Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8,33) dal Vangelo del giorno (Gv 8, 31-42) nel Mercoledì della V settimana di Quaresima
Gli risposero: “Noi siamo discendenza di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno. Come puoi tu dire: Diventerete liberi?”
Audio della riflessione
Liberi di fare quel che vogliamo è ormai una conquista da cui nessuno vuol tornare indietro. Voglio decidere io della mia vita, voglio realizzarmi come desidero, ho la mia età e non vedo perché qualcun altro debba poter vantare qualche diritto di fermarmi; non siamo come nel secolo scorso in cui c’erano tanti paletti e tante lotte inutili per conquistarsi un minimo di libertà. Non mi dire di andare a messa che non sono più un bambino. Sono libero o no di fare quel che voglio?
Poi va a finire che diventiamo schiavi di tutto, che tutti i giorni occorre qualche canna, ogni fine settimana qualche pasticca e passi tutta la giornata a raccattare soldi, a rubarli pure per mantenerti il vizio. Scegli con tutta la parvenza di libertà del caso le sigarette e non riesci più a staccartene, nonostante il terrorismo delle scritte che ci stanno sui pacchetti; ti attacchi a una bottiglia e non riesci più a farne a meno; ti metti in strada sulla fila del vizio e la scambi per la fila del confessionale a Pasqua; quando vai al supermercato non resisti al piacere di fare la spesa e comperi di tutto e di più insultando i poveri che muoiono di fame. E’ questa la nostra libertà?
I giudei alla proposta di libertà vera di Gesù rispondevano: noi non siamo mai stati schiavi di nessuno! Di se stessi tutti però sì. La libertà è una continua conquista, sta nella capacità di scegliere il bene, di stare dalla parte del vero, di vincere la tendenza al ribasso che continuamente ci insidia, di acquattarci nel nostro egoismo che non ci dà felicità.
E c’è una schiavitù che è ancora più grande e che da soli non riusciamo mai a vincere: il peccato. Veramente molte persone hanno già pensato di vincere anche questo, cancellandolo dal vocabolario. Facile, ma quella nostalgia del bene che ogni tanto ti prende, quella consapevolezza di aver sbagliato tutto nella vita, quel morso interiore che non ti permette di sciogliere la tua vita in un canto di gioia? Il peccato è solo Dio che lo toglie e solo lui ce ne libera. Vediamo tutti quanto male c’è nel mondo. Anzi direi che i nostri organi di informazione si scatenano solo nel farci conoscere la barbarie umana. Non riusciremo mai a sconfiggere la guerra, la mala vita, la pedofilia, la violenza, il terrorismo?
Una speranza occorre avere in cuore: la speranza che è Gesù, l’unico che ci fa veramente liberi
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 28-30) dal Vangelo del giorno (Gv 8, 21-30) nel Martedì della V settimana di Quaresima
Disse allora Gesù: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato. Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in lui.
Audio della riflessione
Dobbiamo assolutamente avere la possibilità di alzare lo sguardo da questa nostra vita a qualcosa, a qualcuno che ci sta davanti. I nostri giorni possono per molto giocarsi tutti sulle nostre preoccupazioni, i nostri problemi, ogni giorno ne scopri uno nuovo: ti sembrava finalmente di poter stare un po’ in pace, invece ritorna di nuovo il vecchio male, si accaniscono ancora le vecchie “sfortune”, il marito ritorna al suo vizio, la moglie alle sue manie, i figli fanno quello che vogliono, gli adulti non capiscono niente… e così via.
Ma abbiamo qualche volta il coraggio di alzare gli occhi, di guardare un po’ più in là del nostro naso, di tirarci fuori da questa nebbia che tarpa le nostre ali?
Gli ebrei nel deserto, dopo che erano stati avvelenati dai serpenti guardavano a un serpente di bronzo, che Mosè aveva loro messo davanti, e ne restavano guariti.
Noi non abbiamo serpenti o magie da guardare, non abbiamo scene particolari che ci possono sconfiggere la routine dolorosa della vita, ma abbiamo qualcuno cui poter alzare lo sguardo, Abbiamo un simbolo che ci può dare forza: la croce.
“Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora saprete che Io sono”: Gesù viene innalzato su quella croce, perché tutti possiamo alzare lo sguardo a lui.
E’ sempre un grande mistero pensare che noi cristiani vogliamo metterci sempre davanti agli occhi un crocifisso, un segno di dolore, uno strumento di tortura e di passione, una condanna vivente … eppure, se guardiamo a quel crocifisso, riusciamo di più a capire la nostra vita: noi guardiamo a lui e lui guarda a noi.
Ci vediamo sopra un uomo che muore come capiterà a tutti noi di morire, un uomo lasciato solo come tanto spesso ci troviamo soli noi anche noi, un uomo che ha paura di morire, come l’abbiamo noi, un uomo con le braccia aperte come vorremmo sempre trovarci uno davanti a noi, un uomo che sa abbandonarsi nelle braccia di suo Padre, di cui è Figlio amatissimo, un uomo soprattutto che esprime il massimo di amore di Dio per noi e di questo abbiamo infinitamente bisogno.
