La carezza di Gesù

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 11, 28-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Audio della riflessione

Abbiamo tutti bisogno di essere coccolati: non è più sufficiente oggi per un bambino vedersi vicini i genitori, saperli sempre attenti alla sua vita, aspetta di venire a contatto fisicamente delle carezze del papà e della mamma.

C’è bisogno di un contatto fisico in un mondo fatto di immagini e di disegni, di cartelloni e di proiezioni, di virtuale e di “fiction”; può essere anche una necessità imposta dalla moda, ma sicuramente è segno di un desiderio innato di sentirsi di qualcuno, è la dimostrazione che l’uomo senza l’amore non può crescere.

Se a un ragazzo, manca l’amore, manca la vita: tutti i disastri che combinano i giovani hanno spesso solo una motivazione, non sono stati amati abbastanza.

Gesù sta tentando di tirarsi su dei discepoli, delle persone che stanno con lui, che condividono con lui la tensione verso il Regno, che lo seguono nella sua “tournèe”: a loro vuole affidare il compito di continuare la sua missione e li vede spesso smarriti, sconsolati.

Non sempre le cose vanno bene: nella vita devi resistere, non mollare perché se aspetti le consolazioni, puoi morire di spasimo. Se non hai una carica interiore, un riserva di forze e di motivazioni, saresti sempre col morale ai tacchi.

Ebbene Gesù esce con quella bella espressione che vorremmo sentirci dire tutti noi sui nostri tempi di disperazione, sulle nostre povere vite, sui nostri scoraggiamenti, sulle nostre solitudini, sui fallimenti, sulle incomprensioni: “Venite a me, che vi consolerò, vi coccolerò, vi ristorerò, vi darò la carezza della mia vita; vi passerò l’amore infinito che mio Padre non mi fa mai mancare; vi metterò a parte della mia intimità con Lui. Voi non sapete che significa avere un Padre così. Io sono qui per darvene una prova. Non immaginate che cosa sarà di voi, di noi tutti quando saremo nelle sue braccia. Intanto riposatevi nelle mie. La vita sarà sempre dura, la vita porterà sempre travagli, ma non vi dovete sentire abbandonati. Il peso che vi ho dato non ve lo scarico io, ma vi do la forza per portarlo con gioia assieme a me.”

E abbiamo visto quanti santi, quante mamme e papà da una preghiera, da un colloquio così familiare con Dio sono riusciti a conquistarci all’amore, a rendere la nostra vita più piena e felice, a ricuperare forze di bene.

E’ proprio vero che Dio non ci abbandona mai.

9 Dicembre 2020
+Domenico

Fuori dalle sacrestie e oltre i sagrati

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,36-38) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 35-10,1. 5-8)

Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!».

Audio della riflessione

La nostra vita cristiana spesso si sviluppa solo entro gli angusti confini delle nostre strutture ecclesiastiche: la sete di Dio oggi abita nelle coscienze di molte persone, ma noi cristiani spesso stiamo abbarbicati nei nostri comodi e pacifici spazi.

Gesù con i suoi discepoli è perentorio: “rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Uscite dal tempio e andate per le strade”.

Oggi la Parola di Dio deve risuonare ovunque: l’abitudine a isolare il cristianesimo o alla coscienza privata o alle nostre sacrestie è un insulto al Vangelo, è una ingiustizia nei confronti dei tanti che hanno bisogno di Dio, che hanno sete di Lui e se lo vedono sottrarre dai nostri comodi loculi. 

Il mondo non è una sterpaglia – dice Gesù – non è una landa di ululati solitari, non è un groviglio di domande assurde, non è una accozzaglia di casualità senza senso: il mondo è una “messe”, è un terreno fertile; in esso è già maturato da sempre un desiderio, è saturo della attesa di uno sbocco, aspetta solo che qualcuno dia inizio a una mietitura … invece la nostra visione di mondo è sempre la fotografia, di ostilità, di mali, di lontananza da Dio …

Gesù dice invece che è una messe, che ha bisogno di operai che la raccolgono: ci viene offerta su un piatto d’oro una sete e noi, che custodiamo la sorgente, non la mettiamo a disposizione; ci viene offerto un campo maturo e noi non siamo capaci di raccogliere i frutti. 

