Una riflessione sul Vangelo secondo Luca (Lc 24, 39) dal Vangelo del giorno (Lc 24, 35-48)
Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho»
Audio della riflessione
L’esperienza tragica della morte è nostro pane quotidiano: giustament …e la nascondiamo perché vogliamo vivere, perché la vita dell’umanità è più forte delle morti che la ridefiniscono continuamente … ma, non è nascondendola che la possiamo vincere, è guardandola nella vicenda di Gesù.
I giorni dopo la Pasqua sono molto concitati: i discepoli si vedono ripopolare i loro momenti privati o comunitari, a Gerusalemme o in Galilea, dalla presenza del risorto; Lui si dà a vedere, si presenta inaspettato, torna a “fare compagnia”, soprattutto li vuol aiutare a sperimentarlo in questa nuova vita che ha conquistato.
E’ Lui, Gesù, il crocifisso, risorto, Lui con la bellezza del suo volto: Visto così dopo quegli spasimi, quella devastazione è ancora più bello! Non è un fantasma, non è una presenza da X-files, non è una apparizione evanescente, è Lui! Non solo, ma qualcosa di più, non di diverso: non è un altro, ma Lui ancora in una vita piena, definitiva, nuova, il punto più alto cui la nostra umanità è stata chiamata ad essere.
Non è un morto ritornato in vita, che ha spostato la data della morte: su di lui la morte non può più niente, è sconfitta, è una nuova creazione, la nuova umanità della categoria d’ora in poi definitiva, insuperabile, senza concorrenza: la categoria del risorto a vita piena; per questo torna a mangiare con loro, presenta loro i segni della passione.
Quel corpo su cui tutti credevano di aver detto l’ultima parola, di aver scatenato tutto il male che potevano, ora è glorioso: Dio sa non solo ricostruire la sua immagine e la sua corporeità, ma la rende nuova e definitiva, per tutti noi.
La risurrezione non è soprattutto un fatto di cui meravigliarsi, perché superiore alle nostre possibilità o alla nostra fantasia, ma diventa il punto di arrivo di tutti noi.
C’è un mondo “altro” che bisogna lentamente creare, in cui in maniera impensata occorre traghettare ogni vita donata da Dio; ebbene il giorno della Risurrezione questa nuova vita ha fatto il suo ingresso nel mondo e ha trascinato con sé tutti gli uomini.
Dio non ci aveva creati e buttati a caso nel mondo, ma ci aveva predestinati a questo, perché Lui non ci abbandona mai.
Una riflessione sul Vangelo del giorno (secondo Luca, capitolo 24, versetti 13-35)
Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana], due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Audio della riflessione
Sfiduciati, senza futuro, ripiegati su di sé, illusi, con un grande passato alle spalle, senza prospettive e possibilmente evitati da tutti. Non è la fotografia dei reduci del Vietnam o di un gruppo giovanile che alla domenica non sa come far sera tra una sgommata e l’altra in automobile. È il ritratto della nostra vita, del mondo delle nostre relazioni, quando assaporiamo una sconfitta e gli ideali che ci avevano uniti non tengono più. Ciascuno sfoglia nella sua memoria l’album delle fotografie, le ricorda agli altri ma non c’è più niente che ci tiene assieme. È il ritratto di una coppia di sposi che han vissuto e di sono dati amore e d’un tratto, si svuota dell’interno.
È la scena dei due amici, tirati dentro, entusiasti nella avventura di Gesù e ora distrutti e delusi. Credevano di averlo in mano: aveva loro scaldato il cuore più di una volta, avevano visto in trasparenza una vita nuova, ora hanno negli occhi solo il suo cadavere, nei pugni serrati la rabbia di essere stati liquidati, nelle gambe un tentativo di fuga dalla vita. La fede non è proprio come la penso io, anche nella Chiesa non tutto gira bene, ho sempre pensato che ci fosse veramente il bene e lo trovo sempre più impigliato in compromessi. Mi dice un ragazzo di quindici anni: sono stato sveglio tante notti fino alle 5 di mattina a domandarmi: ma Dio esiste davvero? Quei due discepoli, turisti sconsolati della domenica sera che si preparano a fare la coda per rientrare ad affrontare un nuovo lunedì sono la nostra fotografia. Ma hanno una impennata di vita e di luce. Si siedono a tavola con uno straniero che ha cercato tutto il giorno di consolarli. Quello prende un pezzo di pane, lo spezza, lo benedice … Si aprono loro gli occhi: questo gesto è altamente simbolico: è vita donata è spezzata, è un consegnarsi fino all’ultima goccia per amore.