Alzare lo sguardo al crocifisso, smettere di piangerci addosso e di guardare alle nostre miserie … è la nostra unica e vera speranza, che nessuno ci può togliere, perché noi, guardando il crocifisso, contempliamo l’amore.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 8, 7) dal Vangelo del giorno (Gv, 8, 1-11) nel Lunedì della V settimana di quaresima
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Audio della riflessione
Sembra che sia finita la caccia alle streghe, cioè quell’insana soddisfazione che qualcuno trova nello stigmatizzare le debolezze di comportamento, gli errori degli altri, denunciarli al pubblico ludibrio, senza guardare i propri: è facile farsi belli nelle denunce e nascondere le proprie nefandezze.
Oggi forse è più normale non scandalizzarsi di niente, anzi … mettere sfacciatamente in mostra il male, confondere i deboli con l’ostentazione del vizio, ergere monumenti a chi ruba, a chi violenta, a chi ha comportamenti devianti … ma è proprio la stessa cosa sempre … tanto gli uni che gli altri si nascondono dietro la vita sbagliata di qualcuno, la sfruttano, la usano da comodo paravento per coprire il proprio vizio.
Con questa gente – che potremmo essere anche ciascuno di noi – si era imbattuto Gesù quel giorno che gli portano davanti, sempre per provocarlo e per poterlo indurre in errore, una donna sorpresa con un altro uomo, che non era suo marito.
Cose normali si direbbe oggi …
Il male non è mai cosa normale. Allora la legge era severissima, era una legge civile, rifletteva la civiltà del tempo. Questa donna va lapidata, fatta morire con il concorso di tutti. Ciascun uomo deve armarsi contro di lei con pietre e scatenare crudelmente tutta la violenza che ha in corpo su questa povera vita … una strana catarsi, uno strano modo di purificarsi dal male.
Gesù guarda questa povera donna: “Nessuno la osi toccare. La vostra voglia di fare giustizia deve nascere da un cuore pulito. Come potete pensare di ergervi a giudici, se forse voi stessi siete stati con questa donna? Perché deve pagare questa donna e non voi? Contro chi per primo deve scagliarsi quella pietra che avete in mano? A voi non interessa lottare contro il male, ma conservarvi la possibilità di rifarlo sempre sulla pelle e sulla vita degli altri.
Gesù è molto più essenziale di tutti questi ragionamenti che ho fatto io e dice “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei” … e l’unico rumore che si sentiva era il tonfo di quelle pietre che ad una ad una davano su quel selciato le prime note del canto del perdono di Dio: “neanch’io ti condanno, va in pace e non peccare più”.
L’errore c’è, va conosciuto e condannato nel male che è in sé, la persona è sempre da salvare e aiutare a ritrovare speranza e mai giudicare … e Gesù è la nostra speranza!
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 12, 24-26) dal Vangelo del giorno (Gv 12, 20-33) nella V domenica di Quaresima (Anno B)
In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà.
Audio della riflessione
Sono tante le cose necessarie nella vita: avere una buona famiglia, un papà e una mamma che ti vogliono veramente bene, un marito o una moglie che è felice di vivere con te, avere un lavoro che ti permette di “campare”, condurre una vita onesta, star bene di salute … l’elenco potrebbe anche continuare, ma soprattutto deve orientarsi anche a qualcosa di più profondo, che è il sapere di stare a cuore a Dio.
L’esperienza religiosa non è secondaria nella vita di una persona: le permette di salire su … un albero per guardare l’esistenza dall’alto e capire quale è il proprio posto nella vita, le permette di avere un punto di riferimento per dare senso a quello che capita ogni giorno, e che spesso non riesci a capire.
Ebbene, un giorno si avvicinano al gruppo dei discepoli che stanno accanto a Gesù, alcuni stranieri: sicuramente sono stati colpiti da quanto si dice in giro di Gesù, un tam tam popolare lo aveva reso celebre: tutti ne riconoscevano la grande personalità, si sentivano consolati e affrancati dalla sua parola.
Ecco allora naturale la richiesta di questi stranieri: Vogliamo vedere Gesù … vogliamo parlargli, incontrarlo, conoscerlo … vogliamo anche noi poter stare con Lui.
E’ la domanda che ogni cristiano si deve fare ogni giorno … spesso invece, ne portiamo il nome, ci adorniamo dei suoi segni, mettiamo al collo una croce, ma lui resta il grande sconosciuto; diventano più importanti le cose secondarie, gli stessi precetti di buon comportamento, che conoscere Lui, Gesù.
Sì … due o tre nozioni imparate al catechismo, qualche parabola, qualche sentimento vago a Natale o a Pasqua ce l’abbiamo, ma la sua vita, la sua missione, quello che gli ardeva nel cuore, spesso non lo conosciamo, o non vogliamo pensarci.