Avvento è anche accorgersi della sete di Dio che c’è nel mondo e offrire la sorgente: è portare a compimento una attesa con il dono della sua Parola … e torna ancora la parola precisa, che definisce la sollecitudine di Gesù: compassione.

Gesù ha compassione della gente stanca, sfinita e sbandata: sono tre aggettivi che  possono ben fotografare noi uomini e donne di oggi, giovani inesperti e in balia di tutte le possibili novità e adulti disorientati a guardare continuamente indietro e a sperare di riportare il mondo come era prima.

Ma il futuro è sempre davanti, il futuro è sempre Gesù, il futuro è sempre scritto nella nostra decisione di offrire gratuitamente il Vangelo: gratuitamente, perché è dono di Dio, che non si può tenere tra le mani, ma che si deve continuamente mettere a disposizione di tutti, anche attraverso la nostra uscita gratuita.

Dio non ci abbandona mai: anche in questa pandemia è necessario che noi facciamo risuonare la gioia del Vangelo che il Signore qualche volta – talmente buono – ce lo fa provare dentro, irrompente.

5 Dicembre 2020
+Domenico

E si aprirono i loro occhi

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 9,27-28) dal Vangelo del giorno (Mt 9, 27-31)

In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguirono gridando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!».

Audio della riflesione

Un cieco non può affidarsi a un altro cieco, altrimenti tutti e due vanno a finir male; due povertà messe assieme rischiano di fare la miseria, una compagnia di balordi costruisce una banda, un gruppo di amici delinquenti fanno una cosca. Il male messo assieme si fa più forte.

Non è così invece di quei due ciechi che tendendo l’orecchio e sentendo la folla si accorgono che sta passando Gesù, anzi percepiscono che si sta allontanando dalla loro portata. Se Gesù si allontana la loro vita è finita, la speranza di poter anch’essi godere della sua capacità di guarire si dissolve: prendono allora l’iniziativa e si mettono a seguirlo gridando, sono ciechi e rischiano di sbattere contro un muro o di finire in un fosso, ma si fanno guidare dalle loro grida, dall’eco che i loro lamenti suscitano nella folla attorno a Gesù, e sperano di essere orientati finalmente dalla sua risposta.

Urlano a più non posso: abbi pietà di noi!

Le loro grida possono tornare vuote su di sé, possono avere come risposta solo il silenzio, ma non è così: condividono la cecità, gridano assieme a Dio, e più tardi dirà Gesù “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì ci sono Io”.

La loro amicizia non è a delinquere, ma è per continuare a sperare, è un affidamento, è la vittoria sul proprio egoismo, è la solidarietà della ricerca, della speranza.

E così avviene: Gesù ascolta le loro domande e la sua risposta li fa sentire ancora sulla strada buona, toglie loro la paura di essere stati abbandonati e lasciati soli come da tempo capitava per la loro esistenza.

Hanno fatto bene a insistere, a continuare a sperare, a credere che Gesù è lì anche per loro: quante giornate avevano passato assieme a chiedere l’elemosina, a tastare con ansia quello che la gente faceva cadere nelle loro bisacce, quante volte si erano lamentati ed erano riusciti a non disperare.

Ora Gesù li provoca: “ma siete proprio sicuri che io possa ottenervi ciò che chiedete? Mi state gridando dietro perché volete farvi sentire, per uscir dal vostro isolamento o vi affidate a me? Credete davvero che io sono per voi una speranza o sono uno dei tanti tentativi che volete fare nel colmo della vostra disperazione? Avete fede? Credete che Dio mi abbia mandato a voi per farvi provare la sua bontà? Siete sicuri che stanno avverandosi i tempi del messia?”

La risposta dei ciechi è fede pura: “Sì, Signore. Sì, Kyrios. Lo chiamano Signore, lo mettono in relazione con Dio, l’Altissimo.”, e Gesù che vuole solo la fede tocca i loro occhi e ridà la vista.

