai a farti i calcoli per le tue buone azioni? Che ti importa di Lui che muore solo, abbandonato? Ti interessa la sua vicenda o l’hai già cambiata in una azienda?
Quante volte la religione, il nome di Gesù è tirato in ballo per coprire i nostri interessi, per fare da supporto alle nostre fissazioni, al nostro stesso egoismo. Questo avviene anche negli uomini della Chiesa, come me.
Avere sempre con noi i poveri non ci autorizza a strumentalizzare Gesù, non ci esime dal riscattarli sempre, ma ci obbliga a guardare sempre a Lui che sa vincere ogni povertà, ci dà la forza di spenderci. Senza di Lui, prevale l’egoismo, l’interesse; il pensiero dei poveri diventa strumentale come lo è per ogni organizzazione di carità, di beneficienza: Facciamo qualche esempio. Quanti hanno guadagnato sui migranti! la Fao l’organizzazione che si mangia tra i funzionari l’80% dei capitali messi a disposizione per risolvere la fame nel mondo. Molta gente se non mette al centro Cristo, che ti obbliga ogni giorno a guardarti dentro, a purificare le tue intenzioni e quindi i tuoi comportamenti, si serve dei poveri e non li aiuta a riscattarsi
8 Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura.
La consapevolezza di Gesù è precisa. La morte non è un tragico incidente in cui è caduto perché era un predicatore sprovveduto e ingenuo. Sapeva che lì doveva provare a tutta l’umanità la decisione irrevocabile dell’amore di Dio. Gesù aveva la consapevolezza molto umana, ma non per questo meno intensa, di quella morte che lo attendeva al varco. All’ultima cena, di lì a pochi giorni avrebbe esplicitato ancora di più quello che c’era nel suo cuore.
“Non si può più girare attorno alle cose. La mia vita non me la prenderanno con inganno o con strategie politiche, per farsi qualche piacere l’un l’altro o Erode o Pilato o Anna e Caifa o i mestatori di popolo, la dono io. Sono venuto per questo. Qui sta lo snodo fondamentale della mia missione: vi do la mia vita, perché vi voglio troppo bene. Non posso permettere più che il male sia l’ultima parola sui vostri sentimenti, affetti, azioni, corpi e relazioni. Questo pane spezzato e questo vino versato saranno sempre il segno di un dono senza rimpianti, di una vita donata senza ripensamenti, saranno il segno del mio corpo dilaniato e del mio sangue versato.
E potrete sempre rifare questi miei gesti, coinvolgendo dentro di essi i vostri, anche voi dovete sempre essere in grado di spezzare la vita per i poveri, e ogni volta che li rifarete io sarò lì ancora a dirvi che vi voglio bene, a dirvi che non immaginate che Padre avete nei cieli, a ricordarvi che è finita la schiavitù, che l’ultima parola non è la morte, anche se in cuore avrete odio, anche se userete questi miei segni per farvi belli, in una chiesa dove state solo per dovere, in una comunità che usa la messa per truccare l’odio e la falsità, anche quando i gesti li compirà un prete senza fede, senza amore, pieno di ambizioni, incapace di uscire dal giro del peccato di cui non si accusa più. E’ un dono per sempre, senza ripensamenti o nostalgie”
Se possono servire altre riflessioni:
C’è una triangolazione sempre da salvaguardare:
Io/noi, Gesù, i poveri
e non una dialettica soltanto
io/noi e i poveri/Gesù.
E’ certissimo che nei poveri vediamo il volto di Gesù, ma se questo volto non è sempre presente nei nostri pensieri, nelle nostre valutazioni e lo perdiamo di vista, diventiamo solo organizzatori, presto perdiamo il senso più profondo della vita e dell’amore ai poveri
Ciò che avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Quindi ogni azione umana, anche quelle di coloro che non conoscono Lui, si qualifica e si giudica in riferimento alla persona di Gesù. Il coinvolgimento della persona irriducibile di Gesù precede, ispira, comanda e interpreta a livello dell’essenza, di quello che esiste nel nostro amore per gli altri, ogni gesto di amore per i fratelli.
La causa di Gesù non è la causa di una collettività o un programma di azione per la giustizia o la misericordia. Essa è la causa di una Persona singolare e unica, che è la chiave della forza di ogni nostra decisione.
Per Maria, e per il Vangelo, la causa di Gesù precede e qualifica la causa dei poveri
Per Giuda e alcuni suoi compagni, la causa di Gesù finisce nella causa dei poveri e si riduce ad essa. Gesù può persino scomparire dalla scena.
Chi non capisce il gesto di Maria non ha ancora colto, oppure sta perdendo il senso unico della persona di Gesù e può trovarsi, lo sappia o no, alla viglia del tradimento o del rinnegamento del Signore.
Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 15, 31-32) dal Vangelo del giorno (Lc 15, 1-3.11-32) nel Sabato della seconda settimana di quaresima
«… Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”»
Audio della riflessione
Purtroppo oggi lo si sperimenta sempre meno perché stanno abbondando i figli unici, ma la bellezza di poter vivere con almeno un fratello o una sorella è impagabile: si litiga, ci si cerca, si bisticcia, ci si confida, ci si coalizza contro i grandi, ci si fanno confidenze … insomma, si impara a convivere … si sta su un piano di parità, anche se con qualche difficoltà derivata dalla differenza di età che determina un diverso rapporto con i genitori.
In certo senso, qualcuno deve «perdonare» ai suoi fratelli di essere nati prima! E questi devono perdonare a qualcun altro di volerli «spodestare»! E’ il gioco della vita …
Così lo viveva – penso io – un’altra singolare famiglia quella, per intenderci, del figliol prodigo, di quel papà che aveva due figli, sicuramente in competizione, sicuramente ambedue amati senza condizioni: uno non ne può più e se ne va di casa non prima di essersi fatto dare un bel gruzzolo di soldi.
Tutti ricordiamo cosa capita: i soldi finiscono subito, i vizi sono tanti, le mosche si attaccano al miele, e il giovanetto si trova solo, ripulito di ogni possibilità di vivere, con il cuore a pezzi, una vita rubata e l’anima distrutta.
L’altro fratello aveva sentito per un po’ la nostalgia, ma alla fine si è allargato, ne ha potuto invadere e prendere tutti gli spazi, la sua stanza, il suo stereo, il suo computer, la sua mazza da baseball, la sua moto… ma non ha potuto prendere il suo posto nel cuore del padre che invecchiava prima del tempo dal dispiacere e continuava a sperare in un ritorno … e il miracolo si avvera: il cuore del Padre aveva ragione a non disperare, ma il cuore dell’altro figlio subisce una contrazione egoista.
“Ancora qui? A dividere un’altra volta quello che è mio. Troppo comodo: torna dove sei stato … e tu papà non farti intenerire il cuore, io qui ci sono sempre stato e ti ho sempre servito (e sopportato dice tra i denti). Le mie albe e i miei tramonti li ho vissuti chiuso qui, senza una festa perché tu non mi vedevi, perché pensavi solo a lui. Credi che non mi sia accorto? E adesso vuoi che io faccia festa per questa usurpazione che si è consumata ogni giorno nella mia vita?”
Ragioni forse ne aveva, ma il cuore era indurito: non si ama così un papà, meglio sbagliare e pentirsi che avere un cuore di pietra … e se vuoi cambiare ringrazia Dio che hai un fratello che te l’ha fatto capire, anche se il dolore che ha guadagnato il tuo cambiamento l’ha pagato ancora tutto tuo Padre, il Signore.
Quaresima è speranza di avere un cuore di carne al posto del cuore di pietra che ci siamo costruiti!