E Gesù a quei greci che lo volevano conoscere dice subito quello che lo caratterizza: “sono un chicco di grano che ha il coraggio di morire nella terra per poter risorgere a vita nuova”; presenta a loro subito il centro della sua esistenza: il dono di sé fino alla consumazione, ma nella consapevolezza di una risurrezione.
Nella vita non si può vivere per se stessi … ci si diverte pure, ma si rimane soli, con un cuore rinsecchito di egoismi … invece chi ha il coraggio di dare la sua vita, di perderla, la ritroverà piena, sovrabbondante, incontenibile.
Questa è la nostra speranza, a questa speranza ci orienta sempre la vita di Gesù.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 7, 44-46) dal Vangelo del giorno (Gv 7, 40-53) nel Sabato della IV settimana di quaresima
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!».
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E’ più il tempo che si passa a difendersi che ad accogliere: vediamo pericolo dovunque, vediamo nemici in tutti quelli che ci incontrano … ci pensano poi le notizie ad allarmarci, a metterci in guardia …. Homo homini lupus si scriveva una volta, l’uomo è sempre un lupo per il suo simile.
In questi tempi di pandemia l’atteggiamento di difesa è ancora più invasivo … come sarebbe diversa la vita se fossimo in grado di aprire il cuore alla speranza, all’accoglienza del bene che ogni persona si porta dentro!
Gesù sta percorrendo tutte le città e i villaggi e sta continuamente offrendo la sua parola di speranza che apre il cuore. La gente, gli stessi militari, pagani venuti da Roma, dicono: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!»
E’ una constatazione, è un passaparola che percorre tutte le vite in difficoltà, in ricerca … ma a qualcuno dà fastidio: “Voi abboccate a tutto, voi non avete sufficiente senno per capire, voi non conoscete la legge, voi siete per questo maledetti. Il Cristo che stiamo aspettando non viene da un oscuro villaggio della Galilea, la speranza che aspettate non è disponibile se non nei luoghi ufficiali destinati a controllarla. Deve avere un marchio DOC e questo marchio lo diamo noi.”
Pieni di sé lo siamo spesso tutti, non ci rasenta mai un dubbio che abbiamo qualcosa da accogliere anche da chi non sta nei nostri schemi: abbiamo già deciso che tutto viene da noi, tutto è incasellato, tutto non può essere che nei nostri usi e costumi. Invece ti capita che ti commuove un bambino indifeso e innocente e ti dà forza per cambiare vita; ti sorprende il pentimento di un peccatore incallito che ha avuto il coraggio di ricominciare, ti salva un gesto di bontà che non avresti mai potuto pensare di essere in grado di fare.
La vita l’ha in mano Dio e Lui decide di farla fiorire dove vuole. Le guardie mandate ad arrestare Gesù se ne tornano con i ceppi vuoti, ne sono stati incantati. Come si fa a pensare che questo Gesù è quel delinquente che dicono? Nella vita siamo invitati a conversione, a cambiare rotta, ma ci scomoda troppo. Non abbiamo il coraggio di rischiare, preferiamo morire di noia.
La vita cristiana invece è aperta alla speranza a qualcosa di nuovo che Dio può donarci se avremo il coraggio di osare accoglierlo anche nelle persone che meno ci aspettiamo ce lo possano far incontrare. Dove abiterà questa speranza che aspettiamo?
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5, 39-40) dal Vangelo del giorno (Gv 5, 31-47) nel giovedì della IV settimana di quaresima
«Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me. Ma voi non volete venire a me per avere vita.»
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Chi di noi non cerca felicità? Chi di noi, ogni giorno che si alza, non lancia uno sguardo veloce alla giornata per vedere dove oggi riuscirà a trovare e a vivere cose che lo soddisfano?
C’è da aver paura quando affronti la giornata solo come un automa, come un sonnambulo, come un pacco postale … per fortuna che l’istinto è più forte dei nostri ragionamenti, ci obbliga a fare qualcosa … a mangiare, a bere, a parlare, a sorridere, ad accorgerci degli altri, a pensare che si può sempre ricominciare … per fortuna che a giorni di estrema noia, si alternano altri in cui ti nasce in cuore una volontà di riscatto.
Spesso però la vita che andiamo cercando non è bella, ci accontentiamo al ribasso: abbiamo sete e ci scaviamo pozzanghere, abbiamo voglia di amore e ci accontentiamo del sesso, speriamo benessere e ci costruiamo prigioni dorate … abbiamo davanti proposte vere di vita e ci scaviamo con i nostri piedi una fossa.
Gesù ai suoi interlocutori, che non vogliono dargli un minimo di fiducia, che si scandalizzano dei suoi miracoli fatti in giorno di sabato, ai farisei e agli intellettuali del suo tempo che rimangono chiusi in se stessi e sulla loro scienza incartapecorita dice: “Voi non volete venire da me per avere la vita!”.
Lo potrebbe rivolgere a tutti noi questo rimprovero! Abbiamo tanti giorni in cui non riusciamo a dare ragioni al nostro malessere, andiamo dal medico, dallo psicologo, dal mago, dal fattucchiere … pensiamo sempre che la vita dipenda dai calmanti o dagli antidepressivi, siamo sempre in cerca di qualche “nutella” per risolvere le nostre carenze affettive.