I due ciechi siamo noi, siamo noi con le nostre piccole e grandi disperazioni, le loro grida sono le nostre invocazioni accorate, la loro convinzione e fede in Gesù deve essere la nostra, in questa certa attesa della sua venuta, perchè Dio non ci abbandona mai.

4 Dicembre 2020
+Domenico

Ci vuole una roccia, non la sabbia

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 7,24) dal Vangelo del Giorno (Mt 7, 21. 24-27)

«… Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia …».

Audio della riflessione

Si continua a dire che oggi mancano i valori, mancano i riferimenti, i giovani non hanno nessuna certezza cui aggrapparsi, ciascuno naviga a vista, senza bussola, senza sapere dove sta andando … mai come oggi si sente la necessità di ancorare l’esistenza a qualcosa di solido, di incrollabile, a qualcosa che ti dà sicurezza.

Vuoi affrontare la vita di famiglia, vuoi affrontare un nuovo lavoro, ti vuoi impegnare in una attività sociale, ma vuoi sapere su che basi … solide.

Quando si applicano queste ansie al mondo economico, alla vita fisica, agli interessi della produzione si esce il prima possibile dall’incertezza: le banche si abbarbicano a principi solidi di credito, non si possono permettere avventure, anche se qualcuno le tenta ingannando tutti.

Nella conduzione delle nostre piccole o grandi economie domestiche si cercano punti solidi: lavori sicuri, impegno di piccoli o grandi capitali con tanta oculatezza e spesso si sperimenta il fallimento lo stesso, manca il lavoro, vengono meno le solidarietà.

E nella vita spirituale? Purtroppo ci adattiamo a tutto, seguiamo la moda, ci facciamo ingannare dalle pubblicità, da stili di vita ingannevoli “i classici specchietti per le allodole”: il mondo dei mass media spesso è complice a ragion veduta, distribuisce ricette di felicità insospettabili, ti fa balenare davanti agli occhi una falsa felicità.

Gesù ha una immagine che stigmatizza molto bene questa situazione: stiamo costruendo la nostra casa sulla sabbia, stiamo costruendo la nostra vita sul niente, sull’effimero, sull’inconsistenza, sui disvalori, sull’inganno! Non regge, non è possibile avere futuro: puoi stare a galla in tempi normali, forse, ma basta una piccola difficoltà che tutto crolla … e siamo sufficientemente smagati per vedere quanto maggiori sono i tempi di burrasca nella vita che i tempi di tranquillità.

Sembriamo gente che si mette in viaggio con un bel cielo sereno e crede che sia sempre così, non si ricorda del vento, della pioggia, del freddo, della bufera: crede sufficiente la solita maglietta, affronta l’inverno in maniche di camicia – diciamo noi.

La nostra vita va fondata sulla roccia, non può rischiare di franare per il primo colpo di vento, e la roccia, i valori, il riferimento, la sicurezza è Gesù, è la sua parola, attuata!

Avvento è anche tempo di costruzione di fondamenta solide, è fondare la vita su Gesù: se facciamo questo stiamo sicuri che la roccia che è Dio non cederà.

Il suo amore è per sempre, in tutti i tempi, in tutte le burrasche, come questa pandemia.

Dio non ci abbandona mai!

3 Dicembre 2020
+Domenico

La processione dei dolori cerca Gesù e esplode la vita

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 15, 29-31) dal Vangelo del Giorno (Mt 15,29-37)

In quel tempo, Gesù giunse presso il mare di Galilea e, salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che vedevano. E lodava il Dio d’Israele.

Audio della riflessione

Ci sono delle giornate in cui ti prende un grande sconforto: sembra che il male si accanisca sempre più sulle nostre vite! Ti sembrava di avere messo in fila tanti bei gesti, di avere impostato tante buone attività, di aver creato anche consenso attorno a una visione di vita bella, solidale, pulita e invece torna la delinquenza, il male più efferato. Le notizie dei telegiornali sono una sequenza di fatti disgustosi, di ingiustizie insuperabili e di comportamenti impazziti di odio, di vendetta, di cattiveria.