Si rimettono in coda per rientrare a Gerusalemme, ma non sono gli sconfitti della vita, i delusi del proprio passato. Hanno ritrovato la chiave interpretativa della loro vita e della loro fede.
Diremmo noi: sono andati a messa; in quel corpo spezzato hanno trovato le uniche ragioni di vita. Gli si era scaldato il cuore, come se tornassero da una ibernazione, che impediva loro di esplodere, come capita spesso anche a noi quando ci fidiamo solo delle nostre forze. E non hanno più potuto tacere.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 20, 15-16) dal Vangelo del giorno (Gv 20, 11-18)
Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!».
Il pianto è esperienza comune degli uomini, è commozione, è gioia, è dolore, è sfogo, è spesso anche rabbia e desolazione, è il nostro essere che si libera dai sentimenti forti che prova e che si porta dentro.
Le lacrime sono anche un dono: sono la capacità di vincere la durezza del cuore per farci umani, comprensivi, veri, anche liberi … spesso occorre chiedere la grazia delle lacrime, per offrire a noi stessi la capacità di partecipazione umana a quel che ci capita.
Dice il vangelo, che chi piange dopo la risurrezione di Gesù è una donna, che lo aveva seguito, l’aveva ascoltato, cui deve la serenità ritrovata della sua vita: era stata liberata da sette demoni, da allora aveva ricominciato a vivere libera, serena, socievole … era diventata se stessa, non doveva più soggiacere a potenze maligne che la abitavano e la espropriavano della sia identità, dei suoi sentimenti, delle sue relazioni.
Gesù l’aveva ridonata alla socialità … e lei l’aveva seguito, non l’aveva più abbandonato: l’aveva annunciato a tutti il mattino, aveva ridestato dal torpore e dall’adattamento gli apostoli; quel primo giorno dopo il sabato era stata lei a ridare speranza a tutti!
“Là il corpo non c’è più!” … nella sua semplicità pensava solo di poterlo abbracciare cadavere, non era ancora riuscita a entrare nel mistero vero di Gesù, che le aveva cacciato i demoni. Sapeva che era molto di più: aveva detto che Lui era il vivente, il signore della storia e non poteva adattarsi ad essere prigioniero di un cadavere.
Da qui il pianto sconsolato, ma anche il bellissimo dialogo con Gesù. Si sente chiamare con il suo nome: Maria.
Quanto ti fa piacere sentirti chiamare per nome, sapere che qualcuno ti conosce, ti parla, ti tira fuori dalla tua solitudine, ti significa col tono della voce che ti desidera, ti ama, ti vuole bene … e Maria Maddalena, sentendosi chiamare … non può non ritrovare in quella voce il suo maestro.
“Rabbunì, tu mi hai insegnato di nuovo a vivere, io sono ancora qui, ti pensavo perso per sempre, perchè non ti avevo creduto: ora so che sei tutta la mia vita non solo quella passata, ma anche la vita futura, soprattutto quella che oggi mi doni e che annuncerò a tutti” … e la Maddalena divenne per tutti noi l’annuncio che Dio in Gesù risorto non ci abbandona mai.
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno». Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. E se mai la cosa venisse all’orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
Audio della riflessione
Il potere è sempre scaltro: crede di avere in mano tutto, di non essere soggetto a nessuna morale, di poter decidere di tutto e di tutti, anche della verità; insabbiare, sopprimere, depistare, far sparire le prove, compiere ingiustizia sui deboli è il metodo dell’oppressione.
Le gradazioni dell’ingiustizia sono tante: ciascuno di noi ha la sua parte piccola o grande nel non rispettare la verità, del far valere l’autorità per comodo, mettendo la persona sempre al secondo posto se non all’ultimo.
E’ così nelle relazioni affettive, quando si vive di ricatti, nella famiglia, sul lavoro … la ricerca della giusta causa è un perditempo che non ci si può permettere nel mondo convulso di oggi.
Hanno tentato di insabbiare anche la risurrezione: le guardie si sono trovate davanti la tomba vuota, pur avendo vigilato alla grande e con precisione tutta notte.