Non ci domandiamo mai che posto abbiamo dato a Dio: la nostra crisi di vita è crisi di astinenza da fede! Se manca Dio, manca tutto, manca la gioia di vivere!
Non sto facendo propaganda per mandare la gente a Messa – che non sarebbe neanche male per se – sto solo facendo capire che la nostra vita sarà sempre inquieta finché non troveremo Dio, nostra speranza. La vita abita lì, il segreto del vivere ce l’ha soltanto Dio, Gesù si è presentato per indicarcelo, ma voi non volete venire a me per avere la vita!
Possiamo nutrire qualche speranza di andare oltre i nostri meschini e pur necessari adattamenti e alzare lo sguardo a Lui?
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 5,24) dal Vangelo del giorno (Gv 5, 17-30) nel Mercoledì della IV settimana di quaresima
In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.
Audio della riflessione
C’è qualcosa che può durare nella vita … o tutto passa, tutto scorre diceva un antico filosofo greco, tutto è fragile, inconsistente, deperibile?
Una delle più grandi industrie del nostro tempo è quella della conservazione: si sono raggiunte gradazioni di temperatura vicine allo zero assoluto, si sono inventati contenitori che riescono a mantenere e a conservare di tutto e per molto tempo, dal cibo agli embrioni, a parti del corpo.
Tra le nostre ambizioni c’è anche quella di conservarci sempre in vita … ma su ogni prodotto c’è sempre una data di scadenza, su ogni nostra vita c’è un termine che possiamo ancora spostare, ma che non cambia la qualità della nostra esistenza.
Noi abbiamo bisogno sì di vivere a lungo, ma di vivere anche bene, in una vita piena: questa non è nelle nostre possibilità, è solo il Signore della vita che ce la può donare!
Dice il Vangelo “chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna”: la vita senza fine è garantita a chi ascolta la Parola di Gesù, è sempre una parola potente, che non può mai tornare a chi l’ha pronunciata senza ottenere ciò per cui è stata detta.
Ricordiamo tutti il racconto della creazione, quel ritornello potente: “e Dio disse… e Dio disse…” e a ogni Parola appare nel mondo una nuova vita, fino a raggiungere il culmine, l’uomo e la donna.
Noi siamo progetto, atto, effetto della Parola di Dio, ed è ancora la sua parola che ci tiene sempre in vita: questa Parola è come una spada a doppio taglio che penetra nel profondo delle nostre coscienze e ne svela le trame di bontà o di malvagità, ma è soprattutto una parola che dà vita.
Le molte parole che diciamo, che ascoltiamo … sono solo segni di quello che la Parola di Dio può fare: in casa spesso aspetti una parola di comprensione che ti toglie dalla tua tristezza, una parola di amore che ti fa rinascere alla speranza, due ragazzi innamorati si mandano sms, scrivono parole sui muri … sono segni che danno corpo a un amore, che rilanciano affetti, sentimenti …. ma non durano, hanno la triste possibilità di essere un inganno, una maschera, una fuga.
La Parola di Dio invece si inscrive nella nostra vita come una finestra di eternità, apre una speranza che non delude che si fa certezza di vita piena, ci configura al “durare per sempre” e offre consistenza e verità anche alle nostre se l’ascoltano.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv. 5, 7-9) dal Vangelo del giorno (Gv 5, 1-3.5-16) nel Martedì della IV settimana di quaresima
Gli rispose il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.
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La nostra esistenza è regolata soprattutto dalla ragione: i rapporti tra gli uomini sono regolati da dialoghi, confronti, riflessioni, scambi … abbiamo in comune la possibilità di intenderci, una logica che permette di andare d’accordo.
Abbiamo però anche forti istinti che entrano in conflitto o in dialogo con l’uso della ragione: talvolta vanno oltre la nostra ragione che si perde a rincorrere ideologie, visioni false della vita … tali sono l’istinto della sopravvivenza, della conservazione, sono spesso bisogni naturali, corporali che urgono anche se il cervello è distratto: per fortuna che ci viene fame, che abbiamo sete, che vogliamo coccole … qualcuno si dimenticherebbe pure di mangiare se fosse possibile … ma l’istinto deve essere regolato dalla ragione e dall’amore.
Quel povero uomo che giaceva ai bordi della piscina di Siloe non riusciva mai a entrarvi al momento giusto perché aveva attorno altri che badavano solo a sé: mi viene in mente come la nostra società emargina tante persone che non ce la fanno da sole a raggiungere quello che spetta a tutti, per esempio i portatori di handicap. Le barriere architettoniche, ma soprattutto le barriere che abbiamo costruito nella nostra mentalità non permettono loro di avere quello che è diritto per tutti.
Ebbene Gesù trova un ammalato ai bordi della piscina che aspetta di poter essere guarito: è sabato, Lui aspetta da 38 anni di poter ridare alla sua vita un barlume di autonomia, di potersi muovere, di non dipendere da nessuno … Gesù, perentorio, lo rimette in piedi a camminare diritto, gli ridà la pienezza della sua umanità.