Ma sarà sempre così la vita dell’uomo? Siamo tutte belve che si accaniscono una contro l’altra? E’ possibile immaginare una vita diversa o chi lavora per la bontà sarà continuamente sconfitto? Lo stesso senso di impotenza lo sperimentiamo anche in noi, nella nostra vita interiore, nelle nostre vite di coppia, di famiglia, nelle relazioni tra amici.

Quando passa Gesù tutta la sofferenza esplode, gli si accalca contro, lo sommerge: ciechi, zoppi, storpi, malati, indemoniati, violenti e arrabbiati, approfittatori e pazzi … tutti si contendono la sua Parola, il suo tocco, i suoi sguardi. Avvertono che lui è la salvezza, lui è la possibilità di tornare ancora a vivere … e Gesù prova compassione, non passa sulle nostre sofferenze perché lui deve predicare, deve dire cose più importanti, ha i suoi progetti, ha un fine già stabilito da sempre che non gli permette di accorgersi di noi.

Lui si vuole accorgere di noi, il suo progetto è la nostra felicità, il suo scopo è condividere con questa nostra umanità il desiderio di bene e la constatazione di essere malvagi, le malattie e la voglia di essere guariti, le infermità che tolgono la gioia di vivere e la speranza di tornare a stare in compagnia di tutti: ha compassione di te, di me, di tutti quelli che desiderano vivere, ma non ce la fanno per la loro tragica situazione.

Gesù sente compassione ancora oggi di chi sta da sempre armato fino ai denti per sopravvivere, di chi non conosce affetti e comprensione, di chi ha scritto nelle sue carni il dolore di una malattia e dona salvezza e speranza.

Il Signore asciugherà le lacrime da ogni volto, eliminerà la morte per sempre. Potremo dire tutti: il Signore ci ha veramente voluto bene, abbiamo sperato in lui e ci ha esaudito.

Il Signore in cui abbiamo sperato è Gesù, e non ci abbandona mai Dio neanche in questa pandemia infinita, in attesa che ci convertiamo a un uovo modo di vivere, di sentirci tutti corresponsabili e solidali, con gli occhi aperti su chi sta ancora più male di noi.

2 Dicembre 2020
+Domenico

Subito e senza tentennamenti: Sant’Andrea

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt. 4, 18-22)

In quel tempo, mentre camminava lungo il mare di Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedèo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
                               

Audio della riflessione

Si può stare giorni e giorni ad aspettare che la vita si risolva da sola, si può pensare che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole e adattarsi a sopravvivere; si può invece tendere la vita a tutto quello che la realtà ci propone e cercare di capirne il mistero.

Talvolta è un amico, talvolta una situazione, spesso è una chiamata precisa, che ti si impone: così è capitato ad Andrea il fratello di Simone, mentre stavano pescando nel lago di Tiberiade … vita dura, tensione, attesa, delusione, sorpresa erano i sentimenti che si susseguivano ogni giorno nel loro lavoro.

Gesù li aveva osservati tante volte, e aveva capito che erano gente decisa, rotta alla fatica, resistente … e li ha chiamati perentoriamente, come spesso faceva Lui.

Seguitemi!

Non ha detto “vi andrebbe di… che cosa pensate se… chissà che possa esservi gradito…” Ha detto: “seguitemi, vi farò pescatori di uomini. Non siete fatti per stare a consumare la vita su queste barche, dentro questo lago, a gettare e ritirare reti. Voi siete fatti per un piano più grande, il piano di Dio che vi vuole decisi a coinvolgere gli uomini nella sua missione.

Aveva visto bene Gesù, aveva intuito che ci sono uomini che si lasciano prendere da ideali alti, da missioni impossibili: Gesù quando chiama a collaborare chiede il massimo, mai il minimo, anche se sa rispettare i tempi di crescita.