“Da qui nessuno è uscito, lo avremmo ben visto; di qui nessuno è passato, lo avremmo fermato. Non abbiamo notato nessun movimento strano e nella nostra ultima visita tutto era a posto. Abbiamo lasciato passare qualche donna al mattino, le abbiamo perquisite: olio e balsamo … portavano … andavano a fissare ancora di più quel cadavere alla tomba, ma si sono messe subito a urlare: là il corpo non c’è proprio più!”
E’ la prima conferma alla “magistratura” del fatto straordinario: non sono appena donne esaltate o amici affezionati, ma anche il corpo di guardia … questi non sono mai stati teneri con Gesù, anzi si ricordano ancora come si sono scaricati sul suo corpo.
“Dite che lo hanno rubato mentre dormivate, prendete questi quattro soldi e al resto pensiamo noi” … la pentola senza il coperchio, la protervia contro la verità.ma Gesù non è uscito di prigione come è stato per Pietro che lo hanno visto al tempio a predicare; e hanno constatato in seguito che i cancelli erano ancora chiusi…
20210405lunpasq
Volevano insabbiare anche la risurrezione (Mt 28, 8-15)
Il potere è sempre scaltro, crede di avere in mano tutto, di non essere soggetto a nessuna morale, di poter decidere di tutto e di tutti, anche della verità. Insabbiare, sopprimere, depistare, far sparire le prove, compiere ingiustizia sui deboli è il metodo dell’oppressione. Le gradazioni dell’ingiustizia sono tante, ciascuno di noi ha la sua parte piccola o grande nel non rispettare la verità, del far valere l’autorità per comodo, mettendo la persona sempre al secondo posto se non all’ultimo. E’ così nelle relazioni affettive, quando si vive di ricatti, nella famiglia, sul lavoro. La ricerca della giusta causa è un perditempo che non ci si può permettere nel mondo convulso di oggi.
Hanno tentato di insabbiare anche la risurrezione. Le guardie si sono trovate davanti la tomba vuota pur avendo vigilato alla grande e con precisione tutta notte. Da qui nessuno è uscito, lo avremmo ben visto; di qui nessuno è passato, lo avremmo fermato. Non abbiamo notato nessun movimento strano e nella nostra ultima visita tutto era a posto. Abbiamo lasciato passare qualche donna al mattino, le abbiamo perquisite: olio e balsamo portavano; andavano a fissare ancora di più quel cadavere alla tomba, ma si sono messe subito a urlare.
Ma là il corpo non c’è proprio più. E’ la prima conferma alla magistratura del fatto straordinario. Non sono appena donne esaltate o amici affezionati, ma anche il corpo di guardia; questi non sono mai stati teneri con Gesù, anzi si ricordano ancora come si sono scaricati sul suo corpo.
Dite che lo hanno rubato mentre dormivate, prendete questi quattro soldi e al resto pensiamo noi. La pentola senza il coperchio, la protervia contro la verità.ma Gesù non è uscito di prigione come è stato per Pietro che lo hanno visto al tempio a predicare; e hanno constatato dopo che i cancelli erano ancora chiusi; la risurrezione è tutta un’altra cosa. Non è fotografabile come ogni azione di Dio, come la creazione. Nessuno riuscirà a trovare il Risorto, si darà a vedere soltanto Lui e a chi vorrà e quando vorrà e non sarà una visione da meraviglia, fantastica, ma una gioia interiore, indicibile, coinvolgente, trasformante. Quattro secoli dopo S. Agostino dirà ironicamente: Che bei testimoni mi presenti per dimostrare il furto: gente che dormiva! E se dormiva che hanno visto?
Quando non si vuol credere diventiamo ridicoli, ci attacchiamo a tutto pur di salvarci da conclusioni che ci cambiano la vita, perché credere che Gesù è risorto vuol dire che sono scomodato sempre e tutto. La speranza non si può imprigionare né rubare, ma solo contemplare e adorare.
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Volevano insabbiare anche la risurrezione (Mt 28, 8-15)
Il potere è sempre scaltro, crede di avere in mano tutto, di non essere soggetto a nessuna morale, di poter decidere di tutto e di tutti, anche della verità. Insabbiare, sopprimere, depistare, far sparire le prove, compiere ingiustizia sui deboli è il metodo dell’oppressione. Le gradazioni dell’ingiustizia sono tante, ciascuno di noi ha la sua parte piccola o grande nel non rispettare la verità, del far valere l’autorità per comodo, mettendo la persona sempre al secondo posto se non all’ultimo. E’ così nelle relazioni affettive, quando si vive di ricatti, nella famiglia, sul lavoro. La ricerca della giusta causa è un perditempo che non ci si può permettere nel mondo convulso di oggi.