Ma c’è chi è più preoccupato dei quadri che degli uomini, delle cornici che del quadro: I farisei vedono nella guarigione di questo poveraccio, di questa nostra umanità, un insulto alla legge, ma Dio ha tanto amato l’uomo da mandare suo Figlio: è così ogni esperienza di vita credente, deve liberare sempre, non costringere; deve guardare al bene profondo dell’umanità, non al bene della struttura.
E’ facile a questo punto giudicare ogni norma come costrittiva, ma da quando c’è Gesù, la norma è Lui, è lo Spirito che ci abita e che infonde la speranza che la vita possa sempre essere libera, ma vera.
Una riflessione sul Vangelo secondo Giovanni (Gv 4, 50-51) dal Vangelo del giorno (Gv 4, 43-54) nel Lunedì della IV settimana di quaresima 2021
Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!»
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La vita non fa sconti a nessuno: è sempre un dono da accogliere e mai da possedere, è sempre una sorpresa e una prova … non guarda in faccia a nessuno: non conta se sei ricco o povero, non la puoi barattare e vendere, comperare o dominare.
Il Vangelo presenta la figura desolata di un funzionario del re, di un notabile – quindi – del governo, di un uomo “oltre la media” che non ha bisogno di nessuno, che non è costretto a mescolarsi con i miserabili che seguono Gesù: Lui ha tutto, ma non possiede la vita, infatti suo figlio è malato gravemente e a quel figlio è legata la sua felicità; ha un cuore di padre prima delle sue cariche e della sua posizione sociale: alla forza della vita di suo figlio non può comandare … se ne sta fuggendo e solo Gesù la può trattenere … e Gesù sembra che non si dimostri tenero verso di lui, gli legge nel cuore però un amore di padre vero, anzi lo mette alla prova: lo rimanda a casa con una promessa, “tuo figlio vive!”.
E’ la parola che tutti noi vorremmo sentirci dire sulle nostre disgrazie: tuo padre vive, tuo figlio vive, tua madre vive, tua moglie vive, tuo marito vive … la vorremmo sempre sentire sulle morti e le disgrazie che popolano la nostra esistenza, la vorremmo sentire anche sulle nostre vite spente, su ogni pandemia, pure!
Spesso viviamo, ma ci spostiamo nel mondo come “cadaveri ambulanti” perché non sentiamo più di niente, abbiamo l’anima morta, il cuore spento, la fantasia imprigionata solo nel male, incattivita nel voler perseguire ad ogni costo i nostri disegni malvagi, le nostre passioni incontrollate.
Il funzionario del re accetta, si fida: ritorna a casa, col cuore in gola, tra la certezza e il dubbio, tra la fiducia che Gesù gli ha ispirato e la sua tentazione di uomo potente che non può fare a meno di verifiche … è in un cammino di fede come tutti noi, che vogliamo conferme, segni, evidenze … è stato il cammino in cui ha giocato la sua libertà: l’ha iniziato rivolgendosi con fiducia a Gesù e l’ha completato nel cammino di ritorno a casa … e ha in regalo la vita del figlio, ma soprattutto ha in regalo la fede, la certezza che su Dio può sempre contare: la sua speranza non verrà mai meno, è fondata sull’abbandono in Gesù.
La sorgente, anche della sua speranza, è sempre Lui.
1 Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2 Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3 Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4 Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». 5 Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6 Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. 7 Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». 8 Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». 9 Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11 Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».
«Dopo queste parole, Gesù uscì con i suoi discepoli» – abbiamo sentito; uscire è una parola chiave nel Vangelo di Giovanni: indica l’uscita dal Padre, richiama l’esodo stesso degli ebrei dall’Egitto, la stessa uscita di Abramo da Ur dei Caldei – come ha vissuto papa Francesco in questo ultimo viaggio in Iraq – uscire, insomma, indica un gesto sempre coraggioso, come tanti si debbono fare nella vita.
«… Al di là del torrente Cedron …», al di là delle acque – quindi – come attraversare le acque al di là del mar Rosso, o le acque del Giordano: queste acque delimitano una schiavitù e quindi andare al di là è uscire da una schiavitù, da un impedimento, per entrare e “gustare una libertà”.
«…dove c’era un giardino…» richiama immediatamente il giardino dell’Eden, del paradiso terrestre – come lo abbiamo chiamato noi a catechismo da bambini – dal quale l’uomo uscì per consumare il suo peccato di disobbedienza a Dio.
«…entrò lì con i suoi discepoli…» Gesù invece vi decide di rientrare: c’è una volontà di Dio da realizzare … anche qui vediamo che Gesù è sempre al centro del racconto, si parla solo di Lui. Giovanni descrive la tragicità di quello che sta capitando, non si ferma a dare descrizione dell’evento, ma attraverso di esso, va oltre, lo colloca in un panorama vasto come la vita dell’universo e di Dio.