Andrea risponde immediatamente con un avverbio: subito, una decisione senza ripensamenti; lasciate le reti e un programma, lo seguirono. Gli andarono dietro, stettero con lui, si misero a condividere i suoi sogni oltre che i suoi passi. La vita è così; intercetta una chiamata e si butta a seguirla.

Il cammino che faranno sarà lungo e faticoso, non sempre lineare: difficoltà, scoraggiamenti, incomprensioni, gelosie, dubbi, domande saranno pane quotidiano, ma cambieranno la loro vita.

Andrea si immedesimerà nella missione di Gesù: porterà a lui altre persone, sarà attivo nella moltiplicazione dei pani, quando ha portato a Gesù quel ragazzo con i cinque pani e due pesci.

Darà la vita per Gesù: era stato lui a portare a Gesù il fratello Simone, aveva intuito che su Gesù si poteva scommettere, e gli aveva messo tra le mani la vita.

Quel pomeriggio era stato un gran pomeriggio, quella sera sul lago non c’era stata incertezza, calcolo, pronostici o tergiversazioni, ma decisione e fiducia, generosità e abbandono nella mani di Dio che avrebbe sicuramente sempre riempito la sua vita, senza mai abbandonarlo anche nel dono totale di sé, su una croce decussata a X come sempre viene rappresentata la morte di Sant’Andrea.

30 Novembre 2020
+Domenico

Siamo di poca fede; tu sei sempre il nostro amato Padre

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 14, 22-33)

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Ci capita spesso di partire decisi, spavaldi, senza calcoli, convinti e poi perdere ogni ragione valida del nostro percorso: restiamo fermi a metà strada, perdiamo ogni stimolo, cerchiamo invano motivi, ci sentiamo vuoti e ci blocchiamo … è il classico mettere mano all’aratro e voltarsi indietro.

Pietro l’aveva provato sulla sua pelle quel giorno che deciso aveva chiesto a Gesù di poterlo raggiungere camminando sull’acqua: lo guardava fisso ed era talmente intenso lo sguardo, l’attrazione, il fascino che non ammetteva distanza o separazione da Gesù. Era stato in intimità con Gesù, aveva capito quanto fosse grande la sua forza e l’entusiasmo si cambiò in domanda, la domanda in passi sicuri.

A un certo punto però gli vengono meno tutti i motivi dell’entusiasmo, abbassa gli occhi su di sé, si trova quel pover’uomo che siamo tutti e comincia ad affondare: solo la fede in Gesù lo sosteneva! Ma a poco a poco è venuto meno quello sguardo fiducioso, si è incrinata la certezza, si è inscritto il dubbio. E Gesù, non solo in questa occasione, ma anche altre volte gli si rivolge, e si rivolge a tutti noi, chiamandolo uomo di poca fede.

Siamo di poca fede, quando ci vogliamo sostituire a Dio, quando crediamo di essere noi i padroni della nostra vita, quando ci sentiamo il centro di tutto; siamo di poca fede quando la riduciamo a ricetta per risolvere i nostri mali, a scaramanzia per le possibili disgrazie, ostentazione delle nostre sicurezze … allora svanisce l’abbandono in Dio, non abbiamo più lo sguardo fisso su Gesù, ma lo abbassiamo alle nostre debolezze, ci fa paura l’impegno, ci assilla la sicurezza e cediamo. Ci rintaniamo nelle nostre visioni da miopia.

E’ come quando si imparava a usare la bicicletta, ricordate? Si abbassava lo sguardo ai propri piedi sulle staffe e si perdeva l’orizzonte e l’equilibrio. 

Pietro forse voleva “tentare” il Signore, mettere in campo un po’ di spavalderia, ma Gesù lo prende sul serio, rende vero l’impossibile se tu ti abbandoni in Lui.

La fede – però – non è una “quantità”, ma un modo di collocarsi nei confronti di Dio, una dimensione profonda dell’esistenza che non si misura a chili, ma a gesti di affidamento totale, a dialoghi fiduciosi, ad abbandono convinto senza riserve. E noi vogliamo sempre sentirci amati da Dio, affidati a Lui, fiduciosi del suo aiuto, accarezzati dalla sua mano, affascinati dalla sua bontà che non ci viene mai sospesa.