Hanno tentato di insabbiare anche la risurrezione. Le guardie si sono trovate davanti la tomba vuota pur avendo vigilato alla grande e con precisione tutta notte. Da qui nessuno è uscito, lo avremmo ben visto; di qui nessuno è passato, lo avremmo fermato. Non abbiamo notato nessun movimento strano e nella nostra ultima visita tutto era a posto. Abbiamo lasciato passare qualche donna al mattino, le abbiamo perquisite: olio e balsamo portavano; andavano a fissare ancora di più quel cadavere alla tomba, ma si sono messe subito a urlare.
Ma là il corpo non c’è proprio più. E’ la prima conferma alla magistratura del fatto straordinario. Non sono appena donne esaltate o amici affezionati, ma anche il corpo di guardia; questi non sono mai stati teneri con Gesù, anzi si ricordano ancora come si sono scaricati sul suo corpo.
Dite che lo hanno rubato mentre dormivate, prendete questi quattro soldi e al resto pensiamo noi. La pentola senza il coperchio, la protervia contro la verità.ma Gesù non è uscito di prigione come è stato per Pietro che lo hanno visto al tempio a predicare; e hanno constatato dopo che i cancelli erano ancora chiusi; la risurrezione è tutta un’altra cosa. Non è fotografabile come ogni azione di Dio, come la creazione. Nessuno riuscirà a trovare il Risorto, si darà a vedere soltanto Lui e a chi vorrà e quando vorrà e non sarà una visione da meraviglia, fantastica, ma una gioia interiore, indicibile, coinvolgente, trasformante. Quattro secoli dopo S. Agostino dirà ironicamente: Che bei testimoni mi presenti per dimostrare il furto: gente che dormiva! E se dormiva che hanno visto?
Quando non si vuol credere diventiamo ridicoli, ci attacchiamo a tutto pur di salvarci da conclusioni che ci cambiano la vita, perché credere che Gesù è risorto vuol dire che sono scomodato sempre e tutto. La speranza non si può imprigionare né rubare, ma solo contemplare e adorare.
La risurrezione è tutta un’altra cosa: non è fotografabile come ogni azione di Dio, come la creazione! Nessuno riuscirà a trovare il Risorto: si darà a vedere soltanto Lui e a chi vorrà e quando vorrà e non sarà una visione da meraviglia, fantastica, ma una gioia interiore, indicibile, coinvolgente, trasformante.
Quattro secoli dopo Sant’Agostino dirà, ironicamente: “Che bei testimoni mi presenti per dimostrare il furto: gente che dormiva! E se dormiva che hanno visto?”
Quando non si vuol credere diventiamo ridicoli: ci attacchiamo a tutto pur di salvarci da conclusioni che ci cambiano la vita, perché credere che Gesù è risorto vuol dire che sono scomodato sempre e tutto.
La speranza non si può imprigionare né rubare, ma solo contemplare e adorare.
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Video della riflessione
Tutto nasce dalla caparbietà di una donna che non si dà pace di aver perso il senso della sua vita pur trovato a fatica: lei Gesù l’aveva rincorso, sapeva che non era stimata, strana appariva agli occhi della gente, sette demoni l’avevano posseduta e lui l’aveva liberata, le aveva fatto provare ancora pace, gioia di vivere, armonia di rapporti con tutti, vita desiderabile. Poteva essere ora tutto finito?
Anche lei si stava “adattando”: l’unica cosa che riusciva a pensare di Lui era il suo corpo freddo, piagato, disprezzato e “violato”; almeno lo poteva imbalsamare e … con la sua compagnia di donne solidali nell’amore e nel dolore, aveva già preparato tutto: lo avrebbe ancora potuto toccare, ungere, dimostrargli concretamente affetto, anche se ormai solo a un corpo senza vita, rigido, inerte e senza il suo sguardo … il suo sorriso … il suo sguardo trafiggente e confortante.
Invece, il giorno dopo il sabato, il giorno dopo la festa più grande del popolo – un volgare lunedì, diremmo noi oggi – il giorno dopo di una distensione, di una vita in allegria e in compagnia, che per loro era stata giornata di paura e non di festa, ma comunque il primo giorno dopo, avviene la scoperta più grande della storia umana: viene registrato il fatto per eccellenza che cambia il significato dell’universo.