«…Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché spesso Gesù vi aveva riunito i suoi discepoli…»; Giuda, un amore respinto, soffre dentro di sé delusioni d’amore, perché Cristo non è stato per lui quello che si immaginava di poter fare contro i romani oppressori, quindi frustrante per la sua passionalità e ultimo motivo per il suo tradimento. Giuda conosce il luogo, riservato, segreto che rende più evidente il tradimento.
«…Giuda intanto era andato a cercare i soldati e le guardie, messe a disposizione dai capi dei sacerdoti edai farisei…», c’è quindi un gruppo di soldati romani agguerriti e di rappresentanti del mondo religioso: C’è insomma una coorte – come fa capire ancora meglio Matteo (Mt 26,47) – armati di spade e bastoni, e tutta la gamma delle inimicizie contro Gesù messe assieme dai sacerdoti del Tempio.
«… con lanterne e fiaccole…»
Queste sono forse superflue perché era una notte di luna piena, ma indicano le tenebre da cui viene tutto il manipolo condotto da Giuda con le sue tenebre.
Non sono lanterne, la parola lampadon in greco non significa lucerne ad olio, per cui deve essere necessario averne un contenitore che fa da riserva e che si consuma bruciando (come del resto pensiamo avvenisse nell’episodio delle 10 vergini che aspettano lo sposo) ma dei bastoni preparati, spalmati a dovere da pece, da incendiare.
Gesù sapeva tutto quello che stava per accadergli. Perciò si fece avanti (esce) e disse: Chi cercate?
Gesù risponde ripetutamente: Io sono e con la luce della sua divinità appare nella pienezza della sua dignità. E’ lui il soggetto. E’ lui che va incontro ed è pienamente cosciente di quello che avviene e che ne consegue. La risposta del manipolo di gente è giusta, ma lui non si presenta tanto come il nazzareno, ma come il vero uomo Gesù nella pienezza della sua dignità di Figlio dell’uomo, di mandato dal Padre, di Figlio di Dio
Con le guardie c’era anche Giuda
Gv ci tiene a ricordare che c’è anche Giuda per indicare la drammaticità di questo dialogo. Gesù è padrone della situazione (è lecito chiederci se questa descrizione è storica o simbolica; sta di fatto che è insegnamento del vangelo). E’ sempre Gesù che domina, Gv lo presenta sempre superiore agli eventi
Gesù domandò una seconda volta: Chi cercate?Quelli dissero Gesù di Nazareth
Ilverbo cercare non è parola a caso, come per dire che volete, che siete qui a fare….è la prima parola che Gesù dice agli apostoli, quando si sente seguito da due di loro, dopo l’indicazione del Battista: Ecco l’agnello di Dio. E’ un verbo di grande denità, che vuole obbligare chi lo cerca ad andare in profondità in questa ricerca. Non è certo la profondità di questa canaglia di gente, che cerca solo un uomo da ammazzare, uno che già hanno dovuto definire come delinquente, come mestatore di popoli. In pratica è come se Gesù dicesse: Cercate Dio o solo un uomo? Loro insistono sulla ricerca di un uomo vecchio. Non arriveranno mai a cercare il Figlio di Dio. Lo farà solo il centurione dopo averlo visto soffrire e morire. “Veramente costui era il Figlio di Dio!”
Si preoccupa della salvezza degli apostoli (Gv 8b-9)
Gesù rispose: vi ho detto che sono io! Se cercate me, lasciate che gli altri se ne vadano. Con queste parole Gesù realizzava quello che aveva detto prima: nessuno di quelli che mi hai dato si è perduto
Nel massimo pericolo si preoccupa dei discepoli e del colloquio col Padre perché si adempisse la Parola del Padre
Simon Pietro aveva una spada: la prese, colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Allora Gesù disse a Pietro: Metti via la tua spada! Bisogna che io beva il calice di dolore che il Padre mi ha preparato.
Pietro era armato, Gesù accettava che qualcuno fosse armato per i loro continui spostamenti in luoghi anche infestati da briganti (cfr il racconto del buon samaritano). Pietro colpisce per istinto secondo i principi di questo mondo. Gesù però riporta la reazione difensiva di Pietro oltre la violenza, vive sempre come persona in dialogo, non impulsivo, non smarrito, sempre come superiore alla dinamica degli eventi e, anche qui, come soggetto che determina o almeno guida la sua passione.
Se avete badato il vangelo di Giovanni non dice niente qui della agonia di Gesù nell’orto, niente sui discepoli, sullo stesso bacio di Giuda, non c’è la distinzione di Marco dei tre tipi di discepoli. Qui Gesù non viene legato subito e questo avverrà dopo il versetto Gv18,12
Proviamo ora a riflettere su queste informazioni che ci hanno reso più consapevoli di chi è Gesù e di come si comporta.