In questa pandemia che ci affligge, vorremmo anche noi avere lo slancio di Pietro, ma anche il necessario aiuto, forza, sostegno, coinvolgimento di Gesù nella nostra vita spesso disperata e penso soprattutto a chi è in terapia intensiva.

Signore, stendi la tua mano su tutti noi! Siamo tutti gente di poca fede, di tentennamenti, di paure, di chiusure su noi stessi: dacci lo slancio dell’abbandono tuo nelle braccia del Padre, dacci la certezza che fuori dalle tue braccia non cadremo mai.

La festa delle basiliche dei santi Pietro e Paolo ci leghino ancora di più alla roccia che è diventato Pietro per la tua Chiesa.

18 Novembre 2020
+Domenico

Tu per chi vivi o hai vissuto?

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25,14-30)

Audio della riflessione

Non era sicuramente un giovane quel personaggio della parabola dei talenti che ricevutone uno lo va a seppellire perché lo vuol conservare e restituire a un padrone che si immagina esigente, ma ingenuo!

E’ difficile che un giovane seppellisca i suoi talenti: lui scatta, lavora, briga, è furbo, ha fantasia, creatività, non sta mai fermo, si entusiasma …

Chi si tiene il suo talento stretto e lo va a sotterrare, proprio non lo capisco: è un poveraccio! E’ vero: tu hai sempre moltiplicato le doti che ti trovi in corpo: la bellezza, la giovinezza, l’intelligenza, l’affetto, la vivacità. Quando eri in compagnia era una gioia averti dei nostri.

Spontaneità è la parola giusta: un giovane è spontaneo, gli viene facile esserci simpaticamente. Non ha bisogno di ascesi faticosa per lanciarsi.

Ma … posso farti una domanda? Per chi hai moltiplicato tutte le tue qualità? Quale era il motore di questa spontaneità? Quando ti sei trovato con la catena della vita a terra che hai fatto? Hai cambiato compagnia … allora non moltiplicavi che per te, ti facevi i fatti tuoi, avevi le tue mire; secondi fini sicuramente no, ma incoscienza molta, autocentratura massima e specchi a non finire. Sei sempre stato tu il centro di tutto: hai continuamente spostato il tempo delle tue decisioni, perché ti sembrava di andarti a seppellire se decidevi di sposarti o di prendere un impegno serio nella vita.  Forse non avevi sepolto i tuoi talenti, ma li andavi tutte le mattine a lucidare, a vedere se ancora c’erano, a calcolare che non si svalutassero, a mostrarli in vetrina per convincerti che il loro valore non diminuisse.

E’ come se li avessi sepolti: quando Dio ti chiamerà non potrai dire “eccone altri cinque”, o altri due o altri dieci, perché se li hai usati e moltiplicati solo per te saranno ancora gli stessi. Ti sembrerà di averli moltiplicati, ma li hai solo guardati con una lente di ingrandimento, sono sempre e solo quelli di partenza.

Potevi tenere per te l’amore? Potevi tenere per te gli affetti, l’intelligenza, il tuo sorriso, la tua gioia, la tua giovinezza? Potevi far girare attorno a te tutto il mondo? Potevi vivere continuamente di rendita, senza mai metterti a disposizione? Come hai fatto a pensare che il mondo potesse diventare migliore senza il tuo semplice, ma necessario contributo? Donare non è seppellire, ma moltiplicare! Scegliere di donare la vita non è bruciarsi, ma ritrovarla sempre piena.

Duro alla fine il padrone: li hai sprecati e quindi te li sei giocati. E’ meglio che li passi a qualcun altro che li metta a disposizione.

L’egoismo, l’autocentratura, il far girare tutti intorno a noi sono la sconfitta della vita, non solo di una fede: aspetti di essere nonno per capire che ciò che resta nella vita è solo quello che hai donato, non certo quello che hai accumulato per te?

Non sotterrare mai niente di quello che hai, perché stai sotterrando quello che sei.