Il modo di essere portato a conoscenza di tutti, delle TV, della stampa accreditata, degli archivi, degli storici, dei nemici e degli amici, dei pensatori e dei menefreghisti, dei potenti e dei semplici … è la constatazione di un vuoto indecifrabile, incomprensibile, deludente: il grido di questa donna è risuonato tra i vicoli e i mercati di Gerusalemme, ma non sarebbe mai stata presa in considerazione come testimone in nessun tribunale e da nessuna autorità.
Già qui Gesù dimostra di cambiare il modo di pensare comune sulle donne: Là il corpo non c’è più, Gesù è vivo!
Si sentirà più tardi dire: Donna perché piangi? È una domanda che viene ripetuta ogni giorno nella nostra storia: non siamo stati abbandonati a un cieco destino di sofferenza! Il dolore sembra sopraffarci, ma c’è sempre chi ci assicura con un perché che le lacrime pur essendo il nostro pane di giorno e di notte non sono il nostro futuro.
Quel giorno si è aperta una finestra definitiva nella vita degli uomini: la finestra del tempo definitivo, una finestra di eternità!
Era il primo giorno dopo il sabato: Domenica, la chiameranno in seguito, non ricorderanno di Gesù il giorno della morte come si fa di tutti, santi compresi; non si celebreranno centenari del giorno del trapasso, pure tragico, ma di lui si parlerà sempre del giorno dopo il sabato.
La domenica per noi cristiani è il giorno dell’evidenza della resurrezione, della fine delle nostre lacrime, è un regalo che Dio ci ha fatto.
Ci vogliamo sentir dire ogni domenica: perché piangi? Sui tuoi fallimenti, sulle tue carognate che continuamente riesci a inventare, sui tuoi dolori insopportabili, sul tuo peccato, sulla storia che va sempre fuori riga, sul mondo di guerre che continuiamo ad alimentare, sulla disperazione ormai immotivata, sui nuovi modelli di violenza che fanno della religione il campo più ambito per farsi propaganda, per seminare terrore e confusione nelle coscienze, con una crudeltà efferata che non guarda a età, ma solo a fede in Gesù .
I due apostoli di cui parla il Vangelo di oggi, il vecchio e il giovane, Pietro e Giovanni, la nostra stanchezza e la nostra grinta – che possiamo avere anche a cent’anni – ci hanno dimostrato con tre verbi come si possa essere anche oggi cristiani: andarono, videro e credettero! Si sono mossi dalla loro disperazione, sono usciti dal dolore e dalla vergogna del tradimento, hanno aperto gli occhi sui fatti, sulle evidenze messe davanti ai loro occhi, e hanno orientato la loro vita alla fede, l’unica capace di dare ragione di quello che sperimentavano.
La domenica è capace di darci risposte, perché la Domenica è la nostra vera vita: è quella finestra sulla speranza che non verrà mai meno, a partire da questo primo giorno dopo il sabato che ancora noi oggi celebriamo con dignità e … se fosse una virtù, e di questi tempi barbari lo è … e anche con orgoglio.
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Audio della riflessione
Stasera ci viene chiesta la fede: non possiamo appendere nelle scuole o negli edifici pubblici il risorto, ci vuole un atto di fede!
Appendiamo solo un crocifisso, che richiama solo storia e pietà, anche se molti ci negano anche quella.
Stasera facciamo il salto nell’oltre: riconosciamo che l’uomo della debolezza e della croce, l’immagine dei nostri infiniti dolori è il Dio della risurrezione, è il nostro liberatore, è la vita piena e senza fine. Colui che è morto così miseramente senza nessun stoico coraggio è il Figlio di Dio.
L’evangelista Marco nel racconto di questa giornata memorabile (quello sopra riportato, letto nella Veglia di stasera) fa un discorso difficile, perché occorre affidarsi! Occorre avere il coraggio di leggere il terremoto di cui si parla nel Vangelo come definitivo, come quello che ci toglie da ogni disperazione; questo terremoto ci consola, questo terremoto vogliamo chiedere a Dio: è il terremoto della vita che dà inizio alla costruzione di un nuovo mondo.