Gesù non trasforma i fatti, ma li trasfigura. Ciascuno di noi nella sua vita non è solo un esecutore di cose che gli capitano, ma può tra-passare, andare oltre le tragedie umane, essere veramente lui il soggetto della sua vita, tenerla sempre in mano, non lasciarsi mai vivere, abbandonare tutto a quel che capita. Ci possiamo fare qualche domanda:
Questa pandemia la devo subire solo o posso affrontarla con la mia dignità di persona? La perdita di lavoro o di qualche persona cara è tutto quello che posso pensare o c’è una capacità mia di non subire, ma di accogliere e collocare su un piano mio personale, del mio modo di vivere, dei miei progetti di vita e non perdere proprio il fatto che sono io che li vive, non che li subisce? Facciamoci aiutare dai grandi simboli di Giovanni per rifletterci sopra e applicarli alla nostra vita:
uscire, come esodo e atto di coraggio, cambiare modo di vivere…Da che cosa devo uscire che mi trattiene? Ho coraggio di lasciare vizi, abitudini da schiavo, situazioni incallite che fanno male a me e agli altri?
entrare nel giardino significa nella terra promessa, aprirsi al futuro di Dio. Che futuro ha Dio per me? C’è una palude della mia vita di affetti, di relazioni, di rapporti che devo lasciare per entrare in un futuro diverso come Dio me lo fa capire?
andare al di là delle acque, superando le schiavitù. Quali sono le acque che mi imprigionano nei miei vizi o peccati o balordaggini o atti che fanno male a me, ai miei familiari…?
ricerca dell’uomo: che uomo cercate? Quello smarrito o l’uomo nuovo? Che uomo cerco in Gesù? Quando cerco qualcuno/a, ho la consapevolezza di una novità che mi si può rivelare o ho già preparato una casella in cui imprigionarlo o imprigionarla? La mia ricerca affettiva è aperta, permette che mi cambi o l’ho già asservita al mio modo di essere, di pensare, ai miei buchi che deve riempire?
Come riesco a stare con Gesù nelle mie prove?
Sono soggetto, mi prendo in mano la vita?
Sono persona, rimango in dialogo con la vita, le persone, il prossimo?
Rivediamo gli atteggiamenti di Gesù e come è sempre stato lui il soggetto degli avvenimenti.
Gesù è sempre soggetto e persona nella passione, morte e risurrezione
Contempliamo la Trinità nella croce di Gesù e come si configura la condizione della persona alla luce della narrazione evangelica della Passione, morte e risurrezione di Gesù dell’apostolo Giovanni.
Appoggiamo tutte le nostre riflessioni su un principio base.
Gv 3, 16 Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito perché chi crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna
Sviluppiamo questo principio a partire dal Gv 13, 1-3
1Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava .
Questo “sapendo” espresso due volte così ravvicinate ci dice che Gesù conosce tutto quello che andrà a capitargli in questa dolorosa e cruenta conclusione della sua missione per la nostra salvezza e ci permette di essere sicuri
della conoscenza di Gesù del suo futuro
della coscienza che la sua ora è giunta e che ha tutto nelle sue mani
della percezione degli ostacoli che incombono
della decisione interiore “li amò sino alla fine”
Questa non è coscienza che si è improvvisata solo al momento della sua passione e morte, ma è maturata durante tutta la sua vita entro un contesto più ampio
La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)
La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)
Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)
Un contesto estatico cfr Gv 12,25
Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51
In questi testi della scrittura Gesù appare, si staglia, come soggetto e persona
soggetto
Gesù tiene in mano la propria vita come totalità, in una visione unitaria sia tra i vari momenti, come nella loro sequenza; dalla nascita alla giovinezza a Nazareth, alla vita pubblica, alla sua predicazione, ai conflitti con gli scribi e i farisei, alla passione , morte e risurrezione. Noi invece viviamo la vita fatta di pezzi; piuttosto staccata e al massimo incollata. C’è stata un infanzia, una adolescenza, un periodo di studi medi, una scelta vocazionale, la decisione, una serie di esperienze o incarichi o mansioni o responsabilità, una vita adulta e ora magari la pensione… tutti elementi staccati, o accostati. Occorre invece prendere ogni pezzo della nostra vita farne una sintesi e unirla a quello che ci aspettiamo, la nostra morte o meglio il nostro ritorno a Dio. La vita e la morte come un insieme che ci è dato da Dio. Prendere in mano la nostra vita come totalità e offrirla a Dio. Siamo creati da Dio e siamo sempre nelle sue mani in senso passivo e in senso attivo. Siamo spesso disturbati da morti violente, inaspettate, magari da incidenti e ci domandiamo spesso: che senso ha? Ricordo il mio incidente quasi mortale con 17 giorni di coma. Al risveglio la cosa che mi ha fatto più male era che sarei potuto morire senza aver avuto una visione intera, unita di tutta la mia vita, senza aver mai fatto una sintesi. Il senso del vivere lo capiamo forse un poco di più se guardiamo con totalità sia la vita che la morte, accogliamo anche l’eternità che è la nostra destinazione. Contempliamo un poco più spesso Gesù soggetto delle sue azioni che accoglie tutte dal Padre. Fino a che punto viviamo come soggetti della nostra esistenza?