15 Novembre 2020
+Domenico

Non fa l‘fanatico, vedrai che ce la facciamo lo stesso

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 25, 1-13)

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Nella vita ci capitano spesso cose improvvise, nonostante tutte le precauzioni che abbiamo preso: gli incidenti stradali, le malattie, eccetto il COVID-19, che però sai che c’è, pratichi tutte le mascherine e abluzioni possibili, poi ti trovi che sei positivo, le stesse persone che incontri dopo tanto tempo ti spaventano.

Ci sono cose però che pur vengono all’improvviso, però sai che arrivano, ti alleni a vigilare per il lavoro stesso che tu fai. Qui ci deve essere sempre molta attenzione devi stare sempre all’erta.

Essere preparati a vivere bene tutti gli avvenimenti che la vita ti porta non è sempre facile: talora siamo in ansia, come quando si aspetta la nascita di un bambino, la data di un esame, il giorno del matrimonio, altre volte invece ci si adatta, ci si spegne e anche le cose più importanti ti passano senza che te ne accorga e perdi occasioni belle, determinanti e decisive.

Hai messo il silenziatore alla tua vita, ti sei collocato in stand by e aspetti che la vita si faccia da sola, le decisioni si realizzino automaticamente … e invece la vita passa e non te ne accorgi.

Erano con attese di questo secondo tipo, anche se non erano della protezione civile, quelle ragazze che dovevano fare festa allo sposo: dovevano aspettarlo per celebrare con lui le nozze, per dire con le loro grazie la bellezza della vita; cinque di loro erano sveglie, in attesa, preparate, sollecite; le altre invece tranquille, ancor peggio adattate e assopite, svogliate e pigre. Sembrano il ritratto del nostro “tirare a campare”: ma sì, vedrai che a tutto si trova un rimedio … molti si affannano, ma vedrai che noi all’ultimo momento troveremo di intrufolarci in qualche parte, riusciremo come sempre a soffiare il posto a qualcun altro, a sfruttare l’occasione. Se siamo in ritardo passiamo sulla corsia di emergenza!

Una vita che non prende mai decisioni, si adatta e naviga a vista, non progetta, né prevede, non costruisce, ma vive di rimedi, non collabora, ma sfrutta. Il gioco può essere anche bello, ma lo sposo, il centro della festa, lo sposo che è il Signore Gesù, non lo si può aspettare addormentati sulle nostre comodità, invischiati nei nostri egoismi e pigrizie, calcolando inganni a danno dei buoni.

Il Signore passa e se non trova un cuore pulito che lo invita, gli fa posto, non forza, non costringe, non toglie la libertà che stiamo usando male, la rispetta e passa oltre.

Altri sono in attesa di lui, hanno fame della sua parola, sanno che le sue nozze sono determinanti per la loro vita: lo avranno, lo accoglieranno, faranno di lui il centro della loro festa.

Infatti il Vangelo, in maniera quasi inaspettata per il nostro buonismo che non permette mai di dire “si, si; no, no” ma che continua con falsa pietà a giustificare tutto, dice perentorio quella frase tremenda e agghiacciante “e la porta fu chiusa”.

Fu chiusa la porta non della bontà e della misericordia di Dio, ma della coscienza, della libertà spesa bene, della vita generosa, della ricerca della vera felicità. Fu chiusa la porta delle scelte, per entrare nella delusione dell’adattamento.

E’ in gioco la nostra vera gioia, ma dobbiamo essere coscienti che Dio è sempre esigente, proprio perchè ci dà tutto quello che è necessario per fare la scelta giusta. 

8 Novembre 2020
+Domenico

La santità della porta accanto

Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 5, 1-12)

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Da quando papa Francesco ci ha regalato quella bella enciclica sulla santità e ce l’ha spiegata come un dono che Dio ci fa, che mette a disposizione di tutti, questa santità la mette a disposizione anche di chi ti sta nella porta accanto … forse siamo riusciti a rendere più bello e desiderabile la parola “santo”, “santa”, attribuito a persone che sono sempre come noi.