E’ il cambiamento radicale del nostro modo di pensare, degli stili della nostra esistenza, della speranza oltre ogni paura e dolore. Non è il terremoto che ci fa paura e che ogni tanto colpisce il nostro mondo e soprattutto l’Italia. E’ questo terremoto di Pasqua, il terremoto della vittoria sul male e sulla morte, il terremoto che ha fatto saltare i macigni dalle tombe e dal cuore. “Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro. E’ il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell’odio, della disperazione, del peccato”
E’ questo terremoto che noi vogliamo augurare a tutti, che imploreremo con forza da Dio per tutti i morti di pandemia anche di questi giorni, dei ragazzi sgozzati, crocifissi perché cristiani.
Ricordo una messa celebrata in una suola per la Pasqua dove ho trovato giovani che a fatica hanno fatto un segno di croce, per non farsi tirare in giro dopo dai compagni: questo spesso è il coraggio delle nostra fede, il nostro coraggio quando siamo nella movida o nelle nostre vite private … la nostra fede per mestiere, il nostro forzato credere per non creare problemi dove siamo … ma Dio è grande e ci dimostra continuamente il suo amore e la sua misericordia.
Resurrezione è sapere che abbiamo un futuro più grande di ogni nostra attesa, più forte delle nostre miserie, più autentico dei nostri giuramenti.
Resurrezione è non permetterci in nessuna situazione di dire la parolaccia “ormai” … perché risurrezione significa che c’è sempre più futuro che passato, perché la vita non è la quantità di giorni che ci rimangono, ma la qualità dell’esistenza che viviamo e che si prolungherà senza fine nella braccia di Dio.
Resurrezione è uno spazio di futuro che ci garantisce da ogni morte definitiva e questo ce lo ha regalato Gesù, il Nazareno, il condannato a morte, sepolto e risuscitato.
Siamo contenti e orgogliosi di offrire le nostre comunità credenti ai nuovi battezzati in ogni parte del mondo; chiederemo loro perdono se il nostro esempio tenterà di affievolire quella gioia che stanotte hanno provato, ma vorremmo essere sempre all’altezza della fede che Dio a loro stanotte ha regalato; la loro giovinezza di fede ci aiuti tutti.
3 Aprile 2021 in occasione della Grande Veglia Pasquale +Domenico
Ritorna la Pasqua anche se la pandemia non vuol saperne Ritorna la Pasqua, anche se la primavera ritarda Ritorna la speranza, anche se il mondo la scambia con una previsione Ritorna la festa, anche se ce l’hanno “colorata” a tutti Ritorna la vita, anche se non sei sicuro che ti lascino nascere Ritorna la pace, anche se in Myanmar è iniziata ora una crudele repressione Ritorna il sorriso, anche se rischia di contrarsi in una smorfia Ritorna la felicità, anche se te la spengono con l’inganno Ritorna l’amore, anche se deve difendersi da mille contraffazioni Perché ritorna Gesù, il Risorto, amore, felicità, sorriso, pace, vita, festa, speranza, Pasqua per sempre E alla pandemia ci pensa anche il vaccino, ma ci affidiamo prima a Dio come faceva san Rocco
Una riflessione sul Vangelo secondo Marco (Mc16, 2-4) nel Sabato santo 2021
Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole. Esse dicevano tra loro: «Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro?». Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande.
Video della riflessione
I giorni in Oriente cominciano molto presto: chi è stato ancora in Israele o in Libano o nei paesi del medio oriente sa che prima dell’alba, quando ancora il buio sta lottando con il chiarore dell’aurora … si vede un formicolio di persone, di asini e di carri, di piccoli o brandi mezzi di trasporto che intessono una trama fitta di relazioni, di commerci: all’inizio è un parlare sommesso, poi sempre più fitto e forte; i mercati aprono e la gente vende e compera.
Non è diversa la nostra vita di oggi: le nostre autostrade sono più piene prima dell’alba che durante il giorno; ciascuno ha il suo bel raccordo anulare in cui comincia la lotta per arrivare in tempo, possibilmente prima. Tutti si fanno furbi, forse anche prepotenti, per conquistare due posizioni: è la vita che riprende, gli affari che … comandano, il lavoro che si impone.
Erano in questo guazzabuglio di vita le donne di Gerusalemme che avevano passato quel triste sabato in un pianto sconsolato: Lui era morto.
Erano venute a Gerusalemme coi dodici, li aiutavano a vivere, a vestirsi, a mangiare durante questi tempi della festa, ma non si va in una città come Gerusalemme nei giorni della Santa Pasqua a vivere di rimedi, quando lì ci passa mezzo mondo e tutta la confusione possibile.