Persona
La persona si qualifica soprattutto come luogo di relazioni, come soggetto che si apre agli altri. Diceva un rabbino che il Giordano è un fiume che forma due laghi: uno vivo e l’altro morto. Il primo è quello di Tiberiade in cui entra acqua e ne esce: è vivo; riceve e dona, il secondo è il mar morto che riceve soltanto e quindi muore.
Gesù è totalmente persona: prende dal Padre e dona, riceve con gratitudine e dona con gratuità. La legge del dare la vita è principio generale per guardare alla vita, è interpretativo dell’esistenza umana, la condizione dell’essere uomo e dell’essere cristiano.
Sa guardare alla sua vita con totalità
Gesù ha una legge dentro di sè che è quella del dare la vita; nel suo modo di guardare alla vita ha questo principio interpretativo dell’esistenza.
Un grande compito di Gesù è quello di essere rivelatore del Padre, ma è pure colui che dà la vita per bere il calice del Padre; dà la vita per noi, in nostro favore o al posto di noi. Cose che vanno assieme.
Ci nasce allora un rendimento di grazie a Dio perché La nostra fede ci dice (2Cor 4-16) che l’esteriore si corrompe, ma l’interiore si rinnova di giorno in giorno e così sarò ancora di più quando mi affiderò nella mia morte al Padre. Scambio reciproco di dare e avere come persone, che è anche causa di sofferenza a causa del peccato.
Ma Gesù è anche colui che dà la vita “per noi” e “in favore”, al posto di noi, come Caifa disse di Gesù, (cfr Gv11, 50-52)“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
E’ questa decisione per noi che dà gioia, senso e speranza alla nostra vita. Possiamo ringraziare Dio perché se ci riferiamo a chi vive alla giornata, se ci paragoniamo con coloro che non hanno speranza, che vivono in balia del caso, che non mettono pensiero al come e perché vivono, a noi è dato con Gesù di cogliere l’insieme della nostra esistenza. compresa la stessa decadenza e questo ci rivela il senso dell’esistenza intera. Qui possiamo utilmente e bene riferirci anche a quanto dice san Paolo che interpreta la vita, la morte e la passione di Gesù cfr (2 Cor 4, 16)
16Per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno. 17Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione, ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, 18perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne.
Il senso della nostra decadenza, della fine, della morte è momento dell’atto supremo di abbandono nelle braccia del Padre e questo ci permette di vivere con gratitudine, anche se sperimentiamo sofferenza, la nostra soggettività, l’essere soggetto sempre della nostra esistenza e persona nella nostra vita.
Appendice
Gesù è rivelatore del Padre
Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere (Gv 1,18)
Nessuno però ha visto il Padre, se non il Figlio che viene dal Padre. Egli ha visto il Padre (Gv 6,46)
“Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? (Gv14,9-10)
6Ho fatto conoscere il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo. Erano tuoi e li hai dati a me ed essi hanno osservato la tua parola. 7Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8perché le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato (Gv 17,6-8)
PS
Cfr Raymond Brown, La morte del messia. (atteggiamento di Gesù nella narrazione della passione in Giovanni pg 54ss.) Ed Queriniana
L’arresto di Gesù
Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 1-11)
1Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. 2Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. 3Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. 4Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. 5Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. 6Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. 7Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. 8Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. 9Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato“. 10Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote egli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. 11Gesù allora disse a Pietro: “Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?”.
La sua consapevolezza di essere il buon pastore (cfr Gv10, 10-11. 15. 17-18)
11Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 15come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore… 17Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.
E’ un eccesso di rapporto con le pecore, non è una prassi dei pastori, perciò è una sua volontà precisa
La sua concezione di amicizia (Gv 15, 13ss)
13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perchè il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perchè tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi.
E’ una consapevolezza precisa della missione che ha accettato dal Padre e che va a realizzare fino alle sue ultime conseguenze.
Un contesto profetico: dice di Lui il sommo sacerdote Caifa cfr (Gv 11.50)
“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
Che poi è richiamato più avanti in Gv 18,14“Voi non capite nulla 50e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. 51Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione 52e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.
Un contesto estatico cfr Gv 12,25
25Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna.
E’ un dato di fatto scritto dentro la dimensione umana dell’esistenza proiettata sul suo futuro.
Un contesto eucaristico cfr Gv 6,51
51Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Gesù entra nella sua passione con questa conoscenza e coscienza, quindi è padrone degli eventi; è lui che si fa arrestare, non lo arrestano; è lui che giudica, non è giudicato; è lui che accetta la morte e muore, non è ucciso.
Questa figura di Gesù che si staglia dignitoso nella sua passione conoscendo quello che gli capita, e avendone una precisa coscienza, è presente anche nei sinottici
Mc 8, 31 Poi Gesù rivolto ai discepoli, cominciò a dire chiaramente: il Figlio dell’uomo dovrà soffrire molto… lo condanneranno; egli sarà ucciso…ma dopo tre giorni risorgerà
Lc 9, 30-31 durante la Trasfigurazione con Mosè e Elia: Essi parlavano con Gesù del modo con il quale egli avrebbe concluso la sua missione in Gerusalemme