Se ci capita di partecipare e vedere con i nostri occhi una bella Messa come quella della beatificazione di un ragazzo vivace di 15 anni, del tutto simile ai nostri adolescenti, pulito, entusiasta, seminatore di amici, modernissimo, capace di chattare, di creare followers, di comunicare le cose belle di Dio, di Gesù, della Eucaristia, con gli strumenti modernissimi della comunicazione come il beato Carlo Acutis … allora non solo ci piace la parola santità, ma ne sentiamo  anche la nostalgia e ci sembra più … non più impossibile incontrarla!

Purtroppo noi siamo sempre preoccupati, quando leggiamo il Vangelo, di vedere che cosa Gesù ci dice di fare, trasformando così il cristianesimo in una serie di norme morali da seguire, di precetti e di obblighi che ci stringono e ci tolgono la gioia della libertà, senza percepire e godere di quel rinnovamento profondo, quella pace, quella serenità che invece Dio provoca nella nostra coscienza quando apprezziamo le cose buone, quando siamo capaci di essere un po’ meno “orsi” con tutti, gioiosi, accoglienti, sereni, pazienti … quando siamo capaci di condividere vita, affetti, dolori immancabili, aiutando e sentendoci aiutati.

Il sorriso di Carlo è il sorriso di Gesù, il sorriso della santità.

Dio stesso, l’onnipotente, ha cura di noi e si dedica a noi: Dio ci consolerà, sarà lui che asciugherà ogni lacrima dei nostri dolori, giusti o ingiusti, meritati o no, che proviamo nella vita.

Dio, il Padre, ci darà la possibilità di sentirci radicati, di non essere mai spaesati, di avere una precisa identità: il beato Carlo Acutis questo ci ha aiutato a capire.

Dio ci chiamerà alla mensa e la comunione con lui ci riempirà di gioia: Dio non ci rinfaccerà niente, non serberà rancore verso nessuno; ci toglierà il rimorso per il bene che non siamo stati capaci di fare, per la cattiveria che purtroppo ci ha stregati durante tutta la nostra vita.

Dio stesso ci renderà capaci di scorgerlo nelle trame dell’esistenza, fino alla pienezza dell’incontro con Lui … e alla fine saremo chiamati figli di Dio, perché Dio stesso ci chiamerà a far parte di una famiglia indistruttibile, a prova di affetto, di amore, senza tema di essere abbandonati o scaricati dall’inconsistenza di un banale egoismo.

Questa è la buona novella del regno!

Questo è il Dio che Gesù ci ha abituato a sognare e che sicuramente si presenterà a noi: un Dio così lo pensiamo per i poveri di tutto il mondo, Lo preghiamo per chi soffre la guerra, per chi non ha casa e continua ad essere sballottato da una terra all’altra.

La santità del cristiano nasce qui: non sarà mai lo sforzo dell’uomo che cerca di spiritualizzare la sua vita. E’ mettersi nella logica di Dio. E’ anzitutto dono di Dio che ci ama e ci dona se stesso in Gesù.

Gesù, crocifisso e risorto, è le beatitudini: nel suo volto di dolore Lui è povero, afflitto, mite, affamato e assetato di giustizia, puro di cuore, pacificatore e perseguitato. E da risorto è suo il Regno, è consolato, eredita la terra, è saziato, trova misericordia, vede Dio, è in pienezza Figlio di Dio.

Le beatitudini manifestano chi è Dio, suo e nostro Padre, mostrano il volto che lo Spirito Santo cesella in noi facendoci un ritratto originale di Gesù; le beatitudini sono il ritratto di Gesù e il progetto di Dio su ogni credente. Non c’è altra possibilità per un ragazzo o una ragazza, per l’uomo e per la donna di realizzarsi pienamente e di vedere l’altro già chiamato da Dio ad essere così.

Se oggi andiamo anche ai cimiteri, cerchiamo di ricordare i sorrisi che le nostre mamme e i nostri papà ci hanno fatti: erano per noi, e lo sono ancora di più oggi i sorrisi di Dio.

1 Novembre 2020
+Domenico