Il gruppo però si era dileguato, erano rimaste sole a piangere: anche loro avevano smesso di sognare quello che Gesù aveva promesso e nella loro concretezza fatta di fatalismo e di praticità, di dolore, ma non di disperazione, di pianti, ma anche di volontà di reagire, vanno a comperare gli oli per imbalsamare Gesù.
Era tanta la loro consapevolezza che occorreva seppellire i sogni, che proprio di buon mattino, prima che qualcuno potesse intrattenerle nelle solite chiacchiere inutili di condoglianze, che risultano essere più una soddisfazione di curiosità che offerta di solidarietà, vanno a fare spesa e si portano al sepolcro: “Quello che non abbiamo potuto fare l’altro ieri lo facciamo oggi” … si preparavano a lavare le piaghe che avevano visto da sotto la croce, a tergere quel sangue, a comporre i lineamenti del volto, a dare al corpo martoriato un segno di affetto, anche se non ricambiato…
… ma hanno smesso di sognare troppo presto: Lui là non c’era più, non era un cadavere da accudire, ma una speranza nuova da incontrare.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1) dal Vangelo del giorno (Gv 18, 1-19, 42) nel Venerdì Santo
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: “Salve, re dei Giudei! ”. E gli davano schiaffi.
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Ti capita ancora, se abiti in qualche bel paese di campagna o di periferia di città, di sentire ogni tanto dei rintocchi gravi di campana: quel rimbombo lento, talvolta straziante, perché ti ricorda che vai a seppellire un amico, un familiare – Dio non voglia, un figlio – e attorno si fa silenzio; il paese si ferma, la gente si stringe attorno per darti quel poco di solidarietà che può. Si crea quell’atmosfera surreale, ma vera, di bisogno di superare lo smarrimento, che fa parte della nostra vita.
Noi veniamo al mondo a suon di campane di allegria per il battesimo e siamo portati a sepoltura da … questo rintocco di tristezza.
Oggi ci dovrebbe essere sempre il silenzio: ancora in tante fabbriche, in tanti studi commerciali, in tanti luoghi istituzionali, si usa fare un momento di silenzio … ricordiamo la morte di Gesù: possiamo essere credenti o no, ma tutti possiamo ricordare chi ha dato una svolta decisiva alla storia del mondo.
Oggi per Lui c’è silenzio forse, non rintocco di campane: non è morto come tutti e non è ricordato cadavere.
Vogliamo risentirci per l’ennesima volta la sua passione, la vogliamo vedere rappresentata, noi stessi ci mettiamo ad assumere una parte in questa storia: c’è chi fa Giuda e rappresenta tutti i nostri tradimenti, chi fa Maria e rappresenta tutte le nostre mamme che soffrono per la morte dei figli, chi fa il soldato o la canaglia che rappresenta le nostre violenze quotidiane, chi fa il traditore lo fa per dare un volto a tutti i tradimenti della vita e della storia: lì tutti andiamo a farci rappresentare, per farci giudicare; è una catarsi necessaria, non è una fiction, lì ci andiamo con il cuore pentito, almeno una volta nella vita.
Chissà che proprio a questi sentimenti di stasera sia legata la nostra felicità definitiva, quella vera: i sentimenti sono passeggeri, ma se hanno sotto un cuore che ama, sono tappe di vita nuova.
Andiamo sotto quella croce a farci nascere speranza; perché quello che vediamo piagato e disprezzato non resta cadavere, ma trionfa sulla morte e dona vita piena; quella croce è segno di speranza e sconfigge ogni altra croce della nostra vita e ogni violenza che rappresenta.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 4-5) dal Vangelo del giorno (Gv 13, 1-15) nel Giovedì Santo 2021
si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.
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E’ sempre bello poter rifarsi a qualcosa che ti incanta e ti incatena nello stesso tempo. E’ l’amore, per esempio, tra un uomo e una donna, tra un ragazzo e una ragazza: sei passato per caso, s’è accesa una passione, uno spasimo, una gioia che non puoi più contenere, hai fatto pazzie per capire, per incontrarti, per vedere come saziare questo desiderio, come dargli un nome, come possederlo; non ce l’hai mai fatta perché ogni espressione non è mai stata capace di definirlo, di comprenderlo fino in fondo; c’è sempre stata una sete che non poteva esaurirsi.
La vita è così: accende forti passioni per farci alzare lo sguardo all’infinito, anche se noi facciamo finta che ci possiamo accontentare di qualcosa che vale molto meno: i soldi, il potere, il sesso fine a se stesso. Ma nessuno si inganna con se stesso: sono tutte pezze di felicità che cercano di tappare un colabrodo che è la nostra vita e che fa acqua da tutte le parti.
Per un cristiano una esperienza così profonda è l’Eucaristia, questa semplicissima cena, in cui Gesù anticipa nei gesti, nei segni, nel pane e nel vino l’offerta di sé per la pienezza di vita del mondo, per colmare la sete di amore dell’uomo, per proporsi come riferimento alle nostre ricerche e alle nostre paure. E’ contemplazione soprattutto, ma anche decisione di mettersi al servizio degli altri. Frasi fatte, ma non sempre, perché in quell’ultima cena Gesù si mette a lavare i piedi agli apostoli.
Tra l’annuncio di un tradimento e la crocifissione, prende tra le mani quei piedi e li lava. Ha strofinato con le sue mani i piedi di Pietro, quelli che l’avrebbero fra poco portato lontano da lui nel tradimento, ha preso tra le mani i piedi di Giovanni, il giovane innocente e ingenuo che avrebbe preso il suo posto accanto alla mamma Maria, ha preso tra le mani i piedi di Giuda che presto avrebbero oscillato al vento, ha preso tra le mani i piedi di ciascuno di noi, ha pensato a tutti i nostri percorsi sbagliati, le nostre fughe da lui, le nostre avventure incoscienti, i nostri tradimenti e i nostri passi d’amore verso i poveri.
A quei piedi è affidato l’annuncio di speranza che dovrà varcare ogni confine del mondo. A noi questa speranza è arrivata e non dobbiamo tenerla per noi.
Una riflessione sul Vangelo secondo Matteo (Mt 26, 14-16) dal Vangelo del giorno (Mt 26, 14-25) nel Mercoledì santo
«Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti e disse: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni? ”. E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo».
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Non c’è nessun destino nella vita umana, c’è sempre e solo capacità di intercettare una proposta, una chiamata e la creatività di rispondere o di rifiutare. Dio ci fa liberi, ma la nostra vita non è automaticamente collocata nella bontà. Esiste sempre la necessità di scegliere e le scelte sono collocate entro un disegno di amore. Destino è una parola che non sta bene sulla bocca del cristiano e noi la usiamo molto spesso. Era destino che… è stato il suo destino… vuol dire che era destinato a… ce l’ha messa tutta, ma non ce l’ha fatta: era destino che…Non è assolutamente vero.
Dio ci chiama alla libertà e ci offre tutte le condizioni per viverla. Resta sempre un grande mistero, quello sì. E la parola mistero non è una affermazione sbrigativa, per dirci che non val la pena di pensarci, ma è una espressione di coinvolgimento in un piano superiore alle nostre vedute e immerso in una atmosfera di amore.
Resta un mistero la sua volontà che non può essere scalfita da disobbedienza alcuna; resta un mistero la nostra libertà di scegliere, che ci è sempre garantita; resta un mistero come si accordino, ma sappiamo che in Dio abbiamo un posto di amore.
Giuda non ci ha più creduto: si è tormentato, si è confrontato, ha avuto la debolezza di lasciarsi incantare da abbagli di morte e non ha più avuto il coraggio di riprendere in mano la vita, come invece è riuscito a fare Pietro.
Ambedue traditori, ma uno chiuso in sé, l’altro aperto alla misericordia di Dio.
E’ penosa la scena di quella intimità profonda tra Gesù e i suoi all’ultima cena: Gesù apre tutto il suo cuore in maniera struggente e tutti stanno a tirarsi indietro con quel bugiardo: sono forse io Signore?
Sì, ciascuno aveva in cuore un piccolo o grande tradimento, ciascuno il giorno dopo non avrebbe retto alla prova, si sarebbe squagliato, avrebbe fatto tutte le carte false possibili per far credere di non essere mai stato con Lui.
Anche noi forse in queste giornate vedremo rappresentazioni della passione e vivremo le belle liturgie della Settimana Santa: staremo anche noi a tirarci indietro con quel farisaico “Sono forse io, Signore?” O ci prenderemo le nostre responsabilità e apriremo la mente, il cuore a quella unica speranza della nostra vita che è il suo perdono? E che diventa certezza?!